When I fall in love...
1.
Broadway, novembre 1913
- Bene signori, per oggi abbiamo finito! - esclamò il direttore con evidente soddisfazione.
Per tutta la settimana erano passati sotto i suoi occhi centinaia di aspiranti attori che erano stati esaminati con la massima attenzione. Hathaway del resto, prima di essere un direttore artistico, era stato lui stesso un grande attore, aveva calcato i palcoscenici più importanti d'America, si era guadagnato fama e rispetto che ora facevano della sua compagnia teatrale una delle più importanti. Tutti desideravano lavorare alla Stratford!
Così ogni anno la compagnia apriva le porte per dare la possibilità a qualche giovane di belle speranze di poter coronare il sogno di diventare un attore. Grazie alle audizioni che si erano appena concluse, Richard Clarck e Josephine Murrey si erano conquistati un posto alla corte di re Robert e, anche se sapevano bene che la gavetta sarebbe stata assai dura, la loro gioia era comprensibilmente incontenibile quando venne loro comunicato che erano stati scelti.
- A questo punto direi che siamo al completo, giusto Robert?
- Lo credo anch'io Mr. Lindon.
- Non mi ha ancora detto cosa avete pensato di presentare per inaugurare la stagione, è un segreto forse?
- Oh no si figuri, nessun segreto, anche se non nego che provo un certo piacere nel mantenere un alone di mistero sui miei spettacoli, per creare un po' di aspettativa.
- Aspettativa che dovrà essere soddisfatta!
- L'ho mai delusa forse?
- Assolutamente no! Attendo grandi cose anche stavolta allora, mi raccomando... arrivederci.
- Arrivederci e grazie per la visita.
Mr. Lindon era il principale finanziatore della compagnia Stratford. Grande appassionato di teatro, aveva tentato da giovane di concretizzare le sue velleità artistiche calcando più volte il palcoscenico. Tuttavia la mole di fischi che puntualmente riceveva lo avevano indotto presto a desistere. Inoltre l'azienda di famiglia, produttrice di sigari da più di una generazione, reclamava la sua presenza, per cui era uscito definitivamente dalla porta degli artisti, accontentandosi di accomodarsi in platea ad applaudire. Quando poi gli affari avevano iniziato ad andare molto bene e le sue fabbriche a moltiplicarsi in tutto il Paese, aveva salito le scale che portavano ai piani alti, nelle stanze dove si decide chi è destinato alla gloria e chi no. In realtà lui non decideva proprio nulla, si fidava ciecamente dell'opera di Hathaway e soprattutto del suo intuito nello scoprire nuovi talenti come quella ragazzina che era arrivata la stagione precedente e che in pochi mesi aveva dimostrato tutto il suo talento.
Proprio in quel momento stava facendo il suo ingresso nel teatro e Mr. Lindon non poté fare a meno di soffermarsi ad ammirarla, come sempre. La definiva la personificazione della grazia: la figura esile e leggiadra, il viso angelico dalla pelle di porcellana, incorniciato da lunghi capelli color oro, dove rilucevano due occhi azzurri come il cielo di primavera.
- Buon pomeriggio Mr. Lindon, che piacere vederla!
- Il piacere è mio... ah se fossi un po' più giovane! Beato quel giovanotto che conquisterà il suo cuore!
- Così mi fa arrossire... è qui per le audizioni?
- Certamente e Mr. Hathaway ha fatto come al solito un'ottima scelta! Anche se, detto tra noi, nessuno alla sua altezza naturalmente!
Mr. Lindon avvicinandosi le aveva sussurrato queste ultime parole per non farsi sentire dagli altri, la giovane aveva sorriso imbarazzata e lusingata allo stesso tempo.
- Adesso però si è fatto tardi, è meglio che io vada.
- Arrivederci, la aspettiamo per la prima.
- Non me la perderei per niente al mondo, a presto mia cara!
La ragazza tornò a sedersi in platea insieme agli altri attori e attrici della compagnia. Hathaway presentò loro i due che avevano superato la selezione e che entravano ufficialmente a far parte della Stratford: erano entrambi newyorkesi, giovani e pieni di entusiasmo. Richard vantava già qualche piccola parte in spettacoli di un certo livello, mentre Josephine aveva calcato il palcoscenico solo come comparsa ma durante il provino aveva mostrato comunque una notevole presenza scenica.
Dopodiché tutti vennero congedati.
- Mi raccomando, domani mattina alle 8 puntuali! Inizieremo la lettura del copione e valuteremo l'assegnazione delle parti, poi naturalmente...
Il discorso del direttore artistico venne interrotto bruscamente dal suono del campanello proveniente dal portone principale.
Hathaway si voltò infastidito, ci fu qualche attimo di silenzio poi di nuovo quel suono.
- Chi può essere?! - chiese con voce impostata senza che nessuno osasse rispondere.
La ragazza che aveva accompagnato Mr. Lindon all'uscita, avanzò l'ipotesi che avesse dimenticato qualcosa e fosse tornato indietro per questo.
- Sì è probabile... vai tu ad aprire allora.
La giovane attrice si diresse verso l'ingresso. Fin dalla mattina aveva iniziato a nevicare e faceva molto freddo, erano quasi le 5 del pomeriggio e quando aprì il portone, per la poca luce, le sembrò che non ci fosse nessuno. Solo dopo si accorse che davanti a lei c'era una figura che tuttavia non somigliava affatto a quella di Mr. Lindon.
- Buonasera, si trova qui la Compagnia Stratford?
- Sí.
- Bene, io sono qui per le audizioni, sono un attore, mi chiamo...
La frase non venne conclusa perché il ragazzo si accasciò, sorreggendosi con una mano al muro, incapace di continuare.
- Santo cielo... non sta bene? La prego venga dentro, ce la fa?
Entrò e lei lo fece sedere dicendogli che andava a chiamare qualcuno.
- Signor Hathaway... signor Hathaway...
- Che succede? - le chiese preoccupato dal momento che non aveva mai visto la giovane così agitata.
- Non era Mr. Lindon, vede... si tratta di un ragazzo che sta poco bene...
- Lo sai che non facciamo beneficenza, altrimenti ogni giorno avremmo la fila di mendicanti alla porta. Mike occupatene tu ti prego, mandalo via.
- No aspetti, non si tratta di un poveraccio... ha detto di essere qui per l'audizione, stava cercando proprio la Stratford... poi si è sentito male ed io l'ho fatto entrare.
- Lo hai fatto entrare? Come ti è saltato in mente! Accidenti... fammi vedere dov’è.
All'ingresso trovarono il ragazzo seduto, avvolto in un mantello zuppo di neve, segno che doveva aver camminato a lungo per arrivare fin lì. Sembrava aver perso i sensi.
- Ehi ragazzo, mi senti?
Il giovane si mosse, alzando lentamente la testa e mostrando il bel volto dai lineamenti eleganti dove splendevano profondi occhi blu.
Hathaway rimase per qualche istante come stordito da quella visione: il contrasto tra il pallore del viso e l'intensità dell'espressione ne faceva quasi un personaggio uscito da una tragedia di Shakespeare!
- Ragazzo, ti senti bene?
All’udire quelle parole il giovane si alzò in piedi, facendo cenno di sì con la testa.
- Mi è stato detto che sei venuto qui per le audizioni, ma si sono chiuse circa un’ora fa… mi dispiace.
- Come? Sono già terminate? – chiese sconvolto e incredulo.
- Sì… per questa stagione siamo al completo.
La delusione sul suo volto fu più che evidente ma durò solo pochi istanti, poi la voce riprese vigore e pregò il direttore di dargli modo di tentare.
- Le ruberò solo pochi minuti…
- Figliolo, ho l’impressione che tu non ti regga in piedi, anche se avessi tempo non mi sembri decisamente in condizione di affrontare un provino… da quanto tempo non mangi?
- Le dico che sto bene, mi permetta di dimostrarle cosa so fare!
Pronunciando quelle parole si era tolto il mantello mostrandosi in tutto il suo splendore. Non aveva di certo l’aspetto di un mendicante, né tantomeno quello di un poco di buono. Hathaway notò il suo abito di ottima fattura, le mani delicate di chi è abituato a maneggiare libri e non carbone… tuttavia appariva molto giovane per cui poteva benissimo essere… scappato di casa…
- Come ti chiami?
- Terence.
- Terence… e poi?
- Graham.
- Non sei americano, il tuo accento… da dove vieni?
- Sono inglese.
- E sei venuto in America per recitare?
- Sì signore.
- Quanti anni hai?
- 21… quasi… a gennaio.
Hathaway lo guardò storto, ma non indagò oltre per il momento. Faticava ad ammetterlo ma c’era qualcosa in quel ragazzo che lo incuriosiva molto, qualcosa di… familiare.
- D’accordo, vieni con me.
Il ragazzo sembrò non capire e rimase immobile mentre il direttore si incamminava verso il fondo del teatro, tanto che l’uomo si voltò invitandolo di nuovo a seguirlo.
- Sali!
Gli altri artisti si guardarono l’un l’altro in preda allo stupore più totale: molti di loro conoscevano da tempo Hathaway, la sua professionalità che significava precisione e disciplina e mai lo avevano visto comportarsi in quel modo, improvvisando un’audizione ad uno sconosciuto che sembrava venuto giù dal cielo insieme alla neve.
- Che cosa ci presenti? – gli domandò dopo essersi accomodato in platea.
- Il monologo di Edmund dal Re Lear, atto primo scena seconda - rispose il giovane sicuro, come se il palcoscenico fosse un luogo abituale per lui.
- Prego, ti ascoltiamo.
Terence si schiarì la voce poi, dopo alcuni istanti di silenzio, le sue parole riempirono il teatro.
" ...E perché bastardo? E perché ignobile? Visto che le mie proporzioni sono armoniosamente messe insieme, il mio spirito è coraggioso e la mia conformazione è schietta al par di quella della prole nata dalla più casta fra le mogli? Da che deriva che siam segnati d’infamia e siam chiamati ignobili bastardi? Ignobili, ignobili?
... Ordunque, o legittimo Edgar, io dovrò avere le tue terre. L’amore di nostro padre spetta ad Edmund bastardo nella stessa misura che al suo proprio figliuolo legittimo. Bella parola: “legittimo”! Ebbene, o mio bel legittimo, se questa lettera compie il suo cammino, e il mio disegno si traduce ad effetto, Edmund l’ignobile prevarrà sul legittimo… ed io divento grande, con l’assistenza della fortuna. Ed ora, o dèi, prendete tutti il partito de’ bastardi!"
Un religioso silenzio aveva accompagnato il monologo interpretato dal ragazzo. Contrariamente al suo aspetto innegabilmente affaticato, da quando era salito sul palco la sua voce era risuonata stentorea e chiara, quasi palpabile, cosicché anche l’immagine era apparsa improvvisamente piena di forza e vigore.
Il ristretto pubblico, composto dal direttore artistico insieme al suo assistente e da alcuni attori che si erano soffermati incuriositi da quello strano personaggio, si guardavano ora l’un l’altro sbigottiti da tanta determinazione. Hathaway invece era rimasto immobile, fissando il giovane al centro della scena, estremamente concentrato su ciò di cui era stato spettatore.
D’un tratto si voltò verso Douglas, il suo braccio destro, chiedendogli che cosa ne pensasse. L’espressione con cui l’uomo rispose fu più che eloquente, nonostante questo Robert sembrava avere qualche perplessità.
- Non sappiamo niente di lui, di sicuro ha mentito sull’età… forse anche sul nome… però…
- Robert io credo di non aver mai visto niente del genere, soprattutto in un ragazzo così giovane e credo senza alcuna esperienza! Proviamo a parlarci e vediamo di sapere qualcosa in più, che ne dici?
- D’accordo, portalo nel mio ufficio mentre libero gli altri.
Mentre Douglas faceva cenno al giovane attore di seguirlo, Hathaway comunicò agli artisti in sala che potevano lasciare il teatro.
- Aspetti direttore… posso chiederle che cosa ne pensa? – domandò la ragazza che aveva accolto il nuovo arrivato e che ora appariva particolarmente eccitata.
- A proposito di cosa?
- Del ragazzo che si è appena esibito… insomma io… io credo che sia strabiliante! Se fossi in lei lo scritturerei senza pensarci due volte!
- Ti ringrazio per aver espresso il tuo parere ma fino a prova contraria sono io quello che fa le audizioni e decide chi può entrare nella mia compagnia!
- Oh sì certo, questo lo so bene, non era mia intenzione essere inopportuna, ma…
- Ecco, allora astieniti dal dare opinioni non richieste, puoi andare Susanna.
- Mah… sì, mi scusi ancora direttore…
Hathaway si allontanò lasciando la ragazza imbambolata ai piedi del palcoscenico: guardava dritto verso il riflettore che ancora illuminava il punto in cui quel ragazzo apparso dal nulla aveva recitato il suo monologo. Era sicura di non aver mai provato davanti ad un attore una sensazione simile a quella che le stava letteralmente sconvolgendo l’anima e la faceva tremare all’idea di poterlo rivedere.
Nel frattempo il giovane attore era stato fatto accomodare nell’ufficio di Hathaway. Mentre aspettava si sentiva agitato ma era anche abbastanza sicuro di aver fatto al direttore una buona impressione, lo aveva capito da come lo aveva guardato appena terminata la sua interpretazione. A questo punto doveva giocare bene le sue carte, sentiva che la meta non era troppo lontana, non poteva permettersi di sbagliare, così quando il direttore entrò nella stanza il giovane cercò di ostentare una certa calma, mantenendo un tono di voce pacato ma deciso allo stesso tempo.
- Siediti pure figliolo, hai detto che ti chiami Terence Graham giusto?
- Sì.
- E che vieni dall’Inghilterra, precisamente da?
- Londra.
- E perché sei qui?
- Perché voglio fare l’attore.
- Bene, indubbiamente hai dimostrato di avere una buona capacità interpretativa, una discreta presenza scenica… in poche parole credo proprio che tu abbia talento, considerando che non sei mai salito su un palcoscenico, tantomeno ti sei esibito davanti ad un pubblico. Sbaglio?
- No, non sbaglia signore – confermò il giovane.
- D’altra parte se ti prendessi nella mia compagnia è molto probabile che in men che non si dica avrei la polizia alla porta, dal momento che non credo affatto tu abbia 21 anni, probabilmente neanche a gennaio!
Terence non rispose ammettendo con il suo silenzio che Hathaway aveva ancora ragione.
- Da quanto tempo sei a New York?
- Due giorni.
- Sei da solo?
- Sì.
- La tua famiglia dove si trova?
- Mi perdoni ma di questo preferirei non parlare.
- Hai i genitori?
- Sì.
- Sanno che sei a New York?
- No.
- Dunque sei scappato di casa.
- Non esattamente, ma le assicuro che nessuno verrà a cercarmi, neanche la polizia.
- Il monologo che hai interpretato… perché lo hai scelto?
- Mi piaceva.
- Non ha niente a che vedere con la tua vita?
- No – rispose il ragazzo, mentendo.
Il direttore si appoggiò con vigore allo schienale della poltrona, sospirando lanciò uno sguardo a Douglas che si trovava alle spalle del ragazzo, lui rispose sgranando gli occhi e alzando le spalle in segno di resa.
Nonostante tutti i lati oscuri della vicenda, era assai difficile rinunciare a quel diamante grezzo che di sicuro Hathaway sarebbe riuscito a far brillare come nessun altro. La compagnia Stratford ormai era molto solida, conosciuta e stimata, per cui riflettendo pensò che poteva permettersi di correre questo rischio. E poi c’era quella strana sensazione di familiarità che lo aveva sorpreso appena il ragazzo gli aveva mostrato il suo volto. Ancora non riusciva a spiegarsi cosa l’avesse suscitata, forse i suoi occhi, il modo in cui li stringeva creando in mezzo una piccola fossetta a forma di “v” rovesciata. Dove l’aveva vista? Fu questo che gli suggerì non solo di dargli la possibilità di lavorare alla Stratford, ma anche di conoscerlo meglio.
- Ho l’impressione che stasera tu non sappia dove dormire.
- Troverò un posto, conosco New York, ci sono già stato tempo fa – rispose il ragazzo abbassando lo sguardo per la prima volta.
Hathaway comprese che il ragazzo probabilmente non aveva un bel ricordo della sua ultima visita e, nonostante fosse assolutamente intenzionato a saper di più, al momento non gli fece altre domande.
- Credo invece che almeno per stasera verrai con me, a casa mia, domani ti troveremo una sistemazione al convitto degli artisti.
- Ma io…
- Niente ma… non posso di sicuro permettere che uno dei miei dipendenti resti al freddo e si becchi una laringite! Il primo dovere di un attore è quello di prendersi molta cura di se stesso, in particolare della propria voce. Ricordatelo, se davvero vuoi fare questo mestiere!
- Questo significa che…
- Significa che sei uno dei nostri, anche se dovrai superare un periodo di prova. Adesso andiamo.
Terence lo seguì senza dire più una parola, non riusciva a credere di avercela fatta: era un attore, un attore della Compagnia Stratford, avrebbe recitato a Broadway!
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