TUTTO CIO' CHE VUOI







Prologo

Scozia, 1919

- Terry… sei davvero tu?
- Dipende da ciò che vedi. Sei felice di incontrarmi?
- Sì… lo sono. Tornare in Scozia aveva un solo motivo. Speravo di trovarti qui.
- Ed io ero qui ad aspettarti.
Il vento sembrava trattenere il respiro.
- Dove sei stato tutto questo tempo?
- Altrove. Sempre in cammino. E sempre sulle tue tracce.
- Allora adesso possiamo restare un po’ insieme… Ti ricordi la nostra estate in Scozia? Sono passati sei anni, eppure…
- … eppure sembrano non essere mai esistiti.
Un sorriso appena accennato, un’ombra negli occhi.
- Ci siamo divertiti, nonostante Neal e Iriza.
- Alcune cose non si dimenticano. Altre non vogliono essere ricordate.
- Il tuo castello esiste ancora?
- È rimasto dov’era, ma non tutti possono entrarvi.
- Vorrei vederlo… anche se penserai che sono una sfacciata e che non ho ancora imparato le buone maniere.
- Per me resterai sempre la mia scimmietta lentigginosa.
Una risata, breve, quasi spezzata.
- Non sei cambiato… Sei sempre lo stesso villano, ma non smettere di ridere… mi è mancato così tanto il tuo sorriso.
- Candy… avrei dovuto portarti via con me. Se fossi stato più grande, se il tempo avesse avuto pietà…
- Ora siamo qui. Possiamo ricominciare.
Un silenzio più pesante della notte.
- Non è così semplice.
- Perché?
- Perché ciò che è accaduto ci segue ancora.
- Che cosa intendi, Terry?
- Che alcune promesse arrivano troppo tardi. Perdona il mio cuore… devi dimenticarmi.
- Non posso, non ora... mai!
- Devo andare.
- No, Terence… resta… Terence…
Il nome si perse nel buio.
Candy spalancò gli occhi. La stanza era immersa nel freddo, il fuoco nel camino ridotto a cenere. Si avvicinò alla finestra: il lago brillava sotto una luna pallida, immobile, come se custodisse un segreto.
- Terry… — sussurrò.

Era stato soltanto un sogno?
O qualcosa, quella notte, aveva davvero risposto al suo richiamo?

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1.

Scozia, 1919

Archibald Cornwell ed Annie Brigthon si erano uniti in matrimonio subito dopo la fine della guerra.
I tragici eventi che avevano colpito il clan degli Ardlay, soprattutto la morte sul fronte francese dell'adorato Alistear, fratello dello sposo, non aveva concesso loro niente di più di una semplice cerimonia con pochissimi invitati. Il tutto si era svolto nella più assoluta sobrietà, nella cappella privata della loro villa di Chicago.
Candy era presente. Per niente al mondo si sarebbe persa le nozze del cugino e della carissima Annie, sua amica da sempre. Al momento dello scambio delle promesse tuttavia, quando gli sposi avevano pronunciato il loro reciproco giuramento di amore eterno, era stata colta da una profonda emozione e si era dovuta appoggiare al braccio di Albert che le era vicino come sempre. Anche lui però, negli ultimi anni appariva come invecchiato di colpo e il suo sguardo, un tempo limpido e vivido, sembrava essersi spento dietro un velo di malinconia.
- Viva gli sposi! - avevano gridato gli invitati lanciando nell'aria petali di rose. I due giovani erano partiti subito per la luna di miele, nella regione dei laghi in Canada.
Il loro desiderio più grande era però quello di tornare in Inghilterra, a Londra, dove il loro amore era diventato un piccolo germoglio di cui si erano presi cura, fino a renderlo forte come una quercia.
I recenti eventi bellici purtroppo avevano attraversato l'Europa devastandola e la loro visita venne più volte rimandata. Fino a quando non si rese in effetti necessaria per riprendere il controllo degli affari di famiglia. Archie venne incaricato di occuparsene e lui accolse con entusiasmo questa opportunità.
Dopo i primi mesi trascorsi a Londra insieme ad Annie, entrambi avvertirono il desiderio di rivedere la Scozia e quei luoghi dove ancora ragazzini avevano trascorso le vacanze estive, durante il periodo in cui frequentavano la Royal St. Paul School.
Arrivarono alla tenuta degli Ardlay all'inizio della primavera e vi si stabilirono rimettendola a nuovo, con l'intenzione di trascorrervi l'estate.
Durante quei mesi Annie e Candy si erano scritte spesso, raccontandosi le loro gioie e preoccupazioni quotidiane, come facevano abitualmente incontrandosi, quando entrambe abitavano a Chicago.
In una delle ultime lettere, Candy aveva espresso il desiderio di rivedere la Scozia. Non vi era più tornata da quell'estate del 1913 alla quale, diceva, erano legati i suoi ricordi più dolci. Annie, che avrebbe fatto di tutto pur di accontentarla e di vederla sorridere, forse un po' ingenuamente le aveva proposto di raggiungerli.
Il marito l'aveva rimproverata dicendole che era un'idea assurda.
- Ti prego Archie non arrabbiarti, in fondo è stata proprio Candy a chiedermelo.
- E tu pensi che potrebbe farle bene tornare qui dopo quello che è successo?
- Lo spero...

Così nel luglio del 1919 Candy giunse alla stazione di Edimburgo, da lì proseguì fino alla tenuta degli Ardlay, sulla riva del Loch Lomond, come se ogni miglio percorso la conducesse non solo a una casa, ma a un destino che l’attendeva in silenzio.

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2.

Scozia, 1919

- Candy cara... finalmente! Ero così in pensiero, non vedevo l'ora che tu arrivassi.
- Annie sei sempre la solita, ti preoccupi per tutto! Come vedi sono qui sana e salva.
Non mi preoccupo per tutto, mi preoccupo per te, pensò Annie, ma non glielo disse.
- Vieni, entriamo.
Villa Ardlay non era cambiata, anche se era stata rinfrescata con nuovi arredi e tendaggi, non aveva perso quell'aspetto severo tipico dell'architettura dell'epoca. O forse a Candy faceva quest'impressione perché ricordava quando vi abitavano l'arcigna prozia Elroy insieme ai terribili fratelli Lagan.
- Fa molto caldo! - esclamò togliendosi il cappello.
- Sì, soprattutto durante il giorno, le notti invece sono decisamente fresche, bisogna coprirsi.
Candy si guardava intorno, al centro del grande atrio circondato da colonne di marmo candido. L'amica la osservava, aveva l'aria assorta e apparentemente calma, ma lo smeraldo dei suoi occhi continuava ad essere incerto.
- Come stai? - si decise a chiederle e la sua voce aveva la dolcezza di una carezza.
- Bene - rispose Candy cercando un tono deciso e credibile.
Annie la guardò scettica, piegando leggermente la testa di lato, un gesto che l'amica conosceva bene.
- Miss Pony e suor Lane?
- Oh beh... vorrei avere io la loro energia, non si fermano mai, sempre dietro ai bambini! Ti mandano i loro saluti più affettuosi.
- Sei ancora convinta di restare alla Casa di Pony... per sempre?
- Annie ti prego, ne abbiamo parlato tante volte e conosci già la mia risposta.
- Sì scusami... sarai stanca. Ti mostro la tua camera... è la più bella di tutta la casa e ha una magnifica vista sul lago. Lascia pure all'ingresso le valigie più pesanti, ci penserà Archie quando torna.
- Dov'è il mio caro cugino?
- È andato al mercato in città a comprare della frutta fresca, è voluto andare di persona per scegliere quella migliore per la sua ospite. Dovrebbe essere di ritorno tra poco - le spiegò Annie mentre camminavamo lungo il corridoio che portava alle camere.

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Durante i primi giorni di permanenza alla villa, Candy uscì spesso a fare lunghe passeggiate nei dintorni del lago. Da molto tempo desiderava rivedere quei luoghi, ma temeva anche l'impatto che i ricordi avrebbero avuto su di lei.
Quando Annie, nell'ultima lettera, le aveva chiesto di raggiungerli, Candy aveva reagito con grande entusiasmo all'idea di quella vacanza. Tuttavia successivamente i dubbi l'avevano quasi fatta rinunciare a partire. Non voler deludere Annie ed Archie era stata poi la spinta decisiva che le aveva fatto intraprendere la traversata oceanica.
Adesso si stupiva del suo sentire mentre camminava tra i boschi di pini e ammirava il paesaggio circostante. Si stupiva perché riconoscere ogni angolo, ogni scorcio, le piante, i fiori... non le procurava ansia o dispiacere, tutt'altro: le sembrava di essere a casa.
Dopo quel sogno in cui aveva rivisto Terence, aveva cercato di ritrovare il castello dei Granchester. Si ricordava che era visibile dalle finestre della sua camera alla scuola estiva, eppure non riusciva ad individuarlo. Probabilmente il bosco che separava le due proprietà era cresciuto e le impediva di scorgere ciò che stava al di là.
Uno di questi giorni ci andrò, pensava, ma ogni volta rimandava alla mattina successiva.

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Quel giorno una pioggia silenziosa e insistente le aveva impedito di uscire. Così Annie e Candy avevano trascorso il pomeriggio e gran parte della serata a raccontare ad Archie le loro marachelle di quando erano bambine alla Casa di Pony. Avevano trascorso delle ore serene e in allegria, come non accadeva da tempo.
Annie era felice nel vedere Candy sorridere, con le guance rosse abbronzate dal sole e lo sguardo limpido di una volta.
- Sembra che la Scozia le stia facendo bene, non ti pare? - domandò al marito, dopo che si furono ritirati nelle proprie stanze.
- Beh sì, non lo avrei mai immaginato, ma devo ricredermi, Candy sembra rinata.
La pioggia continuava a tamburellare sui vetri della finestra. A Candy piaceva ascoltarla, era un suono familiare che le ricordava un pomeriggio d'estate, trascorso davanti ad un camino.
Cullata da quella melodia si addormentò profondamente.
- Oggi ti aspettavo...
- Terry... lo so, ma con questa pioggia... e poi non riesco a trovarlo, non lo vedo.
- Vieni con me, te lo mostrerò.
Il salone li accolse come un rifugio segreto. Nulla era cambiato: il camino acceso, il grande tappeto che attutiva ogni passo, il divano che sembrava aspettarli da sempre. Si sedettero vicini, abbastanza da sentire il calore l’uno dell’altra, ma senza sfiorarsi. Il fuoco disegnava riflessi dorati sui loro volti, mentre il resto della stanza restava avvolto in una penombra complice.
Si voltarono lentamente. I loro sguardi si incontrarono e indugiarono, come se il tempo avesse deciso di rallentare. Un sorriso lieve, carico di promesse non dette.
— Vuoi vedere anche la sala della musica?
— Sì… — rispose Candy, con un filo di voce.
Quando entrarono, l’aria sembrò vibrare. Candy ebbe l’impressione che qualcuno avesse appena smesso di suonare, come se la stanza avesse trattenuto un respiro.
— Chi c’è? — chiese, fermandosi sulla soglia.
— Forse un fantasma — mormorò lui, avvicinandosi alle sue spalle.
— Non fare il furbo, Terry… — disse senza voltarsi, consapevole della sua presenza troppo vicina — …non ci casco più! - esclamò, ricordando come lui amasse spaventarla solo per stringerla a sé.
Terry sorrise, poi si sedette al pianoforte. Le sue dita sfiorarono i tasti, riempiendo l’aria di una nostalgia dolce e penetrante. Candy lo ascoltava in silenzio, con un nodo caldo nel petto. In quell’istante, nulla sembrava davvero cambiato. Tutto era incredibilmente familiare… e per questo ancora più intenso.
Quando la musica si spense, il silenzio rimase sospeso tra loro.
— Credevo che tu… — sussurrò.
— Usciamo — disse lui, alzandosi, come se temesse di restare troppo a lungo in quell’intimità.
Nel giardino l’aria era fresca e profumata di pioggia. Le foglie brillavano come cosparse di luce, e il terreno umido rifletteva il cielo notturno. Terry si voltò verso di lei con un sorriso malizioso.
— Fai ancora la scimmietta tra i rami?
— Non facevo la scimmietta!
— Ah no? — rise — Tu sei una scimmietta… e pure lentigginosa.
Poi scappò, ma lentamente, come se volesse essere inseguito.
— Sei sempre il solito maleducato! — gridò Candy, ridendo — Vieni qui e ti insegnerò io come si tratta una signorina!
— Quale signorina?
Le risate riempirono la notte, leggere e vibranti. Candy correva per raggiungerlo, sentendo il cuore batterle forte. Più si avvicinava, più lui sembrava rallentare, come se stesse aspettando il momento giusto per farsi prendere… o per voltarsi e stringerla finalmente a sé.
L'immagine di Terry finì per confondersi con l’ombra, come se stesse giocando a sparire… o a farsi inseguire ancora una volta.

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3.

Scozia, 1919

Candy non aveva riposato bene quella notte.
La pioggia del pomeriggio, dapprima timida, si era fatta tempesta, e il vento aveva percorso la casa come un visitatore indesiderato, insinuandosi tra le pareti, facendo vibrare le finestre, sussurrando nomi che nessuno pronunciava più.
Anche i suoi pensieri erano stati travolti, sparsi, frantumati e ora giacevano in un silenzio stanco, come dopo una battaglia dimenticata.
All’alba, però, il mondo sembrava aver cambiato volto. Il sole filtrava pallido tra le nuvole in fuga, come se nulla fosse accaduto. Candy decise di uscire. Sentiva che la natura, almeno lei, non le avrebbe mentito.
Partì molto presto, dirigendosi verso il lago insieme a Hope, una Highland Pony dal manto grigio, docile e attenta, quasi consapevole del peso che portava.
Il ritmo degli zoccoli spezzava il bisbiglio della foresta e in quel suono Candy percepì echi che non si erano mai dissolti davvero.
Un grido.
Acuto. Spezzato.
Poi un tonfo.
E il vuoto.
Le lacrime, il dolore, la paura che aveva imparato a respirare. Per anni non era più salita su un cavallo. Bastava avvertirne il fiato caldo per sentirsi mancare.
Poi altre grida, diverse. Ferme. Decise. Non di terrore, ma di richiamo. Di risveglio.
Da quel giorno tutto era cambiato. Lei era tornata a vivere dopo quella corsa furibonda, come se qualcuno l’avesse strappata alla soglia dell’oblio.
Con una lieve pressione della gamba, Candy diede l’impulso a Hope. La cavalla rispose subito, lanciandosi al galoppo. Davanti a loro, una distesa pianeggiante si apriva come un invito, senza ostacoli e senza promesse.
L’aria fresca, carica di rugiada, le accarezzava il viso. Il profumo dell’erba umida e della terra viva le riempiva i polmoni.
All’improvviso, una risata.
Candy strinse le redini di scatto. Il cavallo si fermò.
Il suono era stato chiaro. Vicino. Familiare.
Si guardò intorno. Aveva raggiunto un punto del bosco che riconobbe all’istante. Lì lo incontrava spesso: disteso al sole tra i fiori, o seduto a leggere, con la schiena contro il tronco di un albero. Appariva sempre così, senza preavviso. Talvolta preceduto proprio da una risata… come quella.
- Dove sei? — mormorò, sorpresa dalla propria voce, come se non fosse stata lei a parlare.
Nessuna risposta.
Riprese a muoversi, questa volta lentamente, inoltrandosi nel cuore più scuro del bosco, dove la luce si faceva incerta e i rumori sembravano svanire.
- Sei qui? - chiese ancora.
La sensazione di non essere sola si fece più intensa, quasi tangibile. Candy proseguì, guidata da qualcosa che non sapeva nominare, finché gli alberi si diradarono e davanti a lei apparve il lago.
Sulla riva, immobile come un’apparizione, c’era un cavallo.
Era magnifico.
Privo di sella, di redini, di ogni segno umano. Selvaggio.
Si stava dissetando e dal suo mantello bianco si sollevava un vapore leggero, come se avesse appena terminato una lunga corsa o attraversato un confine invisibile. La criniera folta ondeggiava lentamente mentre beveva, ignaro della sua presenza.
Candy trattenne il respiro.
Per un istante ebbe l’impressione che quel cavallo non appartenesse del tutto al nostro mondo.
Il guizzo di un grosso pesce lo fece spaventare e corse via lungo la riva, sollevando una nuvola d'acqua. Scomparve in pochi istanti.
Candy tornò indietro. Rientrata in villa trovò la colazione pronta. Archie ed Annie la stavano aspettando.
- Buongiorno Candy, di ritorno dalla tua passeggiata?
- Buongiorno, sì sono uscita con Hope.
- È un'ottima cavalla, intelligente... è un piacere passeggiare con lei.
- Proprio così - confermò Candy distrattamente, sedendosi a tavola.
Archie le versò del tè caldo.
- Sapete se qui intorno ci sono allevamenti di cavalli?
- Beh sì, più di uno... perché? - domandò il cugino.
- Ne ho visto uno splendido giù al lago, senza finimenti, completamente... libero..
- Deve essere dei MacAlister... giusto qualche giorno fa il signor Ewan mi ha detto che hanno un cavallo che li fa disperare, indomabile... potrebbe essere fuggito dal loro allevamento. Dal momento che vado in città, mi fermo e lo avviso.
- Mi sembra un'ottima cosa Archie - esclamò Annie carezzando la mamo del marito con approvazione.
- Posso venire con te? Mi piacerebbe vederlo da vicino... era veramente un incanto.
- Certo Candy, andiamo.
L'allevamento dei MacAlister non era molto lontano, con l'auto impiegarono pochi minuti.
Nell'ampio recinto esterno c'erano molti cavalli, ma non quello che aveva visto Candy al lago. Il proprietario riconoscendo Archie si fece avanti per salutarlo.
- Buongiorno signor Cornwell, ha visto che splendidi animali?
- I migliori della contea!
- Esatto! Ha bisogno di qualcosa?
- No, in realtà mi sono fermato perché mia cugina, passeggiando vicino al lago, ha notato un cavallo ed io ho pensato fosse uno dei suoi.
- Scommetto che era quel selvaggio di Caliban!
- Caliban... - ripeté Candy come se quel nome le suggerisse qualcosa.
- Sì signorina... venga a vedere.
Sì spostarono sul retro della grande fattoria. In un piccolo recinto, legato ad una corda troppo corta, scalpitava un magnifico esemplare, prigioniero di un confine che non aveva scelto, come se l'aria stessa lo trattenesse contro la sua volontà.
- È lui! - esclamò Candy sicura.
- Certo... è un cavallo pazzo, scappa in continuazione, finirà per farsi male e dovrò abbatterlo.
- No!
A quel grido l'animale sembrò quietarsi, come se avesse riconosciuto la voce di Candy.
Lei si avvicinò al recinto.
- Faccia attenzione signorina, potrebbe essere pericoloso!
Archie la chiamò ma lei proseguì dritta verso l'animale che immobile sembrava aspettarla.
- Vieni qui... - sussurrò con voce dolce.
MacAlister scosse la testa scettico, ma Caliban si voltò fissando la ragazza che lo chiamava. Poi abbassò il muso, lentamente, offrendosi al suo tocco.
Candy esitò appena. Quando la sua mano si posò su di lui, il contatto fu caldo, vivo, sorprendentemente intimo. Le dita scivolarono piano lungo la pelle tesa e vellutata, seguendo una linea che sembrava già conoscere. Non era una carezza frettolosa: era un gesto che nasceva dal bisogno di sentire, di ricordare qualcosa.
Sotto il palmo avvertì un fremito lieve, come un sospiro trattenuto. Il cavallo restò immobile, il capo chino, e in quel silenzio Candy sentì affiorare un’emozione improvvisa, profonda, quasi dolorosa. Il calore che emanava non era solo fisico: era una presenza, una familiarità struggente che le strinse il petto.
La mano indugiò, inconsapevolmente più sicura, seguendo il ritmo lento del suo respiro. In quel gesto semplice, così carico di abbandono, Candy ebbe la sensazione di essere riconosciuta. Come se quella creatura sapesse chi era, come se l’avesse attesa.
Un brivido le attraversò la schiena. Non capiva perché, ma quella carezza le dava l’impressione di toccare qualcuno che aveva amato profondamente, qualcuno che credeva perduto. E per un istante, breve e infinito, il mondo parve fermarsi su quel contatto silenzioso, colmo di un’intimità che andava oltre ogni spiegazione.

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4.

Scozia, 1919

Candy tornò all’allevamento il giorno seguente. Caliban era ancora rinchiuso in quel piccolo recinto, irrequieto. I suoi zoccoli tormentavano il legno con colpi sordi, con ostinazione.
- Non c’è verso di piegarlo - sospirò il signor MacAlister - È un testone… ma io sono più testardo di lui!
Candy lo osservò a lungo, poi parlò con voce quieta, come se si rivolgesse non solo all’uomo, ma all’animale stesso.
- Forse non scappa perché è ribelle… ma perché si sente prigioniero. Se lo lasciasse andare, tornerebbe. Si torna sempre da chi ci ama per come siamo, senza pretendere di cambiarci.
MacAlister la fissò interdetto. Lasciare libero un cavallo indomabile? Un’assurdità. Eppure, in quelle parole semplici, avvertì qualcosa di vero, come una legge non scritta del cuore. Contro ogni logica, sciolse le briglie e aprì il recinto. Caliban fuggì immediatamente, senza voltarsi.
L'allevatore si pentì subito, ma Candy no.
- Tornerà - mormorò.
Al tramonto, seduta sul davanzale di una finestra, lo vide riapparire in lontananza. Il suo galoppo non aveva più la furia della fuga, ma la lentezza di un ritorno. Candy sorrise appena, con quella dolcezza che nasce solo quando una speranza non delude.
Una settimana dopo, Archie le raccontò che quell’animale un tempo ribelle era diventato incredibilmente docile, il fedele compagno di giochi di una bambina che lo aveva ricevuto in dono per il compleanno.
Candy ne fu felice, ma quella felicità aveva il sapore delle cose che non ci appartengono più. Sapeva che non lo avrebbe rivisto.
Così come non aveva più rivisto Terry.
La sua assenza era una presenza costante, un vuoto che si insinuava nei gesti più semplici. Avrebbe voluto parlargli ancora, sentire la sua voce, incrociare il suo sguardo. Ma ciò che più le faceva male era il desiderio irrealizzato di poterlo abbracciare, anche solo per un istante.
Ricordava la prima volta in cui era accaduto. Stavano ballando, e per un breve momento il mondo aveva smesso di farle male. Aveva sentito nascere in sé una quiete nuova, fragile, come l’inizio di una vita diversa. Poi il nome di Anthony era affiorato alle sue labbra, inevitabile, come una ferita che non smette di sanguinare.
Terry si era fermato. L’aveva stretta a sé e baciata, con un gesto improvviso, disperato.
Lei lo aveva respinto.
Eppure quel bacio continuava a vivere dentro di lei, più reale dell’assenza che li separava. In quel gesto c’era rabbia, sì, ma anche una resa silenziosa, il riconoscimento di un amore che lui aveva già accettato e che lei aveva avuto paura di ammettere.
Ora Candy avrebbe voluto dirgli che lo aveva amato come non avrebbe mai più amato nessuno. Che se lo avesse avuto davanti, lo avrebbe abbracciato senza difese, senza timore, lasciando andare tutto il resto.
Ma alcune verità arrivano quando è ormai troppo tardi e restano nel cuore, come promesse mai mantenute. Fanno male e ci tormentano fino a diventare insopportabili. Si è disposti a fare qualsiasi cosa pur di realizzare ciò che ormai sembra impossibile.
Quella sera l’aria era immobile. Il caldo del giorno si era ritirato lentamente, lasciando dietro di sé un silenzio innaturale, come se la notte stesse preparando qualcosa che non voleva essere visto.
Candy si era distesa sul letto senza nemmeno spogliarsi. La stanchezza l’aveva vinta all’improvviso, e il sonno l’aveva accolta senza sogni.
Fu un respiro a destarla. Leggero, regolare. Come se qualcuno le dormisse vicino.
Aprì gli occhi. Lui era lì.
Li richiuse, come per scacciare un’illusione, poi li riaprì ancora. Nulla cambiava. Terence dormiva accanto a lei, il volto disteso di chi non conosce paura, come se quel luogo gli appartenesse da sempre. Candy rimase immobile, temendo che anche il più piccolo movimento potesse farlo svanire. C’era qualcosa di antico in quella bellezza: selvaggia, nobile, eppure fragile, come una creatura che non dovrebbe trovarsi lì.
Una ciocca ribelle gli cadeva sulla fronte. Senza rendersene conto, Candy allungò la mano. Prima che le dita potessero sfiorarlo, lui si ritrasse di scatto, come un animale braccato.
- Terry… sei tornato… - sussurrò, più a se stessa che a lui.
Gli occhi di Terence si aprirono, scuri, inquieti.
- Non farlo… non farlo mai! - la sua voce era dura, ma incrinata, come se stesse lottando contro un ordine che non voleva dare.
- Cosa non devo fare?
- Non toccarmi.
- Perché?
Distolse lo sguardo, come se la risposta fosse troppo pesante.
- Non sarei dovuto venire…
 Si alzò di scatto, dirigendosi verso la porta.
- No, aspetta… ti prego… - Candy si sollevò in ginocchio sul letto, il cuore che batteva troppo forte.
- Credevo di non vederti più. Ora che sei qui… resta. Anche solo un po’.
Terence esitò.
- Candy… se potessi, resterei per sempre.
- Cosa te lo impedisce?
- Devo andare.
- Dove vai quando non sei con me?
Un’ombra attraversò il suo volto.
- Io sono sempre con te, ma non posso mostrarmi spesso.
- Io voglio stare con te.
- No… non dirlo!
In quell’istante una folata di vento improvvisa spalancò la finestra. Le tende si gonfiarono come vele bianche, la stanza tremò. Candy si voltò solo un secondo.
Quando tornò a guardare, Terence non c’era più.
Rimaneva soltanto il silenzio. E, nell’aria, l’eco di un respiro che forse non era mai esistito.

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5.

Scozia, 1919

Era trascorsa una settimana dall’ultima volta che lo aveva visto.
Una settimana di pioggia ostinata, sottile come un pianto trattenuto dal cielo.
Candy restava per ore chiusa nella sua stanza, ascoltando il ticchettio dell’acqua sui vetri come se potesse rispondere alle sue domande. Nient’altro esisteva, se non quelle ultime parole rimaste sospese tra loro, come una promessa spezzata.
- Voglio stare con te.
- No… non dirlo.
Poi il silenzio.
Una folata di vento, il fruscio delle tende… e lui non c’era più. Scomparso come un’ombra che non lascia traccia.
Perché?
Perché non torni, Terence?
Dimmi dove sei… ti prego.
Annie cominciava a temere di aver sbagliato ad invitarla in Scozia. La vedeva scivolare di nuovo in quel mutismo cupo che conosceva fin troppo bene, come se la luce che sembrava essere tornata all’inizio del viaggio si stesse spegnendo lentamente.
- Candy non si è ancora alzata?
- No, Archie.
- C’è qualcosa che non va.
- Da giorni è di nuovo silenziosa… distante. Pensavo stesse meglio, ma ora…
- Hai provato a parlarle?
- No. Con lei non si può forzare nulla. Se non è pronta, si chiude ancora di più.
- Eccola… sta arrivando.
Candy si sedette a tavola senza dire una parola. Accennò un sorriso appena percettibile, come un riflesso che non riesce a mostrarsi. Prese il tè, ne bevve qualche sorso distrattamente, poi si alzò di nuovo. I suoi passi la portarono verso una delle grandi finestre affacciate sul giardino, dove la pioggia continuava a scendere, uguale a sé stessa.
- Questa pioggia… - mormorò - sembra non voler finire mai.
La sua voce pareva provenire da molto lontano, come se fosse altrove, intrappolata in un tempo che non apparteneva a nessuno.
Archie lanciò uno sguardo ad Annie, che le si avvicinò con cautela.
- Candy… ti senti bene?
- Certo. Perché me lo chiedi? - rispose senza voltarsi, seguendo con gli occhi le gocce che scivolavano lente sul vetro.
- Forse ti stai annoiando… magari preferiresti tornare in America, alla Casa di Pony… o a Chicago, da Albert.
- No! - esclamò, con una forza improvvisa che fece sussultare Annie - Voglio restare qui. Non posso andarmene.
Il silenzio cadde pesante nella stanza.
- Perché non puoi? - chiese Annie piano - Se è per me, non devi preoccuparti. Io sto bene qui. E poi tra qualche mese torneremo anche noi, vero Archie?
- Sì, contiamo di passare il Natale a Chicago.
- Io invece non ho fretta - sussurrò Candy - Vorrei restare qui… per sempre.
- Per sempre? - Annie la fissò, turbata - Perché?
Candy rimase immobile. Per un istante sembrò lottare con se stessa, come se temesse che, pronunciando quelle parole, qualcosa di fragile potesse spezzarsi.
Poi sollevò lo sguardo. I suoi occhi brillavano di una luce inquieta, simile a gocce di pioggia attraversate dal sole.
- Non posso andarmene perché… lui è qui. Io l’ho visto.
Annie si portò una mano alla bocca per soffocare un grido. Archie rimase impietrito.
- Candy… di chi stai parlando?
- Terry.
- Avrei dovuto immaginarlo - mormorò Annie, stringendole piano le spalle - La Scozia risveglia troppi ricordi.
Candy sorrise, un sorriso colmo di nostalgia.
- Forse lo hai sognato - disse Archie con cautela.
- No - scosse il capo - All’inizio l’ho pensato anch’io. Ma poi sono stata al suo castello… con lui. È tutto come allora.
- Al suo castello? Quando?
- Una notte. È venuto qui. Da sola non riuscivo a trovarlo… così mi ha accompagnata.
- Candy… non è possibile che Terence sia venuto qui.
- Ti dico di sì, Annie!
- Ma Candy… lo sai che lui è…
- No! - la interruppe, con voce spezzata - Non è vero. Io l’ho visto. Gli ho parlato. Ha suonato per me… come faceva sempre.
Abbassò lo sguardo.
- Ma da qualche giorno non si fa più vedere… e io non so dove cercarlo.
Archie fece cenno ad Annie di calmarsi, poi parlò lentamente, come se stesse misurando ogni parola.
- Io so dov’è il castello dei Granchester.
Annie lo fissò, terrorizzata.
- Davvero… mi ci porteresti?
- Certo - rispose lui - Andiamo. Adesso.
Presero l'auto e in pochi minuti arrivarono a destinazione. Ma ciò che Candy vide fu ben diverso da quello che si aspettava.
- Non è questo, non è possibile Archie.
- È questo Candy, sono sicuro! Ricordo perfettamente quando con Stair facemmo volare il vecchio biplano del duca.
- Non può essere... - mormorò Candy incredula e delusa.
- Possiamo entrare se vuoi?
- Sì andiamo!
Dell'imponente costruzione rimaneva ben poco, le mura esterne erano crollate in più punti, ma erano soprattutto gli ambienti interni a portare i segni del passare del tempo e dell'abbandono.
Candy si aggirava da una stanza all'altra con gli occhi sbarrati che si riempirono di lacrime davanti al pianoforte ricoperto di polvere.
Intanto fuori, la pioggia continuava a cadere, come se custodisse un segreto che nessuno era ancora pronto a conoscere.

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6.

Scozia, 1919

Da quando Candy era tornata in Scozia, era come se la sua mente avesse eretto un fragile argine contro il passato. I ricordi si erano nascosti in un angolo remoto del cuore, silenziosi ma mai davvero sopiti. Eppure era bastato rivedere quei luoghi perché tutto crollasse. Le colline, l’aria limpida, i sentieri battuti dal vento la risospinsero indietro nel tempo, a quell’estate lontana in cui aveva compreso, senza ancora saperlo, quanto Terence fosse diventato la sua vita.
Le vacanze del 1913 l’avevano segnata per sempre. Lì aveva incontrato l’amore. Un amore assoluto e crudele, destinato a non compiersi, a restare sospeso come un sogno spezzato sul più bello. Ma allora Candy non poteva saperlo. Allora sapeva soltanto che ogni istante trascorso con lui le sembrava necessario, vitale. Amava tutto di Terence: il modo in cui la guardava, come la provocava sorridendo, la passione con cui parlava di teatro, quando le recitava Shakespeare come se fosse scritto solo per lei. Amava le cavalcate insieme, la musica dell’armonica nelle sere d’estate, il pianoforte che suonava come una promessa sussurrata.
Nulla di tutto questo era mai svanito, nemmeno quando lui aveva lasciato Londra e il tempo aveva scavato una distanza crudele tra loro. Candy aveva custodito quel sentimento come si custodisce una fiamma fragile nel buio, proteggendola con tutta se stessa. E quando finalmente il destino sembrava pronto a concedere loro un incontro, quando il sogno stava per diventare realtà, tutto si era infranto con una violenza spietata.
Quando Terence l’aveva invitata a Broadway per assistere alla prima di Romeo e Giulietta, dove lui avrebbe interpretato il protagonista, Candy era partita da Chicago con il cuore colmo di gioia e speranza. Alla stazione di New York, appena scesa dal treno, lo aveva visto. Gli era corsa incontro senza esitazione. Lui l’aveva afferrata per la vita, sollevandola da terra come se il mondo non avesse più peso, e si erano stretti in un abbraccio che sembrava voler fermare il tempo.
Avevano trascorso la mattinata insieme, persi nei ricordi della scuola, sempre più vicini, sempre più complici, mentre parlavano del futuro come se fosse finalmente a portata di mano. Poi lui l’aveva accompagnata in albergo ed era tornato in teatro per l’ultima prova generale. Candy non sapeva che quello sarebbe stato il loro ultimo addio.
Terence era sul palco quando un riflettore, staccandosi improvvisamente dal soffitto, precipitò su di lui, colpendolo in pieno. Trasportato d’urgenza in ospedale, lottò per due interminabili giorni tra la vita e la morte, prigioniero di un silenzio senza ritorno. Non riprese mai conoscenza.
E con lui, in quelle stanze d’ospedale, si spense anche il sogno di Candy. Un amore nato per brillare, condannato a consumarsi nel buio.
Albert l'aveva raggiunta immediatamente appena saputo dell'incidente, era rimasto accanto a lei, condividendo la speranza che Terence aprisse di nuovo gli occhi. Poi l'aveva riportata a casa con il cuore in mille pezzi da cui l'anima sembrava essere volata via insieme a Terence. Con affetto e pazienza, con l'aiuto di Annie, Miss Pony e suor Lane, era riuscito a farla tornare a vivere, ma non a sorridere.
Erano trascorsi più di due anni da allora, il dolore sembrava essersi affievolito, in realtà era solo diventato più profondo e quindi meno visibile in superficie. Era come un mostro nascosto nel buio che continuava a divorarla un pezzettino alla volta, rendendola sempre più fragile.
L'illusione delle ultime settimane di poterlo vedere e di averlo vicino, l'avevano fatta entrare come dentro una bolla iridescente sospesa tra sogno e realtà. Ma quando Archie l'aveva accompagnata al castello dei Granchester, tutto d'un tratto la sua bolla magica era scoppiata di fronte a quelle mura fatiscenti, lasciandola precipitare.
La presenza di Terence, le sensazioni provate insieme a lui, tutto era così reale, non poteva essersi immaginata ogni cosa.
"Forse sto impazzendo", si era detta!
Allora ogni notte usciva a cercarlo, tornando all'alba sfinita e disperata.
Una sera le venne la febbre alta. Annie riuscì a convincerla a mettersi a letto. Delirava e chiamava incessantemente Terry. Annie era molto preoccupata, andò a chiamare Archie per decidere cosa fare. Quando tornò da lei però sembrava essersi calmata, la temperatura si era abbasata, il respiro si era fatto più regolare. Annie restò con lei ancora un po', poi andò a dormire, vedendola riposare serenamente.
Quella notte, dopo un’assenza che pareva eterna, lui tornò.
- Candy… - la sua voce si insinuò nella stanza come una carezza d’aria, lieve e tremante, e lei si destò di colpo, con il cuore già in tumulto.
- Terry… - sussurrò - dove sei? Non riesco a vederti…
- Ascoltami, Candy - disse piano - devi promettermi che non mi cercherai più.
- Perché? - la parola le uscì spezzata, carica di paura.
- Perché tu non puoi trovarmi. Solo io posso venire da te.
- Ma io… - la voce le tremò - ho bisogno di vederti, ho bisogno di te. Terry, ti prego… non andartene più. Resta.
- Non posso - il suo tono era dolce e disperato insieme - Devi lasciarmi andare, amore mio. Se non lo farai, non troverò mai pace… e neppure tu.
- Allora non ti vedrò più?
- No - un soffio - Non mi vedrai, ma io sarò sempre accanto a te.
- No! - gemette - Io voglio vederti, voglio stringerti… sentire il tuo calore, il tuo cuore che batte contro il mio…
Il silenzio calò improvviso, denso come un presagio. Candy trattenne il respiro, temendo che fosse svanito per sempre. Seduta sul letto, febbricitante, cercava nel buio un’ombra, un segno, una presenza.
Poi lui tornò a parlare.
- Ascoltami, Candy… ora devi riposare. Hai ancora la febbre. Quando dormirai… mi vedrai.
- Davvero?
- Sì - mormorò - resterò con te per tutta la notte.
Candy si lasciò ricadere sul cuscino e chiuse gli occhi. Il respiro si fece lento, il mondo pian piano si dissolse. E allora, come richiamato dal suo cuore, Terry prese forma nel sogno.
- Amore mio… - lo chiamò.
- Sono qui.
- Posso abbracciarti?
- Sì.
Si strinse a lui con tutta la forza che aveva, come se temesse di perderlo ancora. Il suo petto era caldo, vivo, il battito del suo cuore le rimbombava contro la guancia.
- Sei vivo… — sussurrò, incredula.
- Solo per te — rispose.
Candy sollevò il viso. Gli occhi di Terry erano calmi, profondi, colmi di una serenità struggente che non gli aveva mai visto. Gli sfiorò le labbra, poi lo baciò, lentamente, bevendo il suo respiro, il suo profumo, imprimendolo nell’anima come un ultimo dono.
- Non andartene… - mormorò - non potrei sopportarlo.
Terry non rispose. La strinse a sé con un’intensità che sapeva di addio, finché la luce dell’alba non dissolse il sogno e si portò via anche lui.

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7.

Scozia, 1919

Candy si svegliò con una dolcezza nel cuore così intensa da sembrarle irreale, come un sogno rimasto incollato alla pelle. Da quanto tempo non provava più quella sensazione? Si alzò lentamente dal letto e, quasi guidata da un richiamo silenzioso, corse alla finestra. Spalancò le tende.
Il lago la accolse con un bagliore incredibile: il sole limpido si rifletteva sull’acqua appena increspata dalla brezza del nord, frantumandosi in mille scintille tremolanti, come se la luce stessa stesse cercando di dire qualcosa… o di nascondere altro.
- Che magnifica giornata… - mormorò, sorpresa dalla propria felicità. La pioggia dei giorni passati sembrava non essere mai esistita.
Si lavò in fretta e scese in cucina. Quando Annie e Archie la raggiunsero, la trovarono già indaffarata a preparare la colazione, con un’energia che li sorprese.
- Candy… come ti senti? - chiese Annie, con una cautela che tradiva ancora la paura.
- Benissimo - rispose lei, sorridendo.
- Sei sicura? - insisté Archie, studiandola con attenzione.
- Certamente. Mi dispiace di avervi fatto preoccupare… ma ora sto molto meglio. E con una giornata così, non ho alcuna intenzione di restare chiusa in casa.
Infatti, dopo colazione, Candy uscì. Trascorse l’intera mattina all’aperto, camminando senza meta, come se ogni passo fosse guidato da una forza invisibile. Annie volle accompagnarla, temendo che, dopo quei giorni di febbre e delirio, il suo corpo non avesse ancora ritrovato del tutto l’equilibrio.
- Mi fa davvero piacere vedere che ti sei ripresa - disse infine.
- Sto decisamente meglio, Annie. Smettila di preoccuparti.
- Beh… - esitò lei — hai avuto una febbre altissima. E poi… non facevi altro che chiamare…
- Terry?
- Sì.
Candy sorrise, un sorriso lento, carico di una tenerezza che aveva qualcosa di inquietante.
- Ed è venuto da me…
Annie si fermò di colpo, come se il terreno sotto i piedi fosse improvvisamente mutato.
- Non mi credi, vero? - continuò Candy, senza voltarsi - Eppure è così. Terry non mi abbandonerà mai.
- Candy… - disse Annie con voce tesa - io credo che Terence voglia solo che tu stia bene. Che tu riprenda in mano la tua vita.
Candy si fermò allora. Il vento le mosse appena i capelli e nei suoi occhi passò un’ombra profonda, assoluta.
- La mia vita - sussurrò - è con lui.
I giorni scorrevano con una calma ingannevole, come l’acqua del lago quando nasconde correnti profonde. Candy aveva ripreso a mangiare, usciva al mattino e rientrava sempre alla stessa ora, dormiva la notte senza sussulti apparenti. Tutto, in lei, sembrava tornato a un ordine rassicurante.
Eppure Archie e Annie restavano vigili. Osservavano ogni gesto, ogni silenzio, sperando che quella apparente normalità fosse il segno che Candy stesse finalmente lasciando andare il passato… e il dolore che lo accompagnava come un’ombra fedele.
- Credi davvero che stia meglio?
- Se non altro ho l’impressione che ci stia provando.
- Qualche giorno fa mi ha detto di nuovo che l’ha visto e che non la abbandonerà mai.
- Forse proprio quella certezza potrebbe darle la forza di andare avanti.
- Speriamo…
Candy, in effetti, aveva smesso di cercarlo, come gli aveva promesso. Ma non aveva mai smesso di aspettarlo.
Dopo quella notte, la notte del sogno, qualcosa si era inciso in lei con la forza di una rivelazione. Le sensazioni erano state troppo vivide, le emozioni troppo intense per essere solo un inganno della mente. E soprattutto… aveva sentito il suo cuore battere contro il proprio petto, lento e profondo, come se fosse davvero lì.
Da allora, non poteva credere che lui non sarebbe tornato.
Ogni mattina si sedeva sulla sponda del lago, immobile, in ascolto. L’acqua taceva, il vento sospirava tra i rami. Chiudendo gli occhi, Candy rivedeva il suo volto, ne riconosceva il respiro, assaporava ancora il dolce ricordo delle sue labbra.
E nell’attesa silenziosa, il confine tra sogno e realtà si faceva ogni giorno più sottile.
Un giorno passeggiando venne raggiunta da una melodia, la seguì senza alcuna esitazione come si segue un sogno quando si è già superato il confine della veglia.
Così giunse al castello dei Granchester che si ergeva immobile, sospeso tra cielo e memoria.
Sorrise. Era certa di sapere chi stesse suonando.
Entrò nella sala della musica, ma l’aria era vuota, vibrante solo dell’eco di note invisibili. Nessuna figura, nessuna ombra. Si sedette allo sgabello, le sue dita sfiorarono i tasti, lasciando nascere le poche note che lui le aveva insegnato, come una preghiera segreta.
- Terry… sono qui — disse. La sua voce era limpida, troppo calma per il tumulto che le batteva nel petto.
- Anch’io - rispose lui, e quelle due sillabe sembrarono scivolare dalle pareti stesse.
- Dove sei? Non riesco a vederti…
- Sono vicino a te.
- Lascia che io possa vederti, ti prego.
Seguì una pausa, densa come nebbia.
- Non è più possibile… è arrivato il momento.
Il cuore di Candy sobbalzò.
- Ma quella notte, quando avevo la febbre… tu eri lì. Mi hai stretta, e io… ti ho baciato. Non lo ricordi? - la voce le tremava, spezzata.
Terence la vedeva, anche se lei non poteva vederlo. Leggeva nei suoi occhi la delusione che si apriva come una ferita.
- Lo so… ma quello è stato solo un sogno. Il tuo sogno.
- Vuoi dire che tu non c’eri davvero?
- No… non c’ero. Ma ero vicino a te.
Un silenzio irreale si insinuò tra i tasti del pianoforte.
- Non potrò mai toccarti, vero? - sussurrò - me lo avevi già detto…
- In realtà, una volta lo hai fatto.
- Caliban…
- Sì. Non avrei dovuto, lo so. Ma desideravo così tanto sentire la tua mano su di me… e quello era l’unico modo.
Candy si alzò lentamente. Girò attorno al pianoforte, come se potesse scovare una risposta nascosta tra le ombre, come se la verità fosse caduta a terra e lei non riuscisse a vederla. Nulla. Solo vuoto.
- Non è giusto… - mormorò. Le parole le uscivano dal petto come sangue caldo.
- Candy, devi ascoltarmi adesso - disse lui, con urgenza - Devi promettermi che cercherai di essere felice.
- No! - gridò - Non posso fare una promessa del genere. Non sarò mai felice senza di te. Chiedimi qualsiasi cosa… ma non questo.
Un tuono improvviso fece tremare le vetrate. Il cielo si era di nuovo chiuso su sé stesso, gonfio di presagi. Poi calò un silenzio opprimente, quasi sacrale.
- Ti prego… parlami!
Quando Terence rispose, la sua voce non era più sicura. Vacillava, come se stesse per pronunciare qualcosa di irreversibile.
- Che cosa saresti disposta a fare… per me?
- Tutto ciò che vuoi - disse Candy, senza esitazione, come se avesse atteso quella domanda per tutta la vita.
Un altro tuono, più violento, squarciò il cielo. La pioggia si abbatté contro il castello con furia cieca e il buio cadde all’improvviso, come un sipario.
Un fulmine illuminò la sala per un istante soltanto.
E allora lo vide.
Era lì. Immobile.
Come se l’avesse sempre aspettata.

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8.

Scozia, 1919

Come una falena attratta da una luce proibita nella notte più buia, con un battito d'ali gli volò incontro senza esitazione, consapevole che bruciarsi era l’unica scelta possibile.
I suoi occhi non avevano mai brillato così: erano promesse e condanne insieme. Il sorriso, colmo di una dolcezza struggente, sembrava chiamarla per nome.
Allungò la mano e lei la raggiunse.
Bastò quello sfiorarsi, appena un respiro, perché il mondo smettesse di esistere e ogni ritorno diventasse impossibile.
Una pace mai conosciuta la travolse.
Il dolore si dissolse come nebbia al primo sole, tutte le lacrime furono asciugate dall’eternità di quell’istante. Tutto ciò che aveva spezzato il suo cuore tacque per sempre.
Si sentì leggera come l’aria e, al tempo stesso, invincibile. Colma d’amore, colma di perdono, pronta a perdere tutto pur di non perderlo.

- Candy…
- Tutto ciò che vuoi - ripeté, come un giuramento.

La pioggia cessò all’improvviso.
Un silenzio fragile e sacro, lieve come un abbraccio, avvolse la stanza. E nulla fu più come prima.
Se ne andarono stretti l’uno all’altra, uniti come non era mai stato loro concesso, come se finalmente il mondo avesse smesso di separarli.
Si lasciarono alle spalle una vita che non li aveva mai davvero accolti, fatta di attese, rinunce e ferite silenziose, e avanzarono senza voltarsi.
Davanti a loro non c’era più il tempo, né il dolore, né la paura. Solo l’eternità, che li attendeva come un compimento.

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9.

Scozia, 1919

La sera era scesa senza rumore.
Le acque del lago avevano perduto il rosso vivo del tramonto, scolorendo lentamente in una tonalità di cenere, come se la luce fosse stata risucchiata dal fondo. Dopo la pioggia violenta del pomeriggio, il cielo si era aperto all’improvviso, offrendo uno spettacolo di stelle fredde e lontane. L’aria, limpida e pungente, sembrava trattenere un presagio.
La tavola era pronta per la cena. Al centro, un piccolo mazzo di fiori freschi, miracolosamente scampati alla furia del temporale, diffondeva un profumo lieve. Annie li aveva raccolti poco prima, con un’attenzione quasi devota.
Archie era sceso in paese a comprare dei dolci, come se ci fosse davvero qualcosa da festeggiare.
Quando rientrò, Annie gli andò incontro immediatamente.

- Candy è con te?
Archie scosse il capo.
- No… mi ha detto che preferiva riposare.
- Nella sua stanza non c’è.
- Sarà uscita… non te ne sarai accorta.

Annie non rispose. Un silenzio denso le scese nel petto, stringendole il cuore. Uno strano presentimento, oscuro e insistente. Guardò Archie. Lui comprese subito: lo vide nei suoi occhi.

- Andiamo al castello! - disse con una disperazione che cercava inutilmente di dominare.

Salirono in auto. In pochi minuti raggiunsero l’antica dimora dei Granchester. Il castello li accolse immerso in un’oscurità compatta, irreale. Nessuna luce, nessun suono. Solo il vento che sfiorava le mura come un sussurro trattenuto da secoli.
Alla luce tremolante delle lanterne, giunsero davanti al grande portone abbandonato. Entrarono.
All’interno, l’aria era ferma, carica di polvere e memoria. Tutto sembrava immobile, come se il tempo avesse smesso di scorrere.

- Candy… sei qui?
- Candy, se ci sei, ti prego, rispondi…

Le loro voci si persero nel buio, inghiottite dal silenzio. Nessuna risposta.
Iniziarono a percorrere le stanze una dopo l’altra, lentamente, controllando ogni angolo. Nulla. Nessun segno di vita.
Quando giunsero nella sala della musica, il pianoforte troneggiava al centro, nero e lucido come un’ombra solida. Attorno, il vuoto. La sala era troppo grande, così si separarono, ognuno illuminando una parte con la propria lanterna.
All’improvviso, un grido soffocato.
Archie accorse subito.

- Annie! Che succede?
- Archie… guarda… - disse lei, sollevando la lanterna verso la parete.
- È solo un dipinto.
- No, Archie… guarda meglio.

Lui si avvicinò, osservando il quadro. Vi erano raffigurati due giovani, un uomo e una donna, in abiti eleganti, lui le passava una mano attorno alla vita, lei sorrideva teneramente sfiorandogli una spalla, come se si fossero appena incontrati e stessero per iniziare un ballo. I colori erano vivi, intensi, come se respirassero.
Archie non riusciva a scorgere nulla di insolito. Si voltò verso la moglie, confuso.

- Quando siamo venuti qui con Candy, questo dipinto non c’era. O meglio… non era così.
- Che vuoi dire?
- Era coperto di polvere, di ragnatele. I colori spenti, corrosi dal tempo. E ora… - deglutì - ora sembra appena incorniciato.
- Non è possibile, Annie… ti starai sbagliando.
- No. Guarda gli altri - sussurrò - sono tutti rovinati. Tutti. Tranne questo.

La sua voce si incrinò - È come se qualcuno lo avesse appena riportato in vita.
Rimasero immobili, scrutando la sala, come se le ombre stessero ascoltando. Come se qualcosa, o qualcuno, fosse ancora lì con loro.
Poi Annie parlò, spezzando il silenzio.

- È andata da lui.

Le parole rimasero sospese nell’aria, pesanti come una condanna.

~~~~~~~~~~




10.

Scozia, 1919

Annie oscillava tra abissi di dolore e improvvisi momenti di una calma innaturale, quasi estranea, che le scivolava nel cuore come un velo sottile. Accadeva soprattutto quando sostava davanti a quel dipinto. Ogni giorno raggiungeva il castello e restava lì, immobile, a fissare i due giovani impressi sulla tela. A volte le sembrava che i loro sguardi mutassero, che le labbra si incurvassero in un sorriso lieve; altre, giurava di udirli ridere piano, come se la loro felicità fosse rimasta intrappolata tra quei colori.
Archie, al contrario, non trovava pace. Aveva fatto scandagliare ogni angolo del castello, il bosco circostante, le acque scure del lago. Di Candy, però, nessuna traccia. E con il passare dei giorni la sua inquietudine si era trasformata in rabbia, aspra e divorante.

- Non doveva farlo! Doveva lasciarla in pace! - ripeteva ossessivamente, scontrandosi con Annie, che tentava di tenerlo ancorato alle poche certezze rimaste.
Le sembrava inconcepibile che lui rifiutasse di vedere in quell’immagine qualcosa di più di un semplice quadro. Per lei era un segno, una promessa silenziosa, un ultimo messaggio d’amore lasciato a chi li aveva amati sulla terra.
Fu per questo che decise di scrivere al Duca di Granchester, padre di Terence, pur sapendo che l’avrebbe probabilmente creduta folle.
Il Duca giunse a Villa Ardlay all’alba del terzo giorno. Ai Cornwell apparve profondamente invecchiato, curvo non solo per gli anni, ma per un dolore che lo aveva consumato dall’interno: la perdita di un figlio a cui, si mormorava, non fosse mai riuscito a sopravvivere davvero.

- Sopravvivere a mio figlio è la punizione che merito.
- Non parli così, Duca, la prego. Il Signore non punisce… e di certo non sacrifica un figlio per colpire un padre.
- Allora sono io che ho bisogno di sentirmi punito - sussurrò - È l’unico modo che conosco per reggere il peso delle mie colpe. Se solo avessi cercato di capirlo… forse non avrebbe mai lasciato Londra, forse non sarebbe salito su quel maledetto palcoscenico.
- Non possiamo sapere cosa ci riserva il destino… - tentò Annie, la voce incrinata.
- E ora questa lettera, Mrs Cornwell… - riprese lui - getta dolore su dolore. Non riesco a credere che quella ragazzina così viva, così coraggiosa, possa aver compiuto un gesto simile.
- La cerchiamo da giorni - mormorò lei - senza alcun risultato.
- Mi dispiace… non ho il potere di alleviare questa sofferenza. Perdonatemi.
- Non le chiedo questo - rispose Annie con dolcezza - So che il suo fardello è già troppo pesante. Ma vorrei che venisse con me al vecchio castello dei Granchester. C’è qualcosa che desidero mostrarle.
Il Duca acconsentì. E quando si trovò davanti al dipinto, il respiro gli si fermò in gola.

- Lei conosce senz’altro l’origine di questo quadro, vero?
L’uomo esitò, aggrappandosi al bastone come ad un’ancora. Poi scosse lentamente il capo.
- È la prima volta che lo vedo - mormorò, come stordito.
Annie sentì le forze abbandonarla.
- Non è possibile… Nessuno mette piede qui da anni. Deve essere sempre stato qui!
- Mi dispiace - rispose lui con voce spenta. - La mia memoria mi tradisce, ma non ricordo di averlo mai visto. Lo avete ripulito, noto.
- No, Duca. Lo abbiamo trovato così. Come se fosse qui ad aspettarci. Forse mi crederà pazza, ma quando lo guardo mi sembra di averli davanti… felici. Mi sembra che mi sorridano.
Il Duca avanzò lentamente verso la tela. Un calore inatteso gli attraversò il petto, dolce e insopportabile insieme. Le lacrime iniziarono a scendere silenziose, senza singhiozzi. Annie gli si avvicinò, stringendogli le mani nodose attorno al bastone.
- È la prima volta che piango dopo la sua morte - sussurrò - Non ci ero mai riuscito.

Quando se ne andò, promise che avrebbe fatto restaurare il castello, restituendogli lo splendore di un tempo, quello dei giorni felici trascorsi con Eleanor e il piccolo Terry. E mantenne la promessa.
Nei mesi successivi il castello tornò a vivere, custodito con cura da persone di sua fiducia.

Ancora oggi l'imponente maniero si erge maestoso sulla riva del lago. E c’è chi giura che, ogni trentuno dicembre, una sola finestra si illumini, e che un filo di fumo si levi dal camino, come se qualcuno fosse tornato a casa.

~~~~~~~~~~





Epilogo

- Mia amata,
fiore spezzato ma mai colto, custodito nel segreto, ora sei tra le mie braccia.
Nulla più si frappone al mio amore:
non mura, non tempo, non destino.
Il mio cuore ti ha cercata come la notte cerca l’alba e ora ti riconosce.
Accorderemo insieme una melodia senza fine: i nostri respiri si fonderanno come corde vibranti, i nostri sguardi si berranno fino a fermare il tempo.
L’Amore che viene dall’alto ci ha permesso di unirci, dopo il lungo soffrire, nel suo fuoco ci ha fatti un solo corpo,
un solo palpito che non conosce fine.

- Diletto mio,
la mia anima trema al tuo tocco e trova pace.
Nella tua mano, che mi ha cercata anche nell’assenza, ho deposto ogni paura.
Ora posso amare senza riserve.
Il senso della mia vita arde in questo desiderio che mi attraversa come fiamma viva e non si consuma.
Solo la tua presenza sa colmare la mia sete,
solo la tua bocca mi insegna la verità del mio nome.



When the seas and mountains fall
And we came to end of days
In the dark I hear a call
Calling me there
I will be there
And back again.


~~~~~~~~~~

"Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come il regno dei morti è la passione.
Le sue vampe sono vampe di fuoco,
una fiamma divina."

(Cantico dei Cantici, cit.)


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