❄️🎄 Natale a New York 🎄❄️
1.
New York,
dicembre 1923
- Terence accidenti… potevamo prendere la macchina, mi sto congelando!
- E dai Arthur che siamo quasi arrivati… cammina più svelto così ti scaldi - gli risposi scherzando, dandogli una pacca sulla spalla e aumentando il passo.
- Aspetta Terence… dove corri!
- Muoviti… - gridai allontanandomi.
Mi fermai davanti l'ingresso del ristorante aspettando che Arthur mi raggiungesse, ma ad un tratto ebbi l'impressione di scorgere dall'altro lato della strada una figura conosciuta. Istintivamente feci un passo in avanti, ma c'era molta gente a quell'ora e non riuscivo a vedere bene... eppure…possibile? Mossi un passo ancora e… il suono di un clacson mi perforò i timpani. Se non fosse stato per il mio amico che mi tirò indietro afferrandomi per un braccio, sarei finito sotto un'auto!
- Terence ma che fai… sei impazzito?
Non risposi, ero così imbambolato da non riuscire a pronunciare neanche una parola. Continuai per qualche istante a cercare con gli occhi la figura che aveva attirato la mia attenzione ma niente, sembrava essersi dileguata nel nulla o forse ero io ad aver sognato.
- Terence mi ascolti? Ti senti bene?
- Come?
- Ti ho chiesto se va tutto bene.
- Sì certo.
- Si può sapere cosa ti è preso? Stavi per farti investire… poi chi lo sente Hathaway!
- Scusami Arthur… mi era sembrato di vedere una persona che conosco dall'altra parte della strada e … probabilmente mi sono sbagliato.
- Entriamo dai che le ragazze ci aspettano!
La piacevole sensazione di calore che mi avvolse appena dentro al ristorante non fu sufficiente a farmi riprendere del tutto e, quando Jennifer mi vide, anche lei mi chiese se stessi bene.
- Certo, perché?
- Sei così pallido..
- Se non fosse per me, più che pallido sarebbe cadaverico! - esclamò Arthur.
Jennifer mi guardò cercando spiegazioni, ma il mio amico mi precedette dicendo che avevo appena rischiato di essere investito.
- Dai Arthur smettila, non esagerare!
- Ma è la verità… ti ho afferrato all'ultimo momento … il tuo fidanzato ha sempre la testa così fra le nuvole?
- Terence vuoi spiegarmi per favore che cosa è successo? – mi chiese di nuovo Jennifer.
- Ma niente… mi è sembrato di riconoscere un amico dall'altra parte della strada e non mi sono accorto che ero sceso dal marciapiede…
- Un amico? Doveva essere molto importante …
- Beh.. solo perché non lo vedo da tempo.
- E chi è… lo conosco?
- No. Si tratta di… un vecchio compagno di scuola… di Londra. Ma ora perché non iniziamo a mangiare che sto morendo di fame!
Ci accomodammo al nostro tavolo e il cameriere iniziò a servire la carne che avevamo ordinato. In realtà il mio stomaco si era chiuso improvvisamente e con fatica riuscii a terminare la porzione di arrosto che avevo nel piatto. Non potevo fare a meno di pensare a quello che era successo, e anche al fatto che avevo mentito: non era un vecchio amico la persona che credevo di aver visto, era lei … Candy!
Dopo la cena avevamo deciso di recarci al 21 Club, uno dei tantissimi speakeasy che in quegli anni avevano invaso New York, locali dove si vendevano clandestinamente alcolici. Non era molto distante e andammo a piedi, con le ragazze sottobraccio.
Arthur e Kimberly stavano insieme da due anni. Lei lavorava in una casa di moda come stilista e qui aveva conosciuto Jennifer Logan, una modella che si era fatta notare per aver sfilato con alcuni abiti decisamente innovativi per l'epoca. Kimberly e Jennifer avevano legato molto e lei le aveva confidato di avere una passione sfrenata per un attore che aveva conosciuto ad un ricevimento, scambiando con lui solo qualche parola e che poi non aveva più rivisto. Appena Kimberly le rivelò che anche il suo fidanzato era un attore, ancora non troppo famoso in realtà, combinare un'uscita a quattro fu il primo pensiero della modella.
Così qualche mese fa, Arthur mi aveva proposto di uscire tutti insieme, assicurandomi che non sarei rimasto deluso. Jennifer era effettivamente una ragazza molto bella, anche se a dir la verità io non mi ricordavo proprio di averla già conosciuta. Dopo il primo appuntamento iniziammo a vederci spesso e alcune nostre foto erano apparse sulle copertine dei giornali sotto ai soliti titoli idioti del tipo "L'attore e la modella", "Belli, ricchi e famosi" … e così via. Io non vi facevo troppo caso, avevo smesso di preoccuparmi di quello che diceva la stampa, volevo solo vivere la mia vita.
Già… la mia vita! Dopo la scomparsa di Susanna avevo cercato di rimettere insieme i pezzi perché, anche se avevo ottenuto un grande successo in teatro soprattutto con l'Amleto (che ora andava in replica per la seconda stagione consecutiva, facendo sempre il tutto esaurito!), avevo l'impressione che mi mancasse sempre qualcosa, qualcosa che temevo non sarei più riuscito a trovare.
Per tutta la serata continuai ad avere davanti agli occhi quella chioma bionda che avevo appena intravisto tra la gente ma che era scomparsa quasi subito. Più passava il tempo tuttavia è più mi convincevo di essermi sbagliato. Erano trascorsi sette anni dall'ultima volta che l'avevo vista, adesso era probabilmente diversa da come la ricordavo, le ragazze non portavano più i capelli lunghi e acconciati in quel modo e poi… perché mai si sarebbe dovuta trovare a New York! Andiamo Terence…
Era ormai quasi l'alba quando uscimmo dal Club. Tornammo a teatro per prendere la mia auto e accompagnare le ragazze che condividevano un lussuoso appartamento vicino a Central Park. I lampioni erano ormai spenti mentre mi dirigevo verso Greenvich Village, dopo aver salutato Arthur. Ero fermo ad un semaforo, stavano iniziando a cadere i primi fiocchi di neve, abbassai leggermente il finestrino appannato e alla mia sinistra apparve una grande insegna stranamente ancora illuminata e che non avevo mai notato fino a quel momento, pur facendo quella strada ogni giorno. Proprio in quell'istante si spense ma rimasero ancora chiaramente leggibili le parole che la componevano:
- Allora, come va con Graham?
- A dir la verità non so che dirti Kimberly … l’altra sera al Club era così strano. A volte non riesco proprio a capirlo.
- In effetti Arthur mi ha sempre detto che Terence non ha un carattere semplice e soprattutto che è un tipo molto riservato, però pensavo che con te … si fosse aperto un po’ di più!
- Niente da fare, inizio a perdere le speranze.
- Vuoi farmi credere che non avete ancora …
- Qualche bacio, niente di più purtroppo. Anche se è molto impegnato con lo spettacolo, non riusciamo mai a stare un po’ da soli.
- Scusami ma … se un uomo vuole il tempo lo trova. Adesso perché non sei con lui? Arthur mi ha detto che oggi erano liberi.
- Mi ha chiamato dicendomi che non aveva voglia di uscire, che era stanco e voleva riposarsi.
- Quindi è a casa, perché non vai a trovarlo tu?
- Pensi che potrebbe fargli piacere?
- Non saprei ma almeno vedi come reagisce.
Quell’insegna continuava a monopolizzare i miei pensieri: Ardlay Foundation. Quanti Ardlay potevano esserci negli Stati Uniti? Perché dovevano essere proprio quegli Ardlay?
Cercavo in ogni modo di convincermi che non ci fosse un legame con lei, ma il mio cuore andava in tutt’altra direzione e non smetteva di farmi passare davanti agli occhi quella chioma bionda intravista sulla 5th Avenue.
Ero appena uscito dalla doccia quando bussarono alla porta. Di solito la portinaia mi avvisava quando avevo visite, questa volta invece non l’aveva fatto… che strano.
- Chi è?
- Sono io, ti disturbo?
- Aprii la porta.
- Sorpresa!
- Che ci fai qui Jenny?
- Che accoglienza! Non mi fai entrare?
- Entra pure … se aspetti un attimo vado a vestirmi.
- Per me vai bene così!
Sorrisi e andai a vestirmi
- Ho pensato che tu si sentissi solo e allora …
- Ti ringrazio per il pensiero ma …
- Aspetta … sono venuta anche per lasciarti un invito.
- Un invito?
- Lo so che sei molto impegnato ma potresti liberarti per una sera.
La guardai aspettando che lei continuasse anche se non ero decisamente in vena di inviti.
- Domani sera ci sarà una sfilata per beneficenza, mi piacerebbe molto che tu venissi e poi la presenza di Terence Graham richiamerebbe sicuramente molte persone e giornalisti, sarebbe importante per la causa.
- E quale sarebbe questa causa?
- Beh una raccolta fondi per i bambini orfani o qualcosa del genere.
- Non mi sembri molto informata.
- E dai Terence non fare il difficile come al solito! O dovrò trovare il modo di convincerti.
Dopo queste ultime parole mi si avvicinò circondandomi il collo con le braccia e sfiorandomi le labbra con le sue.
- E dove sarebbe questa sfilata? – le chiesi, mentre lei continuava a stuzzicarmi, intrufolando le sue mani sotto la mia camicia.
- C’è una nuova fondazione benefica in città, questo evento è stato organizzato proprio per inaugurare la sede di New York … - continuò Jennifer stringendosi a me e facendo in modo che, indietreggiando, cadessimo entrambi sul divano.
- E come si chiama?
- Non ricordo … - mugolò sul mio collo.
- Se vuoi che venga dovresti dirmelo! – esclamai, tentando di attirare la sua attenzione che era rivolta decisamente ad altro.
- A volte sei così noioso! – mi rispose stizzita, alzandosi e prendendo qualcosa dalla borsa.
Si trattava di un volantino che pubblicizzava l’evento. Lessi cosa c’era scritto: la sfilata era prevista per le 9pm del venerdì, si trattava di un raccolta di beneficenza organizzata dalla … Ardlay Foundation per l’apertura della nuova sede newyorkese. A presenziare nientemeno che il Presidente della fondazione ovvero il signor William Albert Ardlay.
- Albert … - mormorai mentre un’onda di dolci ricordi accarezzava il mio cuore.
La prima volta che lo incontrai e mi salvò da un pestaggio sicuro, i pomeriggi trascorsi con lui al Blue River, lo zoo dove lavorava e quel giorno … quando arrivò lei a farmi impazzire di gelosia …
La voce di Jennifer interruppe i miei pensieri chiedendomi se questo Albert era qualcuno che conoscevo. Le risposi di sì, che era un vecchio amico che non vedevo da tanti anni.
- Allora non puoi assolutamente mancare!
Rivedere Albert, anche se nelle vesti di capostipite delle famiglia Ardlay, mi faceva piacere, ma a questo punto ero quasi certo che anche Candy fosse a New York. Non era stata un’allucinazione!
Iniziai ad immaginare come sarebbe stato rivederla o addirittura parlarle, cosa le avrei detto e lei come si sarebbe comportata, sarebbe stata felice di incontrarmi?
Preso da mille domande liquidai Jennifer dicendole che dovevo lavorare e lei a malincuore se ne andò, dopo avermi fatto promettere che sarei andato alla sua sfilata.
Pur di farla uscire dal mio appartamento confermai con assoluta certezza la mia presenza, ma appena rimasi da solo dubbi e timori iniziarono ad impadronirsi di me. Dove avrei trovato il coraggio di guardarla negli occhi e cosa le avrei detto? Ciao Candy come stai? Dopo quello che c’era stato tra noi, dopo quello che le avevo fatto?
Mi buttai sul letto, chiusi gli occhi sprofondando il viso nel cuscino. Improvvisamente mi apparve il suo sorriso, i suoi incredibili occhi verdi attraverso i quali avevo imparato a guardare me stesso e a credere di poter essere una persona migliore. Mi assalì il desiderio incontrollato di averla lì con me, di stringerla e dirle che …
******
2.
La Ardlay Foundation aveva stabilito la sua nuova sede newyorkese in un palazzo a cinque piani di stile decisamente moderno e molto semplice. L’unica stanza particolarmente decorata era quella in cui si sarebbe tenuta la sfilata e dove intravidi Arthur. Stava parlando con alcune persone che non conoscevo e quando si accorse della mia presenza mi venne incontro salutandomi.
- Finalmente sei arrivato, qui c’è un sacco di gente, sembra davvero un evento molto importante … c’è anche quel regista cinematografico …
- Ehi Arthur frena … non sono qui per parlare di lavoro!
- Che novità è mai questa? Tu parli sempre e solo di lavoro, che ti è successo Graham?
Mancava poco ormai all’inizio della sfilata, così ci accomodammo nei posti che ci erano stati riservati. Per più di un’ora si alternarono davanti ai nostri occhi bellissime ragazze, tra cui Jennifer, con indosso abiti da giorno, da sera, eleganti, sportivi … cosa che mi fece tremendamente annoiare! Forse perché, per quanto tentassi di scandagliare ogni volto presente in sala, sembrava non esserci traccia del Presidente della fondazione né tantomeno del mio fantasma biondo.
Che si trattasse di quegli Ardlay ormai era sicuro, il nome di William A. Ardlay era scritto a chiare lettere sul manifesto che pubblicizzava l’evento all’ingresso del palazzo. Questo tuttavia non mi assicurava che fosse presente. Quando al termine della sfilata avevo ormai perso le speranze …
- Gentili Signore e Signori vi ringrazio per la vostra presenza e soprattutto per la generosità che avete dimostrato a favore della nostra fondazione che si occupa principalmente di infanzia abbandonata …
Era lui, era proprio lui, Albert … era salito in passerella e come un abile oratore stava tenendo un discorso di ringraziamento! Mi era già capitato di vederlo sui giornali nella sua nuova veste di uomo d’affari, per questo non ne rimasi stupito, ciò che mi colpì invece fu riconoscere lo stesso sguardo limpido e la stessa espressione rassicurante di quando ci eravamo conosciuti in una fredda notte londinese.
Quando ebbe terminato di parlare, i nostri occhi si incrociarono per un attimo, poi si diresse verso la sala dove era stata allestita la cena e fu lì che lo incontrai.
- Quando ho letto il tuo nome nella lista degli invitati non volevo crederci.
Mi voltai e lui era lì davanti a me, rimasi per un istante senza parole poi mi decisi a salutarlo, chiedendogli come stava mentre gli allungavo la mano. Lui la strinse e poi ci abbracciammo per la gioia dei fotografi che rimasero sorpresi nell’ammirare quella strana coppia composta dal più importante uomo d’affari di Chicago e dalla stella del teatro newyorkese. Purtroppo la sala era piena di giornalisti e non ci fu alcun modo di parlare tranquillamente. Albert mi disse comunque che sarebbe rimasto in città almeno per due settimane e che gli avrebbe fatto molto piacere passare una serata insieme, magari a cena. Io sapevo che non sarebbe stato facile, a due giorni dalla prima dell’Amleto, avere del tempo libero, così gli proposi di venire a teatro.
- Pare che il primo attore sia piuttosto bravo! – scherzai.
- Ne ho sentito parlare … vagamente – ribatté Albert che aveva sempre la risposta pronta.
- Allora ti aspetto … di quanti posti hai bisogno?
Lui mi guardò un momento, esitando, poi – Due saranno sufficienti – mi rispose.
*****
Per la seconda stagione teatrale consecutiva tornavo a vestire i panni del Principe di Danimarca. Dopo una trionfale tournée in Europa che mi aveva visto indiscusso protagonista nei più prestigiosi teatri di Milano, Madrid, Parigi e Londra, il mio ritorno a Broadway era stato accolto con un incredibile affetto da parte del pubblico, tanto da spingere la Stratford a riproporre la grande tragedia shakespeariana dell'Amleto.
Sbirciando per un istante da dietro le quinte, mi accorsi che il Sam H. Harris Theatre era stracolmo, solo pochissimi posti restavano ancora vuoti e tra questi c'erano i due che avevo riservato ad Albert.
- Sarà molto impegnato con la fondazione o magari ha semplicemente cambiato idea e non verrà… - mormorai tra me e me, tornando in camerino per trovare la massima concentrazione e non pensarci più.
Mentre ripetevo per l'ennesima volta alcuni passaggi, entrò Mike, il mio assistente personale a cui avevo chiesto di portarmi dell'acqua. Essendosi occupato lui stesso dei posti per il mio amico Albert, non seppi resistere alla tentazione di domandargli se fosse arrivato, dal momento che lo spettacolo sarebbe iniziato tra pochi minuti.
- Certo… ho appena visto sul registro la firma di Mr. Ardlay e signora.
- Come hai detto? Mr. e Mrs. Ardlay?
- Esattamente… i tuoi amici assisteranno ad uno spettacolo grandioso!
Detto questo Mike uscì ed io rimasi per qualche istante senza respirare fino a quando non iniziai a tossire e dovetti bere per far sciogliere il nodo che mi stava attanagliando la gola.
- Mr. Ardlay e signora … non è possibile, non è possibile… - continuavo a ripetermi, balbettando.
I miei terribili pensieri vennero interrotti da un improvviso silenzio. Le luci erano state spente, Amleto giungeva in mio soccorso, Terence non c'era più.
Lo spettacolo filò via liscio fino alla morte del principe. Quando mi ritrovai disteso a terra, ferito mortalmente dalla spada di Laerte, immobile e con gli occhi chiusi, un'immagine inquietante mi apparve nel buio: Albert e Candy si tenevano le mani dove brillavano due splendidi anelli! Se non fossi stato davvero un grande attore sarei saltato in piedi, trasformando questa tragedia in una farsa! Di lì a poco, la chiusura del sipario mi avrebbe permesso di aprire gli occhi e scacciare via quell'incubo che restava ben visibile nelle tenebre che in quel momento mi avvolgevano.
Gli applausi e le ovazioni del pubblico si protrassero per diversi minuti. Ancora una volta Amleto non mi aveva tradito sebbene io avessi corso seriamente il rischio, più volte, di non rispettare il suo dolore. Un altro dolore gravava infatti sul mio cuore, lo sentivo riaffiorare a mano a mano che lasciavo andare quello del Principe di Danimarca e tornavo ad essere Terence.
Mentre da solo nel mio camerino finivo di togliere il trucco di scena, ripensavo ad una notte di dicembre, alla neve che scendeva silenziosa, come se temesse che il più piccolo rumore avrebbe potuto farmi crollare. Tutto intorno a me era muto e freddo perché chi riempiva la mia vita di calore non c'era più. L'avevo lasciata andare, chiedendole, anzi ordinandole di essere felice, mentre io… adesso lo sapevo, io quella sera ero morto. Terence sarebbe sopravvissuto solamente nel corpo e nella mente dei personaggi che avrebbe interpretato… per il resto non esisteva più.
Qualcuno stava bussando alla porta. Se fosse stato Albert con … lei, che cosa avrei potuto dire? Congratulazioni? Per fortuna fu Hathaway ad entrare per complimentarsi con me e ricordarmi di prendere parte al ricevimento organizzato per l’occasione. Robert sapeva bene quanto fossi intollerante a certi eventi, infatti si accontentava che partecipassi almeno a quello che seguiva la prima di ogni spettacolo. Non ero assolutamente dell’umore giusto, così tentai di convincerlo a lasciarmi libero per quella sera. Non ebbi successo, non volle sentire ragioni e mi costrinse ad andare con lui.
Pochi minuti d’auto furono sufficienti per raggiungere il Plaza Hotel. Robert insieme ad Arthur, interprete di un fantastico Orazio, entrarono per primi sfuggendo alla stampa, mentre io venni trattenuto all’ingresso dal solito stuolo di giornalisti e ammiratrici. Quando finalmente mi presentai nella sala del ricevimento, un lungo applauso mi accolse, lasciandomi come sempre sbalordito. Infatti, se con difficoltà tolleravo l’invadenza della stampa, apprezzavo e rimanevo piacevolmente sorpreso dall’affetto che il pubblico mi regalava ogni volta che concedevo la mia presenza. Sorrisi firmando ancora qualche autografo e ringraziando i presenti, prima di sedermi al tavolo con il resto degli attori.
L’atmosfera era di grande festa, il salone era già addobbato per le ormai imminenti festività natalizie, un grande albero decorato faceva bella mostra di sé al centro della stanza, mentre intorno erano stai disposti i tavoli per la cena. Enormi lampadari scintillanti facevano risplendere ogni cosa, i volti truccati delle signore e i loro preziosi gioielli, i colletti bianchi dei signori e i loro capelli carichi di brillantina.
Con la banale scusa di fumare, uscii in terrazza. Faceva molto freddo ma non più del gelo che sentivo dentro. Mi sembrava che quella sera niente avesse senso, come se fino a quel momento avessi vissuto la vita di qualcun altro, una vita che non mi apparteneva del tutto. Dov’era finita la mia? Era andata via con lei, quella notte!
Finii la sigaretta e ne accesi subito un’altra. Avrei voluto essere come quel fumo che usciva dalla mia bocca e si disperdeva nel buio.
- Terence devo sempre venire a cercarti!
- Ciao Jennifer … non ti avevo vista.
- Sei un bugiardo, un adorabile bugiardo e se mi dai un bacio ti perdono!
Si avvicinò senza aspettare che soddisfacessi la sua richiesta e si prese ciò che voleva. Poi mi guardò chiedendomi se stessi bene, sfiorandomi il viso con la dita.
- Mi è andato del fumo nell’occhio …
- Torniamo dentro, mi sto congelando – mi disse, stringendosi a me.
- Tu vai … tra poco arrivo.
Jennifer si allontanò per tornare nel salone, quando fu vicino alla porta si voltò e mi chiese se avessi visto il mio amico.
- Di chi parli? – le chiesi.
- Di quello per cui stavi per farti investire!
- No, non l’ho visto.
- Io sì!
- Come?
- È appena arrivato. Potevi dirmi di avere degli amici così affascinanti!
- Mi dispiace per te, ma credo sia già impegnato.
- Sei geloso forse?
Non le risposi. Certo che ero geloso, geloso marcio, ma non di lei.
- E comunque mi sono già informata da sola e ho saputo che è uno degli scapoli più ambiti d’America!
- A me risulta che fosse in teatro con la moglie.
- Ti stai sbagliando mio caro, quella ragazza che lo accompagna non è la moglie. Non ci crederai ma si tratta della figlia! Ti rendi conto, un uomo così giovane ha già una figlia di quell’età!
- La figlia?
- Sì, la figlia adottiva! Se ci pensi è più che normale per uno che si occupa di infanzia abbandonata. Ti aspetto al bar.
Rimasto da solo in terrazza non potei fare a meno di darmi del cretino! Come avevo potuto pensare che Albert e Candy …
Tornai dentro ostentando la mia solita spavalderia, ma il mio cuore tremava all’idea di trovarmela davanti. L'orchestra aveva iniziato a suonare e alcune coppie stavano ballando. C'era molta confusione. Andai al bar che era allestito in un angolo della stanza piuttosto appartato, protetto da una cortina di piante ornamentali. Dopo aver ordinato da bere mi sedetti su uno sgabello. Da quella posizione potevo osservare i ballerini senza essere notato. Nonostante il timore di vederla, i miei occhi non smettevano un istante di percorrere la stanza in lungo e in largo.
Dopo minuti interminabili di vana ricerca, mi raggiunse Arthur dicendomi che era stanco e preferiva andarsene.
- Tu che fai?
- Io credo che … resterò ancora un po'.
Arthur mi guardò storto, evidentemente stupito dalla mia risposta. Anche Jennifer, che si era avvicinata, sembrò sorpresa quando, volendo lasciare la festa, mi chiese di accompagnarla a casa ed io le suggerii di farsi dare un passaggio da Arthur.
Non me ne sarei andato prima di averla vista e fu proprio un attimo dopo che il mio fantasma biondo apparve come per magia davanti ai miei occhi. Non so quale espressione assunse il mio viso, ma doveva essere abbastanza chiaro a tutti che qualcosa, o meglio qualcuno, mi aveva appena rapito, portandomi via con sé. Tutto intorno a me infatti sembrò essere stato cancellato, quando i nostri sguardi si incrociarono, c'eravamo solo io e lei. Si stava dirigendo verso il bar e non appena mi vide si fermò di colpo, facendo ondeggiare delicatamente il lungo abito di chiffon rosso che indossava. Era semplicemente una visione, lo stesso sguardo limpido e sincero che mi aveva catturato l'anima in mezzo all'oceano era di nuovo davanti a me, l'avrei riconosciuto tra milioni di altri perché era unico.
Quando tra le sue lentiggini fece capolino un leggero sorriso, mi alzai e le andai incontro, come se avessi ricevuto un ordine perentorio.
- Terence – mormorò.
- Candy – tentai di rispondere, ma le mie labbra si mossero senza produrre alcun suono.
Solo a quel punto notai la presenza di Albert alle sue spalle che, per fortuna, riuscì a stemperare la tensione del momento.
- Devo farti i complimenti Terence, uno spettacolo incredibile, non mi sono ancora ripreso!
- Ti ringrazio molto Albert, l'Amleto può lasciare storditi in effetti.
- Beviamo qualcosa insieme?
Ordinammo da bere mentre facevo le presentazioni, tentando di ritrovare la calma. Jennifer, probabilmente pensando di farmi ingelosire, cercava in ogni modo di catturare l'attenzione di Albert riempiendolo di domande a proposito del suo lavoro e dei frequenti viaggi che lo portavano in giro per il mondo. Candy sorseggiava il suo drink in silenzio, ascoltando alcuni aneddoti buffi che Arthur le raccontava. Ed io… beh io ero seduto vicino a lei e non osavo guardarla, anche se il suo profumo mi confermava che era proprio lì, accanto a me!
Tenevo gli occhi bassi persi dentro al bicchiere che avevo in mano, riuscendo ad intravedere la sua mano sinistra poggiata su una gamba. Tirai un sospiro di sollievo quando notai che non c’era nessun anello. La sentii ridere più forte ed istintivamente mi voltai verso di lei. Arthur mi guardò e di colpo fece una domanda.
- Ma voi come vi siete conosciuti?
Non poteva sapere cosa avrebbe provocato in me ricordare. Per un istante mi sembrò addirittura di assaporare l’odore del mare e di avvertire la nebbia umida sul mio viso. Nessuno rispose.
- Eravate compagni di scuola a Londra, giusto signor Ardlay? Dovevate essere molto amici perché Terence si è quasi fatto investire quando gli è sembrato di vederla in 5th avenue qualche sera fa.
Albert mi guardò per un attimo sorpreso, io gli sorrisi leggermente imbarazzato e lui evidentemente capì ogni cosa.
- Ci siamo conosciuti a Londra, è vero, e siamo diventati molto amici. Sono davvero felice di averti rivisto Terence, ma temo sia ora di andare. Candy, mentre recuperi il soprabito, io vado a prendere l’auto. Ti aspetto all’uscita, d’accordo?
Candy gli rispose con un cenno ed Albert si allontanò. Arthur, da buon amico, chiese a Jennifer di ballare ed io pensai che non potevo farmi sfuggire quell’occasione. Nell’istante in cui Candy si alzò, raccolsi tutto il mio coraggio e le rivolsi la stessa frase di molti anni prima.
- Ti accompagno.
Lei si voltò lentamente verso di me e mi sorrise. Arrivammo in silenzio fino al guardaroba, la aiutai ad indossare il cappotto, restando di nuovo stordito dal suo profumo.
- Mi ha fatto molto piacere rivederti e ti faccio ancora i miei complimenti per lo spettacolo. Sei davvero un grande attore, il più bravo di tutti, ma non avevo dubbi in proposito.
Io la ascoltavo senza capire bene quello che mi stava dicendo perché un solo pensiero mi toglieva il respiro e cioè che lei stava per andarsene. Avrei voluto fermare il tempo e restare lì davanti a lei, anche in silenzio, semplicemente a guardarla, con gli occhi incollati ai suoi. Quando si mosse per dirigersi verso l’uscita capii invece che non c’era più tempo, dovevo farlo anche a costo di ricevere un rifiuto.
- Candy aspetta … anch’io sono stato molto felice di rivederti e vorrei che accadesse di nuovo.
Avevo pronunciato quella frase tutta d’un fiato e non respirai finché lei non accettò il mio invito. Mi disse però che non sapeva quando sarebbe stata di nuovo libera, allora le lasciai il mio numero di telefono chiedendole di chiamarmi.
- D’accordo, buonanotte Terence.
- Buonanotte.
Rimasi a guardarla mentre si allontanava e solo l’arrivo di Arthur mi trattenne dal correrle dietro.
Avevo
qualche giorno di vacanza. Dopo la prima, la seconda rappresentazione
dell’Amleto ci sarebbe stata il 6 gennaio. Avrei preferito di gran lunga
lavorare perché nello stato in cui mi trovavo, tenere la mente occupata mi
sarebbe stato di grande aiuto.
Da
qualche ora New York sembrava essersi addormentata sotto il manto di neve che
aveva iniziato a cadere copiosa, rendendo il paesaggio perfettamente in tono
con l’atmosfera di festa. Mancavano pochi giorni a Natale. Mia madre mi aveva
invitato a trascorrerlo con lei, nella sua villa di Long Island, dove avrebbe
di sicuro organizzato un grande party con un centinaio di invitati. La cosa non
mi entusiasmava affatto, ma non ero riuscito a dirle di no, anche se lei si era
accorta del mio scarso interesse.
Nel pomeriggio venne a trovarmi Arthur. Qualche settimana prima avevamo deciso di trascorrere un paio di giorni in montagna insieme alle ragazze ed altri suoi amici. Ma adesso non avevo alcuna intenzione di lasciare New York neanche per un minuto e glielo dissi.
- Come sarebbe che non vieni? E Jennifer? Ci resterà molto male quando glielo dirò.
- Ci penso io, stasera ci parlo!
- Che cosa stai combinando? Si può sapere per quale motivo hai cambiato idea?
Non avevo voglia di raccontargli di Candy, era ancora tutto così incerto poi, ma lui continuava ad insistere.
- Non sarà a causa di quel tuo “amico” biondo con gli occhi verdi?
Sorrisi confermando i suoi sospetti.
- Ah ok, allora è tutto chiaro! Hai intenzione di rivederla?
- Beh sì, però mi ha detto di essere molto impegnata in questi giorni, per cui le ho lasciato il mio numero e …
- Cos’hai fatto? E adesso te ne stai qui ad aspettare che lei ti chiami? Ti sei messo proprio in un bel guaio Graham, lo sai vero?
- Lo so, ma non potevo fare diversamente, lei se ne stava andando!
In quel momento squillò il telefono. Arthur mi guardò con un sorrisetto stampato sul viso e alzando la mano con le dita incrociate. Andai a rispondere e quasi soffocai nel dire “pronto”.
- Terence sei tu?
- Sì sono io … ciao Candy come stai?
Arthur sghignazzò e le sue dita incrociate si trasformarono in un segno di vittoria! Io gli feci cenno di smetterla e mi voltai dall’altra parte.
- Scusami se ti chiamo solo oggi ma prima non ho avuto un momento libero …
- Non devi scusarti, anch’io sono stato molto impegnato …
- Beh … se il tuo invito è ancora valido e domani non hai da fare, potremo pranzare insieme.
- L’invito è ancora valido … dove ti piacerebbe andare?
- Se non ti dispiace ti chiederei di venire qui al mio albergo, perché durante la mattina ho diversi appuntamenti e non ce la farei a spostarmi.
- Ok, in quale albergo ti trovi?
- Oh sì che sciocca, non te l’ho detto, sono al Grand Hotel in 31st Street.
- So dov’è!
- Giusto, tu ci abiti a New York … allora a domani, alle 12?
- D’accordo, a domani.
Chiusi la chiamata e finalmente potei respirare. Mi voltai verso Arthur che scoppiò in una fragorosa risata.
- Sei uno spettacolo, un vero spettacolo! Terence Graham vittima delle pene d’amore, chi l’avrebbe mai detto!
- Solo chi non ha conosciuto il dolore può ridere di chi soffre! – gli risposi chiamando Shakespeare in mio soccorso.
- Si si, lo so! Ma tu resti uno spettacolo! E poiché sono tuo amico, voglio darti un consiglio: chiudi al più presto con Jennifer, la conosco bene e può diventare pericolosa se si sente tradita.
Appena Arthur se ne andò, chiamai immediatamente Jennifer e le dissi che avevo bisogno di parlarle. Lei mi rispose che aveva un servizio fotografico e che potevo andarla a prendere allo studio più tardi per cenare insieme. Non era nei miei programmi cenare con lei ma ero così elettrizzato all’idea di vedere Candy il giorno dopo che non ci pensai troppo e tagliando corto le dissi che andava bene.
Il ristorante che aveva scelto era molto affollato per cui chiesi al cameriere se poteva destinarci un tavolo un po’ appartato, non avevo intenzione di parlare con lei davanti ad una folla, anche perché non sapevo come avrebbe reagito e quello che mi aveva detto Arthur non mi faceva stare tranquillo. Per fortuna ci sistemarono in una saletta privata senza nessuno intorno.
Finito di cenare Jennifer mi ripeté che era molto eccitata all’idea di trascorrere due giorni insieme, senza impegni né distrazioni. A quel punto dovetti dirle che non io non sarei andato. Mi guardò per un attimo con aria interrogativa, anche se a dir la verità non mi sembrò molto stupita, era come se in un certo senso se lo aspettasse. In ogni caso non la prese bene.
- Che cosa? Non ti azzardare a dirmi ancora che devi lavorare, non hai scuse questa volta! Sono più di due settimane che abbiamo deciso di andare, sono riuscita a liberarmi da ogni impegno ed ora non accetto un no!
- Non è mia intenzione trovare delle scuse infatti.
- Ecco, bravo! Quindi non c’è alcun motivo di non partire, sono solo due giorni in fondo, chiedo troppo?
- Non sono solo due giorni.
- Che vuoi dire?
- Voglio dire che non posso più uscire con te … nemmeno i giorni successivi.
- Mi stai dicendo che non vuoi più vedermi?
- Mi dispiace Jennifer, ma è così.
- Perché?
- Semplicemente perché non siamo fatti per stare insieme.
- Non è vero, stai mentendo! Io lo so qual è il motivo, è quella tua amica di Londra! Guarda che l’ho capito sai, non sono stupida come credi! Sei rimasto imbambolato appena l’hai vista al ricevimento, dopo l’Amleto.
Non volevo mentirle, ma neanche parlare di Candy con lei.
- Non ho mai pensato che tu sia stupida, ma lo sappiamo tutti e due che le cose non vanno tra noi.
- D’accordo, ho capito. Puoi almeno accompagnarmi a casa?
- Certo.
Pagai il conto e uscimmo dal ristorante. Stranamente fuori trovammo uno stuolo di giornalisti che ci riempirono di flash, fino a quando la mia auto non scomparve dalla loro vista.
Nella sala qualche altro tavolo era occupato e notai che alcune ragazze mi osservavano, probabilmente mi avevano riconosciuto. Dopo aver esitato si alzarono e vennero verso di me per chiedermi un autografo. Mentre firmavo alcune mie foto che avevano con loro, ad un tratto un profumo inconfondibile mi raggiunse. Mi voltai. Candy era in piedi poco distante da noi e ci guardava con un leggero sorriso. Congedai le mie ammiratrici e mi scusai con lei.
- Non ti ho vista arrivare, perdonami.
- Figurati, non c’è problema, inconvenienti del mestiere suppongo.
- Già …
- È tanto che aspetti?
- No – le risposi, di nuovo travolto da una miriade di sentimenti.
Era molto diversa da quando l’avevo vista al Plaza. Indossava un golf chiaro e un paio di pantaloni scuri, i capelli raccolti sulla nuca, solo un ricciolo ribelle le sfiorava la tempia. Era comunque bellissima.
Ci sedemmo e iniziammo a guardare il menù. Non avevo fame. Non so se Candy si accorse della mia agitazione che cercavo di mascherare, evitando di guardarla negli occhi. In ogni caso fu lei a parlare per prima.
- Non lo sai che il fumo può danneggiare le corde vocali? Un attore dovrebbe fare più attenzione!
Sorrisi e spensi la sigaretta, ormai terminata.
- Non sei cambiata affatto, sei sempre la solita impicciona! – esclamai e il ghiaccio fu rotto.
Da quel momento iniziammo a battibeccare su ogni cosa, pensando entrambi di avere ragione. Fu soprattutto il paragone fra tè e caffè a metterci a dura prova: lei asseriva naturalmente, da buona americana, la superiorità del caffè, mentre io, rispolverando le mie origini inglesi non tolleravo che il tè finisse al secondo posto!
Dopo qualche minuto di discussione in cui ognuno aveva lodato le caratteristiche della bevanda preferita, scoppiammo entrambi a ridere poi me ne uscii con una frase che lei evidentemente non si aspettava.
- Non penserai davvero che il caffè sia migliore del tè, dai Lentiggini falla finita!
La vidi abbassare lo sguardo e appoggiare la schiena alla sedia. Dopo un attimo di silenzio mi chiese se volessi fare due passi, nel giardino adiacente l’albergo. Acconsentii e mi alzai per pagare il conto, ma lei me lo impedì dicendomi che non importava.
- Faccio io – mi disse.
- Cosa? – le chiesi stupito.
- Sei mio ospite! – mi rispose decisa.
- D’accordo.
Il giardino dell’hotel ricoperto di neve aveva un aspetto da favola. Anche se faceva freddo, in quel momento era uscito il sole e tutto sembrava risplendere. Passeggiammo un po’ in silenzio attraverso il labirinto creato dalle siepi. Cercavo a fatica di mettere in ordine i pensieri. Volevo parlarle ma non sapevo da dove cominciare. Avevo una paura tremenda di dire qualcosa di sbagliato. Quel “Lentiggini” che poco prima a tavola mi era sfuggito in maniera tanto naturale, aveva come soperchiato un mondo sommerso che adesso tornava prepotentemente davanti ai miei occhi, sconquassandomi l’anima. Ma non sapevo cosa lei stesse provando, volevo saperlo ma allo stesso tempo ne ero terrorizzato.
- Non mi sarei mai aspettato di rivederti a New York.
- Sono molti anni che non vengo, la fondazione Ardlay si sta ampliando e … dal momento che me ne occupo io … questa volta sono dovuta venire per forza.
Capii dalle sue parole che avrebbe fatto volentieri a meno di tornare in questa città, forse le ricordava ancora qualcosa di troppo doloroso? Non osai farle questa domanda. Lei continuò parlandomi del suo lavoro, di quanto le piacesse e ne andasse orgogliosa. Mi raccontò di Albert e di come si fosse rivelato il famoso zio William che l’aveva adottata. Poi mi fece di nuovo i complimenti per la mia carriera di attore, per la tournèe in Europa e mi disse che Miss Pony e suor Lane erano le mie più grandi ammiratrici.
Ecco, ecco un altro pezzo di noi che tornava: mi rividi in quella stanza davanti alle due donne che l’avevano cresciuta, ricordavo persino il sapore della cioccolata che mi offrirono e poi … la collina!
Mi fermai, anche lei. Ci guardammo per un istante, quante cose avrei voluto dirle!
- Mi dispiace - mormorai.
Ebbi l’impressione che fosse sul punto di piangere ma non lo fece. Venimmo interrotti da un inserviente dell’hotel il quale informava Miss Ardlay che Mr. Norton la stava cercando.
- Devo andare.
- Posso ricambiare l’invito?
Candy esitò, ebbi paura che rifiutasse.
- Ti prego, tra qualche settimana tornerai a Chicago e probabilmente non ci vedremo più …
- Va bene – rispose con un filo di voce.
- Domani sera, da Pete’s?
- Ok, ci vediamo lì.
Quella sera per fortuna non c’era neanche molta gente. La neve e le temperature rigide di quei giorni non incoraggiavano certo ad uscire, ma io non sentivo freddo! Mi accomodai e per un po’ riuscii ad ostentare una certa tranquillità, fingendo che il lieve ritardo di Candy non mi preoccupasse affatto. Ma più i minuti passavano e più iniziavo a temere che le cose non sarebbero andate come pensavo. Infatti.
- Mr. Graham mi perdoni se la disturbo. Ha appena chiamato Miss Ardlay scusandosi, ma per un impegno improvviso, non può raggiungerla – mi comunicò il cameriere.
Rimasi senza parole per un attimo, poi gli chiesi se avesse detto il motivo. Mi rispose di no.
- Non ha lasciato nessun altro messaggio per me?
- Non ha detto altro. Vuole ugualmente che le porti il menù?
- No.
Mi alzai, lasciandogli una lauta mancia e uscii.
Aveva ripreso a nevicare, ma non avevo voglia di tornare subito a casa. Mi fermai in un bar per bere qualcosa di caldo. Mi sforzavo di credere alle parole del cameriere, ma dentro di me sapevo che Candy non aveva detto la verità, altrimenti mi avrebbe fatto chiamare per parlare direttamente con me al telefono. No, c’era qualcosa sotto e tutte le paure che fino al giorno in cui l’avevo rivista mi avevano impedito di cercarla mi invasero all’improvviso. Non era venuta perché semplicemente non desiderava vedermi, perché aveva chiuso con il nostro passato. Non mi aveva forse detto che era a New York per la fondazione? Che cosa mi ero messo in testa? Che stupido!
Che cosa sapevo in fondo di lei? Un bel niente. In questi anni in cui eravamo stati lontani, io avevo fatto la mia vita e lei la sua. Cosa poteva essere rimasto di quei due ragazzini della St. Paul School? Dopo che ci eravamo lasciati in quel modo …
Eppure … mi era sembrato di ritrovare la stessa dolcezza nei suoi occhi, quando ci eravamo salutati al Plaza e poi le risate a pranzo insieme e l’imbarazzo nel salutarsi. Avevo immaginato tutto?
Avrei voluto chiamarla e chiederle spiegazioni, ma in quel momento ero troppo deluso e amareggiato. Pensai che fosse meglio aspettare il giorno dopo. Pagai il conto e mentre stavo per andarmene passai vicino ad un tavolino dove erano sparse alcune riviste. Rimasi impietrito quando notai che su una copertina c’ero io insieme a … Jennifer! Presi il giornale ed iniziai a leggere, rimanendo sconvolto dal titolo che mi riguardava:
Ero furioso! Jennifer conosceva bene l’ambiente dello spettacolo e sapeva perfettamente che una volta diffusa una notizia, seppur falsa, non sarebbe stato facile far credere il contrario. Arthur aveva ragione, questa era chiaramente la sua vendetta!
Tornai al mio appartamento deciso a farle smentire in ogni modo quello che aveva dichiarato. Provai a chiamarla ma il telefono suonava a vuoto. Mi buttai sul letto cercando di riordinare le idee e fu a quel punto che mi venne in mente il vero motivo per cui Candy non era venuta a cena: di sicuro aveva letto quell’articolo, per questo aveva cambiato idea … ma allora …
4.
Quando la sera prima avevo letto l'intervista di Jennifer, preso
da una rabbia furibonda, ero stato sul punto di andare da lei e costringerla in
qualche modo a smentire ogni parola. Se è vero che la notte porta consiglio,
nel mio caso mi aveva fatto cambiare decisamente idea. Parlare con Jenny
sarebbe stata solo una perdita di tempo, conoscendola non sarebbe mai tornata
sui suoi passi ed io non potevo certo minacciarla. Era inutile, dovevo
innanzitutto essere sicuro che Candy avesse visto l'articolo e che per questo
motivo non fosse venuta all'appuntamento. Anche perché il fatto che io stessi
per sposarmi non le avrebbe dovuto impedire di cenare con un vecchio amico a
meno che… non lo considerasse solo un vecchio amico! Quest'idea apparentemente
folle non mi aveva fatto chiudere occhio per tutta la notte. Potevo davvero
concedermi simili pensieri su di lei, su ciò che ancora provava per me?! Ero
così sicuro che almeno un tempo mi avesse amato? In fondo non me lo aveva mai
detto! Ma se per questo nemmeno io, eppure Candy era stata l'unica ragazza di
cui mi fossi innamorato e lo era ancora.
Quando il cameriere mi aveva avvisato che non sarebbe venuta, la
delusione era stata così forte che quasi non ci volevo credere. Fino all'alba
avevo riflettuto su ciò che sentivo dentro di me da quando l'avevo appena
intravista nella 5th avenue. Dovevo rivederla ad ogni costo prima che
ripartisse per Chicago, non avevo molto tempo!
Mi alzai dal letto e mi feci una doccia, mi vestii e dopo pochi minuti ero in auto diretto al Grand Hotel. Al suo albergo mi dissero che non era ancora rientrata, mi chiesero se volessi lasciarle un messaggio ma io avevo bisogno di parlarle di persona.
Deluso e arrabbiato,
dopo aver girovagato per un po', tornai a casa pensando che avrebbe anche
potuto telefonarmi, per scusarsi di avermi avvisato all'ultimo momento o per
organizzare un altro incontro. Mi chiusi nel mio studio fingendo di leggere per
un paio d'ore. A chiamarmi fu invece Arthur che aveva visto l'articolo e, dal
momento che non credeva affatto fossi sul punto di sposarmi, voleva sapere cosa
avessi intenzione di fare.
*****
- Stavi uscendo? - mi chiese scrutandomi da cima a fondo.
- Beh … sì, stavo andando da Eleanor… a cena…
- Allora… torno un'altra volta … avrei dovuto immaginare che eri
impegnato…
- Ma tu sei qui per un motivo.
- Non ha importanza… davvero…
Mi fermai e questa volta fu lei a baciarmi. Non avevo mai
dimenticato la dolcezza delle sue labbra e ritrovarla in quel momento fece
scomparire tutto il tempo che avevamo passato lontani, come se davvero non ci
fossimo mai separati. Insieme al suo sapore ritrovai anche la mia sfacciataggine
e così …
Avevamo ancora i cappotti indosso, Terence mi aiutò a togliere il mio poi, mentre anche lui faceva lo stesso, mi venne in mente che dovevo dargli una cosa. Feci per allontanarmi ma lui mi trattenne.
- Dove credi di andare?
- A prendere il tuo regalo di Natale!
- Come sarebbe… mi hai comprato un regalo?
Tornai da lui poco dopo con un pacchetto.
- Non è giusto, io non potevo sapere che eri ancora a New York e…
- Non importa - gli dissi, impedendogli di parlare con la punta delle dita sulla sua bocca.
Poi gli detti il pacchetto, precisando che non si trattava di un vero e proprio regalo, ma di una cosa che gli apparteneva. Lui mi guardò perplesso, poi si decise ad aprirlo.
- Il mio cravattino… lo indossavo a Londra, ma perché ce l'hai tu?
- Un giorno mi ero ferita leggermente ad un braccio e tu me lo fasciasti con questo… non ti ricordi?
- Certo che mi ricordo, ricordo tutto di quel giorno, la nostra corsa a cavallo… non sapevo più cosa fare per fartelo dimenticare!
- Lo so… ma da quel giorno iniziai di nuovo a vivere e a vedere te con occhi diversi.
- Vieni qui! - esclamò invitandomi ad avvicinarmi a lui che si era seduto sul divano, facendo in modo che mi sedessi sulle sue gambe.
- Quando hai lasciato la scuola ho promesso a me stessa che ti avrei rivisto e te lo avrei restituito.
- È solo per questo che volevi rivedermi?
- No, volevo anche dirti una cosa che non ti ho mai detto.
- Fallo adesso.
Terence mi guardava con un'espressione così tenera che credevo di non avergli mai visto, non fu difficile dirgli quello che da sempre provavo per lui.
- Volevo dirti che ti amo, come non ho mai amato nessuno ed ora so anche che non potrò mai amare nessun altro.
- Come nessun altro?
- Come nessun altro!
- Ho temuto tante volte di sapere che accanto a te c'era qualcuno…
- Nessuno ha mai retto il confronto!
Sorrise poi fece un lungo sospiro, prima di parlare.
- Voglio che tu sappia una cosa e poi ti giuro che non parleremo più del passato.
- Ti ascolto.
- Non c'è mai stato niente tra Susanna e me, niente di niente. Ho cercato di starle vicino ed aiutarla a sopportare la sua difficile condizione, ma non ho mai provato per lei sentimenti diversi dall'amicizia e dalla gratitudine. Mi credi?
- Sì.
Mi prese il viso tra le mani e mi baciò. Era un bacio diverso da quelli che ci eravamo scambiati a casa di sua madre. Era un bacio che voleva di più. Sentii girare la testa, chiusi gli occhi e mi abbandonai alla voracità della sua bocca. Quando si fermò distolse lo sguardo e poi mi disse che forse avrebbe fatto meglio ad andarsene. Era molto tardi in effetti ma l'idea di separarmi da lui in quel momento mi sembrò una follia.
- Non voglio che te ne vai… - gli sussurrai e lui mi sorrise.
- È meglio se vado credimi… domani hai qualche impegno?
- No… ho alcuni giorni di vacanza.
- Ti piacerebbe trascorrerli con me?
- Dipende…
- Come sarebbe dipende? E da cosa?
- Da quello che mi proponi!
- D'accordo… allora questa è la mia proposta: domani mattina ti passo a prendere alle… diciamo alle 10.
- Tutto qui?
- Sì.
- Potrei sapere dove andremo?
- Non ti dirò altro, prendere o lasciare!
- Detto questo si alzò dal divano e si diresse verso la porta.
- Dimmi almeno cosa dovrò portare.
- Ok… abbigliamento sportivo e pesante, ma… non troppo difficile da togliere, altrimenti mi farai impazzire!
- Terence!!!
- Ah un'altra cosa: puoi disdire l'albergo perché quando torneremo non ne avrai più bisogno.
Poi mi dette un ultimo bacio leggero e uscì.
La mattina mi svegliai molto presto e preparai subito la mia valigia ripensando a ciò che mi aveva detto Terence: abbigliamento sportivo e pesante… ma non troppo difficile da togliere. Ecco, quest’ultima frase, decisamente sfacciata e tipica di lui, mi faceva agitare ma nello stesso tempo mi trasmetteva anche una profonda sicurezza proprio perché mi riportava alla mente il ragazzo che avevo conosciuto, il mio Terry!
Erano quasi le 10, l'ora in cui sarebbe dovuto passare a prendermi e la mia inquietudine non faceva che aumentare di minuto in minuto perché in un remoto angolino del mio cuore ancora persisteva il timore che lui non sarebbe venuto e che qualcosa sarebbe andato storto.
Sentii bussare alla porta e attesi un momento prima d'andare ad aprire, cercando di respirare normalmente.
- Buongiorno Lentiggini, dormito bene?
- Mi trattenni dal baciarlo, gli sorrisi e feci cenno di sì. Lui entrò, prese il mio bagaglio e mi chiese se fossi pronta.
- Prontissima! - esclamai facendolo ridere di gusto.
Durante la notte aveva nevicato molto, ma quella mattina splendeva un meraviglioso sole invernale. Saliti in auto ci dirigemmo verso Bear Hill, una delle vette delle Hudson Highlands, appena fuori New York.
Seduta vicino a Terence mi sentivo tremendamente nervosa, fingevo di osservare il panorama ma in realtà non facevo altro che lasciar correre i miei occhi verso di lui. Potevo guardarlo senza che se ne accorgesse, dal momento che era impegnato a guidare. I suoi lineamenti si erano fatti più marcati da quando ci eravamo visti l'ultima volta, sette anni prima, i capelli più corti gli sfioravano appena le spalle, ma l'espressione dolce del suo viso non era affatto cambiata ed io non potevo fare a meno di restarne sopraffatta. Non riuscivo a comprendere poi perché le sue mani in particolare attirassero la mia attenzione: il modo in cui si sfiorava la fronte per spostare i capelli, oppure quando ne teneva una sul volante e l'altra poggiata sulla gamba, o quando con due dita si accarezzava il mento… ogni suo minimo gesto mi faceva ballare lo stomaco e finivo per dover distogliere lo sguardo.
- Cos'hai Lentiggini, sei così silenziosa? - mi chiese d'un tratto, facendomi sobbalzare.
- Niente… sto ammirando il paesaggio, davvero incantevole!
- Il paesaggio? Io dico invece che stai ammirando il sottoscritto!
- Cosa?!!!
- Vorresti negare che non riesci a staccarmi gli occhi di dosso?
- Avrei dovuto immaginare che diventare famoso non avrebbe fatto altro che aumentare il tuo ego! In quanto a presunzione non hai mai avuto rivali e devo dire che non sei affatto migliorato.
Terence iniziò a ridere vigorosamente facendomi agitare ancora di più.
- La vuoi smettere!
- Anche tu non sei migliorata… ti arrabbi subito per delle sciocchezze, non si può scherzare con te! - esclamò continuando a ridere.
- Guarda che se continui…
Non mi lasciò finire la frase, divenuto improvvisamente serio, prese con dolcezza la mia mano e, dopo averne baciato il palmo, la poggiò sulla sua gamba continuando a stringerla. Ero certa che in quel momento le mie guance avessero preso un inconfondibile color porpora. Terence mi guardò per un istante e se ne accorse. Sorrise baciando di nuovo la mia mano senza lasciarla.
Dopo una strada piena di curve che lui si divertiva a percorrere facendomi ondeggiare da una parte all’altra, ridendo come un matto ogni volta che gli finivo addosso, arrivammo circa a metà del versante orientale della montagna. Terence fermò l’auto davanti ad uno chalet in legno, immerso nella neve.
- Attenta a dove metti i piedi, potrebbe esserci del ghiaccio dove ancora non è arrivato il sole.
Non aveva ancora terminato di dire queste parole che sentii perdere aderenza col terreno, per fortuna lui mi prese al volo.
- È un po’ presto per cadere ai miei piedi, non credi?
Lo guardai fulminandolo e dicendogli che ce la facevo benissimo da sola. Entrammo e mi sembrò come se ci fossi già stata. La stanza, molto semplice, aveva un’aria familiare. Sulla parete a sinistra c’era una piccola cucina e un tavolo, mentre a destra c’erano una libreria e un divano posizionato davanti al camino. Terence si dette subito da fare per accendere il fuoco, altrimenti saremmo congelati. Poi mi fece vedere la camera da letto, una soltanto, con un grande letto al centro. Lo guardai perplessa e un po’ imbarazzata.
- Non ti piace? Mi dispiace ma c’è solo questa.
- No è molto carina, ma …
- Ma?
Non sapevo come dirglielo e avevo la vaga impressione che lui facesse finta di non capire.
- Quando ho comprato questo posto, qualche anno fa, non ho pensato che un giorno avrei ospitato qualcuno.
- Dunque è tuo?
- Sì. Mi piaceva l’idea di avere un piccolo rifugio dalle noie del mondo e qui non mi ha mai trovato nessuno!
- Vuoi dire che non ti ha mai accompagnato nessuno, qui?
- Esatto, sono sempre salito fin quassù … da solo! – dicendo questo mi guardò dritto negli occhi, poi riprese – E non ho mai utilizzato questa camera, preferisco il divano così posso controllare che il fuoco non si spenga.
Senza accorgermene tirai un sospiro di sollievo e lui scosse la testa, sghignazzando. Quanto gli piaceva mettermi in imbarazzo!
Dopo aver mangiato qualcosa uscimmo a fare una passeggiata. Nei dintorni c’erano molti sentieri da poter percorrere, uno portava ad un piccolo lago che in quel momento era completamente ghiacciato. Così, pattini ai piedi, ci divertimmo soprattutto a cadere! Devo dire che stranamente era sempre Terence il primo a finire lungo e disteso e mentre cercavo di aiutarlo a rialzarsi mi ritrovavo ogni volta sopra di lui.
- Sbaglio o lo stai facendo di proposito? – gli chiesi.
- Per niente, sei tu che non ti reggi in piedi!
Tolti i pattini, lo rincorsi fino allo chalet, inutilmente. Lo raggiunsi solo davanti alla porta.
- Sei odioso! – esclamai direttamente sul suo viso.
- Davvero? – chiese prima di stamparmi un bacio sulle labbra e scomparire dentro la baita.
Nei giorni successivi nevicò molto e non potemmo uscire. Trascorrevamo il tempo raccontandoci ciò che avevamo fatto negli ultimi anni, senza però ricordare i momenti dolorosi che avevano caratterizzato la nostra storia. Avevamo deciso di non parlarne più, di chiudere con quei due ragazzi sui quali il destino si era accanito, che non riuscivano mai ad incontrarsi e che per molto tempo avevano dovuto rinunciare al loro amore. Ma l’amore in realtà non li aveva mai lasciati, era sempre lì, era giunto il momento di andare avanti. Era un po’ come se stessimo cercando il modo per farlo. Non potevamo comunque ignorare il fatto che non ci conoscevamo solo da poco tempo, eravamo stati ragazzini insieme e proprio in quel periodo era nato tutto. Credo che entrambi sentissimo adesso molto forte il desiderio di dare una svolta alla nostra storia, probabilmente eravamo un po’ spaventati da questo e comportarci come i ragazzini della St. Paul School ci rassicurava in un certo senso, ma non eravamo più due ragazzini.
La sera del 30 dicembre, dopo aver cenato eravamo seduti sul divano davanti al fuoco crepitante, mentre fuori imperversava una bufera di neve e vento. Avevo chiesto a Terence di leggermi qualcosa e lui aveva scelto alcuni libri di poesie. Si schiarì la voce e lesse la prima:
da quel beato legno che vibra sonoro sotto le tue dolci dita,
e soavemente governi gli accordi delle corde metalliche
e il mio orecchio rapisci.
Invidio quei tasti che lievi saltellano per baciare il cavo
della tua morbida mano, mentre le mie labbra
che dovrebbero mietere tal mèsse, rimangono presso te
arrossendo dell’ardire di quei pezzi di legno!
Per essere sfiorate in tal modo esse cambierebbero stato
e posizione con quei tasti saltellanti
sui quali le tue dita vanno vagando con gentil movimento,
facendo un legno insensibile più felice di labbra viventi.
E poiché quegli sfacciati ci godono tanto,
da’ a baciare ad essi le tue dita e le tue labbra a me.[1]
- Evidentemente non ho avuto un buon maestro! Uffa … questo Shakespeare inizia a starmi antipatico!
Terence sorrise fragorosamente e cambiò libro.
- Vediamo se questo ti piace di più …
poi altri mille e altri cento,
poi ancora altri mille e altri cento.
Quando ne avremo fatti molte migliaia,
li confonderemo per non sapere più il loro numero,
che nessuno possa farci più del male,
sapendo un numero così enorme di baci.[2]
- Carino … - mormorai ostentando una tranquillità che non possedevo assolutamente.
D’un tratto il vento iniziò a scuotere le imposte. Terence uscì per chiuderle e quando tornò dentro era ricoperto di neve.
- Aspetta, ti aiuto – dissi avvicinandomi per togliere i fiocchi di neve che aveva tra i capelli.
- Credo che la temperatura si sia abbassata ancora! – esclamò tremando per il freddo, dopo essersi tolto il cappotto.
Istintivamente, senza riflettere, lo abbracciai per riscaldarlo, mentre lo avvolgevo in una coperta. Anche lui si strinse a me, poi insieme ci sedemmo sul divano.
- Temo che domani dovremo rientrare a New York. Se continua a nevicare così forte rischiamo di rimanere bloccati qui e le scorte di cibo potrebbero non essere sufficienti, considerando … quanto mangi!
- Non è vero! E poi … mi dispiace andar via.
- Ah sì, e perché ti dispiace?
- È molto bello questo posto e in un certo senso … ti somiglia.
- Somiglia a me? Che vuoi dire?
- Beh quando siamo arrivati, all’esterno tutto era immerso nella neve e faceva molto freddo, era un bel paesaggio ma incuteva anche un po’ di timore. All’interno invece è molto caldo e accogliente. Un po’ come te: ad una prima impressione sembri freddo e distante, ma poi … - mi bloccai non riuscendo ad andare avanti. Terence mi ascoltava in silenzio, con l’aria molto attenta a quello che dicevo.
- Sono caldo e accogliente? – domandò serio.
Annuii.
- Ma se non fai altro che ripetermi che sono insopportabile, arrogante e odioso!
- E lo sei, in questo non sei cambiato affatto!
- Hai ragione, io non sono cambiato … niente è cambiato … ti amo oggi come allora.
- Terry …
Mi attirò a sé stringendomi forte ed io feci lo stesso. Restammo immobili non so per quanto, avvolti dal calore del fuoco e cullati dai nostri respiri, come se pian piano, in silenzio, riuscissimo a curare le nostre ferite. Persa nel suo profumo, riuscivo a pensare solo ad una cosa e la mia bocca dette voce al mio cuore.
- Non voglio lasciarti mai più, voglio restare con te … - non ebbi il coraggio di continuare, la paura di pronunciare quelle due ultime parole mi chiudeva la gola. Fu lui a proseguire, indovinando perfettamente cosa volessi dire.
- Per sempre? – mi chiese, con le labbra poggiate sulla mia fronte.
- Per sempre! – confermai.
Con la mano mi prese il mento per fare in modo che lo guardassi.
- Ho una gran paura Terry … paura di crederci di nuovo, che tutto svanisca come …
Mi interruppe – Non accadrà! – esclamò deciso, stringendomi la nuca con una mano e avvicinando le sue labbra alle mie. Chiusi gli occhi e gli ultimi centimetri che ci separavano scomparvero.
Mi baciò a lungo, come non aveva mai fatto, come se non gli bastasse mai. Ripensai alla prima volta, a quando rimasi così turbata da quel bacio tanto da schiaffeggiarlo. Solo più tardi ne compresi il senso. Fu come se attraverso quel bacio le nostre anime si fossero mischiate e da quel momento sarebbe stato impossibile separarle. La mia vita sarebbe stata inesorabilmente legata alla sua, per sempre. Non importava quello che sarebbe accaduto di noi, anche vivendo lontani miglia e miglia, in qualunque parte del mondo, io sarei stata sua e lui mio.
Adesso non eravamo più lontani, solo un’ultima cosa ci separava ed io avevo l’impressione che lui desiderasse eliminare anche quella, infatti in mezzo ai baci lo sentii mormorare.
- Non sai quanto ti voglio …
Poi si bloccò all’improvviso come se quella frase gli fosse sfuggita dalle labbra senza rendersene conto e si alzò per riavviare il fuoco. Rimasta da sola sul divano avvertii immediatamente un brivido gelido percorrermi la schiena dove poco prima le sue braccia mi stringevano. Lo osservavo di schiena, in ginocchio davanti al camino, sistemare la legna. La fiamma riprese forza e illuminò entrambi di una luce dorata. Pensai che anche la nostra vita insieme poteva essere così, piena di calore e di luce: questo era lui per me, calore e luce.
- Anch’io … - sussurrai.
Terence si voltò, stringendo gli occhi per capire cosa intendessi.
- Anch’io ti voglio – dissi mettendomi in ginocchio davanti a lui che mi guardava incredulo.
Allungò una mano e mi spostò il solito ricciolo ribelle dietro l’orecchio ed io, per convincerlo che aveva capito bene ciò che avevo appena detto, lo baciai. Dopodiché … si tolse il maglione, aiutandomi a fare lo stesso con il mio. Mi prese le mani, attirandomi e facendo in modo che mettessi le mie gambe intorno ai suoi fianchi. Mi sorrise accarezzandomi le spalle. Io feci lo stesso unendo le mie braccia dietro al suo collo. Riprese a baciarmi, ovunque glielo consentissero i vestiti che avevo ancora indosso. Sotto le mie mani avvertivo il calore della sua pelle che non sembrava dovuto alla vicinanza del fuoco, era lui che bruciava, bruciava per me, voleva me.
Dopo alcuni minuti di baci e carezze, avvertii chiaramente che non ci bastavano più. Ci sdraiammo sul tappeto. La tenerezza sul suo viso mischiata al desiderio era qualcosa di indescrivibile, o forse era semplicemente amore. Continuò a spogliarmi, aiutandomi a togliere i pantaloni e, dopo aver tolto i suoi, si sdraiò accanto a me. Restammo per qualche istante così, occhi negli occhi, incollati l’uno all’altra, come in attesa. Anche in quel momento temevamo forse che qualcosa potesse separarci? No. Mi prese una mano e la mise sul suo petto, sotto la pelle calda percepii il suo cuore martellare furiosamente.
- Questo è l’effetto che hai su di me … da sempre!
Stentavo quasi a credere che il ragazzo che avevo davanti a me in quel momento fosse proprio Terence. Non si nascondeva più dietro gli scherzi o i soliti soprannomi, potevo vedere chiaramente la sua anima che mi adorava ed io non riuscivo più a fare a meno di lui.
Quanti baci ci scambiammo quella notte? Non saprei, sicuramente molti più di quelli declamati dal poeta. Quel primo bacio interrotto da uno schiaffo si era trasformato in una folle passione, libera da ogni paura.
31 dicembre 1924
È ancora notte, ma io non riuscivo a dormire e mi sono alzata. Ogni tanto qualche brutto sogno torna a turbare la mia serenità … Mi sta chiamando dalla camera da letto, vado da lui.
- Dov’eri andata Lentiggini? – mi chiede assonnato, abbracciandomi.
Non rispondo e mi stringo a lui che sprofonda il viso nel mio collo, accarezzandolo con le labbra.
- Terry che fai …
- Ormai siamo svegli e poi … quando nascerà il bambino so già che avrai occhi solo per lui … quindi ne approfitto …
- Non sarai geloso anche di tuo figlio?
- Io non sono geloso!
- Sì invece!
- No.
- Sì.
Mi imprigioni le labbra con le tue e non parliamo più.





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