PADRI E FIGLI
Colui che genera un figlio non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno.
(Fedor Dostoevskij)
Stratford-upon-Avon
23 dicembre 1930
Quel giorno non mi sentivo troppo bene. Ero al settimo mese della mia terza gravidanza che era stata fino a quel momento piuttosto tranquilla. Terence doveva andare in teatro per l’ultimo spettacolo dell’anno, poi avrebbe avuto una breve vacanza per trascorrere in famiglia le feste di Natale.
Lo spettacolo era previsto per il pomeriggio e dopo ci sarebbe stato un ricevimento per scambiarsi gli auguri. Mi ricordo che Terence non voleva andare, ma io avevo insistito. Mi dispiaceva molto non poterlo accompagnare, ma mi sentivo davvero molto stanca. A malincuore accettò di andare anche senza di me, promettendomi che sarebbe tornato prestissimo. Mi dette un bacio ed uscì. Lo guardai mentre scendeva le scale e poi saliva in auto: era bellissimo come sempre! Provai una punta di gelosia sapendo che tutte le donne presenti al ricevimento se lo sarebbero mangiato con gli occhi, ma fu solo un attimo perché l’amore che mi dimostrava ogni giorno da quando ci eravamo ritrovati non lasciava spazio ad alcun dubbio sulla sua fedeltà.
Cenai insieme ai bambini. Terence Junior aveva già cinque anni e, a dispetto del nome, somigliava tutto alla mamma: capelli chiari e ricci, un nasino delizioso ricoperto di lentiggini che ben si abbinavano a due meravigliosi occhi blu ereditati invece dal papà. Al contrario dei genitori che erano stati dei veri monelli, TJ era un bambino molto tranquillo e più grande della sua età, nonostante fosse stato concepito durante un uragano.
Noah, il secondogenito, aveva poco più di tre anni: capelli color cioccolato e occhi verdi, al contrario del fratello era un vero terremoto. Amava molto nascondersi e più di una volta ci aveva fatto spaventare perché non riuscivamo a trovarlo. Terence si infuriava con lui e lo sgridava, ma alla fine i suoi occhi verdi riuscivano sempre ad incantarlo, almeno fino alla marachella successiva.
Negli ultimi mesi avevamo assunto una tata, soprattutto per aiutarmi con i bambini nel momento in cui avrei partorito e non mi sarei potuta dedicare a loro completamente come facevo ora. Così, per abituarli alla sua presenza, già da un po’ di tempo si era trasferita da noi.
Dopo che Claire li aveva preparati per la notte, andai nella loro stanza per leggere una favola cosa che di solito faceva il papà, naturalmente molto più bravo di me nell’interpretare storie di dame e cavalieri.
- Bambini per questa sera dovrete accontentarvi della mamma, papà tornerà tardi!
Noah sembrò gradire il cambiamento di programma e si accoccolò subito vicino a me, appena mi misi seduta sul suo letto. TJ invece ci raggiunse con il broncio, non sopportava infatti che il padre non fosse con noi, al momento di andare a dormire. Adorava letteralmente Terence e faceva di tutto per renderlo fiero di lui. Più cresceva e più sviluppava la stessa passione per il teatro. Le volte in cui lo avevo portato a vedere uno spettacolo, era rimasto letteralmente stregato e spesso lo sentivo mormorare tra sé qualche battuta che il padre gli aveva insegnato.
Dopo aver dato loro la buonanotte, andai anch’io a dormire, ma non riuscii subito a prendere sonno. Avvertivo da qualche ora delle piccole contrazioni, leggere e sporadiche, che tuttavia non mi facevano stare tranquilla. Ne avevo parlato per telefono con il dottor Johnsonn che mi aveva comunque tranquillizzata dicendo che era ancora presto, consigliandomi un po’ di riposo. Non avevo detto niente a Terence per non allarmarlo inutilmente. Nelle precedenti gravidanze era stato sempre molto attento alla mia salute, a volte esagerando perché in realtà ero stata fortunata e i nostri due bambini erano nati senza problemi. Lui era presente sia alla nascita di TJ sia a quella di Noah e per me era stato di grande aiuto averlo accanto. Durante il travaglio gli facevo delle richieste assurde, ad esempio di declamare qualche sonetto oppure recitavamo insieme il dialogo di Romeo e Giulietta al balcone, almeno fino al momento in cui il dolore non mi permetteva più di parlare.
Mi misi a leggere per cercare di distrarmi, in attesa che Terence rientrasse. Il giorno seguente era la vigilia di Natale, la mia festa preferita. Mi vennero in mente l’abete che i bambini della Casa di Pony avrebbero sicuramente decorato, i dolci di Miss Pony e i canti che suor Lane ci faceva preparare per la notte della vigilia. Da molto tempo non le vedevo e ogni tanto la nostalgia si faceva sentire. Terence mi aveva promesso che appena possibile avremmo trascorso una vacanza a La Porte.
Non mi ero ancora addormentata quando udii la sua macchina percorrere il vialetto d’ingresso. Era il rumore che adoravo di più al mondo perché significava che da lì a poco sarebbe entrato in casa e qualsiasi cosa stessi facendo mi avrebbe abbracciata e baciata. Ma quella sera compresi subito che c’era qualcosa che non andava, quando sentii sbattere il portone con violenza.
Royal Shakespeare Theatre
alcune ora prima
Dopo l’incendio che lo aveva quasi del tutto distrutto nel 1926, il Royal Shakespeare Theatre era stato ricostruito e quell’anno riaperto al pubblico, inaugurando la stagione teatrale con il mio Re Lear. Per la prima volta dopo molto tempo ero tornato sul palcoscenico, cimentandomi nella difficile impresa di ricoprire sia il ruolo di regista sia quello del protagonista. Lo spettacolo che avevo proposto stava andando molto bene e anche quella sera aveva registrato il tutto esaurito. Non potevo lamentarmi a dir la verità, dal momento che ogni opera del Bardo che avevo seguito da quando ero a Stratford aveva riscosso sempre un enorme successo.
Al ricevimento che seguì partecipavano molte personalità illustri del mondo culturale inglese, intellettuali provenienti da Oxford ma anche politici e facoltosi imprenditori da Londra. Mi fermai giusto il tempo di mangiare qualcosa e firmare la solita serie sconfinata di autografi. Ero già d’accordo con il direttore del teatro che non avrei tenuto nessun discorso quella sera e così mi alzai dal tavolo intento a dirigermi verso il guardaroba per recuperare il mio soprabito ed andarmene.
- Ehi Terence, te ne vai già?
- Sì John, scusatemi tutti ma sono davvero molto stanco stasera – risposi rivolgendomi ai miei attori.
- Non scusarti… lo sappiamo bene che ormai non resisti più di tanto lontano da Candy!
Sorrisi all’ironica battuta di John, sapendo bene che aveva ragione. Non vedevo l’ora di tornare da lei!
- Buonanotte ragazzi e buon Natale!
- Grazie Terence, anche a te – rispose John abbracciandomi affettuosamente.
Il direttore annunciò che Terence Graham stava per abbandonare il ricevimento, così la mia uscita dalla sala fu accompagnata da un sonoro applauso cui seguì un mormorio di prolungata delusione, nel momento in cui, dopo essermi inchinato per salutare il pubblico, scomparii nel buio corridoio che mi avrebbe condotto all’uscita.
Faceva molto freddo quella notte, il bollettino meteo aveva annunciato probabili nevicate nei giorni successivi. Questo non mi preoccupava affatto, anzi, già pregustavo il poter godere finalmente per qualche giorno il calore della mia casa insieme a mia moglie e ai bambini che spesso lamentavano l’assenza del papà.
Dopo essermi fatto riconsegnare le chiavi dell’auto, mi stavo infilando il cappotto quando mi sentii chiamare.
- Terence Granchester, che sorpresa!
Non riconobbi subito quella voce, ma il fatto che avesse usato il cognome del mio casato per rivolgersi a me, mi insospettì e quando mi voltai compresi immediatamente la sensazione sgradevole che avevo avvertito e finsi di non sapere chi fosse.
- Ci conosciamo?
- È impossibile che tu non ti ricordi di me, se tu fossi rimasto a Londra invece di partire per l’America non saresti diventato certo il grande attore che sei. Dovresti ringraziarmi sai!
- Effettivamente la tua voce stridula non è affatto cambiata! Riguardo a ringraziarti mi sembra di averlo già fatto proprio quando lasciai Londra e nel migliore dei modi!
- Eri molto giovane e impulsivo all’epoca, sono più che sicura che tu ti sia pentito di essere stato così sgarbato con me!
- Cosa? Dovrei essermi pentito di averti sputato in faccia, non farmi ridere! Lo sai invece di cosa mi sono pentito amaramente, di averti salvato quel giorno in Scozia, avrei dovuto lasciarti annegare! Si può sapere che cosa ci fai qui a Stratford?
- Ma come non lo sai? Tutti i giornali hanno parlato del mio matrimonio con Sir Thompson, un nobile… come te. Sono in luna di miele in Europa, dopo l’Inghilterra andremo in Francia e poi in Italia. Anche mio fratello Neal è a Londra per affari, è sempre in giro, del resto è un uomo libero… poverino non si è mai ripreso da quando… si insomma da quando Candy lo ha lasciato. È un ragazzo molto sensibile…
- Ma che cosa stai dicendo?
- Ma come, non lo sai? Non posso crederci… la cara mogliettina non te l’ha detto? Neal e Candy sono stati fidanzati ed erano quasi sul punto di sposarsi, poi la mia famiglia ha ritenuto la cosa inaccettabile e ha costretto Candy a lasciarlo, ma non è stato per niente facile perché lei non ne voleva sapere…
- Eliza ti consiglio di troncare immediatamente questo discorso o non ci penserò due volte a salutarti di nuovo come feci alla St. Paul School! Vedi di rimangiarti subito quello che hai detto, stai mentendo e lo sai bene!
- Non è con me che devi arrabbiarti, ma piuttosto con tua moglie… è lei che non ti ha detto niente, mi sembra chiaro!
Fortunatamente per lei proprio in quel momento intervenne il marito per invitarla a ballare, altrimenti non so come sarebbe potuta finire quella conversazione.
- È stato un piacere Terence, salutami la mogliettina e… buon Natale!
Eliza si allontanò al braccio di Sir Thompson, lasciandomi sconcertato, con una sensazione addosso di disgusto e rabbia che solo i fratelli Lagan riuscivano a suscitare in me. Mi diressi verso l’auto avvertendo un vento gelido penetrare fin dentro le mie ossa. Tornai a casa, il tragitto era breve, ma per tutto il tempo le parole di quella vipera continuavano a risuonarmi nelle orecchie: “Neal e Candy sono stati fidanzati ed erano quasi sul punto di sposarsi”. Non era possibile, non ci potevo credere! Se Candy non me ne aveva mai parlato era semplicemente perché non c’era niente da dire, si trattava di una spudorata bugia inventata da Eliza… possibile che ci odiasse ancora così tanto!
Entrai in casa e non so perché mi venne naturale sbattere il portone. Gettai lo sguardo verso le scale che portavano al piano superiore, dalla nostra camera filtrava la luce, forse Candy era ancora sveglia. Salii. Non volevo si accorgesse della mia agitazione, ma appena mi vide si rese subito conto che qualcosa non andava, non sapevo fingere con lei.
- Terence tutto bene?
- Tutto bene, vado a farmi una doccia – le risposi quasi senza guardarla, sperando nell’effetto rilassante dell’acqua calda.
In realtà nella doccia non entrai nemmeno, tornai in camera e…
- Non immagineresti mai chi ho incontrato stasera al ricevimento!
- Chi?
- Eliza Lagan! – risposi sedendomi sul letto vicino a lei.
- Che cosa c’è Terry? – mi chiese con l’aria preoccupata subito dopo aver udito quel nome.
Non avevo il coraggio di parlare, non volevo in alcun modo dubitare di Candy, non ne avevo motivo, ma l’idea che Neal avesse anche solo potuto sfiorarla mi dava il voltastomaco. Così senza il minimo preavviso le dissi cosa mi aveva riferito Eliza.
Candy mi guardò seria e non negò.
Io pensai di essere sul punto di morire!
Mi alzai di scatto dal letto e dandole le spalle le chiesi perché non me ne avesse mai parlato, sentendo che una rabbia scellerata si stava impadronendo della mia mente. Candy uscì dal letto e mi si avvicinò prendendomi la mano. Io reagii in malo modo gridandole di non toccarmi.
- Dimmi che non è vero! Dimmelo Candy! – urlai, implorandola.
- Ascoltami Terence, ti prego… se ti calmi posso tentare di spiegarti come sono andate le cose…
- Calmarmi? Io dovrei calmarmi? Tu sei stata fidanzata con quello schifoso di Neal e io dovrei stare calmo secondo te? E l’ho dovuto sapere da Eliza! Come credi che mi sia sentito davanti a lei? Si è accorta che io non lo sapevo perché mia moglie ha pensato bene di nascondermelo! Io ti ho raccontato tutto di Susanna e me, ogni più piccolo dettaglio e tu invece? Quante altre cose mi hai nascosto Candy?
Le mie grida svegliarono i bambini. TJ apparve in camera spaventato, mentre il piccolo Noah aveva iniziato a piagnucolare nel suo lettino.
- TJ torna immediatamente in camera tua, non è l’ora di stare svegli questa! – lo rimproverai.
Il bimbo mi guardò impietrito, sforzandosi di non piangere. Per fortuna la tata venne a prenderlo per riportarlo a letto.
- Terence adesso stai veramente esagerando, è successo molto tempo fa e se tu mi ascoltassi capiresti che…
- Non è possibile Candy che tu non me ne abbia mai parlato… la sola idea di te e Neal… oddio!
- Calmati ti prego, smettila di gridare e ascoltami.
- No non mi calmo e non ti ascolto, adesso non ci riesco, non ci riesco… è meglio che… me ne vada!
- Cosa stai dicendo? Dove vuoi andare a quest’ora? Sei impazzito!
La sentii chiamare il mio nome più volte mentre scendevo di corsa le scale, prima di chiudermi il portone alle spalle.
*******
Rientrai all'alba sfinito e congelato.
Ero andato fuori città, guidando per almeno un paio d’ore, rifugiandomi infine in un caffè per tentare di schiarirmi le idee.
Era la prima volta in cinque anni di matrimonio che Candy ed io litigavamo in quel modo. Non avevo mai gridato così contro di lei. Man mano che passavano le ore, sentivo sempre di più sbollire la rabbia ed aumentare il senso di colpa nei suoi confronti. Non avrei dovuto aggredirla in quel modo senza neanche lasciarla parlare. Mi ero comportato da idiota permettendo alle parole di Eliza di mettersi di nuovo tra noi.
Se c’era stato davvero qualcosa con Neal, Candy me lo avrebbe detto di sicuro. Doveva esserci senza dubbio una spiegazione e probabilmente erano stati proprio i Lagan ad organizzare tutto. Mi ricordai che la loro situazione finanziaria non era stata delle migliori per un lungo periodo, in fondo Candy faceva parte della famiglia Ardlay, il cui patrimonio non era stato minimamente intaccato dalla crisi dovuta agli eventi bellici che avevano coinvolto anche gli Stati Uniti. Di sicuro motivazioni economiche dovevano aver spinto i Lagan a mettere su quella storia.
Ripresi l’auto e tornai di corsa a casa. Non avrei mai potuto immaginare l’incubo che mi attendeva.
Appena entrai in salotto vidi Claire venirmi incontro con la faccia stravolta. Quando le chiesi spiegazioni lei mi disse che, poco dopo il nostro litigio, la signora si era sentita male e ora si trovava in ospedale.
- Che vuol dire “sentita male”?
- Sono aumentate le contrazioni, mi ha detto di chiamare il dottor Johnsonn e lui le ha ordinato di andare subito…
- Come le contrazioni? È ancora presto… non è possibile…
- Mi perdoni signore, ho provato a cercarla, ma non sapevo dove…
- Non si preoccupi Claire, pensi ai bambini…
Mi precipitai in ospedale, tentando di non pensare al peggio. Cercavo in ogni modo di credere che si trattasse solo di un falso allarme, in fondo non c’erano mai stati problemi con le altre gravidanze… ma il fatto che avessimo litigato come mai prima di allora mi faceva temere che questa fosse la giusta punizione per come l’avevo trattata.
Quando in corridoio incrociai il dottore, la sua faccia mi apparve come una tremenda sentenza!
- David che succede? Dov’è Candy?
Lui mi guardò serio e prendendomi per le spalle mi disse di seguirlo. Mi condusse nel suo studio, facendomi cenno di sedermi.
- Non voglio sedermi… voglio sapere come sta Candy e voglio vederla adesso! – gli gridai.
- Ora ti siedi e mi ascolti. Cerca di darti una calmata altrimenti non te la faccio vedere! – mi rispose con voce pacata ma decisa.
David non era solo un medico per noi, ma era anche un amico. Con sua moglie Ilary frequentavano spesso la nostra casa e l’anno prima avevamo trascorso le vacanze estive insieme in Scozia. Mi fidavo di lui. Obbedii e mi misi seduto in attesa che lui parlasse.
Non rimase dietro la scrivania come faceva di solito ma si sedette accanto a me, poi cercò di spiegarmi quello che era successo.
- Candy mi ha chiamato verso le due di questa notte dicendomi che le contrazioni erano aumentate e che non si sentiva bene. Mi è sembrata molto agitata e spaventata, ho mandato subito un’ambulanza a prenderla. Appena l’ho visitata ho capito che non c’era tempo da perdere, il parto era ormai imminente.
- Ma è troppo presto …
- Lo so… ma c’è stato un problema Terence, un’emorragia interna ha scatenato le contrazioni, per fortuna direi altrimenti la bambina non sarebbe sopravvissuta.
- La bambina hai detto?
- Sì, è una bambina questa volta. Stiamo facendo tutte le analisi per valutarne lo sviluppo degli organi interni. È molto piccola, ma sembra in forma!
- Oddio ti ringrazio! Posso vedere Candy ora?
David si fece scuro in volto, un brivido gelido mi catturò la schiena all’improvviso, lo fissai con gli occhi sbarrati, senza respirare.
- Terence devi essere forte adesso – mi disse poggiandomi una mano sulla spalla.
Io non riuscivo a parlare.
- L’emorragia non è pericolosa solo per il feto, ma anche per la madre. Candy ha perso molto sangue, stiamo facendo il possibile, ma in questo momento non posso assicurarti che sia fuori pericolo.
- Non è vero, non è possibile… non lei, non la mia Candy!
- Terence ascoltami, lo so che è difficile ma lei ha bisogno di te. Mi hai sempre detto che Candy ti ha salvato la vita non è così?
- Sì è così… la prima volta che l’ho incontrata in mezzo all’oceano lei mi ha salvato!
- Adesso tocca a te!
- Non sono bravo come lei… prima che si sentisse male abbiamo discusso, le ho detto delle cose assurde, è colpa mia se ora…
- Non essere sciocco, capita a tutte le coppie di discutere!
- Non avrei dovuto…
- Non so perché abbiate litigato ma non è questo il momento di pensarci. Se vuoi esserle d’aiuto devi immediatamente toglierti quell’espressione dalla faccia. Sei un grande attore, mai come ora questa cosa ti tornerà utile!
- Non posso farcela, Candy si accorgerà subito che sto recitando…
- Allora vedi di impegnarti al massimo! Guardami Terence, te lo ripeto, Candy ha bisogno di te!
- Non posso perderla David, non posso!
- Neanche lei vuole perderti, non ha fatto altro che chiedere di te tutto il tempo.
Cercai di riprendere il controllo, di calmarmi quel tanto che sarebbe stato necessario per non crollare davanti a mia moglie. Chiesi a David di essere totalmente sincero con me e lui mi spiegò dettagliatamente quali fossero le sue condizioni: Candy era molto debole e al momento la situazione era stazionaria, ma ciò che lo preoccupava di più era il rischio di infezione che avrebbe potuto far precipitare le cose. Prima di accompagnarmi da lei, mi fece vedere la bambina. Era piccolissima, avvolta in una copertina rosa. David era sicuro che Candy mi avrebbe chiesto della piccola che lei non aveva visto, perché dopo il parto aveva perso conoscenza.
- Devi dirle che hai visto la bambina e che sta bene. Cerca di essere convincente, sono sicuro che se glielo dici tu ci crederà!
- D’accordo.
Davanti alla porta della sua stanza ebbi l’impressione di trovarmi sull’orlo di un precipizio. Ci sarebbe voluto un grande salto per arrivare dall’altra parte, avremmo dovuto farlo insieme, tenendoci per mano.
*******
Entrai nella stanza insieme a David che, vedendomi esitare, mi incoraggiò ad avvicinarmi al letto dove Candy giaceva immobile. Feci qualche passo e mi misi seduto, sentivo le gambe tremare e rischiai per un attimo di non riuscire a stare in piedi.
Il dottore mi spiegò che Candy stava dormendo, le aveva somministrato degli antidolorifici e questi, oltre alla debolezza, l’avevano probabilmente un po’ intontita.
- Tra poco dovrebbe svegliarsi, sarà felice di trovarti qui. Vi lascio da soli, mi raccomando Terence, non deve parlare troppo né tantomeno agitarsi. Nella stanza accanto c’è un’infermiera, di qualsiasi cosa ci sia bisogno tu chiamala e lei mi avviserà subito, ok?
- Va bene.
David si diresse verso la porta e prima di uscire – Terence, cerca di sorridere quando si sveglierà – mi disse.
Feci cenno di si con la testa, abbozzando un timido sorriso.
Rimasi da solo con lei. Non avevo neanche il coraggio di guardarla. Sentivo le lacrime premere per uscire fuori, la gola stretta in una morza. Deglutii cercando di ricacciare indietro il terrore che sentivo invadere pericolosamente ogni fibra del mio essere. Ripensai alle parole di David, a quanto Candy avesse bisogno di me in quel momento. Sospirai profondamente e misi la mia mano sulla sua adagiata sul lenzuolo candido. Era fredda.
Alzai il viso per guardarla. Era così pallida che persino le lentiggini erano scomparse, ne restava solo qualcuna qua e là. Sotto agli occhi chiusi due ombre scure che non le avevo mai visto.
Perdonami amore mio, perdonami ti prego. Mi sono comportato da idiota e questo è il risultato, ma non puoi lasciarmi, non puoi… lo sai che non sono niente senza di te! Se penso che mentre tu eri qui e davi alla luce la nostra bambina, io me ne andavo in giro dubitando della tua sincerità… che stupido…
Dio mio ti prego non portarmela via, ti scongiuro… farò qualsiasi cosa… non sono mai stato molto credente lo so, non ho il diritto di chiederti nulla, ma lei… tu la conosci, Candy è una creatura troppo bella per lasciare questo mondo…
- Terry… sei qui?
L’udii mormorare con una voce tanto sottile che stentai a riconoscere. Lei che aveva sempre un tono così allegro e squillante, adesso percepivo appena le sue parole.
- Sì Candy sono qui – le risposi portandomi la sua mano alle labbra e facendomi più vicino a lei.
I suoi occhi si aprirono lentamente e il verde smeraldo delle iridi mi apparve come nascosto dietro un velo opaco, nonostante questo, quando incontrarono i miei, sembrarono sorridere.
- Che cosa è successo? Non riesco a ricordare …
Raccolsi tutto il mio coraggio e le raccontai più o meno come erano andate le cose.
- Una bambina? L’hai vista, come sta?
- L’ho vista amore mio, è molto piccola ma David dice che è forte, come sua madre. È bellissima!
- Se è bellissima allora somiglia a te.
Sorrisi. Era l’unica donna che riusciva a mettermi in imbarazzo.
- Perché mi sento così strana? Non mi sentivo così le altre volte… che succede Terry, dimmi la verità, ti prego.
- Adesso ti devi solo riposare, sta’ tranquilla amore mio, va tutto bene. Cerca di dormire.
Candy sembrò assopirsi di nuovo. Mi piegai su di lei e le sfiorai le labbra con un bacio.
Per tutto il giorno le rimasi accanto senza lasciarla neanche per un attimo. Ad intervalli regolari un’infermiera veniva a controllare la temperatura che si era leggermente alzata. Candy ogni tanto si svegliava senza parlare, mi guardava e ricadeva nel torpore. Anche David venne più volte a visitarla. Mi disse che tutto sembrava procedere per il meglio e che lo stato di dormiveglia era normale, anzi era un bene che riposasse il più possibile.
- Ogni tanto apre gli occhi ma non dice niente – gli dissi preoccupato.
- Le basta vederti per tranquillizzarsi, non ha bisogno di parlare, la tua presenza è sufficiente per lei.
Il sole era già tramontato quando la sentii pronunciare di nuovo il mio nome, poi si voltò verso di me.
- Sei ancora qui?
- Dove dovrei essere secondo te?
- Devi andare a casa, è tardi, i bambini si chiederanno che fine hanno fatto i loro genitori.
- Non ti lascio qui da sola, non ci penso proprio.
- Terry… ti prego, è la Vigilia di Natale… va’ da loro.
In quel momento si affacciò il dottore, mi invitò ad uscire dalla stanza e anche lui mi disse la stessa cosa.
- È tutto il giorno che sei qui e presumo che la notte scorsa tu non abbia chiuso occhio, è meglio se vai a casa e ti riposi un po’.
- Scordatelo David, io non me ne vado!
- Terence sei un marito ma sei anche un padre e i tuoi bambini ti aspettano.
Pensai a TJ e Noah, per la prima volta erano stati tutto il giorno senza vederci, dovevano essere spaventati.
- D’accordo, vado a casa, li metto a letto e torno. Ma se qualcosa non va mi fai avvisare immediatamente!
- Va bene, promesso. Tu però vedi di mangiare qualcosa, altrimenti dovrò ricoverare anche te.
Tornai da Candy e le dissi che sarei stato via solo per pochissimo. La baciai e lei mi sorrise. Con quell’immagine nel cuore trovai la forza di uscire dall’ospedale e andare a casa.
Appena entrai in salotto TJ mi venne incontro camminando lentamente. Aveva indosso un pigiamino verde e rosso a quadri che Candy gli aveva comprato per la vigilia di Natale. Quando mi fu abbastanza vicino, mi piegai sulle gambe per essere alla sua altezza e lui si lanciò tra le mie braccia senza dire una parola. Lo strinsi forte più che potevo e compresi che in quell’abbraccio era lui che dava forza a me e non il contrario. Quando si staccò mi chiese notizie della mamma. Gli dissi che era in ospedale perché era nata la sorellina e che molto presto sarebbero tornate a casa tutte e due. Poi gli detti un bacio, scompigliandogli i capelli con la mano come facevo sempre. In quel momento arrivò di corsa come una furia il piccolo Noah, sfuggito alle braccia della tata che tentava invano di recuperarlo. Strapazzando per un orecchio il suo orsacchiotto preferito, mi raggiunse e mi salutò con un gran sorriso gridando “dady”. Lo sollevai da terra facendolo volare in alto sopra la mia testa. Lui mi guardava ridendo, con i suoi occhioni verdi identici a quelli di Candy.
- Come va signore?
- Abbastanza bene Claire, i bambini hanno già mangiato?
- Sì.
- Bene, ci penso io a metterli a letto e dopo torno in ospedale.
Li portai nella loro stanza e rimasi un po’ con loro, parlando dei regali che quella notte Babbo Natale avrebbe lasciato cadere dalla sua slitta. Noah si addormentò quasi subito, mentre Tj non riusciva a prendere sonno. Quel bambino aveva un dono speciale, sembrava capire molto di più di quello che gli veniva detto, attraverso gli occhi sapeva leggere il cuore di una persona.
- Sei solo stanco papà o sei anche preoccupato? – mi chiese da sotto le coperte.
Io non seppi cosa rispondere e lui continuò.
- La mamma dice che quando sono preoccupato per qualcosa posso dire una preghiera e così ci pensa Gesù a me. Non so se funziona anche con i papà, però io credo che potresti provare.
- Lo farò figliolo, mi hai dato un ottimo consiglio. Adesso dormi però, buonanotte.
- Notte papà.
Uscendo dalla camera dei bambini mi accorsi solo in quel momento che avevo ancora indosso lo smoking della sera prima. Andai nella nostra stanza e mi cambiai velocemente, non riuscendo a sopportare l’immagine di quel letto vuoto. Scesi in cucina, mangiai un boccone per evitare quantomeno di svenire e, dopo aver dato alcune indicazioni a Claire, tornai in ospedale.
*******
Candy
venne dimessa dall’ospedale dopo quasi un mese, aveva perso molto peso e quasi
non si reggeva in piedi. Per uscire dalla stanza dovette usare una sedia a
rotelle. Tutto il reparto era lì per salutarla, anche immobilizzata in un letto
era riuscita a conquistare tutti, come al solito!
- Secondo me le infermiere sono qui soltanto per poterti ammirare un’ultima volta! – mi disse, convinta che fossi io il motivo per cui erano radunate in corridoio.
Scossi la testa sorridendole, poi ringraziai tutti dal primo all’ultimo, mi sembrava di uscire finalmente da un incubo. Il dottor Johnsonn, David, mi abbracciò commosso. Conosceva nei minimi dettagli ciò che avevo passato perché spesso, in quei giorni così difficili, mi ero confidato con lui che aveva avuto la pazienza di ascoltarmi e la capacità di capirmi anche quando non avevo voglia di parlare. Mi disse di non ringraziarlo perché aveva fatto solo il proprio dovere, ma si sbagliava. Era stato di sicuro molto più di un medico per Candy e me, non avremmo mai dimenticato quello che aveva fatto per noi.
Dopo circa due mesi portammo a casa la nostra Pauline: era ancora piccola e bisognosa di particolari attenzioni, ma il peggio era passato. Candy l’aveva soprannominata “piccola tigre” perché diceva che ci somigliavamo come due gocce d’acqua. I fratelli l’accolsero all’inizio con diffidenza, in fondo era colpa sua se la mamma era stata lontana tanto tempo. Quando era stato possibile portarli in ospedale a trovarla, si erano gettati addosso a Candy e non volevano più lasciarla. Avevamo finito tutti per piangere, me compreso.
Pian piano stavamo riprendendo la nostra vita normale anche se ancora faticavamo a scrollarci del tutto di dosso l’ansia e la paura che avevamo provato. Io soprattutto trattavo Candy come se fosse una bambola di porcellana, non osavo quasi sfiorarla tanto mi sembrava ancora debole e fragile. Ero abituato a vederla come la donna più forte del mondo, molto più forte di me, era sempre stato così fin dal primo momento che l’avevo conosciuta. Adesso invece temevo che anche il più piccolo soffio di vento potesse farle del male. Anche per questo, da quando era tornata a casa, dormivamo in camere separate. Il medico mi aveva detto di andarci piano, il fisico di Candy aveva subito un forte stress, ci sarebbe voluto almeno un paio di mesi perché tutto tornasse al proprio posto. Sapevo bene l’effetto che aveva su di me mia moglie, per cui avevo preferito trasferirmi nella stanza accanto. Lei aveva accettato questa situazione i primi giorni perché era ancora molto stanca, si affaticava facilmente e la sera crollava, addormentandosi molto presto. Ma dopo qualche settimana iniziò a lanciarmi dei segnali inequivocabili che io facevo sempre più fatica a respingere.
Un pomeriggio ero andato in teatro per lavorare un po’ (non avevo ancora ripreso a pieno ritmo), stavo discutendo con John e un altro paio di attori alcune parti del nuovo copione che non mi piacevano. Eravamo nel mio ufficio quando entrò all’improvviso un enorme mazzo di fiori dietro al quale si affacciò Mike dicendo che erano per me. Non era certo una novità in quanto ricevevo spesso fiori dalle ammiratrici, ma di solito accadeva dopo uno spettacolo, non durante le prove. Mi feci consegnare il biglietto e lessi:
Ti aspetto!
Probabilmente la mia faccia dovette assumere un’espressione molto buffa perché i miei attori mi guardarono un istante e poi scoppiarono a ridere.
- Credo che per stasera abbiamo finito, ci vediamo domani ragazzi – li congedai fulminandoli.
Uscirono senza dire una parola ed io corsi a casa.
Entrai in bagno. Lei era dentro la vasca, di spalle. Aveva raccolto i capelli, lasciando scoperto il collo, sapendo benissimo l’effetto che quella vista avrebbe avuto su di me.
- Non è bello far aspettare così tanto tua moglie – mi rimproverò appena si accorse della mia presenza.
- Ho fatto prima che ho potuto – le risposi avvicinandomi mentre mi toglievo la giacca.
- Ti perdono solo se mi aiuti ad insaponare la schiena.
Sorrisi. Arrotolai le maniche della camicia fino al gomito e mi sedetti dietro di lei, sul bordo della vasca. Con il sapone iniziai ad accarezzarle le spalle, poi lei piegò indietro la testa appoggiandola sulla mia coscia. Teneva gli occhi chiusi ed aveva un’espressione beata che non le vedevo da tanto tempo.
- Come ti senti oggi? – le chiesi.
- Molto meglio, c’è solo una cosa che mi manca perché tutto sia perfetto.
- Che cosa?
- Mio marito!
- Lentiggini… lo sai cosa ha detto il medico, di avere ancora un po’ di pazienza.
- Signor Graham lei dimentica troppo spesso che anche sua moglie è un medico… è già passato molto tempo ormai e ti posso assicurare che è tutto a posto. Perché non vieni a farmi compagnia? Non farti pregare… e poi ormai sei tutto bagnato! – concluse voltandosi all’improvviso e rovesciandomi addosso un’intera brocca d’acqua.
Restammo nella vasca fin quando l’acqua non divenne troppo fredda, poi la sollevai e la portai sul nostro letto dove rimanemmo non so per quanto tempo.
- L’hai fatto apposta vero? Ormai mi conosci troppo bene – le chiesi tenendola ancora stretta tra le braccia.
- A cosa ti riferisci?
- A farti trovare nella vasca, con i capelli tirati su e il collo in bella mostra. Sai l’effetto che ha su di me fin dalla prima volta!
- Quale prima volta?
- Beh… nel bosco, il giorno della Festa di Maggio, quando ti sorpresi a togliere l’abito di Romeo per indossare quello di Giulietta, la mia Giulietta!
- Ora che ci penso non mi hai mai detto quello che hai visto quel giorno.
- Quanto basta!
- Cosa vuol dire “quanto basta”?
- Quanto basta per… rischiare di cadere dall’albero!
- Terence!!!! Sei un farabutto!
- “Villano” è l’aggettivo che usasti se non sbaglio.
- Troppo poco!
- Ti assicuro che era abbastanza… abbastanza per essere definitivamente e irrimediabilmente stregato da te! La visione delle tue spalle e della tua schiena nuda accarezzata da un raggio di sole che filtrava dai rami ha tormentato le mie notti per mesi e non potrò mai dimenticarla!
- Riesci sempre a fregarmi! – esclamò giocando sul mio petto con le dita.
- Anche tu… siamo pari – le dissi prima di impossessarmi di nuovo delle sue labbra e non solo.
Continuammo a coccolarci per un po’, poi mi venne in mente una cosa che era successa quando lei era ancora in ospedale e di cui non le avevo parlato.
- Ho visto il Duca.
- Intendi dire tuo padre?
- Sì.
- Quando?
- Il giorno dopo il tuo ricovero… ero nella cappella dell’ospedale, avevi la febbre molto alta. Ad un certo punto un uomo si è seduto accanto a me. Mi sono voltato e… è strano, appena l’ho visto…
- Ti ha fatto piacere fosse lì, non è vero?
- Beh sì… non ha fatto né detto niente, è solo rimasto accanto a me. Sapevo che era lì e sentivo che qualsiasi cosa gli avessi chiesto lui l’avrebbe fatta.
- Ma tu non gli hai chiesto niente!
- No.
- E poi non l’hai più visto?
- Quando siamo usciti dalla cappella, un’infermiera è venuta a cercarmi per dirmi che stavi meglio, la febbre era scesa e in quel momento lui è come scomparso. Ho addirittura pensato che fosse stata un’allucinazione, poi… il giorno in cui sei tornata a casa mi ha mandato un biglietto dicendomi che era molto felice che le cose si fossero risolte per il meglio.
- Non ti piacerebbe rivederlo e parlarci magari?
- Non lo so… forse. Però, da quando sono padre credo di aver compreso alcune cose: prima di tutto che padri non si nasce né tantomeno lo si diventa semplicemente mettendo al mondo un figlio. È un percorso lungo e difficile in cui solo le persone che ti amano ti possono aiutare, una moglie e un figlio ad esempio. Vedi quando tu eri in ospedale, TJ e Noah mi hanno dato molto coraggio, mi sono stati di grande aiuto, io invece non credo di aver aiutato molto mio padre a fare il padre. Ho sempre avuto una gran rabbia verso di lui, pretendevo che lui mi capisse ma io non ho mai provato a capirlo, a capire anche i suoi errori, perché di errori ne ha fatti non c’è alcun dubbio, ma chi non li fa? Ero solo un bambino allora, ma adesso… è diverso.
- Potresti fargli conoscere i ragazzi e dargli almeno la possibilità di fare il nonno… non credi?
- Sì… penso che potrei… al momento però ho altri programmi, lei cosa ne dice dottore?
- Dico che tu sei la cura migliore per me…
The End

Bellissima storia!!!
RispondiEliminaGrazie ❤️
EliminaConsolando l i figli ha tratto coraggio dai loro abbracci. Nella disperazione si è trovato accanto il padre a cui adesso darà una nuova possibilità. Storia molto intensa ❤️
RispondiEliminaGrazie ❤️
EliminaChe storia toccante. Triste ma al tempo stesso bellissima. Non è facile immaginare Candy malata. Mi ha commossa la disperazione di Terence . Loro già felicemente sposati e addirittura con 3 figli..
RispondiEliminaTerence ha avuto molta paura!
EliminaGrazie per il commento 🥰
Stupenda Elena!
RispondiEliminaGrazie ❤️
EliminaCiao EleTg, bellissima storia resa straordinaria dall'arrivo del Duca. Finalmente il papà di Terence è accanto al figlio. Resta in silenzio per sostenerlo, a volte le parole non servono!
RispondiEliminaE Terence quel silenzio del Duca lo sente, ne percepisce il rispetto del suo dolore e il sostegno. Grazie Cat!
EliminaMolto bella questa One shot.
Elimina"La mia Candy" trapela tutto l'amore di Terry.
EleTG sono Amelia Capuzzi che dire è una Fanfic meravigliosa ,complimenti 🫶
RispondiEliminaCiao Amelia, grazie 🥰
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