LOVE OF MY LIFE

 





Capitolo uno

Rockstown
estate 1917

E non so più niente di te, ma io sono niente senza te
annego in questo mare alcolico, non voglio vivere una vita in apnea
perché tu sei ossigeno per me e così io non riesco a respirare.
Mi è sembrato di vederti, ho creduto di essere pazzo
e mi sono innamorato della mia pazzia.
Così sono rinato dentro un paio di occhi verdi
li porterò con me sulla strada della vita
e quando avrò paura saprò dove guardare.

 

 

New York
autunno 1917


- Terence! Non ci posso credere, finalmente sei tornato … - gli disse senza riuscire a trattenersi dall’abbracciarlo, anche se sapeva che lui era poco incline a certi gesti affettuosi. Il ragazzo si lasciò stringere pur restando imbambolato sul portone d’ingresso della villa.

- Entra … sei congelato! Come stai? Hai fame? Ti faccio subito preparare un bagno caldo … vado ad avvisare la domestica.

Terence continuava a guardarsi intorno senza riuscire a dire niente, udiva le parole della donna, ma non capiva realmente cosa stesse dicendo. Si gettò sul divano e, prima che lei tornasse, si addormentò.

- Figlio mio … - balbettò Eleanor osservandolo.

Era così magro e pallido, ma lei ringraziava il cielo che fosse lì, sano e salvo. Sapeva di dover ringraziare anche qualcun altro se Terence si era deciso a riprendere in mano la sua vita, quella ragazzina che già una volta le aveva restituito suo figlio e che era magicamente riapparsa proprio quando lui ne aveva più bisogno. Non capiva perché se ne fosse andata, senza neanche salutarlo. Lei aveva cercato di spiegarle le sue motivazioni, aveva parlato di una promessa, che non lo avrebbe più rivisto, ma Eleanor non riusciva a darsi pace. Sapeva perfettamente cosa significasse per Terence: lo aveva visto rinascere scorgendo i suoi bellissimi occhi verdi pieni di lacrime. No, non voleva farla piangere ancora, per questo era tornato in sé, perché dopo aver perso per sempre il suo amore non voleva perdere anche la sua stima.

Lo coprì con una coperta e rimase accanto a lui finché non si svegliò.

- Che ore sono? – mormorò con la voce ancora avvolta dal sonno.

- Sono quasi le otto, hai dormito più di sei ore … come ti senti figliolo?

- Bene, vado a cambiarmi – rispose lapidario.

Si alzò lentamente dal divano e si diresse verso la stanza che sua madre aveva da sempre riservato a lui. Dopo essersi lavato, prese degli abiti puliti e si vestì. Tornò nel salone dove la madre lo aspettava per cenare insieme. Si sedettero in silenzio. Eleanor guardava il figlio come se fosse un bicchiere di cristallo posato su un tavolino barcollante. Faceva attenzione anche a respirare non troppo forte per la paura di farlo cadere da un momento all’altro. Terence le appariva fragile e indifeso in quel momento, ma lei non sapeva come aiutarlo né come proteggerlo. Non era mai stato semplice il rapporto con quel figlio che le era stato strappato ancora piccolo e che lei non aveva potuto conoscere davvero se non quando ormai era diventato un adolescente irrequieto e arrabbiato con la vita. Ma anche allora, dopo il riavvicinamento avvenuto in Scozia, Terence aveva sempre portato avanti la sua vita contando solo sulle proprie forze e, pur volendo intraprendere la carriera di attore come la madre, aveva sempre rifiutato qualsiasi tipo di aiuto da parte sua.

Dopo l’incidente accorso alla collega Susanna Marlowe che per salvare la vita a Terence era rimasta invalida, Eleanor aveva visto il figlio pian piano spegnersi e sprofondare sempre più nel baratro della depressione e dell’alcol, fino al giorno in cui era sparito senza dire niente a nessuno. Presa dalla disperazione aveva ceduto e si era decisa a contattare il padre di Terence, il duca di Granchester, che dall’Inghilterra dove viveva aveva sguinzagliato per tutto lo stato di New York i suoi uomini migliori per ritrovarlo. Quasi per caso si era scoperto che il ragazzo si trovava nella cittadina di Rockstown, nel New Jersey, a poco più di 60 miglia da New York. La madre l’aveva immediatamente raggiunto, pur senza avvicinarsi troppo, e aveva scoperto che il figlio si era unito ad una compagnia di attori ambulanti, evidentemente non potendo fare a meno di recitare, anche nelle condizioni in cui si trovava. Il ragazzo infatti non sembrava più lui, aveva perso completamente il contatto con se stesso e con la vita, tanto da apparire come un sacco vuoto.

Ed era proprio così che Terence si sentiva: vuoto, completamente. Nei mesi trascorsi in giro con quella scalcinata compagnia teatrale non aveva fatto altro che sprofondare sempre più in basso fino al punto di arrivare a salire sul palco ubriaco. In quello stato lo aveva visto Candy quando, per ritrovare Albert che se ne era andato dalla casa che condividevano da quando lui aveva perso la memoria, era arrivata a Rockstown. Non poteva crederci: dove era finito quel ragazzo pieno di passione, i cui occhi si accendevano ogni volta che declamava Shakespeare, dove era finito il suo Terry? La loro separazione lo aveva portato fin lì?

Candy avrebbe voluto salire su quel palco e prenderlo a pugni pur di vederlo reagire, pur di vederlo tornare il ragazzo che aveva conosciuto una notte di dicembre in mezzo all’oceano e che da allora si era impadronito del suo cuore. Ma non lo fece perché sapeva che se si fosse riavvicinata a lui non lo avrebbe più lasciato. Per fortuna a Terence bastarono i suoi occhi verdi pieni di lacrime, l’illusione che lei lo avesse visto in quelle condizioni, senza più alcuna dignità, per fargli capire che doveva rinascere e doveva farlo per lei, solo ed esclusivamente per non deluderla!

Eleanor l’aveva incontrata e aveva cercato di convincerla che la strada che avevano intrapreso lei e Terence non avrebbe portato niente di buono, che entrambi avrebbero sofferto inutilmente, ma Candy non aveva voluto ascoltarla. Era convinta che con Susanna in quelle condizioni lei e Terence non sarebbero stati felici insieme, per questo se ne era andata quella sera, quando su quella maledetta scala si erano detti addio, scambiandosi l’assurda promessa di essere felici seppur lontani. Candy sapeva tuttavia che, anche se i loro corpi si erano allontanati, le loro anime erano rimaste unite lì su quella scala, si erano opposte con tutte le loro forze e ancora probabilmente si trovavano lì, in attesa che i loro corpi tornassero a prenderle.

Terence non mangiava quasi più, il suo stomaco rovinato dall’abuso di alcol si rifiutava di ingerire qualsiasi altra cosa diversa dallo scotch. Anche quella sera a cena non toccò quasi cibo. La madre notò preoccupata uno strano tremore alle mani quando lui si alzò da tavola e si diresse verso la finestra che dava sul giardino.

- Perdonami mamma, non era mia intenzione farti star male – mormorò con un filo di voce, senza guardarla, prima di uscire dalla stanza, lasciandola sola e in lacrime.

Terence si rifugiò nella sua camera, sapendo purtroppo che cosa lo aspettava. Da circa una settimana aveva iniziato a ridurre l’assunzione di alcol e questo naturalmente comportava una serie di problematiche legate alla crisi di astinenza in cui il ragazzo si trovava. Non voleva assolutamente farsi vedere da sua madre in quello stato e, in un primo momento, aveva pensato di andare al suo vecchio appartamento vicino Broadway. Tuttavia questo sarebbe stato molto rischioso perché la tentazione di recarsi nel primo bar aperto e di bere di nuovo sarebbe stata troppo forte. Il fatto di stare da sua madre lo rassicurava un po’, oltretutto aveva notato che in casa non si tenevano alcolici a vista.

Come nei giorni precedenti, il momento peggiore era la notte quando, non riuscendo a dormire, era spesso vittima di allucinazioni e per questo fortissimo avvertiva il desiderio di bere per scacciare quelle terribili visioni che lo perseguitavano. Mal di testa, senso di nausea e battito accelerato non lo abbandonavano quasi mai e così andava avanti ormai da settimane, da solo, senza l’aiuto di nessuno.

Entrato nella stanza chiuse a chiave la porta alle sue spalle e si mise seduto sul letto con la testa fra le mani, i palmi premuti sugli occhi a tenerli chiusi. Quanto avrebbe desiderato dormire, liberarsi di quell’orrore che affollava la sua mente, dormire e non pensare, non sentire, non provare più niente. Invece il buio gli sbatteva in faccia mille immagini, tutto quello che era successo negli ultimi mesi sembrava volersi concentrare in un unico quadro carico di spettri che lo assalivano, lo giudicavano, lo colpevolizzavano, gli imponevano di fare ciò che era giusto, rimproverandolo perché lui non aveva il coraggio di farlo. In quei momenti, assalito dai suoi demoni, tutto ciò che aveva intorno assumeva sembianze mostruose e la sola cosa che poteva fare era combattere distruggendo tutto. Una forza maligna si impossessava di lui e lo spingeva sempre più giù, verso un abisso di dolore che sembrava non avere fine.

Si alzò dal letto e cominciò a camminare per la stanza in lungo e in largo, non riusciva a stare fermo e si sentiva soffocare dentro a quelle quattro mura. Aprì la finestra per respirare un po’ d’aria fresca e venne inondato da un vento gelido che lo fece rabbrividire, guardò giù. La camera si trovava al terzo piano, sotto di lui il buio. Gli parve all’improvviso un buio calmo e accogliente come una coperta di velluto. Si sentì attratto da quell’oscurità dove era sicuro avrebbe trovato pace.

Ma i suoi occhi vennero colpiti da una luce splendente che per qualche secondo attraversò l’orizzonte e Terence alzò il volto per cercarla: era il segnale del faro di Montauk, situato nel punto più estremo a est di Long Island. Al di là la maestosa distesa dell’Atlantico le cui onde agitate dal vento sembravano voler salire verso il cielo attirate dalla luce argentea della luna. Trasportato dall’odore acre di salsedine, l’oceano invase la sua mente e in mezzo a tutto quel blu brillarono come non mai due occhi di smeraldo che sembravano chiamarlo. Si sentì sopraffatto dalla loro bellezza e barcollando cadde sul pavimento, incapace di rialzarsi.

Raccolse le ginocchia contro il petto, stringendole con le braccia. Cercava di stare fermo ma forti tremori improvvisi scuotevano tutto il suo corpo, mentre un dolore acuto gli perforava l’addome come la lama di un coltello. Andò avanti così per quasi tutta la notte, alla fine stremato perse i sensi.

La madre andò a chiamarlo la mattina, ma dopo aver bussato più volte, non ottenendo risposta, iniziò ad agitarsi. Si ricordò di avere una copia della chiave e andò a cercarla, aprendo freneticamente i cassetti del suo scrittoio, con le mani tremanti impiegò alcuni minuti. Quando aprì la porta, vide il figlio disteso a terra, si precipitò da lui gridando il suo nome. Terry era pallido e privo di conoscenza, Eleanor continuava a chiamarlo e a scuoterlo ma non c’era modo di farlo riprendere. Alcuni domestici allarmati dalle sue urla si precipitarono nella stanza e ricevettero l’ordine di chiamare immediatamente il medico.



- Da quanto tempo questo ragazzo non mangia? – le chiese il dottor Miller, suo medico ormai da molti anni.

- Purtroppo non lo so dottore, Terry è arrivato da me solo ieri e a cena non ha toccato quasi niente … - rispose Eleanor con la voce tremante, mentre continuava a stringere la mano del figlio sdraiato sul letto.

Il medico appena arrivato gli aveva fatto un’iniezione per stabilizzare il suo battito cardiaco e si era subito reso conto quale fosse la causa di quello stato di incoscienza.

- Miss Baker questo ragazzo è del tutto debilitato, ha assolutamente bisogno di nutrirsi in maniera adeguata anche se credo che questo non sarà sufficiente a risolvere il suo problema.

Il dottore fece una pausa, guardando l’attrice negli occhi con un’aria seria e preoccupata, prima di riprendere a parlare. Eleanor pendeva letteralmente dalle sue labbra anche se temeva di conoscere la verità.

- È evidente che questa crisi sia dovuta … all’astinenza da alcol. Questo ragazzo ha bisogno di essere aiutato, le consiglio di portarlo in ospedale.

- In ospedale? Non acconsentirà mai, lo conosco. La prego dottore mi aiuti – lo implorò Eleanor.

Sospirando il medico estrasse dalla borsa un biglietto da visita:

- Questo è l’indirizzo di un collega, esperto in materia, lo contatti facendo il mio nome. Lo faccia al più presto, mi raccomando. Intanto veda di fargli assumere queste compresse due volte al giorno e queste gocce prima di dormire.

Quando il dottor Miller lasciò la stanza, Terence sembrava riposare tranquillamente, il suo respiro era tornato regolare, ma era ancora molto pallido. La madre osservava quel viso scavato, privo di vita, con il cuore stretto in una morza, cercando di pensare a cosa dirgli, a come parlargli una volta sveglio. Immaginava quanto sarebbe stato difficile farlo ragionare, era un Granchester in fondo, ma sapeva bene di avere le sue colpe: Terence era cresciuto da solo, da solo aveva sempre affrontato tutto e anche adesso avrebbe di sicuro voluto fare lo stesso.

- Non ho bisogno di nessun medico! – furono le sue prime parole quando, dopo aver aperto gli occhi, la madre gli riferì quanto detto dal dottor Miller.

- Ti prego Terry, ascoltami … lasciati aiutare – cercò di persuaderlo la madre.

- “Un medico esperto in materia” … addirittura … esperto di cosa? Che ne sanno di come sto e di quello che sento? Nessuno può capire … nemmeno tu!

- Forse se tu provassi a spiegare come ti senti …

- Basta mamma! Ho già detto che non ne ho bisogno – Terence terminò così la discussione e chiese a sua madre di lasciarlo solo.

Lei uscì dalla stanza dopo aver ottenuto solamente che il figlio seguisse almeno la cura che il dottor Miller gli aveva prescritto, dicendogli che gli avrebbe fatto portare qualcosa da mangiare.

Eleanor il giorno seguente aveva comunque contattato il medico indicatogli dal dottor Miller, recandosi personalmente nel suo studio. Il professor Johnson non aveva usato mezzi termini spiegando nei dettagli a Miss Baker a cosa sarebbe andato incontro il ragazzo se non fosse riuscito a liberarsi da quella dipendenza: neoplasie epatiche e danni cardiovascolari erano le conseguenze più frequenti, senza sottovalutare il rischio di incidenti stradali o atti compulsivi anche contro se stesso dovuti all’astinenza. Cercò di darle precise indicazioni soprattutto in merito all’alimentazione che avrebbe dovuto seguire, alle ore di riposo che lei avrebbe dovuto controllare, precisando tuttavia che questo non sarebbe stato sufficiente ad eliminare il problema.

- Vede Miss Baker, quando un ragazzo così giovane non vede altra via d’uscita se non quella di bere la cosa più importante è capirne le motivazioni. Lei sa perché ha intrapreso questa strada?

- Beh sì, credo di saperlo … - mormorò Eleanor con le lacrime agli occhi.

- Ecco, è lì che deve cercare di aiutarlo, a superare quel problema che sta all’origine di tutto, altrimenti anche se ne venisse fuori al momento, il desiderio di bere tornerà.



Trascorsero alcune settimane in cui Terence se ne stava chiuso nella sua stanza, senza mai uscire. La madre andava a trovarlo ogni mattina, ma lui le permetteva di trattenersi solo per pochi minuti in cui lei cercava di farlo parlare, ad un certo punto lui smetteva di ascoltarla e lei se ne andava. Le notti continuavano ad essere molto agitate, le gocce che assumeva facevano ben poco, non riusciva ad addormentarsi se non sul far del giorno e i suoi sogni erano ancora invasi da demoni. Se non altro aveva pian piano ricominciato ad assumere piccole porzioni di cibo e il suo viso aveva per questo ripreso un leggero colore, lo sguardo invece era ancora vuoto e privo di luce.

Un pomeriggio, mentre Eleanor si trovava in giardino, udì una melodia provenire dalla sala dove teneva il pianoforte ed altri strumenti musicali. Qualcuno stava suonando, ma non riusciva a riconoscere di quale brano si trattasse. Le sembrò ad un certo punto come se la melodia venisse composta in quel momento. Sapeva quanto il figlio amasse suonare, ma non l’aveva mai fatto da quando era tornato. Adesso però non poteva essere che lui e rientrò in casa per ascoltare meglio.

Dal salotto Eleanor poteva distinguere nitidamente la melodia che andava pian piano costruendosi e ad un certo punto … lo sentì cantare. Era quasi un sussurro e non riusciva a riconoscere tutte le parole, alcune frasi venivano pronunciate per intero, altre no. Fece pochi passi nel corridoio per avvicinarsi e poter sentire nitidamente le parole che Terence sussurrava accarezzando i tasti del pianoforte.



Love of my life, you've hurt me
You've broken my heart, and now you leave me
Love of my life, can't you see?
Bring it back, bring it back, don't take it away from me
Because you don't know what it means to me

Love of my life, don't leave me
You've taken my love, you now desert me
Love of my life, can't you see?
Bring it back, bring it back, don't take it away from me
Because you don't know what it means to me

You will remember when this is blown over
And everything's all by the way
When I grow older, I will be there at your side
To remind you how I still love you, I still love you

Back, hurry back, please bring it back home to me
Because you don't know what it means to me …



- È bellissima …

- Mamma … non ti ho sentito entrare – disse Terence, alzandosi di scatto e chiudendo con forza il pianoforte.

- È tua vero?

Terence annuì.

Ci fu un momento di silenzio. Eleanor era commossa dall’intensità di ciò che aveva appena ascoltato, sapeva bene a chi erano dedicate le parole di quella canzone, avrebbe voluto gridarlo quel nome e far capire al figlio che non era troppo tardi, che non doveva rinunciare a ciò che di più bello la vita gli aveva donato, ma lui la gelò dicendole che quella sera stessa sarebbe tornato ad abitare nel suo appartamento al Village.

- Perché? Non ti sei ancora rimesso del tutto …

- Sto bene mamma, è ora che ricominci a vivere. Tu hai già fatto anche troppo, ti ringrazio – detto questo uscì, prese le chiavi dell’auto e si diresse verso Manhattan.



Rientrare nel suo vecchio appartamento fu una prova molto difficile. Erano trascorsi circa quattro mesi dall’ultima volta che era stato lì e sei da quando … ricordava tutto di quel giorno come se fosse successo ieri. Quando era andato a prenderla alla stazione, il suo viso, la sua espressione così tenera mentre sorrideva e piangeva contemporaneamente. Com’era bella! E lui che non aveva osato neanche abbracciarla mentre avrebbe voluto gridare al mondo intero quanto l’amava. Era stata lei a voler vedere dove viveva prima di andare in albergo. Proprio lì in quella stanza dove ora si trovava, quel giorno di dicembre, mentre fuori cadeva copiosa la neve, il suo cuore sembrava prendere fuoco, acceso da quello sguardo così puro che lo aveva stregato fin dal primo istante in cui l’aveva vista in mezzo all’Atlantico. Guardando il manifesto di Romeo e Giulietta appeso al muro lei gli aveva detto che le sarebbe piaciuto essere la protagonista al posto di Karen Kleiss, lui l’aveva presa in giro ed erano finiti per terra quando arrabbiata l’aveva spinto. Com’era dolce la sensazione di averla addosso, il suo profumo che lo stordiva, le loro labbra così vicine. E invece si erano rialzati, sistemando il tè che si era rovesciato. Poi le aveva parlato un po’ dello spettacolo, di quanto ci tenesse a quel primo ruolo da protagonista per dimostrarle quanto era diventato bravo. Lei gli aveva detto che lo sapeva, già alla St. Paul School sapeva che sarebbe diventato il migliore di tutti. Poi gli aveva raccontato del suo lavoro di infermiera, di quanto fosse difficile, mentre insieme sciacquavano le tazze nel lavandino e sotto la schiuma le loro mani si sfioravano.

Non aveva avuto il coraggio di parlarle di quello che era successo, del dramma che si era consumato solo pochi giorni prima. Era stato egoista, non voleva cancellare dai suoi occhi quella luce che splendeva mentre lo guardava, quella luce era per lui, lo sentiva. Sapeva che da quella luce dipendeva tutta la sua vita e non poteva credere che avrebbe dovuto rinunciarci … per sempre.

Oppresso da questi ricordi Terence si aggirava per la stanza e gli sembrava ancora di vederla, di udire la sua voce e la sua risata allegra.

- Sono stato solo un bugiardo e un vigliacco! Avrei dovuto raccontarti tutto amore mio e non farti venire a New York, ma non ce l’ho fatta … non potevo accettare l’idea di perderti senza rivederti un’ultima volta. E così ti ho spezzato il cuore, ma anche il mio si è rotto con il tuo e non c’è modo di rimettere insieme i pezzi, non c’è modo … ne manca sempre uno, te lo sei portato via …


Bring it back, bring it back, don't take it away from me
Because you don't know what it means to me

… I still love you … I still love you …



… con te ho abbassato tutte le miei difese, abbandonato ogni corazza, tolto ogni maschera. Davanti a te ero solo io, Terry. Mai nessuno aveva esercitato un tale potere su di me ed io ho ceduto, mi sono concesso il lusso per una volta di amare ed essere amato! Che idiota sono stato, dovevo sapere che non me lo meritavo e avrei finito per rovinare tutto! Amore mio … perduto per sempre …

Terence continuava a parlare tra sé mentre lacrime salate gli inondavano il viso, si asciugò con i palmi delle mani, stropicciandosi gli occhi gonfi. Gli sembrava di parlare con lei, di averla seduta accanto.

- Non accadrà mai più, te lo giuro Candy. Nessun’altra donna avrà mai il mio cuore, è solo tuo. Ho promesso a me stesso che sarei stato io a renderti felice e adesso non potrò più farlo … ma una cosa la posso fare: cercherò in ogni modo di diventare una persona migliore, quella che solo tu mi hai fatto credere di essere, lo farò per te, farò tutto per te!

Questa era l’unica soluzione possibile per lui in quel momento: ricominciare a vivere immaginando di averla accanto sempre anche se lei non c’era. Una luce che avrebbe guidato il suo cammino attraverso le tenebre in cui si trovava.

Si spogliò ed entrò nella doccia. Mentre l’acqua calda cancellava i segni delle lacrime sul suo viso e rilassava i suoi muscoli, il suo cuore si chiudeva come uno scrigno al cui interno pulsava un nucleo d’amore dolce, nascosto al mondo. Nessuno vi avrebbe più avuto accesso.


*****

La mattina dopo Terence, vestito di tutto punto, aveva deciso di affrontare il primo scalino della sua risalita che non poteva non iniziare dal teatro.

Nella sua solitudine di ragazzino, il teatro era stato per molti anni l’unico compagno fidato. I testi di Shakespeare gli illuminavano l’anima, lo cullavano e lo divertivano, lo facevano sognare. Ogni volta che saliva sul palco per interpretare uno di quei personaggi straordinari si sentiva pieno di forza e di audacia, le emozioni che provava erano così intense e vivide da far scomparire la realtà, e tali le trasmetteva a chi lo ascoltava.

La sera prima aveva parlato al telefono con Mr. Hathaway chiedendogli di poterlo incontrare. Robert sapeva che Terence era tornato in città, Eleanor lo aveva informato perché lui gli aveva chiesto di farlo, non appena avesse avuto sue notizie. Voleva molto bene a quel ragazzo del quale aveva riconosciuto subito il grande talento, incredibile per la sua età, caratterizzato da una profonda sensibilità artistica. Ma non era stato solo questo a fargli prendere a cuore il giovane: in lui Hathaway si era come riconosciuto, perché anch’egli allo stesso modo aveva costruito la sua carriera partendo da zero e senza l’aiuto di nessuno. Ammirava in particolar modo Terence perché, pur avendo una madre molto famosa che avrebbe potuto spianargli la strada verso il successo, aveva sempre rifiutato di accostare il suo nome a quello di Eleanor Baker, addirittura continuando a tenere segreto il loro legame di sangue per molto tempo.

Mentre percorreva Broadway Street a bordo della sua auto, a Terence sembrava pian piano di tornare a respirare, come se fino a quel momento avesse vissuto in apnea trattenendo il fiato. Era ancora presto per dire che stesse riemergendo dall’acqua putrida in cui era scivolato, ma si sentiva pronto a fare il primo passo. Certo il confronto con Hathaway lo metteva decisamente in agitazione, sentiva di aver tradito tutta la fiducia che Robert aveva riposto in lui e non era sicuro di essere in grado di riconquistarne la stima, ma doveva tentare, mettendo da parte l’orgoglio, doveva chiedergli di farlo tornare sul palco.

Mr. Hathaway aveva deciso di riceverlo a casa e non nel suo ufficio a teatro, per ora preferiva tenere all’oscuro il resto della compagnia. Terence arrivò puntualissimo all’appuntamento e venne fatto accomodare nella biblioteca dove Robert lo raggiunse poco dopo.

- Terence!

All’udire il suo nome, il ragazzo si alzò in piedi e si voltò di scatto senza riuscire a dire niente. Robert che aveva pronunciato il suo nome con sincero affetto e stupore, gli si avvicinò e lo guardò dritto negli occhi, stringendo le mani intorno alle sue spalle. Poi si sedette in una poltrona, invitando Terence a fare lo stesso.

- Come stai figliolo?

- Bene.

Che non stesse affatto bene era evidente, ancora decisamente troppo magro e pallido, ma evidente era anche il desiderio che era tornato a far battere il suo cuore: andare da Hathaway dopo quello che era successo non era facile per Terence e se aveva trovato il coraggio di farlo significava che voleva fortemente riprendere a recitare. A Robert spettava il compito di decidere come e quando.

Il giorno che era sparito era ancora vivo nella sua mente. Si trovavano nel suo ufficio a Broadway e stavano discutendo riguardo all’ultima rappresentazione che non era andata affatto bene. Terence nei panni di Romeo Montecchi era apparso poco convincente e le critiche non si erano fatte attendere. Ma la cosa peggiore era che a lui sembrava non importare niente. Nei mesi che erano seguiti all’incidente di cui era stata vittima la giovane attrice Susanna Marlowe, Terence si era pian piano spento sotto il peso del senso di colpa ed ora appariva come assente e non reagiva a nessun stimolo esterno. Si era chiuso in sé stesso e non c’era modo di raggiungerlo e scuoterlo. Dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto, dopo averlo minacciato di allontanarlo dalla compagnia se non avesse trovato il modo di reagire, Hathaway era stato costretto, sotto la pressione dei finanziatori, a sostituirlo e lui se ne era andato. Aveva lasciato New York senza dire niente a nessuno e per tre lunghi mesi non se ne era saputo più niente.

Adesso si trovava lì davanti a lui, con l’aria di un cucciolo abbandonato e smarrito, ma anche con una scintilla negli occhi, forse dovuta alla rabbia che gli esplodeva dentro e a quel senso di ribellione che aveva da sempre caratterizzato la sua vita, scintilla a cui Robert desiderava aggrapparsi per tornare a credere in lui.

- Hai chiesto di potermi parlare, ti ascolto.

Terence non sapeva da che parte iniziare, non si era preparato un discorso, non era nel suo stile. Preferiva seguire le sensazioni del momento ed essendo consapevole di aver sbagliato, pensò che scusarsi fosse il modo migliore per cominciare.

- Sono qui prima di tutto per scusarmi con lei per il mio comportamento, di sicuro non molto professionale. Non pensavo neanche che avrebbe accettato di vedermi e di questo le sono enormemente grato.

La voce del ragazzo colpì molto Hathaway: se la ricordava limpida e stentorea sul palcoscenico, mentre ora appariva sommessa e tremante. Doveva metterlo alla prova e scuoterlo in qualche modo per capire quanto fosse cambiato.

- Non sei stato per niente professionale. Hai abbandonato la compagnia nel bel mezzo della stagione ed eri il primo attore! – esclamò guardandolo negli occhi.

Terence tirò fuori tutto il suo coraggio per sostenere quello sguardo e gli rispose.

- So di aver sbagliato e so anche che giù dal palco non valgo un granché, ma quando mi trovo là sopra sono consapevole delle mie capacità e non ci voglio rinunciare perché il teatro è l’unica cosa che mi può salvare. Io gli appartengo!

Robert rivide per un attimo in quelle parole la determinazione di un ragazzino sedicenne che appena arrivato a Broadway si presentò alla Compagnia Stratford dicendo di essere un attore, senza aver mai interpretato alcun ruolo prima di allora.

- Che cosa vuoi Terence?

- Voglio tornare a lavorare, ne ho bisogno!

- Non ti sarai infilato in qualche guaio?

- No, glielo assicuro, signore.

Robert fece una pausa, passandosi una mano sul mento. Sapeva che stava correndo un grande rischio. Eleanor gli aveva parlato del problema di Terence, senza scendere troppo nei dettagli e ora lui temeva che il ragazzo non fosse abbastanza forte da poter affrontare di nuovo il palcoscenico, il pubblico e la stampa. Doveva cercare di proteggerlo, sapendo che non sarebbe stato facile perché Terence rifiutava ogni tipo di facilitazione, ma questa volta avrebbe dovuto sottostare alle sue condizioni.

- Figliolo, sai quanto io abbia creduto in te fin dalla prima volta in cui ti ho ascoltato declamare i versi di Shakespeare, ma ciò che mi chiedi adesso non è semplice, ne sei consapevole vero?

- Sì, ma non sarei qui se non fossi sicuro di potercela fare – rispose Terence deciso a non cedere.

- Ascolta … non posso che affidarti un ruolo minore, ma non lo faccio per punirti, al contrario, lo faccio per proteggerti. Non voglio esporti alla stampa con un ruolo da protagonista, sarebbe troppo rischioso, anche se tu realizzassi l’interpretazione del secolo sono sicuro che i giornalisti troverebbero il modo di darti addosso dopo quello che è successo. Sei d’accordo?

- Certo.

- In questo momento stiamo lavorando ad Antonio e Cleopatra, credo che la parte di Tireo potrebbe essere perfetta per te. Ti avviso che avrai solo una settimana a disposizione per prepararti, pensi di potercela fare?

- Non c’è alcun problema. Tireo va benissimo e la prossima settimana sarò pronto!

Il signor Hathaway rimase in silenzio alcuni istanti guardando Terence con aria cupa, scrutandolo come se volesse carpire cosa avesse nella mente, ma soprattutto nel cuore. Sapeva che non ci sarebbe riuscito perchè quel ragazzo era un mistero ma possedeva una tale carica magnetica sul palco che, se ne avesse avuto di nuovo la possibilità, avrebbe inesorabilmente catturato il pubblico, facendolo immergere completamente nei mondi che avrebbe interpretato.

Robert si alzò e preso il copione lo porse a Terence.

- Lunedì iniziamo le letture del terzo atto. Ti aspetto in teatro.

- Ci sarò! Grazie signore.

Terence si congedò e si diresse verso l’uscita quando Robert lo chiamò.

- Terence … per qualsiasi cosa conta su di me, non sei solo.

Il ragazzo annuì prima di allontanarsi con il copione stretto tra le mani.

Tornato al suo appartamento si mise subito al lavoro. Cercò nella sua libreria alcuni testi che trattavano l’opera di Shakespeare e in poco più di un’ora lesse tutto il copione, sottolineando alcune parti, segnando note e commenti al fondo di ogni pagina. Dovette sforzarsi più del solito per imparare la sua parte, evidentemente la memoria era fuori allenamento. Anche se aveva continuato a recitare in quel teatrino ambulante, spesso improvvisava, tanto il pubblico non se ne sarebbe mai accorto.

In uno dei saggi che aveva iniziato a leggere, trovò una definizione della figura di Cleopatra che lo colpì molto: la regina d’Egitto veniva descritta come una creatura irresistibile, innamorata ed egoista, generosa e subdola, in definitiva una donna per cui è quasi logico sacrificare ogni cosa. Terence non pensava allora che questo sarebbe stato anche il suo destino: sacrificare tutto per una donna egoista e subdola che diceva di amarlo alla follia!

Dopo aver trascorso l’intero pomeriggio studiando ogni più piccolo dettaglio del suo personaggio, Terence si recò a Long Island per cenare con sua madre.

Eleanor si rese subito conto, appena lo vide entrare dal portone d’ingresso, di quale piccolo e nuovo barlume di speranza brillasse sul viso del figlio ed era curiosissima di conoscerne la causa. Quando Terence le confessò di essere stato da Hathaway per chiedergli di riprenderlo nella compagnia, lei ne fu letteralmente entusiasta. Anche quando seppe che aveva ottenuto solo un piccolo ruolo Eleanor non mostrò la minima contrarietà. Era sicura che suo figlio avrebbe presto riconquistato il posto di primo attore, nessun altro possedeva lo stesso talento e Robert, che lo sapeva bene, l’avrebbe aiutato a tornare quello di prima.

Fu sollevata nel vederlo mangiare per la prima volta dopo tanto tempo, con un certo appetito e soprattutto nel vederlo sorridere quando gli raccontò alcuni inconvenienti accaduti sul set del suo ultimo film. Ora che le sembrava che il figlio stesse molto meglio gli comunicò che probabilmente la settimana successiva sarebbe dovuta tornare in Florida per girare alcune scene in esterna.

- Resterò lontana da New York solo per poche giorni, non sparire di nuovo! – lo rimproverò bonariamente.

Terence la rassicurò in proposito, facendole i suoi migliori auguri per questa nuova avventura cinematografica.

- Anche la Stratford andrà in tournée a primavera, non è così? Sei pronto ad affrontare di nuovo gli estenuanti viaggi in treno da una città all’altra?

- Beh … non so se anch’io andrò in tournée – le rispose incerto.

- Come sarebbe? Sono sicura che appena ricomincerai a salire sul palco li farai innamorare tutti di nuovo, non preoccuparti! – esclamò la madre stringendogli la mano che lui teneva poggiata sul bordo del tavolo.

- Non è questo mamma che mi preoccupa …

- Allora cosa?

- Domani vado da Susanna – le rispose Terence abbassando lo sguardo sul piatto vuoto.

Eleanor rimase pietrificata, come se quel nome fosse un veleno sulle labbra del figlio. Si gettò all’indietro sulla sedia, guardando dritta davanti a sé e l’immagine di quella donna le apparve come se fosse lì.

Pochi giorni dopo la scomparsa di Terence, Miss Baker aveva ricevuto una visita nella sua villa di Long Island: la signora Margot, la madre di Susanna.

La donna non aveva usato mezzi termini e le aveva fatto capire chiaramente quali secondo lei dovessero essere i doveri che Terence aveva il compito di assumersi nei confronti della figlia rimasta invalida per colpa sua.

- Credevo che lei sapesse dove si trova suo figlio!

- Sono notti che non dormo, vorrei tanto saperlo … ma Terence se n’è andato senza dirmi niente, evidentemente esasperato da tutta questa situazione.

- Che cosa intende insinuare? E’ forse di mia figlia la colpa se Terence ha mollato tutto come un vigliacco?

- Non le permetto di parlare così di mio figlio, oltretutto in casa mia! Terence è soltanto un ragazzo che si è trovato in una situazione molto più grande di lui. Sono certa che tornerà.

- Allora quando torna, veda di ricordare al suo ragazzo che ha degli impegni da assolvere verso Susanna. Anche mia figlia si è ritrovata in una situazione molto difficile da affrontare, ma non può fare come lui, prendere e andarsene, non è più autosufficiente dopo quello che è successo, dopo che ha sacrificato la sua vita pur di salvare quella di suo figlio! Veda di ricordaglielo appena avrà sue notizie!

La signora Marlowe aveva parlato con una voce acuta e gli occhi pieni di collera, sottolineando più volte come la menomazione della figlia fosse da addebitare a Terence: Susanna lo amava, era forse troppo adesso chiedergli di starle accanto per ripagarla del sacrificio che aveva fatto per lui?

Eleanor era sinceramente dispiaciuta per l’incidente accaduto a Susanna, ma lo considerava appunto un incidente, su nessuno poteva ricadere la colpa di quello che era successo. Avrebbe voluto tanto farlo capire anche a Terence che in quel momento era lì accanto a lei. Quel figlio che aveva ritrovato dopo tanti anni di ingiusta sofferenza e che adesso temeva di perdere di nuovo.

- Terry perché? – gli chiese con un filo di voce, prevedendo la sua reazione.

- Perché glielo devo.

- No … tu non le devi niente … puoi starle vicino come un amico, ma oltre a questo …

Terence la interruppe alzando una mano, ma Eleanor non poteva tacere.

- Non sei stato tu, non è colpa tua, è stato un incidente! – lo implorò la madre.

- È a causa mia se Susanna si trova in quelle condizioni, io le ho rovinato la vita!

- E ora lei ha il diritto di rovinarla a te? – gridò Eleanor.

- Mamma ti prego … ho fatto una promessa e intendo mantenerla!

Miss Baker non poteva sapere a cosa si riferisse Terence, credeva che la promessa a cui il figlio alludeva l’avesse fatta a Susanna, la promessa di prendersi cura di lei e di starle accanto per sempre, in cambio della vita che lei gli aveva donato. Ma era un’altra la donna con cui lui aveva stretto un patto, a cui non sarebbe mai venuto meno, perché era un patto d’amore: lasciandolo a Susanna, Candy gli aveva chiesto di prendersi cura di lei e di essere felice. Era questo che lui si sentiva in dovere di fare, per Candy, per l’amore immenso che provava per lei, non poteva deluderla.


Capitolo due


Terence e Susanna

 

New York
inverno 1917

 

Quando udì il rombo di un’auto arrestarsi lungo il marciapiede, davanti al portone d’ingresso, Susanna si fece condurre immediatamente nel corridoio e restò lì in attesa che lui entrasse, mandando via la domestica che l’aiutava a spostarsi. Terence l’aveva fatta avvisare che sarebbe andato a trovarla nel pomeriggio, così Susanna, fuori di sé dalla gioia, aveva indossato uno dei suoi abiti più belli, acconciato i capelli con una pettinatura alla moda e mandato la madre a fare delle commissioni.

La signora Marlowe e la figlia abitavano in un appartamento non molto grande situato poco lontano da quello di Terence, al Greenvich Village. Non era una sistemazione comoda per una ragazza in carrozzina, gli ambienti erano piuttosto angusti per cui la signora Marlowe aveva già in mente di trasferirsi in una casa più grande. Aveva valutato alcune abitazioni in vendita nell’Upper East Side, proprio di fronte a Central Park. I prezzi però erano decisamente proibitivi per le sue modeste finanze, ma con il ritorno di Terence era sicura che le cose sarebbero cambiate, eccome!

Dopo aver parcheggiato l’auto, Terence non scese subito ma rimase ancora qualche minuto a pensare a cosa avrebbe detto a Susanna. In realtà non ne aveva la minima idea, la sua mente era piena di pensieri confusi e il suo cuore pesante come un macigno: l’unica cosa di cui era sicuro era che non voleva farlo né voleva essere lì. Ma non gli era concesso scegliere, il destino aveva già scelto per lui.

I passi che dovette compiere dall’auto fino al portone d’ingresso di casa Marlowe gli sembrarono dolorosi come scalare una montagna a piedi nudi. Esitò ancora un attimo, poi dopo un profondo sospiro estrasse dalla tasca le chiavi che mesi prima gli erano state consegnate da Susanna: la ragazza aveva molto insistito perché lui ne avesse una copia, in maniera da poter entrare in casa quando voleva.

- Terence sei tu? – gli gridò Susanna dal corridoio, trovandosi lui in fondo alla scala che ancora li separava.

Il ragazzo alzò la testa e diresse lo sguardo verso il primo piano da dove filtrava una flebile luce giallognola. Ancora non poteva vederla né lei vedere lui.

- Sì … sono io – rispose e, dopo aver indossato la maschera più bella che aveva, salì.

Susanna udiva i passi di lui farsi sempre più vicini e il suo cuore palpitava ogni istante più forte, mentre sul viso le si dipingeva una luce nuova che raggiunse il massimo splendore appena lui apparve davanti ai suoi occhi.

- Terence! – esclamò raggiante, allargando le braccia per invitarlo ad avvicinarsi. Lui si piegò sulle  ginocchia di fronte a lei che lo strinse in un abbraccio carico di pretese.

- Lo sapevo, l’ho sempre saputo che saresti tornato da me! – mormorò all’orecchio del giovane, con gli occhi pieni di lacrime.

Terence non riuscì a dire niente sentendosi sopraffatto da quelle parole, come se ogni singola sillaba uscita dalle labbra di Susanna si depositasse sulle sue spalle creando un peso insostenibile. Si rialzò, allontanandosi leggermente da lei. La ragazza rimase spiazzata dalla sua freddezza, ma cercò di nascondere la delusione dietro un dolce sorriso che Terence si sforzò di ricambiare. Susanna si rese conto solo in quel momento quanto fosse pallido e magro, abbassò lo sguardo per non vedere quelli che erano chiari segni della sofferenza del giovane. Non sapeva che cosa avesse fatto in quei lunghi mesi in cui era sparito e non voleva saperlo, preferiva chiudere gli occhi e continuare a credere che lui era tornato per lei, per stare con lei.

- Come stai Susanna? – furono le prime parole che Terence riuscì a pronunciare dopo interminabili attimi di silenzio.

- Bene … adesso che sei qui! – esclamò, accarezzandogli una mano.

- Io credo di doverti spiegare …

- Non devi spiegarmi niente – lo interruppe – è tutto a posto! – esclamò con fermezza.

Terence stupito la guardò negli occhi per la prima volta da quando era entrato in quella stanza e il volto di lei si illuminò di nuovo di un meraviglioso sorriso. Si fissarono per qualche istante come due attori che hanno dimenticato le battute poi lei, all’improvviso eccitata come una bambina la notte di Natale, gli disse:

- Ho un regalo per te!

- Cosa … un regalo? – le chiese, mettendo a fuoco per un attimo la totale assurdità di quella situazione. Lui se ne era andato all’improvviso senza dire niente, lasciandola in quelle condizione senza più farsi vivo per oltre tre mesi e adesso lei lo accoglieva con abbracci e sorrisi, con addirittura un regalo, senza pretendere alcuna spiegazione, come se non fosse successo niente! Avvertì d’un tratto una strana sensazione, un brivido gelido gli percorse la schiena mentre Susanna gli prendeva di nuovo la mano, invitandolo a seguirla.

- Mi aiuti? – gli chiese e lui si mise dietro di lei per spingere la sedia a rotelle verso il salotto, dove lei gli aveva indicato di andare.

Appena Terence aprì la porta gli apparve davanti agli occhi un magnifico pianoforte a mezza coda, di un bianco candido, che faceva bella mostra di sé al centro della stanza. Rimase senza parole.

- Ti piace? So che suoni molto bene e ho pensato che potesse essere di tuo gradimento. Anche a me piace molto suonare sai? Potremo farlo insieme … non dici niente?

- È davvero molto bello ma … non dovevi … ti sarà costato una fortuna! – esclamò Terence che continuava a sentire quell’inspiegabile sudore freddo lungo la schiena.

- Beh non tanto in realtà, anche se … mamma dice che è stata una pazzia, io ne avrei voluto uno più grande, a coda, ma poi in questa stanza così piccola forse non ci sarebbe neanche entrato e così … vuoi provarlo?

- Adesso? – chiese Terence titubante, non essendo proprio dello spirito giusto per suonare.

- Sì dai suonami qualcosa, quello che vuoi tu! – gli rispose Susanna piena di entusiasmo.

Il giovane si avvicinò lentamente allo strumento, si sedette sullo sgabello imbottito di velluto blu e pose le sue mani sui tasti facendone suonare alcuni qua e là. Dopo alcuni istanti una languida melodia riempì il salotto.

Susanna era rimasta alle sue spalle e lo osservava, venendo rapita come sempre dall’eleganza dei suoi movimenti che l’avevano conquistata fin dalla prima volta che lo aveva visto. Gli si avvicinò, fermandosi accanto a lui e posandogli delicatamente una mano sulla spalla. A quel contatto Terence smise di suonare senza voltarsi, ma lei lo pregò di continuare. La melodia riprese il suo percorso fatto di salite e discese, di giravolte e capriole, di andate e ritorni. Terence suonava cercando di ignorare quella mano sulla sua spalla che, lungi dal provocargli le sensazioni che la mano di una bella donna suscita normalmente in un uomo, lo spingeva inevitabilmente ad alzarsi!

La musica venne improvvisamente interrotta dall’ingresso nella stanza della signora Marlowe che era appena rientrata dal suo giro di compere.

- Mamma guarda chi è venuto a trovarci! – esclamò Susanna raggiante.

Terence si alzò in piedi abbandonando il pianoforte e rivolto alla donna la salutò.

- Signora Marlowe.

- Terence che piacere rivederti, mia figlia è stata molto in pena per te!

- Mamma ti prego … non ha importanza – mormorò la ragazza fattasi improvvisamente scura in volto.

- No cara, è giusto che lui sappia! – esclamò la signora Marlowe fissando il giovane attore con uno sguardo carico di rimproveri, proseguendo – Dovresti riflettere sul tuo comportamento, ogni tua azione ha delle conseguenze che non ti è permesso ignorare.

- Mamma adesso basta! – gridò Susanna iniziando ad agitarsi. La ragazza era ancora molto debole, il medico aveva prescritto assoluto riposo e tranquillità. Nelle sue condizioni il rischio di infezione era sempre in agguato e poteva condurre ad effetti devastanti se non letali. Ogni volta che per un qualsiasi motivo si lasciava prendere dall’inquietudine finiva per avere difficoltà di respirazione, sentendosi sopraffatta dalla paura e dall’ansia. Anche in quel momento, mentre la madre rimproverava Terence per il suo comportamento giudicato superficiale ed egoista, Susanna avvertì mancarle il respiro, dette qualche colpo di tosse sentendosi stringere la gola. La signora Marlowe se ne accorse e ordinò al ragazzo di prenderla e portarla nella sua camera per farla sdraiare.

Terence le si avvicinò senza dire una parola, si sforzò di guardarla con tenerezza, poi la prese in braccio, lei gli si strinse attorno al collo, adagiando la testa sulla sua spalla, sospirando profondamente. Il ragazzo la fece distendere sul letto, restandole seduto vicino.

- Non devi agitarti così, non ti fa bene – le disse.

- Mia madre non ha il diritto di rimproverarti, a me non importa quello che è stato, sono felice che tu sia qui con me e questo mi basta – confessò con un filo di voce.

- Adesso vado … tu cerca di riposare.

- Tornerai vero?

- Certo.

Dopo averla coperta con un plaid, Terence uscì dalla stanza intenzionato ad andarsene da quella casa il più velocemente possibile. Ma prima di raggiungere le scale la signora Marlowe lo fermò.

- Non credere di cavartela così! – gli intimò a bassa voce perché la figlia non udisse.

- Che cosa dovrei fare secondo lei? – le chiese Terence trattenendo a stento la rabbia che solo la voce di quella donna gli suscitava. Provava pena per lei in verità, comprendeva il suo dolore nel vedere la figlia in quelle condizioni, ma ogni volta che apriva bocca la pietà del ragazzo si tramutava immediatamente in collera. Il tono con cui lei gli si rivolgeva lo rendeva furioso. Si sentiva in diritto di giudicarlo e, in base a questo suo giudizio, pretendeva di organizzare la sua vita, perché quella vita in realtà non era più sua, ma apparteneva alla figlia che aveva sacrificato se stessa per salvarlo.

- Tieni ben presente che la vita di mia figlia dipende da te! Sai bene quanto ti ama, te lo ha dimostrato no? Non osare mai più abbandonarla, non ce la può fare da sola … devi starle vicino il più possibile. È il minimo che tu possa fare, non credi? – la signora Marlowe aveva pronunciato quelle parole alternando accenti di rimprovero a toni più convincenti e subdoli.

- Lo farò, stia tranquilla. Tornerò domani a trovarla – tagliò corto Terence prima di scendere la scala e uscire.

Fece ritorno al suo appartamento con le parole della signora Marlowe che gli soffocavano la mente senza dargli tregua … devi starle vicinonon osare mai più abbandonarladevi starle vicinodevi starle vicino

Andò in cucina per prendere un bicchiere d’acqua. La rabbia gli faceva tremare le mani. Strinse il bicchiere e lo scagliò con violenza contro il muro, mandandolo in mille pezzi, gridando. Si chiedeva come avrebbe fatto, quanto avrebbe resistito? Ma non poteva rispondere a quelle domande, non aveva risposte. Si gettò sul divano sperando di riuscire a dormire. Non aveva cenato ma non aveva fame. Il suo stomaco era stato sostituito da una grossa palla di piombo. Gli sembrava che anche tutta la sua vita avesse assunto quella forma e quella pesantezza. Sì, si sentiva pesante, incatenato ad un incubo. Allungò la mano per aprire il cassetto del tavolino di fianco e ne estrasse un piccolo oggetto metallico. Era la sua armonica, quella che … sì proprio quella! Se la portò alle labbra e quel contatto, ricordandogli altri giorni di un’altra vita, lo fece sorridere per un istante, un breve istante, troppo breve. Subito dopo la sua gola fu invasa da un sospiro e gli occhi compresero che non avrebbero avuto scampo. Non riuscì a produrre neanche una nota, le sue labbra tremavano. Allontanò l’armonica dalla bocca e la poggiò sul petto. Chiuse gli occhi, solo una lacrima ad accarezzare la sua guancia.

 

*****

 

La mattina dopo, quando si svegliò, si fece una doccia, bevve il suo tè, ripulì il pavimento dai vetri del bicchiere rotto e si mise a studiare il nuovo copione. Il suo ingresso sul palco era previsto nella tredicesima scena del terzo atto.

 Tireo, interpretato da Terence Graham, è un messaggero di Cesare che viene mandato ad Alessandria d’Egitto presso il Palazzo di Cleopatra per riferire alla regina quali siano le intenzioni dell’Imperatore.

 

“… illustre regina, Cesare ti consiglia di non preoccuparti troppo delle condizioni in cui ti trovi, ma di pensare soltanto ch’egli è Cesare.

… Egli sa benissimo che non ti sei data ad Antonio perché l’amavi, ma soltanto perché lo temevi. Egli è quindi mosso a pietà dalle ferite che ha toccate il tuo onore, che considera quali falli cui fosti costretta e non come colpe che meritino castigo.

 

… Posso dire a Cesare che cosa gli chiedi? … gli rinfrancherebbe lo spirito il sentir dire che hai lasciato Antonio e ti sei messa sotto la protezione di Cesare che è ormai padrone dell’universo.”

 

Alla risposta di Cleopatra che si dice pronta a deporre la sua corona ai piedi di Cesare, Tireo dice:

 

“Nobile risoluzione … concedimi la grazia di deporre il mio omaggio sulla tua mano.”

 

Ma mentre Tireo bacia la mano della regina d’Egitto fa il suo ingresso Antonio che inferocito a quella vista chiede al messaggero chi sia ed egli risponde:

 

“Qualcuno che non fa nient’altro se non eseguire gli ordini dell’uomo più potente che vi sia e del più degno a che i suoi ordini siano obbediti”[1]

 

Dopo aver udito queste parole Antonio ordina che il messaggero venga immediatamente frustato.

All’idea di essere frustato Terence si mise a ridere, trovando piuttosto ironica tutta la situazione! Evidentemente anche in teatro il destino era contro di lui, pensò sogghignando. Shakespeare riusciva sempre a rapirlo e a trasportarlo fuori dalla vita quotidiana che in questo momento era per lui priva di qualsiasi entusiasmo tranne quello che riservava appunto al teatro. La tragedia che avrebbe dovuto interpretare sul palcoscenico lo faceva sentire vivo, mentre la tragedia in cui era sprofondato nella realtà lo annientava.

Dopo aver trascorso quasi l’intera giornata analizzando il copione e provando la sua parte, Terence si recò di nuovo a casa Marlowe. Giunto davanti all’ingresso, come il giorno prima fece una gran fatica ad inserire la chiave nel portone. Quel gesto che poteva sembrare una cosa da niente a lui faceva uno strano effetto: quella non era casa sua, non voleva che fosse casa sua eppure aveva le chiavi in tasca e il loro tintinnare lo faceva rabbrividire.

Susanna lo accolse forse con ancora maggiore entusiasmo perché lui era tornato: quella del pomeriggio precedente quindi non era stata una semplice visita di cortesia, ora ne era sicura. Terence sarebbe andato da lei ogni giorno, per trascorrere del tempo insieme, parlando di teatro, suonando il piano e cenando allo stesso tavolo. Quella sera stessa infatti la signora Marlowe lo invitò a rimanere per cena e al solito il suo tono non ammetteva rifiuti.

Terence si sforzò di rispondere a tutte le domande che Susanna gli rivolse a proposito del nuovo impegno teatrale. La ragazza si mostrò molto felice e non lesinò consigli su come affrontare al meglio la parte che gli era stata assegnata. La madre invece ebbe da ridire per il ruolo di secondo piano che il giovane attore avrebbe interpretato.

- Non è possibile che tu abbia accettato una parte così misera! È assurdo che non venga riconosciuto in questo modo il tuo talento, credo che ciò vada anche a discapito del successo dello spettacolo! – esclamò la signora Marlowe indignata, prendendosela con Terence per il suo atteggiamento così remissivo.

- Sono appena tornato e non avrei potuto pretendere niente di più! Mi dispiace signora che le sue aspettative non siano state esaudite, ma credo che Mr. Hathaway ne sappia più di lei a riguardo – le rispose Terence con freddezza e, forse per la prima volta, con la determinazione di chi non accetta ordini, almeno nel proprio lavoro.

- Proprio perché ne sa più di me, dovrebbe capire che l’unico che può ricoprire il ruolo del protagonista non è certo Vincent – ribatté la madre di Susanna decisa a non indietreggiare.

- Vede Margot nel teatro, come nella vita del resto, i ruoli più importanti vanno meritati, non pretesi! – le rispose il giovane attore fulminandola con lo sguardo e alzandosi da tavola – È l’ora che io vada, buonanotte Susanna, signora Marlowe.

Mentre Terence si incamminava verso l’uscita, infilandosi la giacca, Margot lo seguì per dirgli che il giorno dopo sua figlia doveva sottoporsi ad una visita medica di controllo a cui lui avrebbe dovuto accompagnarla.

- D’accordo, a domani.

 

*****

 

Il pomeriggio seguente, dopo aver trascorso l’intera mattina a studiare il copione nel suo appartamento, Terence accompagnò Susanna e la madre al St. Jacob’s Hospital. Mentre la ragazza, assistita da due infermiere, veniva condotta dal medico che l’avrebbe visitata, la madre rimase con lui in sala d’aspetto, in attesa che il dottor Smith la chiamasse per comunicarle le condizioni di salute della figlia.

Terence se ne stava seduto in un angolo, lontano dalla signora Marlowe, assorto nei suoi pensieri. Per un attimo ebbe l’impressione di vedere tutta la scena dall’alto, come in teatro quando si ha la fortuna di conquistarsi il palco con la vista migliore. Vedeva se stesso, ma era come se fosse un altro, non poteva essere lui seduto in quella stanza d’ospedale. Non riusciva ancora ad accettare che quella fosse la sua vita. Margot era in piedi di fronte ad una finestra posta di fianco a Terence, lo osservava con la coda dell’occhio ed avvertiva chiaramente quanto il ragazzo fosse estraneo a ciò che gli accadeva intorno. Durante il tragitto da casa all’ospedale non aveva detto una parola, come fosse stato l’autista guidava guardando la strada dritto davanti a sé e la madre di Susanna aveva interpretato quell’atteggiamento come un guanto di sfida, come se il ragazzo volesse farle capire che non era minimamente intenzionato a piegarsi al suo volere che lo spingeva ad essere molto più di un amico per la figlia.

- Buongiorno signora Marlowe, il dottor Smith è pronto per riceverla – annunciò un’infermiera affacciandosi alla porta della sala d’attesa.

- Arrivo, grazie. Terence vieni anche tu, per favore.

Terence venne richiamato alla realtà dalla voce della donna, per un attimo alzò il volto stupito da quella richiesta che come al solito suonava più come un ordine. Margot gli rivolse uno sguardo che sottolineava senza possibilità d’errore la perentorietà della sue parole. Il giovane attore si alzò e la seguì.

- Lieto di rivederla signora Marlowe e … potrei sapere chi è questo giovane signore che l’accompagna? –chiese cordialmente il dottor Smith.

- Certamente dottore, le presento Terence Graham … il fidanzato di mia figlia – disse la donna rivolgendo un amabile sguardo prima al medico e poi a Terence.

Il ragazzo in quel momento in piedi accanto a lei e di fronte al dottore, si voltò verso la donna sconvolto dalle parole che aveva appena udito. Il medico si rese immediatamente conto dell’imbarazzo che aveva colto il giovane. Conosceva la vicenda che aveva portato Susanna Marlowe a perdere l’uso delle gambe, dal momento che i giornali avevano parlato per settimane di quella giovane promessa del teatro che aveva messo a repentaglio la propria vita per salvare quella del collega Terence Graham, di cui si diceva fosse follemente innamorata. Per cui appena vide l’espressione sbigottita di Terence, il medico comprese perfettamente in quale situazione si trovasse. Lo salutò dicendogli che era onorato di fare la sua conoscenza, allungando la mano che rimase per qualche istante in attesa che Terence ricambiasse il saluto.

- Il piacere è mio dottore – mormorò stringendogliela debolmente.

Mentre il dottor Smith informava la madre di Susanna delle condizioni in cui aveva trovato la figlia, Terence non riusciva a pensare ad altro che a quella parola: “fidanzato”. Come aveva potuto Margot avanzare una cosa del genere, lui e Susanna fidanzati … si sentiva furioso e continuava a torturarsi le mani per cercare di mantenere la calma. Udiva in sottofondo la voce del dottore che seguitava a parlare, gli sembrava che mille parole come tanti soldatini gli assalissero la mente, iniziava a sudare freddo e un forte senso di nausea si impadronì del suo stomaco.

- Terence si sente bene? Signor Graham …

- Come? … Sì certo, mi scusi dottore – rispose Terence come se fosse appena tornato da un altro pianeta.

- Come dicevo alla signora Marlowe, è di fondamentale importanza che la paziente segua una dieta equilibrata e non si affatichi, deve avere orari regolari e assolutamente non essere sottoposta a stress fisici né tantomeno emotivi – continuò il dottore rivolgendosi al ragazzo che fece cenno con la testa di aver compreso.

Dopodiché il dottor Smith li congedò, dicendo loro che Miss Marlowe li stava aspettando nella stanza n. 3, lungo il corridoio. Susanna apparve piuttosto inquieta dopo quella visita medica soprattutto perché mal sopportava il fatto di dover uscire di casa e mostrarsi in pubblico sulla carrozzina. Vedere però Terence entrare nella stanza per riportarla a casa la fece sentire subito meglio e sollevata all’idea che da quel giorno lui sarebbe stato sempre presente ai controlli che doveva effettuare periodicamente.

Uscirono dall’ospedale e si avviarono verso l’auto. Il dottor Smith dalla finestra del suo studio li osservava incuriosito soprattutto da quel giovane attore di cui aveva sentito parlare in maniera non troppo lusinghiera in seguito alla sua scomparsa, ma che di persona gli era apparso come se fosse succube di quella situazione. Lo vide sollevare Susanna dalla carrozzina, lei gli si strinse subito al collo, appoggiando la testa sulla sua spalla, fino a quando lui non la depose nell’auto con estrema cura e delicatezza, facendo molta attenzione a non farle male. Poi Terence fece lentamente il giro dell’auto, ma prima di mettersi alla guida alzò gli occhi verso l’ospedale notando il dottore dietro il vetro della finestra. Il dottor Smith poté chiaramente vedere la faccia del ragazzo e  per un attimo gli sembrò che  il suo sguardo chiedesse pietà.

Una volta arrivati a casa, la signora Marlowe aiutò la figlia a cambiarsi, dicendo a Terence di aspettare fuori dalla stanza.

- Adesso puoi entrare, Susanna vuole vederti.

Il ragazzo bussò alla porta, lei lo chiamò. Aprendo la vide sdraiata sul letto con un braccio allungato verso di lui per invitarlo a sedersi accanto a lei. Terence si sedette e lei gli prese la mano. La sua mano era sempre calda mentre quella di Susanna era gelida, allora lui gliela strinse cercando di riscaldarla con le dita.

- La prossima settimana inizieranno le prove di Antonio e Cleopatra, non è così?

- Sì è così.

- Sarai molto impegnato …

- Sì, credo che non potrò venire il pomeriggio …

- Allora verrai per cena? – lo interruppe Susanna, con voce ferma e allo stesso tempo supplichevole, cercando i suoi occhi.

Lui annuì.

- Adesso cerca di riposare però, devi esserti stancata molto oggi – le disse Terence con un timido sorriso, alzandosi.

Ma lei lo trattenne, senza lasciare la sua mano.

- Resta ancora un po’, ti prego.

Terence si sedette di nuovo, lei chiuse gli occhi e in pochi minuti si addormentò.

Quando il ragazzo uscì dalla stanza, cercando di non fare rumore, trovò la signora Marlowe ad attenderlo.

- Susanna sta dormendo?

- Sì.

- Te ne vai già?

Terence fece un grande sospiro prima di parlare. Alzò il viso, rivolgendo alla donna uno sguardo inferocito.

- Vorrei sapere come le è saltato in mente di presentarmi al dottor Smith come il fidanzato di sua figlia? – le chiese con voce carica di rabbia.

- L’ho fatto semplicemente perché altrimenti non avresti potuto assistere alla nostra conversazione, non essendo un parente stretto.

- Avrei potuto tranquillamente aspettare fuori, c’avrebbe pensato a lei a riferirmi come stanno le cose, ne sono sicuro – rispose Terence, dubitando fortemente che la motivazione addotta dalla donna corrispondesse alla verità.

- Eh no caro Terence … è giusto che tu sappia direttamente dalla voce del dottore quali sono le condizioni di Susanna! Hai capito bene che cosa ha detto il dottor Smith? Si è raccomandato anche a te … niente stress fisico né tantomeno emotivo! Vedi di ricordartelo!

Terence strinse i pugni, in piedi con le braccia distese lungo i fianchi, abbassò la testa leggermente per non dover guardare ancora quella faccia.

- Veda di ricordarselo anche lei, signora Marlowe! – esclamò prima di uscire.

 

 

*****

 

 

Il rientro alla Compagnia Stratford segnò per Terence l’inizio di un periodo di lavoro molto intenso, anche se questo non lo spaventava affatto, anzi, poter calcare di nuovo un vero palcoscenico lo faceva sentire ogni giorno più forte. Tuttavia, non tutti gli attori lo accolsero con benevolenza, alcuni non gli avevano proprio perdonato di aver abbandonato la compagnia da un giorno all’altro, causando non poche difficoltà. Nonostante il signor Hathaway avesse preteso massima serietà e impegno da parte di tutti i suoi attori e attrici, qualcuno non risparmiava a Graham battutine sulla sua recitazione che mesi prima era diventata inguardabile.

- Il figliol prodigo si è deciso a tornare!

- Forse Miss Baker è intervenuta in suo favore!

- Vediamo se si ricorda ancora come si fa … altrimenti potrebbe aprire e chiudere il sipario ….

Terence, il cui carattere per natura impulsivo lo avrebbe portato a reagire in malo modo a simili provocazioni, in realtà cercò di non dar loro troppo peso, come gli aveva suggerito Robert, e continuò a lavorare sodo per tornare al più presto ai livelli di un tempo. La scelta di Hathaway di non fargli per il momento ricoprire un ruolo di primo piano, si rivelò decisamente azzeccata. Terence infatti in pochissimo tempo divenne padrone della sua parte e questo contribuì non poco a fargli riacquistare fiducia nelle proprie capacità, cosa di cui aveva un estremo bisogno.

Il ruolo della protagonista femminile era andato ancora una volta alla splendida Karen Kleiss, l’attrice che aveva sostituito Susanna Marlowe nella parte di Giulietta Capuleti. All’epoca aveva legato molto con Terence e adesso le dispiaceva vederlo relegato ad un ruolo di secondo piano, considerandolo un attore di grande talento nonostante la giovane età. Non era sempre facile capire quel ragazzo così chiuso e a volte addirittura scontroso, ma questo allo stesso tempo la incuriosiva e non poteva fare a meno di sentirsi attratta da lui.

Una sera, terminate le prove, Terence era rimasto da solo nel camerino che condivideva con altri due attori.

- Sempre l’ultimo a lasciare il teatro!

Il ragazzo si voltò e sulla porta gli apparve Karen che, tolto l’abito di scena, stava per uscire.

- Diciamo che non ho fretta di tornare a casa – le rispose, infilandosi la giacca.

- A dire il vero nemmeno io, perché non andiamo a mangiare qualcosa insieme?

- Beh io veramente dovrei …

- Ehi cos’hai capito Graham? Non ti sto chiedendo di uscire con me, non ti montare la testa! – esclamò Karen sorridendogli – Solo per fare due chiacchiere.

Uscirono a piedi dal teatro e si recarono in un piccolo bistrot dall’altra parte della strada dove erano già stati ai tempi di Romeo e Giulietta. Era un locale frequentato principalmente dagli artisti per cui si riusciva  a mangiare qualcosa senza essere disturbati.

Dopo aver ordinato, seduti ad un tavolino, l’uno di fronte all’altra, iniziarono a parlare dello spettacolo che presto avrebbero messo in scena. Terence le fece i complimenti per come stava affrontando il difficile ruolo della regina d’Egitto e per il successo che stava ottenendo. Karen lo ringraziò e dopo qualche minuto di silenzio gli chiese:

- Ma dov’eri finito? Siamo stati tutti molto in pena per te, lo sai?

- Tutti? – le chiese Terence perplesso – A giudicare dall’accoglienza che ho ricevuto da quando sono rientrato in compagnia dubito fortemente che alcuni fossero in pensiero per me! Ma va bene così, in fondo li capisco, li ho mollati da un giorno all’altro senza un motivo!

- Io credo invece che tu ne avessi parecchi di motivi, ma forse è solo uno quello che ti ha spinto a sparire. Sbaglio? – gli chiese Karen dolcemente.

Terence abbassò la testa, appoggiando il mento sul pugno. Lo sguardo che aveva ritrovato sul palcoscenico un po’ della sua luminosità, divenne improvvisamente cupo. Karen capì che non si sbagliava.

- Come sta Susanna? – continuò la ragazza.

- Abbastanza bene – rispose Terence frettolosamente.

Non si sentiva ancora pronto ad affrontare quell’argomento. Non sapeva cosa dire soprattutto a proposito del suo rapporto con Susanna. Ormai tutti sapevano che lei era innamorata di lui e salvandogli la vita aveva anche mostrato fino a che punto sarebbe arrivata per lui. Tutti si aspettavano che gliene fosse grato e poi di sicuro ritenevano che anche lui provasse dei sentimenti per Susanna: era una ragazza bellissima, dolce, sensibile, e poi c’era il teatro ad unirli, la stessa passione assoluta per Shakespeare. Questi pensieri si affollavano nella mente di Terence e non gli davano tregua!

Karen capiva il suo tormento. Conosceva i sentimenti di Susanna che secondo lei non avevano molto a che fare con l’amore ma sfioravano piuttosto la morbosità. L’aveva vista in teatro impazzire dalla gioia quando aveva ottenuto la parte di Giulietta solo per il fatto di poter recitare a stretto contatto con Terence che era stato scelto per interpretare Romeo. Durante le prove lei non faceva altro che stare sempre dietro a Terence, di qualsiasi cosa lui avesse bisogno se ne occupava personalmente e quando non lo vedeva chiedeva subito dove fosse. Un giorno la sorprese in lacrime nel suo camerino con una lettera in mano. Susanna tentò di nasconderla ormai troppo tardi perché Karen l’aveva vista. Si trattava di una piccola busta rosa che riconobbe subito perché ne aveva consegnate diverse negli ultimi mesi al diretto interessato.

- Susanna, ma quella lettera non è per Terence?

- Sì certo, stavo per portargliela ma non so dove sia – aveva risposto Susanna con un atteggiamento colpevole da cui Karen dedusse che non aveva alcuna intenzione di consegnarla al destinatario.

- Se vuoi gliela porto io, credo che sia salito su in terrazza.

- No vado io, grazie.

Karen pensò che Susanna sarebbe stata decisamente disposta a tutto pur di avere Terence per sé e quanto accaduto nei giorni successivi confermò tristemente i suoi timori.

- E tu come stai? – gli chiese cercando i suoi occhi.

- Bene.

- Terence io … se posso fare qualcosa per aiutarti …

Karen non terminò la frase perché lui la interruppe.

- Se vuoi davvero fare qualcosa per me non chiedermi più di Susanna, né come sto. Vorrei riprendermi il mio posto in teatro, so che non sarà facile ma Robert mi ha concesso un’altra possibilità e non posso sprecarla! In questo puoi aiutarmi?

- Certo, dimmi solo che cosa vuoi che faccia.

- Ho saputo che presto la compagnia porterà sulla scena l’Amleto. Devo assolutamente ottenere quella parte e sono sicuro che tu saresti una splendida Ofelia. Che ne dici di studiare insieme?

Karen gli rispose con un magnifico sorriso. Era così felice di veder tornare l’entusiasmo sul volto di Terence, sapeva quanto fosse bravo ed era certa che sarebbe riuscito a tornare protagonista nella scena teatrale newyorkese.

- Quando cominciamo?

 

Le rappresentazioni di Antonio e Cleopatra ebbero fin da subito un notevole successo. Ogni sera lo spettacolo registrava il tutto esaurito. Oltre all’indiscutibile fama di cui godeva ormai la Compagnia Stratford, il fatto che Terence Graham fosse tornato sulla scena esercitava di certo una notevole attrattiva. Al momento della sua scomparsa in realtà le critiche alla sua recitazione non erano assolutamente benevole, ma l’alone di mistero che si era venuto a creare intorno a lui incuriosiva il pubblico come non mai. Il suo nome non appariva sul manifesto che pubblicizzava lo spettacolo, ma si era comunque sparsa la voce che Graham era tornato.

La sera della prima nel foyer le signore presenti non parlavano d’altro. Così quando Tireo fece il suo ingresso sulla scena e la voce di Terence risuonò limpida e stentorea come non mai, dalla platea si alzò un insolito brusio che lo fece rabbrividire, facendogli riprovare in un istante quella potente scarica di adrenalina che infiammava i suoi sensi ogni volta che si trovava su un palcoscenico. Fin dalla prima battuta tornò a crearsi il legame tra attore e pubblico e niente lo avrebbe più spezzato. Graham rimase sulla scena per pochi minuti, ma nel breve dialogo di Tireo con la regina d’Egitto riuscì ad ammaliare tutti i presenti e quando dalle sue labbra uscirono queste parole

 

… concedimi la grazia di deporre il mio omaggio sulla tua mano.

 

ogni donna presente in sala avrebbe pagato per trovarsi al posto di Cleopatra.

 

Anche Susanna avrebbe desiderato molto poterlo applaudire, ma le sue condizioni di salute non le permettevano al momento di stare così a lungo fuori di casa. Si fece promettere però che appena terminata la rappresentazione Terence sarebbe andato a trovarla.

Il signor Hathaway si complimentò con tutti i suoi attori che avevano indubbiamente dato il massimo. Vincent e Karen erano stati due meravigliosi Antonio e Cleopatra, ma un affetto particolare legava Robert al giovane Graham e non poté fare a meno di rivolgere a lui il suo personale apprezzamento ricevendolo nel suo ufficio.

- È andata molto bene figliolo, ora sei tornato davvero! – gli disse Robert quasi commosso.

- Grazie, ma è così poco quello che ho fatto, non ho il diritto a nessun elogio particolare.

- Lo so che questo piccolo ruolo non ti rende merito, ma il pubblico ti ha riconosciuto subito, hai oscurato persino Antonio quando vi siete trovati insieme sul palco! L’Amleto ti aspetta ragazzo, metticela tutta.

- Lo farò!

- Ti dico fin da ora che dovrai sostenere il provino come tutti gli altri, non posso fare diversamente, lo capisci vero?

- Certo.

- Bene. Adesso andiamo al ricevimento!

- Cosa? Io veramente non … - tentò di opporsi Terence ricordandosi della promessa fatta a Susanna.

- Non accetto rifiuti. Adesso tutti devono sapere che sei tornato e tu devi vedere con i tuoi occhi quanto il pubblico ti stesse aspettando!

Dopo la prima di uno spettacolo si teneva sempre una grande festa a cui partecipavano anche le varie autorità cittadine. I primi ad arrivare furono Vincent Craig e Karen Kleiss, splendidi interpreti di Antonio e Cleopatra, ai quali gli invitati tributarono un grande applauso e sinceri complimenti, soprattutto all’attrice il cui ruolo della regina d’Egitto sembrava essere stato scritto apposta per lei, così irresistibilmente affascinante era infatti apparsa in quelle vesti.

Robert Hathaway, oggi direttore della compagnia, ma un tempo anch’egli attore di straordinario talento, venne accolto con una vera e propria ovazione: la lettura che aveva dato della tragedia di Shakespeare era apparsa molto originale e decisamente al passo con i tempi, impressionando non poco anche i più accaniti sostenitori della tradizione.

Per ultimo entrò nel salone già pieno di gente Terence Graham. Aveva percorso la scala che conduceva  al primo piano con una strana agitazione addosso, insolita per lui che non aveva mai dato troppa importanza a questo tipo di eventi. Ma sentiva che quella sera c’era qualcosa di diverso. Giunto in cima alla scala si fermò guardandosi un po’ intorno, cercando qualche faccia conosciuta. La prima persona a notarlo fu Karen Kleiss, lui la vide e lei gli sorrise prima di far partire un applauso nella sua direzione. Tutti i presenti si voltarono verso Graham e, seguendo l’esempio dell’attrice, la sala si riempì all’istante di grida euforiche e  battiti di mani. Terence comprese in quel momento perché Robert avesse insistito affinché lui fosse presente a quella festa e gliene fu immensamente grato.

 

 

*****

 

- Ti ho aspettato tanto ieri sera … - gli disse con quella sua voce lamentosa che utilizzava quando voleva farlo sentire in colpa più di quanto lui non si sentisse già.

Terence cercò di mantenere la calma e le parlò con dolcezza.

- Perché? Ti ho fatto avvisare che non ce l’avrei fatta a passare. Robert ha così insistito che non ho potuto  …

- Speravo che dopo il ricevimento saresti venuto ugualmente!

- La festa è finita molto tardi, ho pensato che tu stessi riposando.

- Invece no! – gridò di colpo Susanna.

La ragazza era seduta in una poltrona nella sua camera da letto, con una coperta sulle gambe. I lunghi capelli sciolti, perfettamente pettinati, le ricadevano sul bell’abito azzurro che ne faceva risaltare il biondo brillante.

- Mi dispiace – si scusò Terence, andandole vicino e piegandosi sulle gambe di fronte a lei, per essere alla sua altezza.

- Non è vero … tu eri a divertirti mentre io non posso far altro che stare qui ad aspettarti! – continuò a gridare Susanna mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

- Appena starai meglio potrai …

- No, io non potrò più fare niente! Non lo capisci?

Terence iniziò a quel punto a perdere la pazienza. Sapeva che le condizioni di salute di Susanna non erano semplici, ma i medici comunque avevano dato qualche speranza nell’ultimo mese riguardo al fatto che con una protesi ci sarebbe stata la possibilità di riprendere a camminare, abbandonando la sedia a rotelle. Ma la ragazza si ostinava a non considerare questa ipotesi, secondo lei era condannata per sempre all’immobilità.

Il dottor Smith aveva suggerito a Terence di provare a convincerla e lui aveva cercato molte volte di parlarle, spronandola a fare almeno un tentativo, ma lei continuava ad opporsi. A volte gli sembrava di avere a che fare con una bambina capricciosa e viziata e la madre contribuiva non poco ad incoraggiare l’atteggiamento infantile di Susanna, accontentandola in tutto e scaricando su di lui ogni sua più piccola intemperanza.

Terence pensò che non fosse il caso di continuare quella discussione che non avrebbe portato da nessuna parte, ma avrebbe solo fatto agitare inutilmente la ragazza. Provò a cambiare argomento, iniziando a parlare dell’unica cosa che avevano in comune.

- Non vuoi sapere com’è andato lo spettacolo? Nonostante avessi un ruolo minore …

- No, non lo voglio sapere - lo interruppe Susanna - quel mondo non mi appartiene più ormai e tu dovresti capirlo perché la colpa è solo tua!

Terence si alzò in piedi di scatto e si voltò per non guardarla in faccia perché stava diventando difficile contenere la rabbia che gli faceva pulsare le tempie. Con i pugni stretti lungo i fianchi esitò ancora un momento, ma poi le parole gli sgorgarono fuori dalla gola come un fiume in piena.

- Che cosa vuoi da me, Susanna? – le chiese a denti stretti, dandole le spalle.

- Voglio il tuo cuore!

Terence strinse gli occhi, avvertì una fitta acuta di dolore alla schiena, come se un coltello dalla lama affilatissima gli fosse stato conficcato nella carne.

- Ho pagato un prezzo molto alto per averlo, non credi? – gli chiese con la solita voce lamentosa.

- Non puoi chiedermi questo – le rispose, trovando il coraggio di guardarla negli occhi. Sapeva di ferirla, ma pensò che illuderla sarebbe stato peggio.

- Hai promesso di restarmi accanto per sempre, te lo sei forse dimenticato?

- È quello che sto facendo, ma a te sembra non bastare mai.

- Tu sei la mia unica ragione di vita, non mi è rimasto altro se non la speranza di avere il tuo amore.

La sua voce era diventata un sussurro e aveva pronunciato le ultime parole tra le lacrime che ora le  inondavano copiosamente le guance. Terence non ebbe più la forza di andare avanti, così le si avvicinò e lei gli prese le mani tirandolo giù affinché la abbracciasse, continuando a singhiozzare sul suo petto. La tenne stretta fino a quando non si calmò. Poi esausta si addormentò e lui, dopo averla adagiata sul letto, uscì dalla stanza con l’animo di chi ha appena consegnato le chiavi di casa al suo carnefice.

Lasciò casa Marlowe e si diresse a piedi verso il suo appartamento. Un tramonto infuocato invadeva le strade di New York colorando ogni cosa di rosso, anche il cuore pesante di Terence stava bruciando fino a diventare cenere.



[1] Terence pronuncia alcune battute tratte da Antonio e Cleopatra di W. Shakespeare, Atto III, scena XIII.


Capitolo tre




New York

inverno 1917/1918

 

Mentre recitavano in Antonio e Cleopatra, Karen e Terence iniziarono a prepararsi per il provino dell’Amleto che si sarebbe tenuto fra un mese. Ogni sera, eccetto i giorni in cui c’erano gli spettacoli, si ritrovavano a casa dell’attrice per provare e riprovare fino allo sfinimento le rispettive parti.

Karen conosceva già molto bene il livello di meticolosità del giovane collega ma, considerando lavorare con lui un vero piacere, sia per la sua indiscutibile bravura sia per la sua altrettanto indiscutibile avvenenza, sembrava non essere mai stanca e seguiva con eccezionale impegno ogni suggerimento che Terence le dava.

- Terence credi che ce la faremo ad ottenere la parte? – gli chiese una sera l’attrice, mentre si prendevano una pausa, sorseggiando del tè.

- Di sicuro, conosci qualcuno migliore di noi due per caso? – scherzò Terence che con lei sembrava ritrovare la sfacciataggine di un tempo.

Erano seduti su due poltrone, intorno ad un piccolo tavolo rotondo, dove Karen aveva appoggiato un vassoio con tè e pasticcini. Il suo appartamento si trovava a pochi minuti da quello di Terence anche se era decisamente più lussuoso. La ragazza infatti aveva alle spalle una famiglia piuttosto agiata essendo il padre un’importante chirurgo la cui fama oltrepassava l’oceano. La madre purtroppo era morta dandola alla luce e questo le causava un dolore profondo che a volte affiorava regalando ai suoi occhi viola un velo di improvvisa malinconia.

La scelta di dedicarsi alla recitazione era stata piuttosto casuale ma non per questo meno azzeccata. Karen aveva mostrato sin da ragazzina un’indole piuttosto esuberante e predisposta all’arte: le piaceva infatti cantare, ballare ma soprattutto esibirsi e stare al centro dell’attenzione. Durante una festa organizzata dal padre per festeggiare il sedicesimo compleanno della figlia, Karen aveva preteso di organizzare una specie di piccola commedia per far divertire gli invitati. Il padre che naturalmente accontentava in tutto la sua unica e adorata figlia lasciò che facesse ciò che più le piaceva. Il caso volle che quella sera fosse presente alla festa anche Mr. Hamilton, un importante produttore teatrale, amico del dottor Kleiss, che con grande stupore notò la straordinaria intraprendenza della giovane Karen nonché la particolare bellezza che già risaltava nonostante la giovane età. Mr. Hamilton conosceva molto bene la compagnia Stratford e quando seppe che Hathaway era in cerca di nuovi talenti non ci pensò due volte a proporgli la giovane Miss Kleiss. Fu così che Karen entrò a far parte della compagnia, poco mesi prima che anche Terence facesse la sua comparsa sullo stesso palcoscenico.

 

AMLETO:      … Vi ho amato una volta.

OFELIA:         In verità, signore, me lo avete fatto credere.

AMLETO:      Non avreste dovuto credermi … [1]

 

- Anch’io sono sicura che ce la faremo! – esclamò Karen esaltata dalla speciale alchimia che sempre si creava con Terence mentre recitavano.

Il fuoco dell’arte ardeva prepotentemente in entrambi i giovani, li faceva sentire vivi e potenti, se stessi. Quando comunicarono ad Hathaway la loro intenzione di proporsi insieme per il provino dell’Amleto, Robert trattenne a stento il suo entusiasmo per non far loro capire subito quanto fosse certo di avere davanti a sé i prossimi Amleto ed Ofelia!

 

Durante l’ultimo mese, nonostante fosse molto impegnato in teatro, Terence non aveva mai saltato un giorno senza far visita a casa Marlowe, anche se il tempo che aveva a disposizione era poco e Susanna non aveva esitato a farglielo notare.

Una sera, dopo aver cenato insieme, lasciati soli da Margot, si trovavano seduti sul divano davanti al camino acceso. Susanna aveva chiesto a Terence di leggerle qualcosa, le piaceva molto ascoltare la sua voce che, quando recitava, assumeva toni diversi rispetto a quello che aveva di solito con lei. Lui era sempre molto gentile, è vero, ma la gentilezza che si sforzava di avere nei suoi confronti le appariva come artificiosa e poco spontanea, dettata più dalla buona educazione o, ancora peggio, dalla pietà e dal senso di colpa. Per questo Susanna amava che lui le leggesse alcuni testi in particolare, soprattutto i sonetti di Shakespeare in cui il famoso drammaturgo aveva racchiuso i sentimenti d’amore più belli. Lui la accontentava come sempre, solo un testo si rifiutava di leggere … Romeo e Giulietta.

 

- Alcuni menano vanto dei loro natali, altri del loro ingegno,

altri delle loro ricchezze, altri del vigore dei loro muscoli;

taluni dei loro vestiti goffamente aggiustati alla novissima moda,

taluni dei loro falchi e de’ loro segugi; taluni de’ loro cavalli.

E ogni temperamento ha il suo piacere particolare

che dà gioia superiore a ogni altra,

ma tutti questi singoli piaceri non possono servir di misura al mio,

perché tutti io li sorpasso in un’unica suprema felicità.

Il tuo amore è per me più prezioso dei nobili natali,

più ricco dell’opulenza, più superbo di costosi vestiti,

di maggior diletto de’ falchi e de’ cavalli:

e, avendo te, mi vanto d’aver più di qualsiasi altro uomo.

Essendo in questo soltanto disgraziato: che tu puoi tutto ritogliermi

e far di me il più misero degli uomini.[2]

 

Terminata la lettura, Terence si alzò per ravvivare la fiamma che si stava affievolendo, mentre Susanna lo seguiva con lo sguardo ammirandone come sempre l’eleganza dei movimenti, la corporatura asciutta e ben proporzionata, i muscoli delle spalle e delle braccia che si potevano intuire al di sotto del dolcevita color miele che il ragazzo indossava quella sera. Inginocchiato davanti al fuoco avvertì gli occhi di lei che ne percorrevano la figura e, rialzatosi, rimase in piedi appoggiandosi al camino, senza guardarla. Ci fu un momento di imbarazzante silenzio, cosa che tra loro accadeva spesso in verità. Terence non poté fare a meno di pensare che se lì ci fosse stata lei al posto di Susanna anche quel silenzio gli sarebbe apparso come una dolce melodia. Sentì una fitta al petto e gli sfuggì un sospiro per far tornare l’aria nei polmoni. Susanna immaginò perfettamente a chi stesse pensando. Quando erano insieme infatti osservava sempre con grande attenzione ogni più piccola espressione e atteggiamento di Terence e, quando lo sentiva lontano da lei, come in quel momento, era sicura di conoscere i suoi tormenti. Cercava così in ogni modo di attirare la sua attenzione, spesso facendo leva proprio su quel senso di colpa che da una parte avrebbe voluto che lui non provasse, perché era consapevole che solo per dovere lui si trovava lì. Eppure sperava che col passare del tempo Terence si sarebbe accorto di lei, non poteva andare diversamente perché lo amava troppo e lui non avrebbe potuto ignorare all’infinito questo sentimento. Prima o poi l’avrebbe dimenticata, in fondo non erano mai stati fidanzati, non avevano niente in comune, lei era solo una ragazzina di campagna che per un colpo di fortuna si era ritrovata adottata da una famiglia molto importante, ma non sarebbe mai stata all’altezza di Terence, mai!

- Come stanno andando le prove per l’Amleto? – gli chiese richiamandolo alla realtà.

- Bene … Karen ed io abbiamo fatto un gran lavoro, credo che abbiamo ottime possibilità di aggiudicarci i ruoli principali – rispose Terence distrattamente.

- Karen è diventata molto brava, da quando … - la voce di Susanna si incrinò ripensando a quel tragico giorno che aveva spazzato via per sempre le sue ambizioni e i suoi sogni.

Vedendola intristirsi, Terence tornò a sedersi vicino a lei, dicendole con tono pacato:

- Anche tu sei molto brava, perché non provi a fare qualcosa?

- Che cosa potrei fare in queste condizioni! – esclamò Susanna stringendo i pugni.

- Il teatro non è solo recitazione. Potresti scrivere o comporre musica … sai suonare molto bene. E poi … la medicina fa ogni giorno grandi passi in avanti, soprattutto dopo la guerra il settore delle protesi ha subito un forte impulso e magari …

- Basta Terence, non serve a niente illudersi! Io non posso fare più niente e questo è tutto! – gridò con le lacrime agli occhi.

- Perché ti vuoi arrendere così? Sei giovane, hai tutta la vita davanti. Che cosa pensi di fare, rinchiuderti in questa casa per sempre?

- Finiscila! Non posso neanche muovermi da sola, non lo vedi?

- Ma non sei sola! C’è tua madre e ci sono … io.

- Tu! Lo so bene perché sei qui! E so anche perché mi sproni a cercare di uscire da questa situazione, a fare qualcosa per rendere degna la mia vita di essere vissuta! – adesso Susanna parlava con rabbia e guardava Terence con occhi freddi, di ghiaccio.

- Che intendi dire?

- Intendo dire … che tu vuoi solo alleggerirti la coscienza!

Terence si alzò di scatto, afferrando il soprabito e dirigendosi verso il portone.

- Aspetta ti prego … non andare via così – lo richiamò la voce questa volta lagnosa di Susanna – Non mi aiuti ad andare in camera?

Il ragazzo tornò indietro lentamente, la sollevò dal divano senza dire una parola e la portò sul letto dove una domestica l’avrebbe aiutata a prepararsi per la notte.

- Perdonami … non penso veramente ciò che ho detto - gli sussurrò.

Terence sospirò, cercando di trattenere la rabbia che gli faceva pulsare le tempie.

- Buonanotte Susanna – le rispose con l’aria di chi non vede l’ora di uscire da quella stanza.

- Buonanotte Terence, a domani – gli disse trattenendolo per la mano, in attesa di quel bacio sulla fronte che da un po’ di tempo aveva fatto in modo diventasse una consuetudine.

A causa del poco tempo che aveva potuto dedicarle ultimamente, Susanna ad ogni sua visita lo accoglieva sempre più agitata e non voleva mai farlo andare via. Terence se ne era accorto e cercava in ogni modo di accontentarla in qualunque cosa lei gli chiedesse, anche perché la signora Marlowe gli lanciava continuamente occhiate di rimprovero ogni volta che lui arrivava in ritardo.

Una sera appunto, avendo fatto molto tardi in teatro, quando giunse a casa Marlowe disse che si sarebbe trattenuto solo per un saluto perché era davvero molto stanco. Così accompagnò come sempre Susanna nella sua stanza, con l’intenzione di fermarsi con lei qualche minuto prima di congedarsi. La prese in braccio sollevandola dalla carrozzina per adagiarla sul letto. Accadde tutto in un attimo: lei gli strinse le braccia al collo e lo attirò a sé, Terence si ritrovò con il viso a pochi centimetri da quello di Susanna i cui languidi occhi azzurri lo fissavano mentre le sue labbra si dischiudevano leggermente implorando, senza alcun dubbio, un bacio. Il ragazzo alquanto sorpreso rimase come paralizzato per alcuni istanti, poi sollevò la testa e le sfiorò la fronte con le labbra, mentre con le mani si liberava dalla sua stretta.

Così da quella sera, ogni sera, Susanna lo fissava nello stesso modo e lui le augurava la buona notte con un bacio sulla fronte.

 

 

*****

 

Durante l’ultima settimana Terence e Karen avevano intensificato i loro incontri per provare insieme la parte che avevano deciso di proporre al provino. Così il giorno tanto atteso era arrivato.

Quando giunsero in teatro lo trovarono gremito di attori e attrici, evidentemente recitare nell’Amleto della compagnia Stratford era considerata una grandissima occasione. La Stratford aveva lavorato molto bene in quegli anni ed anche l’ultima rappresentazione messa in scena, aveva ottenuto un riscontro più che positivo da parte di pubblico e critica.

- Accidenti Terence, ci sarà una concorrenza spietata! Sembra che tutti gli attori d’America si siano radunati qui oggi – esclamò Karen piuttosto pensierosa.

- Sta’ tranquilla e pensa solo a quanto abbiamo sudato per ottenere questa parte. Non possiamo fallire! – le rispose Terence determinato più che mai.

In realtà, quando la coppia aveva fatto il suo ingresso in platea, molti dei presenti avevano riconosciuto le due giovani stelle della Stratford. Che la Kleiss fosse un’ottima interprete era risaputo ormai, ma ciò che più aveva impensierito gli altri partecipanti era stata la presenza inaspettata di Graham. Il piccolo ruolo che aveva sostenuto in Antonio e Cleopatra aveva avuto un notevole successo, tuttavia nessuno pensava che Graham avrebbe avuto l’ardire di presentarsi per l’Amleto. La sua partecipazione aveva destato stupore ma anche una notevole preoccupazione: nonostante Graham fosse stato assente per un po’ dalle scene, tutti non potevano fare a meno di riconoscerne la bravura e l’indiscusso talento. Alcuni attori vedendolo pensarono che fosse inutile tentare, erano sicuri che la parte del protagonista sarebbe andata a lui e se ne andarono, altri vollero attendere almeno fin a quando lui non salì sul palco insieme alla sua compagna.

Dopo circa due ore di attesa ed una lista interminabile di partecipanti respinti, venne invitata a salire sul palco la coppia Kleiss – Graham.

In platea ad assistere alla selezione erano presenti, oltre ad Hathaway e ai suoi assistenti di scena, alcuni dei finanziatori più importanti della compagnia. Si trattava di imprenditori che si erano arricchiti sfruttando al meglio gli ultimi eventi bellici e che consideravano il teatro un passatempo come un altro. Tra loro c’era anche un famoso banchiere, un certo John Morgan, amico di Hathaway, che era invece un vero appassionato di Shakespeare. Era seduto accanto a Robert e dopo ogni provino scambiava con lui qualche battuta, commentando l’esibizione a cui avevano appena assistito. Naturalmente le decisioni sul cast spettavano indiscutibilmente ad Hathaway, tuttavia se i vari finanziatori non fossero stati d’accordo con lui, non se ne sarebbe fatto di nulla.

Terence sapeva benissimo di non essere apprezzato da chi sosteneva economicamente la compagnia e, a causa sua, aveva perso molti soldi. Dunque con quel provino non doveva solo convincere Robert, bensì sconvolgere letteralmente con la sua recitazione i vari finanziatori in modo da far passare in secondo piano i dubbi che ancora potevano avere sulla sua professionalità.

I due attori salirono sul palco e, dopo un ultimo sguardo d’intesa, si portarono al centro della scena, mentre le luci si abbassavano. Terence rimase per qualche istante con il capo chino per trovare la giusta concentrazione, poi lentamente lo sollevò fissando un punto immaginario davanti a sé, con un’espressione cupa, lo sguardo accigliato, fece d’un tratto vibrare tutto il teatro con la sua voce:

 

“Essere o non essere, questo è il problema. È forse più nobile soffrire nell’intimo del proprio spirito, le pietre e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna, o imbracciar l’armi, invece, contro il mare delle afflizioni, e combattendo contro di esse mettere loro una fine? Morire per dormire. Nient’altro. E con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore, e  le mille offese naturali di cui è erede la carne! …”[3]

 

Terence declamò l’intero monologo del Principe di Danimarca con assoluta padronanza, dando un’eccellente prova delle sue capacità interpretative. Dopodiché fu la volta di Karen che, avvicinandosi a lui, recitò la prima battuta di Ofelia:

 

“Mio buon signore, com’è stata vostra altezza negli ultimi giorni?”

“Vi ringrazio umilmente. Bene, bene, bene.”

 

Il loro dialogo continuò ancora per diversi minuti, fino a quando vennero interrotti dall’intervento di Hathaway il quale, alzatosi in piedi, avvisò i presenti che la protagonista femminile era stata individuata per cui per quel ruolo non ci sarebbero stati altri provini. La delusione delle attrici ancora in attesa venne espressa da un brusio che abbandonò il teatro solo quando se ne furono andate. Karen Kleiss ricevette i complimenti dei vari finanziatori, dopodiché Robert la congedò dandole appuntamento al giorno dopo. Karen esitò un momento prima di uscire, guardò Terence incredula mentre lui le rivolse un sorriso amaro, allontanandosi dietro le quinte.

- Aspetti un attimo Graham – lo richiamò la voce di Mr. Morgan.

Terence si voltò verso il gruppo degli imprenditori che si erano alzati in piedi e sembravano discutere fra di loro.

- Prego, si avvicini! – lo invitò di nuovo Mr. Morgan, continuando a parlare una volta che il giovane attore si trovò a poca distanza da lui – Vede, la sua interpretazione è stata decisamente superba, ma i miei colleghi ritengono che lei sia troppo giovane per affrontare un ruolo che di solito viene affidato ad attori molto più maturi e con maggiore esperienza. Io invece sono più che convinto che lei abbia la stoffa per rendere il Principe di Danimarca assolutamente indimenticabile ed anche Hathaway è d’accordo con me, dico bene Robert?

- Certo! – confermò il regista scrutando Terence in volto.

- In questo modo lei ha due voti a favore e due contrari, per cui Mr. Barrymore vorrebbe farle una proposta.

Terence senza dire una parola si voltò lentamente verso l’uomo indicato da Mr. Morgan, in attesa che lui parlasse, guardandolo dritto negli occhi.

- Sono sicuro che lei saprà deliziarci con un altro brano dell’Amleto, non credo abbia preparato solo questa parte, sbaglio Graham? – gli chiese con aria di sfida.

Terence, trattenendo a stento un sorriso sarcastico, rilanciò la sfida:

- Perché non sceglie lei la parte che le piacerebbe ascoltare, sarò ben lieto di accontentarla.

Mr. Barrymore restò per un attimo interdetto dalla risposta audace del giovane attore, non era sicuro di aver capito bene: Graham voleva fargli credere di conoscere già tutte le battute pronunciate dal Principe di Danimarca?

- Che ne dice allora dell’ultima scena, dopo la morte di Amleto? Lei però sarà Orazio e Robert darà voce a Fortebraccio.

Terence, senza battere ciglio, risalì sul palco seguito dal regista, poi iniziò senza la minima esitazione.

 

“Si spezza, in questo punto, un nobile cuore. Buona notte, principe gentile, e voli d’angelo t’accompagnino cantando al tuo riposo. Perché i tamburi s’avvicinano?”[4]

 

Quando il dialogo tra i due terminò, un applauso si alzò dalle mani degli altri attori rimasti ad assistere a quella sfida che Graham sembrava aver superato alla grande.

Mr. Morgan e Mr. Barrymore si guardarono con un’espressione d’intesa, così Hathaway poté annunciare la chiusura della selezione.

Anche il principe di Danimarca aveva trovato il suo interprete.

 

- Terence!

- Karen che ci fai ancora qui? – le chiese il ragazzo incontrando la collega all’uscita degli artisti.

- Ti stavo aspettando … allora? – gli chiese titubante.

Un trionfante sorriso illuminò il volto di Terence.

- La tragedia è nostra!

- Evviva! Ne ero sicura … quel Barrymore è veramente un idiota! Si atteggia ad intenditore ma non ci capisce proprio niente! Tu sei il migliore, il migliore di tutti! Ha provato a metterti in difficoltà non è vero?

- Beh sì, c’ha provato ma gli è andata male. Non sa che conosco l’Amleto da quando avevo dieci anni! – concluse Terence soddisfatto con una risata delle sue.

I due ragazzi si salutarono pieni di entusiasmo, dandosi appuntamento al giorno dopo quando avrebbero iniziato le prove insieme al resto della compagnia.

Terence si incamminò verso la sua auto, salì, ma appena entrato in quel piccolo guscio silenzioso un improvviso senso di malinconia gli afferrò la gola. Restò immobile per un po’ con le mani sul volante poi d’un tratto un’immagine invase la sua mente, mise in moto e partì diretto al Gran Central Terminal. Parcheggiò l’auto vicino alla stazione e scese recandosi in un caffè che si trovava poco distante. Una volta dentro si sentì catapultato in un’altra vita, una piccola fetta di felicità che per poche ore aveva creduto di poter assaporare soltanto un anno prima.

Quando lei era arrivata a New York, dopo essersi incontrati alla stazione, erano stati insieme proprio in quel locale, lui sorseggiando un tè, lei una limonata.

Terence si sedette allo stesso tavolo, ordinò lo stesso tè e con lo sguardo perso davanti a sé cercò di ricordare quegli occhi che quel giorno lo guardavano pieni di speranza. E la malinconia si disciolse nei suoi pensieri.

 

“Saresti orgogliosa di me … sto facendo tutto quello che mi hai chiesto, tranne essere felice. Quello no, ancora no. Vorrei tanto sapere come stai, cosa stai facendo … se ogni tanto mi pensi. No, è meglio di no, è meglio che tu ti dimentichi di me … perdonami se io non ci riesco!”

 

Fissava nella tazza la bevanda fumante color ambra, l’aroma ne invase le narici mescolandosi al ricordo di un profumo di rosa. Allungò la mano fino al centro del tavolo, chiuse gli occhi, senza troppo sforzo riusciva a percepire la pelle morbida delle dita di lei che per un attimo quel giorno aveva osato accarezzare. In quel momento il desiderio di averla vicina era talmente forte da provocargli un dolore fisico che dal cuore gli percorreva tutto il corpo, frantumandogli le ossa e lacerandogli lo stomaco. Nella sua mente allora si riaffacciava l’esigenza di porre fine a quel tormento. Dietro al bancone del bar una fila interminabile di alcolici sembrava aspettare proprio lui, solo il pensiero di quegli occhi di smeraldo pieni di lacrime lo fece desistere dallo sprofondare di nuovo nell’abisso.

 

Pagò il conto e uscì, dirigendo l’auto verso Long Island.

Quando Eleanor aprì la porta e lo vide, per un attimo ebbe il timore che il provino fosse andato male, tanto lo sguardo del figlio le sembrò cupo e malinconico. Lo fissò con aria interrogativa.

- Il prossimo gennaio sarò Amleto!

- E me lo dici con quella faccia! Dio mio mi hai fatto spaventare … ma io ero sicura che ce l’avresti fatta, è meraviglioso, tu sei meraviglioso figlio mio! – esclamò la madre abbracciandolo stretto.

Madre e figlio cenarono insieme quella sera. Eleanor non smise neanche un secondo di riempirlo di domande e consigli su come prepararsi per affrontare al meglio un ruolo così impegnativo come quello del principe di Danimarca. Pensava che questa fosse una grandissima occasione per Terence per mostrare finalmente tutto il suo talento. Lo vedeva padrone della situazione, determinato a non fallire, anche il suo stato di salute era molto migliorato tanto che a cena aveva letteralmente divorato ogni portata presente sulla tavola. D’un tratto tuttavia le tornò alla mente il discorso che le aveva fatto settimane prima il dottor Johnson, lo specialista da cui si era recata su consiglio del proprio medico:

“…deve cercare di aiutarlo a superare quel problema che sta all’origine di tutto, altrimenti anche se ne venisse fuori al momento, il desiderio di bere tornerà”.

- Il problema che sta all’origine di tutto – ripeté Miss Baker tra sé e sé. Lei sapeva benissimo che il problema aveva un nome, ma come poteva parlarne a Terence?

Dopo la cena si sedettero vicini, sul divano davanti al camino. Terence mise un po’ di musica, le sembrava finalmente rilassato come non lo vedeva da tempo, così la madre trovò il coraggio di osare.

- Le riserverai un posto per la prima?

- Non credo possa venire, stare seduta per molte ore non le fa bene – le rispose il figlio distrattamente, sistemando il fuoco, in ginocchio davanti al camino.

- Non mi riferisco a Susanna.

Terence si voltò di scatto verso di lei, pensando di aver capito male.

- Perché non le mandi un invito? Sono sicura che sarebbe felice di rivederti e molto orgogliosa di …

- Ma che cosa stai dicendo mamma? – la interruppe bruscamente il ragazzo, alzandosi in piedi e fulminandola con lo sguardo.

Anche Miss Baker si alzò dal divano e di fronte al figlio gli parlò con tutta la dolcezza di cui era capace.

- So che non l’hai dimenticata e ho motivo di credere che anche per lei sia lo stesso.

- Questa conversazione non ha alcun senso! – esclamò il ragazzo con voce aspra, dirigendosi verso il portone della villa.

- Aspetta Terry, non puoi negarlo, dimmi la verità! Non l’hai dimenticata, vero?

Ci fu un attimo di silenzio. Terence si fermò davanti al portone socchiuso e senza voltarsi le rispose – Non la dimenticherò mai! – subito dopo uscì, scomparendo nel buio della notte.

- Allora, se non vuoi scriverle tu, lo farò io – mormorò Eleanor.

 

Prima di rientrare nel suo appartamento, Terence si fermò a casa Marlowe.

- Oh Terence, lo sapevo, lo sapevo … adesso potrai mostrare a tutti chi sei veramente! – esultò Susanna alla notizia che il ruolo di Amleto era suo – Mamma hai sentito? Terence ha avuto la parte del protagonista nel prossimo spettacolo, non è meraviglioso?

- Le mie congratulazioni Terence – esclamò la signora Marlowe rivolgendosi al ragazzo e pensando che questo fosse un incredibile colpo di fortuna per lei e la figlia, considerando quanti soldi avrebbe fruttato; forse avrebbero finalmente potuto permettersi di acquistare una casa più grande e più elegante, nella parte migliore di New York. Era giunto decisamente il momento di tenersi stretto quel ragazzo. La signora Marlowe infatti, se da una parte era soddisfatta del successo di Terence, immaginava tuttavia che questo lo avrebbe portato in giro per gli Stati Uniti, avrebbe avuto l’occasione di conoscere persone nuove anche molte ragazze purtroppo. Non poteva permettere che ciò lo distraesse da quello che era il suo compito, ovvero stare accanto a sua figlia. Aveva già qualcosa in mente e al momento opportuno non avrebbe esitato a giocare le sue carte.

 

*****

 



La sera del 6 gennaio 1918 una folla si accalcava all’ingresso del Teatro in attesa che si aprissero le porte. Un grande manifesto illuminato annunciava che a dare il via alla nuova stagione teatrale sarebbe stato l’Amleto di William Shakespeare portato sulla scena dalla Compagnia Stratford. Ma a suscitare grande clamore era stata la notizia del ritorno al teatro del giovane talento Terence Graham nel ruolo del Principe di Danimarca. L’enorme curiosità provocata dall’evento aveva richiamato una folta schiera di pubblico che si apprestava ad assistere a quella che sarebbe stata senza dubbio una delle interpretazioni più memorabili degli ultimi anni.

Dietro le quinte un viavai di attori, attrici, sarte, truccatrici, tecnici di scena, disturbava alquanto il protagonista che si era chiuso nel proprio camerino tentando di trovare la perfetta concentrazione. Seduto davanti allo specchio, dopo aver fatto alcuni esercizi per scaldare le corde vocali e trovare il giusto timbro, il giovane attore si sentiva scivolare sempre più all’interno di quel personaggio invaso dal dubbio. D’un tratto udì forte l’applauso del pubblico, il sipario si era alzato!

Un ultimo pensiero a lei e poi in scena.

Il Re è stato ucciso ed ora sul trono siede il fratello Claudio che ne ha sposato la vedova, la regina Gertrude, madre di Amleto. Il giovane principe sconvolto da quegli avvenimenti sale sul palco, siamo alla seconda scena del primo atto, accolto dalla coppia dei sovrani.



RE: …E tu Amleto, congiunto e figlio mio…

AMLETO: Un po’ più che parente, e men che padre affettuoso.

RE: Perché sei ancora rannuvolato?

AMLETO: Non è così, mio signore: son anche troppo esposto al sole.

REGINA: Mio buon Amleto, togliti di dosso codesto tuo notturno colore, e procura che il tuo occhio guardi da amico il sire di Danimarca. Non andar sempre ricercando con le palpebre abbassate il tuo nobile padre nella polvere. Lo sai bene che succede a tutti. E che ogni cosa viva deve pur morire, passando attraverso la natura, all’eternità.

AMLETO: Certo, signora: succede a tutti.

REGINA: E se a tutti succede, perché mai sembra a te così fuor dell’ordinario?

AMLETO: Sembra, signora? Direi piuttosto che lo è. Non so che voglia dir questo “sembra”. Non basta più il mio mantello color dell’inchiostro, buona madre, né bastano gli abiti, come voglion le costumanze d’un nero solenne, né il ventoso sospirare d’un forzato respiro, no, e neppure il fiume che irriga fruttifero l’occhio, o l’aspetto avvilito del viso, con tutte le forme, i modi e le mostre dell’afflizione, non bastan davvero tutte queste cose ad esprimer quel che io sento veramente dentro di me. Tutte queste cose, invero, “sembrano”: poiché s’appartengono alle azioni che un uomo può anche contraffare. Ma io ho dentro di me qualcosa che supera le possibilità d’essere espresso. Quelle son soltanto le gualdrappe e gli abiti del dolore.



Terence Graham aveva pronunciato le ultime battute rivolto verso il pubblico e già lo aveva definitivamente conquistato! Da quel momento avvertì nitidamente l’invisibile legame che si era creato tra lui e gli spettatori che per più di tre ore rimasero incollati alle poltroncine, rapiti e fatti prigionieri nel Regno di Danimarca.

Anche Eleonor Baker ammirava suo figlio seduta in uno dei palchi centrali. Si commosse profondamente ricordando il giorno in cui era tornato a casa, sembrava il fantasma del ragazzo che adesso si muoveva con sicurezza sul palcoscenico, la cui voce modulava in mille sfumature diverse, alternando sul viso il dubbio, la follia e l’amore. Se anche lei lo avesse visto di sicuro sarebbe stata fiera di lui.

Nell’ultima scena del quinto atto, dopo il furibondo duello tra Laerte, fratello della bella Ofelia morta suicida per amore del principe, e Amleto, i due contendenti muoiono, entrambi vittime dell’inganno del re che aveva fatto avvelenare il fioretto del primo. Per uno strano gioco del destino sia Laerte che Amleto vengono colpiti dalla stessa arma avvelenata.



AMLETO: Muoio, Orazio. Il veleno s’impadronisce con violenza di tutto l’essere mio. Non vivrò tanto da udire le notizie dall’Inghilterra, ma posso profetizzare che sarà eletto Fortebraccio: egli ha il mio voto di moribondo. Informatelo di questo e anche delle circostanze grandi e piccole che han condotto a tale… il resto è silenzio.



E fu proprio un silenzio di tomba ad accogliere in teatro la morte del folle Amleto, tutti trattennero il respiro fino al calare del sipario, quando si scatenò un dirompente applauso che liberava gli spettatori dalla tensione accumulata durante tutto lo spettacolo ed osannava gli attori che avevano messo in scena un tale dramma.

Terence e Karen dietro le quinte si abbracciarono ancora non del tutto consapevoli di ciò che avevano fatto, carichi dell’adrenalina che a fatica avrebbero smaltito nelle ore successive.

Mentre il boato proveniente dalla sala si faceva sempre più intenso, tutti gli attori si prepararono per tornare sul palco e ricevere il meritato tributo del pubblico, prima i ruoli secondari poi i protagonisti. Quando al centro si fece avanti Robert con Karen alla sua destra e Terence alla sua sinistra la platea al completo si alzò in piedi mentre Ofelia e Amleto si inchinavano emozionati. Dopodiché il sipario si chiuse di nuovo e gli attori ancora storditi da un tale successo iniziarono pian piano ad abbandonare il palco, ma gli applausi non sembravano diminuire ed un coro di voci prese d’un tratto a scandire un solo nome. Karen guardò Terence rivolgendogli un sorriso pieno di soddisfazione, lui alquanto stupito si voltò cercando il viso rassicurante di Robert che senza esitare gli disse prendendolo per le spalle:

- Che aspetti? Vai!

Terence fece qualche passo, tornando verso il centro del palco, poi si fermò dietro al pesante tendaggio di velluto rosso. Deglutì, tremando. Pochi secondi dopo il sipario si aprì e il giovane attore divenne di colpo la stella più brillante di Broadway. Quasi barcollò rischiando di cadere perché l’affetto del pubblico lo colpì come un’onda gigantesca. Non avrebbe saputo dire per quanto tempo restò come imbambolato sul palco, facendo inchini e salutando quanti lo stavano letteralmente osannando.

Terence Graham era tornato e grazie al suo talento e alla sua tenacia si era ripreso il posto che meritava!



*****



Le repliche dell’Amleto si protrassero per quasi due anni riscuotendo un incredibile successo sia a Broadway sia in tournée per tutti gli Stati Uniti. Durante i primi mesi del 1919 infatti la Compagnia Stratford aveva toccato tutte le principali città della costa per poi proseguire verso l’interno. C’era stata una breve pausa estiva e poi gli spettacoli erano ripresi.

Terence era ormai a tutti gli effetti l’attore del momento e la stampa aveva iniziato ad essere sempre più interessata a tutti i più piccoli dettagli che riguardavano la sua vita privata. Giornalisti e fotografi si appostavano spesso sotto il suo appartamento tanto che gli risultava difficile uscire ed era costretto a rifugiarsi da sua madre dove la sorveglianza ingaggiata da Eleanor scoraggiava i ficcanaso.

- Figliolo dovresti lasciare quel posto e trasferirti in una casa più grande, in una zona che non permetta il libero accesso da parte della stampa – gli disse una sera Eleanor, dopo che Terence per l’ennesima volta si era nascosto da lei perché non era riuscito ad entrare nel suo appartamento assediato dai fotografi.

- Credo che tu abbia ragione. Ho già visto un paio di abitazioni nell’Upper East Side e poi sarebbe più comodo anche … per Susanna.

- Che intendi dire? Cosa c’entra Susanna? – gli chiese la madre innervosendosi immediatamente all’udire quel nome.

- Beh … nelle sue condizioni non può certo continuare a vivere in quella piccola casa, ha bisogno di più spazio, di un ascensore per poter uscire e magari un giardino …

- Non starai cercando di dirmi che andrete ad abitare sotto lo stesso tetto?

Terence abbassò la testa per evitare il suo sguardo.

- Per l’amor del cielo, rispondimi!

- Sì.

- Ma che diavolo ti è saltato in mente, si può sapere? – gridò Miss Baker alzandosi dalla poltrona dov’era seduta e andando davanti al figlio in piedi, alla finestra del lussuoso salotto in stile art déco.

- Aspetta un attimo … è stata lei, quella donna intrigante ed arrivista! Ma certo, come ho fatto a non pensarci, che sciocca sono stata … avrei dovuto immaginarlo! Ha fiutato il profumo del denaro e ha pensato bene di trarne vantaggio! È stata la Marlowe a suggerirti questa idea folle, non è vero?

Eleanor era furiosa. Terence non l’aveva mai vista così e non poteva di certo darle torto. Anche a lui sembrava un’idea folle, tuttavia non vedeva alternativa. Negli ultimi mesi gli impegni teatrali lo avevano tenuto lontano da New York e da Susanna. Ogni volta che lui non c’era la salute di Susanna peggiorava, soffriva spesso di infezioni causate dalla parziale amputazione della gamba destra e il suo fisico era sempre più debilitato. Comprare una casa nuova dove poter trascorrere più tempo con lei, senza dover fare avanti e indietro con il rischio ogni volta di essere assediato dai giornalisti, appariva a Terence l’unica soluzione possibile. Certo Mrs. Marlowe aveva molto insistito perché lui si decidesse a compiere questo passo usando le sue solite subdole strategie.

- Il medico si è molto raccomandato Terence perché la mia bambina sia immediatamente trasferita in un ambiente adeguato alle sue condizioni, non può continuare a vivere in questo tugurio e poi c’è bisogno di più servitù e di assistenza medica costante. Adesso che le tue finanze te lo consentono non puoi certo tirarti indietro. Per non parlare poi del fatto che la stampa è arrivata anche qui e sai benissimo che cosa hanno avuto il coraggio di scrivere!

Qualche settimana prima infatti, su una rivista scandalistica, era apparso un articolo riguardante la nuova stella di Broadway in cui si facevano pesanti allusioni a proposito del suo rapporto con l’ex collega Susanna Marlowe. Ormai era nota a tutti la storia dell’incidente avvenuto sul palcoscenico durante le prove di Romeo e Giulietta: la ragazza, giovane promessa del teatro shakespeariano, non aveva esitato a mettere a repentaglio la propria vita per salvare quella di Graham di cui era follemente innamorata. Da parte sua Terence, per sdebitarsi, si era sentito in dovere di rimanere accanto a Susanna e ogni giorno andava a trovarla, trascorrendo molte tempo da solo con lei. Che cosa accadesse in quell’appartamento, soprattutto durante le ore di assenza della madre, non era dato sapere con certezza, ma si vociferava che da un semplice rapporto d’amicizia si fosse passati a ben altro. L’articolo era corredato da una serie di fotografie che ritraevano Graham mentre usciva da casa Marlowe anche in ore piuttosto sconvenienti.

- Mamma cerca di capire, i giornali stanno scrivendo delle cose assurde. Non posso continuare a fare avanti e indietro da casa Marlowe …

- E tu ritieni che andare ad abitare insieme possa risolvere la questione?

- Sarò a casa mia, l’appartamento sarà diviso in due parti di cui una verrà occupata da Susanna e da sua madre, così di qualsiasi cosa avranno bisogno io …

- Lo sai invece dove ti porterà questa situazione e non mi stupirei del fatto che la signora Marlowe c’avesse già pensato … - lo interruppe Eleanor.

Terence la guardava ammutolito, temendo in cuor suo di conoscere già la risposta.

- Sono più che sicura che la cara Margot troverà il modo di farti sposare sua figlia! Costringerti ad abitare sotto lo stesso tetto è soltanto il primo passo.

Terence temeva che i progetti della signora Marlowe andassero proprio nella direzione suggeritagli da Eleanor, ma non voleva credere del tutto che potesse arrivare a tanto: sposare Susanna, mai!



*****



- Oh Terence sono senza parole! È semplicemente meravigliosa, questa casa è un incanto! E poi la vista che si gode dal balcone è incredibile … e il giardino, con la fontana … mamma hai visto?

Susanna era letteralmente estasiata mentre visitava il lussuoso appartamento che avrebbe abitato insieme alla madre, situato proprio davanti Central Park.

Terence le fece vedere la stanza dove aveva fatto collocare il pianoforte e altri strumenti musicali. Sapeva quanto Susanna adorasse la musica e aveva pensato che avere la possibilità di suonare e magari anche di comporre potesse aiutarla a stare meglio.

- Questa stanza è per te – le disse.

- Per me? – chiese la ragazza, sorpresa da quel pensiero.

- Sì, ti piace?

La stanza era molto ampia ed illuminata da alte vetrate esposte ad ovest che regalavano in quel momento uno splendido tramonto newyorkese. C’erano molte piante verdi e lampade che rendevano l’atmosfera particolarmente rilassante. Al centro faceva bella mostra di sé un pianoforte a coda nero lucido.

Susanna si avvicinò esitante, con la protesi che aveva iniziato ad utilizzare da poco tempo riusciva a camminare usando solamente il sostegno di un bastone. Si sedette facendo risuonare qualche nota con il tocco leggero delle sue dita affusolate. L’acustica era perfetta.

- Un giorno mi hai detto che ti sarebbe piaciuto avere un pianoforte a coda, questo può andar bene? – le chiese Terence appoggiandosi allo strumento con i gomiti.

- È incredibilmente bello, uno dei migliori strumenti sul mercato se non sbaglio. Grazie! – gli rispose commossa, allungando le braccia verso di lui. Terence le si avvicinò per permetterle di abbracciarlo, sforzandosi di ricambiare il gesto affettuoso.

- Adesso devo andare – le disse staccandosi da lei.

- Aspetta. Mi piacerebbe vedere la tua stanza.

Lui non si aspettava quella richiesta ed era quasi sul punto di chiederle il motivo, quando fece il suo ingresso la signora Marlowe.

- Ti stancherai troppo con quella protesi Susanna, il dottore ha detto che non devi abusarne, è meglio se usi la carrozzina – disse in tono severo, portando la sedia a rotelle vicino alla figlia. Lei non protestò e Terence la aiutò a sedersi.

- Andiamo caro, mi fai vedere il tuo appartamento? – chiese Susanna sorridendogli felice come una bambina il giorno del suo compleanno.

Usciti dalla sala della musica, percorsero un breve corridoio, ritrovandosi davanti ad una porta che dava accesso alle stanze riservate al ragazzo. Entrarono. Sulla destra si trovava un piccolo salotto, a sinistra uno studio. Susanna volle visitare prima quello. Terence vi aveva trasferito gran parte dei libri che teneva nel suo vecchio appartamento, sistemati in una grande libreria a giorno. I mobili erano nuovi: c’era una scrivania posta di fronte ad un’ampia finestra, due divani in velluto color verde smeraldo che riprendevano i tendaggi. Il pavimento in marmo chiaro era lo stesso in tutta la casa, adornato da tappeti a motivi geometrici. Alcuni specchi con cornici color oro decoravano la parete dove si trovava un mobile basso in ebano dipinto con motivi floreali sui toni del verde.

- È molto bella questa stanza, il verde è il mio colore preferito. Lo hai scelto tu?

- Sì, anche a me piace molto – le rispose Terence la cui mente fu attraversata come un fulmine dall’immagine di due occhi che ben si sarebbero intonati a quell’arredamento.

Al solito Susanna si accorse di quanto lui fosse distante in quel momento.

- È qui che lavorerai? – gli chiese.

- Sì certo – rispose Terence distrattamente, uscendo dalla stanza accompagnando la carrozzina nella direzione dalla quale erano entrati.

- E la tua camera dov’è? – insisté Susanna, fermando con una mano la ruota.

- In fondo al corridoio – rispose lui con tono severo, facendo intendere chiaramente che non aveva alcuna intenzione di mostrargliela. Accadeva sempre così con lei, non era mai contenta di quello che lui faceva, voleva sempre di più e sapeva come ottenerlo.

Erano trascorsi quasi due anni da quel tragico incidente e da quello che era seguito. Terence aveva promesso di rimanere accanto a Susanna e lo aveva fatto come meglio poteva. Aveva cercato di non farle mancare niente, né a lei né a sua madre, nonostante i rapporti con la signora Marlowe non fossero dei migliori. Margot fin da subito aveva fatto leva sul senso di colpa di Terence per fare in modo che lui si legasse sempre di più alla figlia: ogni volta che la salute della ragazza subiva un peggioramento la colpa ricadeva sempre su di lui, perché non era stato abbastanza presente, perché era sempre cupo e non sorrideva mai, perché aveva fatto tardi, perché faceva delle tournée troppo lunghe, perché lo avevano fotografato con un’attrice … ecc.

Susanna non osava quasi mai contraddire la madre anche se non erano queste le cose che la preoccupavano: certo le dispiaceva quando lui stava per molte settimane lontano da New York, ma era comunque sicura che sarebbe tornato. Ciò che più la angosciava e che più temeva aveva un nome ben preciso e ora che avrebbero abitato insieme era determinata a scoprire quanto lei fosse ancora presente nella mente ma soprattutto nel cuore di Terence.



Un pomeriggio che il ragazzo non era in casa, Susanna non poté resistere alla tentazione di curiosare nel suo appartamento. Se Terence lo avesse saputo di sicuro non gli avrebbe fatto piacere, geloso com’era della sua privacy, ma lei pensò che in qualche modo l’avrebbe perdonata, come accadeva sempre del resto, ogni volta che discutevano per qualche motivo.

Oltrepassò la porta d’ingresso e la chiuse alle sue spalle. L’ambiente era immerso nel silenzio e nella penombra. Entrò nello studio. La scrivania era piena di fogli scritti, si trattava di appunti sia sull’Amleto che su altre opere del Bardo. Tentò di aprire i due cassetti posti sotto al ripiano, ma erano chiusi a chiave. C’erano anche degli spartiti, uno in particolare la colpì perché non ne riconobbe la melodia, era scritto a mano, tante piccole note segnate con precisione sotto al titolo.

- Love of my life – lesse quelle parole con un filo di voce, poi provò a canticchiare il motivo. Si sentì improvvisamente come schiacciata di nuovo sotto a quel riflettore. Quella musica l’aveva già sentita una volta, qualche sera prima, proveniva dalla camera di Terence. Fu lì che si diresse immediatamente, lungo il corridoio. Non vi era mai entrata. Si fermò davanti alla porta temendo ciò che avrebbe potuto trovare dall’altra parte. Chiuse gli occhi un istante, un brivido gelido le percorse la schiena. Poi aprì.

La camera le apparve molto semplice: un letto, un armadio, un tavolino rotondo con due poltrone, un piccolo scrittoio. Andò verso l’armadio e lo aprì, sentendosi inondare dal suo profumo, una particolare fragranza nata dall’alchimia di gelsomino, zafferano, quercia e muschio. Con la mano accarezzò alcune camicie disposte in ordine insieme a giacche e pantaloni. Sull’anta destra uno specchio le rimandò di riflesso la propria immagine, ma mentre si guardava i suoi occhi vennero colpiti da un piccolo bagliore argenteo proveniente dal comodino posto di fianco al letto. Cosa poteva essere? Ne seguì il raggio fino a quando poté afferrare l’oggetto metallico.

- Un’armonica – mormorò, rigirandola nella mano. Non l’aveva mai vista in mano a Terence, eppure doveva essere preziosa per lui, tanto da tenerla vicino al suo letto. Con quello strumento aveva intonato la melodia di Love of my life, qualche sera prima.

Chi era l’amore della sua vita a cui aveva dedicato quella canzone, evidentemente composta e scritta di suo pugno? Susanna si sentì svenire. Possibile che lei fosse ancora al centro dei suoi pensieri? E quella casa allora che senso aveva? Cosa significava abitare insieme, in quella casa, piena di … verde! Verde come gli occhi di …

- Susanna, cosa ci fai qui? – una voce la colpì in pieno alle spalle.

Si voltò lentamente, con l’armonica stretta nella mano. Vedere quell’oggetto così prezioso per lui nelle mani di Susanna gli provocò un forte senso di rabbia e un istinto quasi animale lo spinse ad avvicinarsi a lei per recuperarlo e farlo tornare immediatamente al suo posto. Poi, cercando di non perdere il controllo, le ordinò di uscire dalla sua camera. Susanna obbedì, passandogli accanto gli disse:

- Ho sistemato alcune tue camicie nell’armadio, sono appena arrivate dalla tintoria.



*****



Per tutta la settimana che seguì Terence non cenò a casa. Usciva presto al mattino, passava tutta la giornata in teatro e rientrava molto tardi la sera, quando Susanna e la madre si erano già ritirate nelle proprie stanze.

Circa un mese prima aveva ricevuto dal signor Hathaway una notizia grandiosa: l’Amleto della compagnia Stratford aveva varcato i confini d’America arrivando fino in Europa dove alcuni tra i teatri più importanti desideravano inserirlo nel loro palinsesto per l’anno 1920. Si trattava questa volta di una tournée davvero molto lunga dal momento che avrebbero recitato a Milano, Parigi, Madrid e infine Londra, fermandosi nel vecchio continente per almeno sei mesi.

Terence era al settimo cielo e quando ne aveva parlato a Susanna anche lei si era mostrata entusiasta, sinceramente felice per quella che poteva rappresentare la definitiva consacrazione di Graham nel panorama teatrale internazionale. Adesso tuttavia, dopo ciò che era accaduto nella sua camera, Susanna era molto preoccupata per quella partenza ormai imminente. Non c’era più stata occasione di parlare con lui da soli, era sicura che Terence la stesse evitando e che fosse ancora arrabbiato con lei ma anche lei si sentiva ferita. Si chiedeva se durante quei tre anni trascorsi insieme, fosse cambiato qualcosa tra loro: poteva definire Terence il suo fidanzato? No di certo. Abitare sotto lo stesso tetto non aveva migliorato le cose: c’era sempre una distanza enorme impossibile da colmare, perché lui non le permetteva di farlo.

Eppure lei era pazza d’amore! Voleva che Terence fosse suo, solo suo! Al solo pensiero che invece il suo cuore non le appartenesse ancora si sentiva morire. Inoltre un altro pensiero inconfessabile si impossessava sempre più spesso della sua mente e agitava le sue notti: lo desiderava con tutta se stessa. Voleva che i suoi occhi guardassero lei con tutta la passione che un uomo può provare per una donna, desiderava sentire le sue braccia intorno a lei, le sue mani su di lei, voleva le sue labbra, voleva possedere il suo corpo e la sua anima!

La sera prima della partenza di Terence per l’Europa, Susanna entrò nella sua stanza, silenziosa, osservandolo mentre preparava le valigie con evidente entusiasmo.

- Non vedi l’ora di andartene … non è così? – gli chiese con un leggero tono di rimprovero nella voce.

- Sono molto felice per questa tournée, si tratta di una grande occasione … l’hai detto anche tu no? – le rispose Terence, senza guardarla, continuando a sistemare le sue cose in due grandi valigie.

- Non è questo che intendo e lo sai … sei felice perché te ne vai lontano da qui, lontano da me … - questa volta la sua voce aveva assunto la ben nota sfumatura di vittima che Terence non sopportava perché sapeva dove volesse arrivare con quel tono. Era sempre così con lei, rimproveri e ricatti mascherati da dolcezza e debolezza. Ma Susanna non era debole, non lo era affatto, e lui ormai lo aveva capito. Nonostante questo non riusciva a liberarsi da quella morsa e sapeva che lei aveva ragione: solo quando se ne andava fuori da quella casa, sentiva ancora la propria vita degna di essere vissuta. Tuttavia continuava a portarle rispetto in ogni modo, nonostante lei fosse la prima a non averne per se stessa.

- Susanna ti prego …

- Perché non lo ammetti Terence, la mia presenza ti è diventata insopportabile! – esclamò portandosi una mano a coprire le labbra tremanti, come se fosse sul punto di piangere.

- Non è la tua presenza ad essere insopportabile … dovresti saperlo ormai – le rispose senza piegarsi questa volta alla sua recita.

- Allora cos’è? – quasi gli gridò.

- Non chiedermelo! – le rispose Terence.

Lei cercava il litigio, questo era evidente. Lo stuzzicava spesso con allusioni e sottintesi volti ad aumentare sempre il suo senso di colpa. Lui si arrabbiava, finivano per scontrarsi e, per non andare troppo oltre, Terence spesso terminava la discussione andandosene. Ma lei sapeva che sarebbe tornato, più gentile di prima. Era questo il modo in cui lo aveva tenuto legato per tutti quegli anni, sperando che la semplice gentilezza si sarebbe trasformata col tempo in amore. Cosa che non era mai accaduta e lei ne era ormai consapevole. Perciò l’idea che lui sarebbe stato lontano per tutti quei mesi la agitava molto, questa volta temeva che non sarebbe tornato da lei.

- Non te lo chiederò, stai tranquillo, non ne ho bisogno perché conosco già la risposta!

Terence si fermò, era in piedi davanti a lei e guardandola si sentì improvvisamente pieno di rabbia, verso di lei, verso se stesso e verso quel destino che li aveva uniti senza chiedere loro il permesso. In realtà niente li legava se non quel lontano giorno d’inverno del 1916 quando entrambe le loro vite si spezzarono e come due catene rotte vennero chiuse insieme con un lucchetto di cui nessuno sembrava possedere la chiave.

- È la sua assenza che ti è insopportabile! Dopo tutto questo tempo è ancora lei al centro dei tuoi pensieri, non è così? – gli gridò sporgendosi in avanti e rischiando di cadere.

Terence se la ritrovò tra le braccia, appesa al suo collo, con le labbra tremanti e gli occhi pieni di lacrime.

- Baciami e dimostrami che ho torto – gli sussurrò, poi si avvicinò ancora di più alla sua bocca, ma Terence si voltò di scatto allontanando il viso. Susanna si arrese. Lui allora la sollevò e la portò nella sua stanza. Era molto tardi. Le dette il solito bacio sulla fronte augurandole la buonanotte.

L’indomani partì per l’Europa.


       





_______________________________

[1] W. Shakespeare, Amleto, scena I, atto III.

[2] W. Shakespeare, Sonetto XCI.

[3] W. Shakespeare, Amleto, Atto III, scena I.

[4] W. Shakespeare, Amleto, Atto V, scena II.



Capitolo quattro




 

New York, 9 febbraio 1917

Cara Candice,

 

spero che tu sia tornata sana e salva a Chicago.

Ti prego di perdonarmi per averti mandata via in preda a un tale stato d’animo. Sapevo cosa Terence avesse nel cuore, ma pur con quella consapevolezza non potevo accettare di perderlo.

Ricordo che ci siamo incontrate anche a Chicago, in occasione di una rappresentazione per beneficenza. Tu ti sei presentata una sera in hotel chiedendo di lui. Non riuscivo a sopportare i tuoi occhi luminosi, né il fatto che lui non facesse altro che pensarti. Avrei fatto qualsiasi cosa purché ti dimenticasse. Rispetto a perderlo, l’aver perso l’uso delle gambe non significa niente per me…

Ti chiedo scusa. Da quando ho iniziato ad amare Terry, sono diventata una ragazza sempre più cattiva.

Fin da piccola il mio sogno è stato quello di recitare e, pur di raggiungerlo, ho rinunciato a tante cose. Eppure ora… il mio unico desiderio è di poter stare con Terry e di non allontanarmi mai da lui. So bene quanto questo comportamento sia egoistico.

Quella sera non riuscivo a smettere di scusarmi e piangere, ma lui mi ha detto queste parole: “Ti rimarrò accanto… per sempre…”. Le ha pronunciate mentre osservava la neve fuori dalla finestra. La sua voce era un sussurro, ma al tempo stesso era estremamente chiara. Ho sentito che la sua anima se ne andava via con te, ma nonostante tutto mi sono aggrappata a quelle parole.

Come posso ripagare tanta gentilezza? Tutto ciò che posso fare è scusarmi con te nel mio cuore e continuare ad amarlo per entrambe. Lui è la mia vita.

Candice, ti sono infinitamente riconoscente per avermi ridato la vita e la speranza nel domani.

Prego perché anche tu possa raggiungere la felicità.

 

Susanna Marlowe

 

Candy aveva ricevuto quella lettera circa un mese dopo il suo viaggio a New York. Era stata la stessa Susanna a chiederle l’indirizzo per poterle scrivere, quando le due ragazze si erano salutate al St. Jacob’s Hospital.

Abitava a Casa Magnolia, a Chicago, insieme ad Albert che non aveva ancora recuperato la memoria. Lesse quelle parole una sola volta, ma per molti anni non le avrebbe dimenticate. Le sensazioni provate scorrendo quelle righe l’avrebbero sempre fatta rabbrividire come su quella terrazza piena di neve del St. Jacob’s Hospital, quando i suoi occhi avevano incontrato quelli distrutti di Terence che le passava accanto con in braccio Susanna.

Susanna in quella lettera le chiedeva scusa, le chiedeva di perdonarla perché, pur sapendo cosa Terence avesse nel cuore, non poteva sopportare l’idea che lui non fosse suo. Diceva di essere diventata sempre più cattiva, ma non poteva fare a meno di lui, lui era la sua vita e lo avrebbe amato anche per Candy. Lo chiamava Terry. Infine le augurava di trovare la felicità.

Candy pianse tutte le sue lacrime su quella lettera.

 

“Come potrò trovare la felicità lontano da te? Amore mio, come potrò? Ti ho promesso che lo avrei fatto, ma questa è stata la bugia più grande che io abbia mai detto! Il tuo ricordo non mi abbandonerà mai. Com’è possibile dimenticare chi ti ha rubato l’anima? Io sarò sempre accanto a te, anche se non fisicamente, la mia anima è lì con te e questo niente e nessuno lo potrà cambiare!

Spero solo che almeno tu possa davvero essere felice, Susanna ti ama molto, era disposta a sacrificare la sua vita per te e poi … condividete la passione per il teatro …

Solo se tu sarai felice io sarò capace di sopportare di non vederti mai più! Le ho promesso questo Terry, le ho promesso che non ti avrei mai più cercato … perdonami …”

 

Ad Albert non aveva parlato di quella lettera e l’aveva riposta in una scatola, nascosta in fondo all’armadio. Si era stampata un bel sorriso sulla faccia, mentre il suo cuore spezzato continuava ogni giorno a versare lacrime di dolore a cui si aggiunse presto altro dolore, insopportabile.

Da un giorno all’altro, senza un motivo, era stata allontanata dall’ospedale di Chicago dove lavorava. Di sicuro i Lagan aveva fatto in modo che non venisse più assunta in nessun ospedale, ma senza perdersi d’animo Candy aveva comunque trovato un impiego nella piccola Clinica Felice del dottor Martin, un medico molto capace anche se di frequente cedeva al vizio dell’alcol.

Come se tutto questo non bastasse, Albert improvvisamente era scomparso lasciandola completamente sola. Candy non riusciva a capire, era in pena per lui perché pensava che non stesse ancora bene e non fosse in grado di andarsene in giro. Temeva che avesse ricordato qualcosa e che questo lo avesse turbato. Ma perché non gliene aveva parlato?

E proprio mentre si sentiva così sola e abbandonata, un altro tragico evento sconvolse la sua vita: la morte dell’amato cugino Stear, l’aereo del quale era stato abbattuto sul fronte francese senza lasciargli scampo. Stear era partito volontario ancora prima che gli Stati Uniti entrassero in guerra, pensando di poter salvare la vita di molti giovani e invece finì per perdere anche la propria. A Candy non venne permesso dalla famiglia Ardlay neanche di partecipare al suo funerale.

Erano trascorse settimane di disperazione quando un giorno ricevette un regalo da parte di Albert, un abito primaverile. Il pacco proveniva dalla cittadina di Rockstown. Sicura di trovarlo lì Candy si era subito messa in viaggio, senza sapere che a Rockstown avrebbe ricevuto l’ennesimo colpo crudele del destino: vedere Terence recitare mezzo ubriaco, in un teatrino itinerante, la sconvolse a tal punto da iniziare a credere di aver sbagliato tutto. La loro separazione aveva condotto Terry a questo! Non poteva sopportarlo, sarebbe voluta salire su quel palco e prenderlo a pugni, ma avrebbe finito invece col dirgli quanto lo amava e non poteva, non poteva farlo. Qualcosa però lo riscosse dal suo torpore e lo fece riemergere in un istante da quell’abisso. Sembrò all’improvviso tornare il Terry di sempre, la sua voce così calda e vibrante che Candy adorava risuonò di nuovo limpida e potente.

In quell’occasione Candy poté parlare con la madre di Terence e scoprire che lei gli era vicina e che non lo avrebbe più abbandonato. Era sicura che sarebbe tornato a Broadway e da Susanna.

Rientrata a Chicago senza aver ancora notizie di Albert, Candy si sentiva tremendamente sola e aveva deciso di rifugiarsi per un periodo alla Casa di Pony, l’unico posto dove era sicura di trovare sempre il calore della sua famiglia. Fu allora che accadde qualcosa che non avrebbe mai creduto possibile: Neal Lagan diceva di essersi innamorato di lei e di volerla sposare, minacciando di partire volontario per la guerra se non glielo avessero permesso. L’aveva attirata in un tranello inviandole un invito a nome di Terence per poi rivelarle le sue intenzioni. Era stato in quell’occasione che Candy, con grande stupore, era venuta a conoscenza della vera identità del suo amico Albert il quale altri non era che il misterioso zio William che l’aveva adottata permettendole di entrare a far parte della famiglia Ardlay. William Albert Ardlay era dovuto intervenire proprio per impedire questo assurdo fidanzamento, rivelando così la sua vera identità!

Da quel momento la vita di Candy era andata avanti non senza fatica. Tutto il dolore che si era accumulato nel suo cuore non le dava tregua anche se con il calore della sua famiglia e dei suoi amici riusciva comunque a dare un senso alle proprie giornate.

 

 

*****

 

La Porte, Indiana

inverno 1917-1918

 

L’estate che Candy trascorse alla Casa di Pony, nonostante la bellezza del luogo e l’allegra compagnia dei piccoli ospiti, non riuscì in ogni caso a far brillare di nuovo il sorriso sul volto della ragazza. Miss Pony e suor Lane erano molto preoccupate sia per la sua condizione psicologica sia per quella fisica. Candy che era sempre stata famosa per il suo grande appetito, adesso mangiava pochissimo e spesso trovava una scusa per non rientrare a casa all’ora di pranzo. Taciturna e con lo sguardo spento, continuava ad aiutare le due donne svolgendo le faccende domestiche e occupandosi dei bambini, svegliandosi molto presto al mattino ed essendo sempre l’ultima ad andare a dormire.

La notte era per lei infatti il momento peggiore: se durante il giorno riusciva a tenere comunque la mente occupata in mille lavori, la sera trovandosi da sola nella sua stanza era inevitabilmente preda dei più dolorosi pensieri. Anche se aveva promesso a se stessa di evitare accuratamente le riviste dove si parlava di teatro e di non menzionare per nessun motivo il suo nome, cosa che anche Miss Pony e suor Lane si guardavano bene dal fare, era inevitabile che l’immagine di Terence si presentasse immancabilmente ogni notte appena Candy chiudeva gli occhi. Lo rivedeva così nella più svariate situazioni, dai giorni trascorsi alla St. Paul School, a quelle meravigliose vacanze in Scozia, al giorno in cui era arrivata a New York e lui era andata a prenderla alla stazione e poi … come sempre … la sua mente si fermava su quelle scale. A quel punto non era più solo un’immagine a tormentarla ma un vero e proprio dolore fisico che avvertiva attanagliarle l’intero corpo. Le sembrava di rivivere in maniera più che reale l’ultimo disperato abbraccio con cui si erano detti addio e, più che le poche parole che si erano scambiati, erano le sensazioni fisiche provate in quegli istanti a scuoterle l’anima. Come avrebbe potuto dimenticare il calore del petto di Terence incollato alla sua schiena, le sue lacrime accarezzarle il collo e quelle mani incrociate strette a cingerle la vita. Entrambi desideravano che il tempo si fermasse in quell’istante per renderlo eterno ed immutabile, invece lo sciogliersi di quelle mani ruppe l’incanto di credersi uniti per sempre. Da sola nel suo letto Candy sentiva di nuovo, come se stesse accadendo ora, le mani di Terence che sfiorando i suoi fianchi la lasciavano andare ed ogni notte erano le lacrime ad accompagnarla sfinita verso il sonno.

Nelle orecchie la sua voce adorata

 

“Ti prego … restiamo così … solo per un attimo ancora …”

 

e nel cuore un ultimo pensiero

 

“… eravamo ad un passo dal realizzare tutti i nostri sogni e abbiamo dovuto lasciarli andare via. Restano solo i ricordi che tengo chiusi dentro una piccola stanza del mio cuore, dove la luce è sempre spenta”.

 

*****

 

Pochi giorni prima di Natale, alla Casa di Pony giunse una lettera da New York, indirizzata a Miss Candice W. Ardlay. Non era indicato il mittente, ma la sola città da dove era stata spedita fece rimanere Candy come pietrificata. Chi poteva scriverle da lì se non … no, non poteva essere. Restò con la busta in mano per diversi minuti, fino a quando trovò il coraggio di aprirla.

 

Carissima Candy,

come stai?

È passato molto tempo da quando ci siamo incontrate e parlate a Rockstown ma è ancora chiara davanti a me l’immagine del tuo dolce viso sconvolto dal dolore per aver visto Terry in quelle condizioni. Quel giorno avrei voluto dirti tante cose di mio figlio ma tu non me lo hai permesso. E’ necessario però che tu sappia almeno una cosa e cioè che da quel momento in cui Terry ha creduto di vederti in lacrime davanti ai suoi occhi lui ha ritrovato la forza di reagire e di riprendersi la sua vita. Dopo pochi giorni è tornato a New York e con grande tenacia è riuscito a recuperare il suo posto alla Compagnia Stratford tanto che a breve sarà il protagonista dell’Amleto. Vederlo calcare di nuovo il palcoscenico è stata una grandissima emozione per me e sono sicura che anche tu saresti orgogliosa di lui adesso.

Per questo motivo mi sono permessa di inviarti un biglietto per la prima dello spettacolo che si terrà a Broadway domenica 6 gennaio, spero con tutto il mio cuore che tu possa essere presente.

 

Con affetto e gratitudine

Eleanor Baker

 

- Candy ci sei?

- Sono quassù!

- Scendi giù dai, non aspettarti che salga io, non ho più l’età per queste cose!

La ragazza che si trovava sulla collina, appollaiata su di un ramo, scese velocemente con la solita agilità acquisita ormai fin dalla tenera età, per raggiungere la voce che l’aveva appena chiamata.

- Ciao Albert, non ti aspettavo prima di domani.

- Beh ho anticipato la mia visita settimanale perché domani ho una riunione importante e così … - Albert si interruppe notando gli occhi rossi della ragazza.

Da quando Candy abitava alla Casa di Pony Albert andava a trovarla almeno una volta a settimana. Insieme avevano progettato alcune migliorie da apportare all’edificio che da anni non era stato ristrutturato. A primavera sarebbero iniziati anche alcuni lavori di ampliamento soprattutto della parte che ospitava le camere con i servizi igienici, mentre era prevista una bella rinfrescata alla piccola chiesa dove ogni domenica padre Thobias veniva a celebrare messa.

- Candy … che succede? – le chiese con voce carezzevole.

La ragazza abbassò il viso dirigendo lo sguardo alla busta che teneva stretta fra le mani, poi l’aprì e ne estrasse un piccolo cartoncino colorato di verde che porse all’amico.

 

La Compagnia Teatrale Stratford presenta

AMLETO

Regia: Robert Hathaway

Protagonista: Terence Graham

 

Albert lesse il biglietto percorrendo quelle poche parole solo con gli occhi che immediatamente dopo rivolse verso Candy, avendo compreso in quell’istante il motivo del suo turbamento. Per un attimo restò senza parole, possibile che Terence avesse osato mandarle quell’invito? Non poteva crederci.

- Chi te lo ha mandato?

- Eleanor Baker mi ha scritto questa lettera e mi ha invitata alla prima dell’Amleto, a New York – rispose Candy con un filo di voce.

- Pensi di accettare? – le chiese Albert intuendo già la risposta.

- No! – esclamò Candy con decisione.

- Sembri molto sicura … allora perché quelle lacrime?

- Oh Albert … ti prego …

Candy si voltò, allontanandosi da lui, si mise seduta ai piedi del grande albero con il viso affondato tra le braccia a raccogliere le ginocchia. Albert le andò vicino e si sedette accanto a lei, accarezzandole dolcemente i capelli e con la sua solita voce calma e rassicurante le disse:

- È passato più di un anno Candy, non puoi continuare così, devi cercare di reagire. Te l’ho già detto che sei più carina quando ridi, te lo sei dimenticato?

- Ci sto provando … ma per riuscirci dovrei strapparmelo dal cuore e questo non è possibile. Lui è sempre lì e io mi vergogno molto perché ora appartiene ad un’altra donna … - i singhiozzi le bloccarono la gola e non riuscì ad andare avanti.

- Non dire così, non colpevolizzarti anche per questo. Terence ha fatto parte della tua vita, è stato molto importante per te è normale e giusto che tu lo ricordi, però se questo ti fa stare ancora così male dobbiamo trovare una soluzione.

- Non vedo soluzione … - commentò Candy sconsolata.

- Ascoltami, quando sei tornata da New York e mi hai raccontato tutto quello che era successo tra voi, ho pensato che il vostro comportamento fosse giusto: Terence non avrebbe mai potuto abbandonare Susanna in quelle condizioni dopo che lei gli aveva salvato la vita e tu hai deciso di farti da parte, soprattutto dopo il suo tentativo di suicidio. Io ho appoggiato la vostra decisione, ma ora inizio ad avere dei dubbi … forse avrei dovuto aiutarvi a trovare un’altra soluzione che non fosse quella di separarvi.

- Albert non avevamo altre possibilità … che cosa potevamo fare? Ogni volta che ripenso a quella sera sono sempre più convinta di aver fatto la scelta giusta e soprattutto adesso che Terence è tornato a recitare alla Stratford sono sicura che la sua vita sarà piena di soddisfazioni e di gioie, Susanna saprà sostenerlo ed amarlo e lui gliene sarà grato e … - dopo questa profusione di parole che avevano l’unico scopo di auto convincersi, Candy si bloccò all’improvviso alzando gli occhi al cielo da dove iniziavano a cadere i primi fiocchi di neve. Non le piaceva la neve, le ricordava il gelo di quella notte newyorkese che aveva invaso non solo le strade ma anche il suo cuore. Si alzò di scatto dicendo ad Albert che era meglio rientrare, iniziava a sentire freddo.

- Aspetta un attimo, mi è appena venuta in mente una grande idea! – esclamò il ragazzo mettendosi in piedi di fronte a lei.

- Che ti prende Albert? – chiese Candy stupita.

- Indovina chi ho incontrato la settimana scorsa a Chicago.

- Non saprei …

- Patty! Mi ha detto che sta studiando Letteratura all’Università e che abita in un piccolo appartamento in centro. Fino al mese scorso condivideva l’affitto con una compagna di corso ma poi questa ragazza si è trasferita e Patty è rimasta da sola. Sta cercando una nuova coinquilina ma fino ad ora non è riuscita a trovare nessuno.

- Mi fa davvero piacere sapere che Patty ha ripreso gli studi e sono certa che raggiungerà i suoi obiettivi. È sempre stata molto studiosa, al contrario di me! – Candy riuscì a fare un timido sorriso ripensando ai suoi trascorsi scolastici spesso disastrosi.

- Sappiamo entrambi cosa abbia dovuto affrontare Patty, superare la perdita di Stear non deve essere stato semplice per lei, ma ce la sta mettendo tutta per cercare di realizzare i propri sogni. Mi ha confidato che il pensiero di Stear non la abbandona mai, ma che proprio grazie a questo riesce a trovare la forza per andare avanti perché lui vorrebbe che fosse così!

- Che cosa stai cercando di dirmi Albert?

- Se non ricordo male, quando abitavamo insieme a Chicago, più di una volta mi hai parlato del tuo desiderio di continuare a studiare e diventare medico. Perché non provarci adesso?

- Ma se ti ho appena detto che il mio rapporto con i libri è sempre stato piuttosto conflittuale!

- Candy … ti sei diplomata come infermiera e sei diventata molto brava nella tua professione, potresti studiare e magari iniziare un tirocinio in ospedale. Questo è ciò che ti piace fare, sono sicuro che potresti riuscire a diventare il primo medico della famiglia Ardlay! E poi daresti una mano a Patty, andando ad abitare con lei – concluse Albert strizzando l’occhio a Candy.

- Io non so se … posso farcela adesso … mi sembra tutto così difficile!

Albert la prese dolcemente per le spalle e guardandola intensamente negli occhi cercò di darle un po’ di coraggio, quel tanto che bastava per iniziare a riprendere in mano la sua vita, poi ce l’avrebbe fatta da sola, ne era sicuro.

- Promettimi almeno che ci penserai e dopo Natale mi dirai cosa avrai deciso, ok? Il mio appoggio non ti mancherà, stanne certa.

- D’accordo.

 

*****

 

Chicago

gennaio 1918

 

- Oh Candy mi sembra un sogno che tu sia qui! L’appartamento non è un granché lo so, ma ci sono due belle camere, una piccola cucina e il salotto che trovo delizioso, non sei d’accordo?

- Sono d’accordo Patty, ma la cosa che mi piace di più è vederti così allegra – rispose Candy osservando con gioia la sua vecchia compagna di scuola.

Patty era cresciuta molto negli ultimi mesi. Il dolore per la morte di Stear era stato insopportabile e l’aveva condotto a perdere del tutto la speranza nella vita, ma poi a poco a poco qualcosa era rinato nel suo cuore. Quando Candy le aveva regalato il carillon della felicità che Stear le aveva donato il giorno della sua partenza per New York, Patty aveva preso tra le mani quel piccolo oggetto e aveva sentito come se lui fosse lì e le stesse dicendo di provare ad andare avanti, lui non l’avrebbe mai abbandonata. Così si era rimboccata le maniche, era andata ad abitare in quel piccolo appartamento vicino all’Università e aveva ripreso a studiare. Frequentare le lezioni l’aveva poi aiutata a fare nuove amicizie e così si era formato un bel gruppetto di giovani studentesse con cui a volte usciva per visitare un museo o semplicemente fare una passeggiata.

- E tu come stai? – le chiese Patty scrutando gli occhi tristi di Candy.

- Bene! Ho trascorso uno splendido Natale alla Casa di Pony e poi Albert ha dato una grande festa di fine anno a Villa Ardlay, così ho potuto rivede anche Archie ed Annie.

Candy tornò con la mente a quella sera del 31 dicembre 1917.

Il salone centrale di Villa Ardlay era scintillante come non mai e tutte le persone più in vista di Chicago erano state invitate a prendere parte alla festa. Candy si sentiva piuttosto a disagio ma Albert aveva insistito così tanto e poi rivedere Annie le faceva piacere.

- Candy, finalmente ti sei decisa a scendere da quelle colline. Non ti avrei perdonata se tu non fossi venuta – la salutò Annie con aria di rimprovero, prima di abbracciarla teneramente.

- Sono felice di essere qui e di passare un po’ di tempo con te, amica mia!

- Adesso però andiamo a prepararci, non vorrai presentarti così alla festa di stasera …

- Oh Annie ti prego …

- Su su niente storie!

Mentre le mani sapienti di Annie cercavano di rendere gli indisciplinati riccioli di Candy più … disciplinati, le due ragazze si ritrovarono a ridere e scherzare ricordando alcuni episodi di quando erano piccole, alla Casa di Pony, come quando Candy finse di fare ancora la pipì a letto per non farsi adottare!

I pensieri volarono poi fino a Londra e alla Royal St. Paul School ed anche qui una miriade di episodi divertenti fecero ridere le due ragazze fino alle lacrime. Ma ad un certo punto il viso di Candy si fece improvvisamente serio. Annie se ne accorse osservandola nelle specchio che avevano davanti e non seppe più cosa dire.

 

 “… Sono arrabbiata Candy! Non riesco a fare a meno di immaginare cosa sarebbe successo se al posto di Terry ci fosse stato Archie. Io non rinuncerei mai a lui, anche se ci fosse di mezzo Susanna, mai!

… Tu invece Candy perché sei tornata subito indietro e hai lasciato andare Terry con tanta facilità?

… io non riesco assolutamente a perdonare Susanna che, nonostante tutto, lo tiene legato a sé!

…Ti prego, non rinunciare a Terry come se niente fosse! …”

 

Queste erano state le parole che Annie le aveva scritto in una lettera quando si era diffusa la notizia che la recitazione di Terence Graham fosse ormai divenuta inguardabile e che per questo rischiava di essere estromesso dalla compagnia Stratford. Anche se l’amica non era a conoscenza del tentativo di suicidio di Susanna e non poteva sapere quanto la ragazza amasse Terence, le sue parole in quel momento avevano colpito molto Candy. Le due amiche si erano riviste dopo quella lettera, quando Candy si era trasferita alla Casa di Pony infatti Annie era andata a trovarla accorgendosi subito di quanto stesse ancora soffrendo. Si erano abbracciate senza dire una parola, le lacrime avevano parlato per loro. Annie non sopportava di vederla così, la sua “sorellina” sempre allegra, forte e coraggiosa si era trasformata in una ragazza spenta e priva di entusiasmo. Aveva paura per lei, che si ammalasse di nuovo come quando era tornata distrutta da New York.

- Non puoi continuare così Candy, ti prego, devi cercare di reagire! – le aveva detto anche lei come Albert.

Ma Candy non sapeva dove aggrapparsi per risalire, si sentiva sempre più sprofondare come se un peso la tirasse giù inesorabilmente, in mezzo a sabbie mobili che non le lasciavano scampo.

 

 

Adesso pensava però che le cose fossero cambiate: Terence era tornato a New York, aveva ripreso a recitare e stava per interpretare un ruolo molto importante, questo significava che era riuscito ad andare avanti, restando vicino a Susanna. Di sicuro era felice, pensava Candy. Era giunto il momento che anche lei andasse avanti per la sua strada. Per questo aveva deciso di andare ad abitare a Chicago con Patty e ricominciare a studiare.

I primi mesi all’Università non furono semplici. I corsi che aveva scelto erano frequentati esclusivamente da maschi che la guardavano dall’alto in basso ogni volta che lei faceva il suo ingresso in aula. Anche i professori, tutti maschi, si erano mostrati fin da subito piuttosto scettici nei suoi confronti e lei aveva dovuto lottare non poco per farli ricredere. Ma era stato proprio questo a far uscire fuori il suo spirito combattivo, così grazie alla sua tenacia e anche alla sua spontaneità era riuscita alla fine a conquistare tutti.

Superati a pieni voti gli esami del primo semestre, Candy aveva iniziato un tirocinio in ospedale nell’equipe medica del professor Gardner il quale ne aveva immediatamente apprezzato la competenza e la determinazione.

- Candy il professore vorrebbe parlarti, ti aspetta nel suo ufficio – le comunicò Josephine, sua compagna di corso.

- Oddio … che cosa avrò combinato questa volta? Spero non si sia accorto che avevo sbagliato l’ordine alfabetico delle cartelle mediche – esclamò Candy preoccupata mentre percorreva la scala che la conduceva al secondo piano.

- Prego Miss Ardlay entri pure.

- Mi ha fatto chiamare professor Gardner? – chiese titubante.

- Si sieda, volevo parlarle di una cosa. Avrà saputo che fra qualche mese il nostro ospedale avrà l’onore di ospitare il gruppo di ricerca del dottor Carver?

- Sì certo.

- Perfetto. Deve sapere che Carver mi ha chiesto di inserire nel suo gruppo uno studente del mio corso per dargli la possibilità di sperimentare direttamente sul campo che cosa significhi fare ricerca. Io avrei pensato a lei Candice.

- Come? A me? – chiese Candy scioccata dalla proposta che aveva appena udito.

- Non penserà di non essere all’altezza, lei è in assoluto la migliore del mio corso, ma non lo dica ai suoi colleghi maschi … - concluse il dottore strizzandole l’occhio.

- Io sono davvero onorata dottore … non so cosa dire.

- Allora dica di sì.

Candy annuì, regalando a Gardner uno dei suoi splendidi sorrisi.

Tornata a casa raccontò tutto a Patty, sentendosi ancora un po’ frastornata all’idea di entrare a far parte di un gruppo di ricerca così importante.

Paul Benjamin Carver era un giovane medico di origine canadese che si era distinto nel campo della ricerca scientifica ed in particolare nel settore dell’ematologia. Aveva intorno a sé un nutrito gruppo di ricercatori che aveva ottenuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale. Candy era spaventata all’idea ma anche eccitata per questa nuova avventura.

- Candy è una grandissima occasione! Non aver paura, sarai bravissima, lo so! – la incoraggiò Patty.

- Di sicuro ce la metterò tutta, anzi non vedo proprio l’ora di cominciare.

- Ho letto proprio stamattina un articolo sul Times che ne parlava, c’era anche una foto … eccolo qui – disse Patty porgendo a Candy il quotidiano.

Candy lo prese e lesse con attenzione.

- Carino no?

- Chi?

- Il dottor Carver!

- Oh Patty, smettila!

 

*****

 

 

L’equipe del dottor Carver venne accolta in ospedale con tutti gli onori del caso. Il direttore, il professor Gardner, con uno stuolo di studenti tra cui un’emozionatissima Candy, fece visitare l’intero nosocomio, illustrandone con orgoglio i padiglioni rinnovati da poco, le due sale operatorie all’avanguardia, giungendo infine all’area dedicata appunto alla ricerca e sperimentazione.

- Credo proprio che la nostra attività trarrà vantaggio dall’aver a disposizione un ambiente come questo! – esclamò Carver entusiasta.

- Se non sbaglio dottore aveva richiesto, oltre alle attrezzature necessarie per il suo progetto, anche del personale ulteriore.

- Non sbaglia Gardner.

- Perfetto. Le presento Miss Ardlay, una delle nostre migliori studentesse nonché già infermiera specializzata.

Detto questo il professore invitò Candy a farsi avanti.

- Molto piacere dottor Carver, per me è un onore poter partecipare al suo progetto.

Candy allungò la mano e il dottore la strinse, squadrando la ragazza da capo a piedi.

- Il piacere è mio Miss Ardlay.

Dopodiché si spostarono nella sala conferenze dove il dottor Carver espose nei minimi dettagli il programma di ricerca che aveva intenzione di realizzare. Si trattava di uno studio mirato ad analizzare le differenze osservate nel siero di alcuni individui. Ciò aveva portato ad ipotizzare che il sangue non fosse una sostanza omogenea tra le persone, ma che si potesse distinguere in vari gruppi.[1]

Candy lo ascoltava parlare con grande attenzione, ammirata dalla disinvoltura e la sicurezza che mostrava nonostante la giovane età. Il dottor Paul Benjamin Carver infatti, pur avendo solo 25 anni, si era già distinto in ambiente medico, sia perché aveva concluso l’università anticipando i tempi e con risultati straordinari, sia per il lavoro di ricerca che stava portando avanti con notevole coraggio ormai da circa un anno.

Era un ragazzo piuttosto alto, ben proporzionato, con corti capelli biondi pettinati all’indietro, rasati ai lati, piccoli occhi di un azzurro molto chiaro, vestito in maniera elegante. Quel giorno indossava un completo grigio sopra una candida camicia bianca e mentre parlava muoveva con lentezza le mani e la testa da una parte all’altra della sala, rivolgendo il suo sguardo sicuro verso gli ascoltatori.

Quando la conferenza ebbe termine, Candy si diresse verso lo spogliatoio per cambiarsi. Si tolse l’uniforme che usava in ospedale e indossò un paio di pantaloni scuri con pinces e riga abbinati ad un maglioncino rosso e le immancabili Mary Jane ai piedi. Dopo aver indossato il cappotto e la sua semplice cloche nera che conteneva a fatica i suoi ricci, si avviò verso l’uscita.

- Accidenti questa non ci voleva proprio! – esclamò appena si rese conto che stava diluviando e lei aveva dimenticato l’ombrello – Adesso mi farò un bel bagno e mi beccherò un raffreddore di sicuro.

Rimase indecisa sul da farsi per un po’ continuando a scrutare il cielo, sperando che la pioggia si attenuasse.

- Mi scusi, ha bisogno di un passaggio?

Candy si voltò nella direzione da cui proveniva quella richiesta e notò un’auto scura che sembrava appena uscita da un salone tanto brillava, ferma vicino al marciapiede, con un finestrino abbassato. La persona che si trovava alla guida si sporse leggermente verso di lei quel tanto che era sufficiente per capire di chi si trattava: era il dottor Carver.

- La ringrazio molto ma abito qui vicino, di solito vado a piedi – rispose Candy mentre un tuono fece tremare i vetri dell’edificio.

- Di solito, ma non stasera! – esclamò Carver rivolgendo anch’egli lo sguardo al cielo che si faceva man mano sempre più minaccioso, vanificando le speranze di Candy. Dopo aver afferrato un ombrello, scese dall’auto e con pochi passi le si avvicinò.

- Se non ci sbrighiamo finiremo per bagnarci entrambi – le disse in tono allegro che sorprese Candy in quanto molto diverso da quello usato durante la conferenza.

Candy allora si infilò sotto l’ombrello, lui la accompagnò fino all’auto aprendole lo sportello, poi fece il giro e salì a sua volta.

Il tragitto che percorsero dall’ospedale all’appartamento di Candy fu molto breve. La ragazza dette indicazioni al dottore che non conosceva ancora bene le strade di Chicago e dopo pochi minuti arrivarono a destinazione.

- Ecco può fermarsi dottor Carver, io abito qui.

- Posso chiederle un favore Candice? – le chiese spegnendo il motore.

- Certamente – rispose Candy con la solita spontaneità.

- Vede nel mio gruppo di lavoro vige una regola imprescindibile – le disse guardandola serio.

Candy restò in silenzio, in attesa  che lui continuasse.

- Ci diamo tutti del tu e ci chiamiamo per nome, per cui le sarei grato se mi chiamasse semplicemente Paul! – esclamò sorridendo.

Candy rimase sorpresa da quella insolita richiesta poi sorrise a sua volta.

- Pensa di poterlo fare Miss Ardlay?

- Solo se tu mi chiamerai semplicemente Candy!

- Affare fatto! – dichiarò Paul, afferrando l’ombrello per riparare Candy fino alla porta d’ingresso, dal momento che continuava a piovere a dirotto.

- Allora grazie per il passaggio … Paul.

- Di niente … sono sicuro che sarà un piacere lavorare con te … Candy. A domani – Paul la salutò con un sorriso che le parve imbarazzato.

- A domani – gli rispose, prima di entrare in casa.



[1] In realtà fu l’austriaco Karl Landsteiner a scoprire, nel 1901, l’esistenza dei gruppi sanguigni, ricevendo nel 1930 il premio Nobel per la medicina e la fisiologia.



Capitolo cinque



Terence e Susanna


New York

estate 1920

 

 

Dopo una tournée trionfale in Europa, Terence fece rientro a New York a fine giugno. Il successo riscosso dal suo Amleto era stato memorabile e soprattutto in Inghilterra, nella patria di Shakespeare, aveva ottenuto i maggiori riconoscimenti.

Terence Graham non era più l’astro nascente del teatro americano, ma era stato definitivamente consacrato come il miglior interprete della sua generazione. La Compagnia Stratford aveva incrementato di molto i propri guadagni cosicché anche i finanziatori erano decisamente soddisfatti.

L’ultima tappa londinese tuttavia aveva regalato a Terence non solo fama e successo ma anche molta nostalgia. Certo gli impegni teatrali non gli avevano dato modo di dedicarsi ad altro, ma durante uno dei rari momenti liberi si era concesso un giro della città per ripercorrere tutti quei luoghi che lo avevano visto bambino taciturno e adolescente irrequieto.

La prima fermata fu Granchester Manor, la villa dove aveva trascorso i primi anni dopo aver lasciato l’America e sua madre. Adesso era momentaneamente disabitata perché il Duca con la gentile consorte e i tre figli erano soliti passare i mesi estivi nella residenza scozzese di Windermere.

- Tanto non avevo alcuna intenzione di incontrarli! – esclamò Terence a denti stretti.

Anche a distanza di anni il solo vedere quella casa lo metteva in agitazione. Si ricordava bambino, solo, escluso dai fratelli, maltrattato dalla duchessa, ma soprattutto mai una volta difeso da suo padre. Mai una volta aveva ricevuto parole o dimostrazioni d’affetto da quell’uomo. Anche quando lo aveva mandato in collegio all’età di dodici anni, fatto del tutto normale per i figli dell’alta aristocrazia inglese, in realtà per lui era stato come sentirsi definitivamente ripudiato. “Bastardo” così lo definiva la cara matrigna quando voleva essere particolarmente gentile, altrimenti “delinquente, alcolizzato, depravato … il diavolo in persona”!

Una volta al mese i genitori potevano andare a prendere i figli in collegio, uscire e trascorrere insieme la domenica: questo non era mai accaduto. Terence aveva sempre atteso invano l’arrivo del padre e alla fine aveva smesso anche di aspettarlo. Usciva da solo, o meglio, fuggiva da quel posto dove gli unici amici erano rappresentati dalle sue letture, in particolare Shakespeare e i poeti inglesi. In fondo se aveva iniziato ad appassionarsi di letteratura lo doveva anche a tutta quella solitudine che aveva caratterizzato la sua vita fino a quell’incontro.

Perché si era fermato davanti a quella casa? Cosa pensava di trovare?

Mise in moto l’auto e ripartì, lasciandosi guidare dai ricordi che non potevano non condurlo a quel luogo che custodiva gelosamente nel suo cuore. Si fermò davanti al grande cancello. Era quasi mezzogiorno e dopo pochi minuti udì la campana suonare ad indicare la conclusione delle lezioni e la pausa per il pranzo.

Quel suono gli fece fermare il cuore e avvertire un improvviso impulso di scendere, scavalcare il cancello e correre sulla collina. Chiuse gli occhi per rivederla.

 

“Terry ci sei? Dai esci fuori … non fare come al solito. Non posso restare molto oggi perché devo studiare. Suor Kreis mi ha dato da imparare una poesia per domani e se non mi ci metto subito finirò per prendere un brutto voto, è pure in francese. Esiste una lingua più difficile del francese! “

“Posso aiutarti io”

“Possibile che ogni volta mi devi spaventare! Dove ti eri nascosto?”

“Conosco bene il francese, dammi il libro …

 



Depuis qu’Amour cruel empoisonna

Premierement de son feu ma poitrine,

Tousiours brulay de sa fureur diuine,

Qui un seul iour mon cœur n’abandonna.



Quelque trauail, dont assez me donna,

Quelque menasse et procheine ruine :

Quelque penser de mort qui tout termine,

De rien mon cœur ardent ne s’estonna.



Tant plus qu’Amour nous vient fort assaillir,

Plus il nous fait nos forces recueillir,

Et tousiours frais en ses combats fait estre :



Mais ce n’est pas qu’en rien nous fauorise,

Cil qui les Dieus et les hommes mesprise :

Mais pour plus fort contre les fors paroitre.[1]

“Beato te che conosci così bene il francese!”

“Potrei darti ripetizioni, in cambio di …”

“Oh Terence, sei il solito sfacciato! Ecco che suona di nuovo la campana, devo andare. A domani!”

 

Terence si riscosse e aprì gli occhi.

- “A domani” … non ci sarà mai più un domani … - mormorò sentendosi trafiggere il petto.

Passando davanti allo zoo di Londra non poté fare a meno di ricordare Albert, quell’unico amico che per puro caso aveva incontrato una sera, durante una della sue fughe notturne dal collegio e che lo aveva salvato da due brutti ceffi che gliene stavano dando di santa ragione. Aveva di recente appreso dai giornali la notizia di chi in realtà si celasse dietro quell’immagine di mezzo vagabondo che Albert si era costruito. William Albert Ardlay, questo era il suo vero nome, il caro zio William che aveva adottato …

Che magnifico pomeriggio avevano trascorso insieme, quante risate e come si era arrabbiata quando l’aveva paragonata ad una scimmia! Poi gli aveva detto che aveva offeso suor Gray e per questo le era stato proibito di partecipare alla festa di Maggio e lui si era sentito perso. Quanto aveva fantasticato su quella festa, per la prima volta aveva deciso di partecipare, solo perché ci sarebbe stata lei. E poi la sorpresa: lei c’era!. Era fuggita dalla cella dov’era confinata, mascherandosi prima da Romeo e poi da Giulietta. Che dolce visione quando nel bosco si era cambiata d’abito e lui era lì … aveva dato solo una sbirciatina, niente di più. Poi erano corsi sulla collina e avevano ballato. Dio com’era bella, con i capelli sciolti accarezzati dalla brezza primaverile, lo guardava negli occhi con un sorriso così dolce, la mano nella sua, l’altra intorno alla sua vita, quella di lei sulla sua spalla. Non aveva resistito, doveva farle capire cosa sentiva e non sapeva come fare … poi lei parlò di quel ragazzo morto e si sentì talmente pieno di rabbia!

Ci sono io qui con te, io!” – aveva pensato, così di colpo aveva smesso di ballare e l’aveva baciata,  rimediando due schiaffi ma non gli importava, adesso ne avrebbe presi anche dieci, cento, mille pur di poterla baciare una seconda volta.

 

Con il cuore gonfio di nostalgia rientrò in albergo. Dopo poche ore si sarebbe imbarcato al porto di Southampton per tornare negli Stati Uniti.

 

*****

 

- Finalmente Terence, questi ultimi giorni sembravano non passare mai!

- Come stai Susanna?

 

Durante la tournée Susanna gli aveva scritto diverse lettere a cui Terence aveva risposto. Lei gli raccontava con grande gioia che aveva iniziato a dedicarsi alla musica, grazie al pianoforte che lui le aveva regalato, componendo melodie per il teatro. Alcune di queste erano state prese in considerazione da diverse compagnie soprattutto di stampo moderno. Terence si era mostrato felice di questa notizia e come al solito l’aveva spronata ad andare avanti. Lei gli chiedeva di come andassero gli spettacoli, di cosa avesse visto nelle splendide città dove si erano fermati. Lui rispondeva con dovizia di particolari, riempiendo quelle pagine parlandole della Tour Eiffel, del Museo del Prado che aveva visitato e del Duomo di Milano.

Se uno sconosciuto avesse letto quelle lettere avrebbe pensato che fossero state scritte da due amici, neanche troppo in confidenza, dal momento che non vi avrebbe trovato nemmeno l’ombra di una parola d’amore. Certo avevano discusso prima della partenza, ma anche di questo non si erano scritti nulla. Come se non fosse mai accaduto. Eppure Susanna sentiva che qualcosa era cambiato e temeva il momento in cui lui sarebbe tornato, temeva che la lontananza avesse aumentato anche la loro distanza e appena lo vide le fu tutto chiaro.

Si aspettava di vederlo soddisfatto e felice per una tournée che era stata senza alcun dubbio un vero trionfo. Tutte le principali riviste specializzate ne avevano parlato per settimane ed anche qualche importante quotidiano nazionale aveva dato ampio spazio al successo ottenuto oltreoceano dalla compagnia Stratford. Terence invece non mostrava nessuna traccia di entusiasmo sul suo volto e quel sorriso che si sforzava di esibire era chiaramente degno della sua fama di attore affermato.

- Ho sentito dire che ci sarà un grande ricevimento sabato prossimo per festeggiare lo straordinario successo dell’Amleto – esordì la signora Marlowe interrompendo il silenzio che spesso accompagnava la loro cena.

Terence confermò, dicendo che si sarebbe tenuto al Plaza Hotel, aggiungendo che questa volta sarebbe stato costretto a partecipare, nonostante la sua ben nota antipatia verso tali eventi mondani.

- Lo credo bene che tu debba prendervi parte e Susanna potrebbe accompagnarti questa volta – esclamò Margot rivolgendosi alla figlia che era seduta alla sua destra.

Susanna in un primo momento la guardò sorpresa ma subito dopo il volto le si illuminò al solo pensiero di fare il suo ingresso nel salone delle feste al braccio di Terence.

- Sarebbe magnifico! – esclamò la ragazza rivolgendosi a Terence.

- Non credo sia il caso, non sei stata bene ultimamente e anche il dottor Smith ha detto che …

- Oh quante storie, i dottori esagerano sempre, ormai lo abbiamo capito – lo interruppe Mrs Marlowe – Di’ piuttosto che non ti va di farti vedere con mia figlia!

Terence le rivolse uno sguardo furente. Nei giorni precedenti aveva incontrato lui stesso il dottor Smith perché essendo stato lontano molto tempo voleva sapere direttamente da lui quali fossero attualmente le condizioni di salute di Susanna. Smith gli aveva detto che la ragazza aveva dovuto affrontare ripetute infezioni piuttosto leggere all’inizio ma che si erano fatte sempre più severe ogni volta che si ripresentavano. Nei sei mesi che lui era stato in Europa, Susanna era stata ricoverata in ospedale due volte a causa di improvvisi attacchi febbrili che facevano supporre una diffusione sempre più ampia dell’infezione nel sangue. Il fisico della ragazza si era decisamente indebolito per cui il dottore si era raccomandato che venisse fatta molta attenzione a non farla stancare troppo e a non esporla a rischi di nessun genere.

- Oh ti prego Terence lascia che ti accompagni, solo per questa volta – lo supplicò Susanna con la solita voce lamentosa.

- D’accordo, vediamo come starai sabato e poi decideremo – le rispose il ragazzo preoccupato mentre Mrs Marlowe sorrideva soddisfatta.

Per tutta la settimana Susanna non fece che parlare del ricevimento. Voleva che tutto fosse perfetto: si fece portare una serie di abiti da sera dalle migliori boutique di New York, impiegò molto tempo per decidersi e alla fine la scelta ricadde su un abito lungo svasato al fondo, in seta color pesca, con una profonda scollatura sul davanti, ripreso in vita da una decorazione floreale di pizzo e perline. Si era fatta acconciare i lunghi capelli setosi in morbide onde e raccolti da un lato con un fermaglio a piuma. Al collo il filo di perle che Terence le aveva regalato per il suo compleanno.

Quando la mattina Terence le aveva chiesto come si sentisse lei aveva risposto che stava benissimo e che non vedeva l’ora di accompagnarlo.

Come previsto, quando arrivarono al Plaza, trovarono una schiera di giornalisti e fotografi ad attenderli. Susanna aveva voluto a tutti i costi lasciare la sedia a rotelle per poter camminare al fianco di Terence, anche se questo ne rallentava i movimenti e la esponeva ad una notevole fatica. Il ragazzo si era fatto promettere che non si sarebbero trattenuti molto, Susanna aveva accettato solo a condizione di poter fare almeno un ballo con lui.

Il loro ingresso nel salone delle feste venne accolto con un grande applauso e con qualche mormorio di stupore dovuto alla presenza della Marlowe che non era più apparsa in pubblico dopo l’incidente. Robert Hathaway andò subito loro incontro per salutarli ed invitarli a prendere posto al tavolo dove sarebbe stata servita la cena. Susanna si sentiva leggermente in imbarazzo trovandosi di nuovo in quell’ambiente un tempo a lei così familiare ma che ora le appariva distante, le bastava però rivolgere lo sguardo a Terence che le sedeva accanto ed ogni tanto le stringeva la mano per rassicurarla che ogni sua esitazione scompariva e si sentiva la ragazza più felice del  mondo.

Il giovane attore ricevette quella sera svariati premi e riconoscimenti direttamente dalle mani del sindaco di New York Mr. John Francis Hylan, per il lustro che aveva dato al teatro americano con la sua memorabile interpretazione dell’Amleto. Eleanor Baker seduta poco lontano dall’amico Mr. Hathaway guardava con immenso orgoglio e ammirazione il figlio non solo per i risultati raggiunti ma soprattutto perché aveva avuto la forza di rialzarsi e di tornare a splendere.

Nel momento in cui l’orchestra iniziò a suonare Susanna, che era rimasta seduta al tavolo, fece cenno a Terence di avvicinarsi. Lui le andò incontro, l’aiutò ad alzarsi e la condusse lentamente al centro della sala. Con tutti gli occhi puntati su di loro iniziarono a ballare. Susanna era al settimo cielo, ballare stretta tra le braccia di Terence le sembrava un sogno. Lui così bello e pieno di talento era finalmente suo, solo suo. Pensò di essere stata una sciocca a credere che lui non sarebbe tornato da lei dopo la tournée, evidentemente si era reso conto stando lontano di quanto lei ormai fosse importante per lui. Si, doveva essere così, pensava Susanna mentre gli stringeva le braccia al collo per sorreggersi.

Terminato il primo ballo Terence le disse che era giunto il momento di tornare a casa.

- Ma come? È presto, restiamo ancora un po’, un altro ballo soltanto, ti prego.

Di balli ne fecero un altro e un altro ancora, ma quando stava per terminare la musica Terence si accorse che qualcosa non andava.

- Lo sapevo, ti sei stancata troppo … adesso andiamo – le ordinò senza che lei potesse replicare.

Mentre si dirigevano verso l’uscita, Susanna ebbe un’esitazione e Terence la sentì aggrapparsi con maggiore forza al suo braccio.

- Susanna, stai bene? – le chiese preoccupato senza ottenere risposta, mentre la ragazza si accasciava. Terence spaventato la chiamò più volte ma lei non rispose, allora avvicinò le labbra alla sua fronte e si accorse che scottava, aveva la febbre alta.

Immediatamente fece chiamare l’auto e ordinò all’autista di dirigersi il più velocemente possibile al St. Jacob’s Hospital. Eleanor gli era corsa dietro avendo intuito la situazione.

- Terence che succede?

- Susanna non sta bene, andiamo in ospedale, avverti sua madre per favore … - le gridò prima che l’auto partisse a tutta velocità.

Dopo una prima visita il dottor Smith volle parlare con Terence per rivolgergli alcune domande.

- Da quanto tempo Susanna ha la febbre?

- Non saprei, questa mattina mi ha assicurato di stare bene, poi al ricevimento si è sentita male e mi sono reso conto che aveva la febbre già alta … non capisco come sia potuto succedere … l’infermiera che la segue è sempre così attenta … - rispose il ragazzo in preda all’agitazione. Si ricordava infatti di cosa gli aveva detto il dottore e cioè che ai primi sintomi febbrili la ragazza doveva essere portata immediatamente in ospedale.

- Purtroppo non credo che la febbre si sia presentata solo questa sera, anzi, è molto probabile che ne soffrisse già da alcuni giorni.

- Ma dottore, com’è possibile?

- Susanna deve aver trovato il modo di mascherare la situazione, probabilmente assumendo un farmaco che tenesse sotto controllo la sua temperatura.

- Perché mai avrebbe dovuto fare una cosa del genere? Le avevo riferito le sue indicazioni, lei sapeva che la febbre sarebbe stato un chiaro sintomo di una nuova infezione, perché … - ma improvvisamente Terence si bloccò, avendo intuito cosa avesse spinto Susanna a fingere di stare bene.

Il dottore vide il ragazzo che era seduto di fronte a lui impallidire, mettersi una mano sugli occhi e fare un lungo sospiro, come se gli mancasse l’aria.

- Adesso ho capito … - mormorò – Susanna voleva ad ogni costo venire con me questa sera e per questo ha finto di … - non riuscì ad andare oltre, un nodo gli strinse la gola.

- Faremo tutte le analisi del caso e poi saprò dirle con certezza come potremo procedere, ma non posso nasconderle che se la febbre fosse presente già da diversi giorni potrebbe significare che l’infezione batterica in atto si è diffusa notevolmente nel sangue e potrebbe aver raggiunto alcuni organi vitali.

Terence lo guardò terrorizzato, non era un medico ma comprendeva il significato di quelle parole. Il dottor Smith si alzò dalla sua scrivania e prima di uscire dallo studio posò una mano sulla spalla del ragazzo.

- Coraggio figliolo, faremo il possibile.

- La ringrazio dottore.

Passarono diverse ore prima che il dottor Smith si pronunciasse. Nel frattempo la signora Marlowe sconvolta li aveva raggiunti, con lei anche Eleanor, Karen e Robert. Quando il ragazzo entrò nella sala d’attesa dove si trovavano, la madre di Susanna lo assalì pretendendo di sapere che cosa gli avesse detto il dottore. Terence non sapeva cosa dire di fronte alla disperazione della donna, si sentiva impotente e colpevole. Recuperando con fatica tutto il suo coraggio e cercando di mantenere la calma le disse che il dottor Smith non aveva detto niente di certo, che bisognava aspettare e che Susanna era in ottime mani. Poi si sedette con il capo abbassato. Eleanor gli andò vicino guardandolo senza dire niente, lui si voltò leggermente verso di lei senza che gli altri potessero vedere i suoi occhi che parlavano da soli: la madre comprese subito quanto la situazione fosse seria, prese la mano del figlio e la strinse.

- Signora Marlowe, il dottor Smith la attende nel suo studio – comunicò un’infermiera avvicinandosi alla donna che si voltò immediatamente verso Terence. Insieme uscirono dalla sala d’attesa e si avviarono lungo il corridoio.

Le parole del dottore furono estremamente chiare e non lasciavano spazio ad alcuna speranza.

- Il quadro clinico della paziente è molto serio e irreversibile. I reni ed il fegato sono già ampiamente compromessi. Il cuore sembra reggere per il momento ma evitare lo shock settico è praticamente impossibile con i mezzi che abbiamo al momento. Mi dispiace.

Terence che aveva già intuito la gravità della situazione rimase come impietrito. Il grido di dolore della madre di Susanna lo riscosse e cercò di consolarla come poteva mentre lei continuava a disperarsi. Il dottore fece chiamare un’infermiera perché si prendesse cura di Mrs Marlowe somministrandole un calmante. Poi si rivolse a Terence dicendogli che Susanna era cosciente in quel momento e aveva chiesto di lui.

- Se vuole parlare con lei le consiglio di farlo adesso, dopo potrebbe essere troppo tardi.

Terence lo guardò come se quella voce fosse giunta alle sue orecchie da un altro pianeta, poi annuì e si fece accompagnare nella stanza di Susanna. Dopo aver inspirato quanta più aria potessero contenere i suoi polmoni, come quando si sta per fare un tuffo in acque talmente profonde da apparire quasi nere, entrò.

Si avvicinò lentamente al letto, sedendosi sulla sedia posta di lato. Susanna pallidissima aveva gli occhi chiusi, il respiro lento e faticoso, le labbra socchiuse. Dopo qualche minuto si voltò verso Terence aprendo leggermente gli occhi lucidi.

- Terence … - mormorò in un soffio, muovendo appena le dita di una mano.

Il ragazzo la strinse nella sua, cercando di sorriderle.

- È già finita la festa?

- Sì.

- È stato bello vero?

- Sì.

- Abbiamo ballato poco però … la prossima volta non andremo via così presto, me lo prometti?

- Certo.

Ci fu una lunga pausa durante la quale Susanna sembrò perdere di nuovo conoscenza. Terence sentì una lacrima bruciargli la guancia, non riusciva a pensare a niente. Non poteva fare a meno di avvertire quella sensazione di vivere una vita non sua. Si vergognava molto di questo, si sentiva tremendamente in colpa ma non riusciva a provare il dolore di un ragazzo innamorato. Aveva voglia di gridare e di fuggire via da quell’ospedale che ancora una volta faceva da palcoscenico alla tragedia della sua vita e di quella di Susanna.  Poi lei parlò di nuovo.

- Perdonami ....

- Non dire così, non ce n’è bisogno.

- Sì invece, ascoltami. Ho creduto che il mio amore fosse sufficiente a colmare il vuoto lasciato da lei, non ho voluto vedere quanto soffrivi e questa è la giusta punizione.

- Non dire così, smettila. Non c’è nessuno da perdonare né da punire.

- Una volta ti ho detto che volevo il tuo cuore in cambio di quello che avevo fatto per te, non avrei dovuto chiederti una cosa del genere. Sapevo che il tuo cuore apparteneva già ad un’altra persona. Dimmi che mi perdoni ti prego, dimmelo Terence … ne ho bisogno …

- Ti perdono – mormorò in un soffio.

- Grazie. Devo ringraziarti anche per essermi stato accanto nonostante tutto. Quando sei tornato dall’Europa ho temuto che non ti avrei mai più rivisto, invece i giorni trascorsi nella nuova casa sono stati meravigliosi per me, ho immaginato di essere davvero la tua compagna e questa sera poi tutti ci hanno visto insieme finalmente. Chissà quante ragazze avrebbero desiderato essere al mio posto, tra le tue braccia. Grazie di avermi regalato questo sogno … Terence …

Quelle furono le sue ultime parole, da quel momento non avrebbe più ripreso conoscenza. Terence rimase con lei fino a quando sentì la sua mano che per tutto il tempo aveva tenuta stretta, abbandonarsi. Si alzò dopo averle dato l’ultimo bacio sulla fronte, gli sembrò che lei avesse sorriso. Uscì dalla stanza e la luce al neon del corridoio gli ferì gli occhi. Eleanor gli andò subito incontro e tornarono in sala d’aspetto. Nessuno disse niente, non ce n’era bisogno e non sarebbe servito.

Qualche ora più tardi le grida miste al pianto della madre di Susanna ne annunciarono la morte.

Le esequie si tennero in forma strettamente privata, nella Cattedrale di San Patrizio. Nessun accesso consentito alla stampa. I principali quotidiani nazionali avevano annunciato la triste notizia della prematura scomparsa della giovane attrice Susanna Marlowe. Accanto ad una sua foto, sorridente, seduta sulla sedia a rotelle, c’era scritto che lavorava come compositrice di musiche per il teatro. Si accennava poi al suo legame con Terence Graham che le era sempre stato accanto, anche se il loro fidanzamento non si era mai trasformato in un matrimonio. Non c’erano dichiarazioni da parte dell’attore.

Al cimitero dove Susanna venne sepolta Terence si recò accompagnato dalla madre che aveva molto insistito per non lasciarlo solo.

Era una giornata di fine estate e un fresco vento autunnale aveva già iniziato a far cadere dagli alberi le prime foglie ingiallite. Il sole stava calando all’orizzonte quando Terence pronunciò queste parole:

 

“Dovrò io paragonarti a una giornata d’estate?

Tu sei più bella e mite.

Venti villani scuotono le tenere gemme del maggio

e la stagione estiva è, ahimé, troppo breve.

Alle volte l’occhio del cielo splende troppo cocente

e spesso la sua aurea carnagione si offusca

e ogni bellezza può talora declinare,

guasta dalla sorte o dal mutevole corso della natura.

Ma la tua estate eterna non verrà mai meno,

né sarà privata della bellezza che tu possiedi,

né la morte si vanterà che tu t’aggiri nell’ombra sua,

se tu vivrai nel tempo futuro in versi eterni.

Finché uomo respiri ed occhio veda,

questi vivranno e daran vita a te.”[2]

 

 

*****

 


 

New York

autunno 1921

 

Era trascorso circa un anno da quella sera. Terence per alcuni mesi non aveva lavorato. La stampa continuava a perseguitarlo e Hathaway gli aveva suggerito di prendersi una pausa, magari allontanandosi per un po’ da New York, ma lui non aveva voluto. Il suo unico desiderio era quello di riprendere al più presto a lavorare perché recitare era l’unica cosa che lo faceva andare avanti. Non era stato facile, per niente.

Dopo la morte di Susanna un profondo senso di vuoto lo aveva assalito. Continuava ad incolparsi di tutto. Eleanor aveva provato inutilmente a parlare con lui per farlo ragionare.

- Non sono riuscito a proteggerla … non sarei dovuto restare in Europa tutto quel tempo …

- Ma Terence, Susanna non era da sola. Tu hai fatto tutto quello che potevi: le hai comprato una casa nuova, ti sei preoccupato che avesse assistenza medica continua, l’hai portata dai medici migliori, grazie a te e al tuo incoraggiamento aveva iniziato a comporre per il teatro con ottimi risultati … cosa avresti potuto fare di più?

- Non lo so … ma lei voleva di più e io non sono stato in grado …

- Di più, Susanna voleva di più! – quasi gridò sua madre – Avevi già rinunciato a lei, che cosa si aspettava,  che tu rinunciassi anche alla tua carriera?

Questo dialogo si era ripetuto più volte, ma andava sempre a finire con Terence che terminava la  discussione chiudendosi in un cupo mutismo che neanche sua madre era capace di scardinare.

 

Una sera, stufo di doversene stare rinchiuso per evitare gli assalti di giornalisti e fotografi, Terence prese l’auto e se andò fuori città. Guidò senza una meta per un po’, alla fine si fermò ed entrò in un bar semideserto. Era molto tardi. Non aveva più toccato un goccio d’alcol da tempo ormai, era sicuro di potersi controllare per cui si sedette al bancone ed ordinò uno scotch. Il liquore a cui non era più abituato gli grattò la gola, facendogli stringere gli occhi. Subito dopo accese una sigaretta. A quelle non aveva rinunciato, anche se qualcuno in passato gliele aveva vietate.

 

“Signor Terence Granchester!”

“Toccato! Sai che imiti molto bene la voce di suor Gray, ci sono caduto, vuoi provare a fumare?”

“No grazie e poi mi sembra di averti già detto di non venire più qui a fumare. Terence guarda che cosa ti ho portato.”

“Eh … è un’armonica?”

“Si è il mio strumento preferito”

“Mmmm … ma non è quello che preferisco io. Ah ora capisco … questo è solo un modo indiretto per chiedermi un bacio!”

“Ma come ti permetti!”

“Avanti Candy non arrabbiarti, possibile che con te non si riesca mai a scherzare”

“La colpa è tua Terence, sei sempre così indisponente! Si sta facendo tardi, devo andare e per favore suona l’armonica invece di fumare”

“Ciao a presto, signorina Tarzan Tutte Lentiggini”

 

Ricordare quello scambio di battute gli fece involontariamente nascere un leggero sorriso sulle labbra.

- Tarzan Tutte Lentiggini … chissà che cosa starai facendo in questo momento! Avrai di sicuro saputo di Susanna, forse penserai che io … ma no, sono passati cinque anni da quella maledetta sera, sarai andata avanti con la tua vita e magari qualcun altro avrà conquistato il tuo cuore.

Sapeva di non averne il diritto ma l’idea che il cuore di Candy non gli appartenesse più lo faceva impazzire!

- Lo sai benissimo che non sei più degno di lei e forse non lo sei mai stato …

Pagò il conto e uscì in fretta dal locale. Voleva tornare al suo appartamento, fare una bella dormita e il giorno dopo rimettersi al lavoro. Macbeth non poteva più aspettare.

Quella notte faceva piuttosto freddo, nei prossimi giorni secondo le previsioni New York avrebbe messo il suo mantello invernale, ricoprendosi di neve. Terence accelerò il passo per giungere velocemente all’auto. D’un tratto alle sue spalle udì un rumore di vetri rotti e una voce maschile gridare spaventata. Si fermò voltandosi per capire cosa stesse succedendo, percorse qualche metro e lungo il muro nel buio quasi totale gli sembrò di scorgere due uomini in piedi e un altro seduto a terra senza via di scampo.

- Ora ti facciamo passare la voglia di guardare le donne degli altri!

- Ma io non lo sapevo, vi giuro che … - tentò di difendersi l’uomo rialzandosi.

- Beh fa lo stesso, ti meriti una bella lezione! – gli intimò minacciandolo con una bottiglia rotta uno dei due che gli stavano davanti.

- Fossi in te non lo farei! – gli disse Terence con voce calma ma allo stesso tempo autoritaria.

- E tu da dove salti fuori figurino? Levati dai piedi se non vuoi rischiare di prenderle, non vorrei doverti rovinare quel bel faccino che ti ritrovi! – gli disse quel tipo losco avvicinandogli il vetro tagliente al viso.

Terence lo guardò dritto negli occhi sorridendo tanto che quello stupito rimase per un attimo disorientato, questo fu sufficiente a fargli prendere un pugno in pieno viso che lo fece cadere. Intanto l’altro si era portato alle spalle di Terence ed era sul punto di colpirlo, ma il ragazzo vittima dell’aggressione fece in tempo ad afferrarlo e a stenderlo con un calcio ben assestato. I due brutti ceffi non avrebbero impiegato molto tempo a rialzarsi per cui Terence gridò al ragazzo di seguirlo. Si misero a correre e una volta raggiunta l’auto salirono a bordo e scomparvero nella notte.

- Come ti chiami? – chiese Terence controllando lo specchietto per essere sicuro che nessuno li stesse seguendo.

- Jean Paul … Jean Paul Moreau.

- Tieniti forte Jean Paul!

Attraversarono tutta Manhattan in pochi minuti. Terence conosceva molto bene quelle strade e imboccando un paio di scorciatoie arrivarono presto a Broadway.

- Da come guidi ho paura che sia anche tu un mezzo delinquente. Sembra tu sia abituato a seminare la gente! – esclamò Jean Paul che non era più tanto sicuro di essere sano e salvo.

- Non sono un delinquente ma … sono abituato ad essere inseguito! Di’ un po’ piuttosto, li conosci quei due? Sanno dove abiti?

- No non li conosco, è la prima volta che li vedo.

- Allora perché ce l’avevano con te?

- Beh stavo al bar per i fatti miei quando si è avvicinata una ragazza, abbiamo parlato un po’ e le ho offerto da bere, poi se n’è andata e quando sono uscito quei due mi aspettavano fuori … mi hanno detto che avevo guardato la donna sbagliata e che per questo meritavo una lezione.

- Comunque non mi fido, andiamo a casa mia.

Arrivati al Village, Terence aiutò il ragazzo a scendere dall’auto.

- Ce la fai? – gli chiese.

- Sì, grazie.

Entrarono nel vecchio appartamento di Terence che aveva sempre tenuto anche dopo essere andato ad abitare con Susanna. Era il suo rifugio dove custodiva tutte le cose più care che aveva, compresi i ricordi. Accese le luci e per la prima volta i due ragazzi si guardarono in faccia.

- Hai qualcosa di rotto per caso? Posso portarti in ospedale se vuoi.

- No, sto bene. Tu piuttosto … - rispose Jean Paul indicando la mano di Terence con cui aveva sferrato il pugno che aveva steso quell’uomo e che ora appariva piuttosto malconcia.

Terence la guardò e andò in cucina a prendere del ghiaccio, poi si mise seduto sul divano invitando il ragazzo a fare lo stesso. Si fissarono per un momento e Jean Paul ad un tratto ebbe come un’illuminazione.

- Ma io ti conosco, tu sei quell’attore famoso, ma si … tu sei Graham! – esclamò spalancando gli occhi.

Terence annuì con un leggero sorriso. Avrebbe fatto volentieri a meno di essere riconosciuto, ma ormai era quasi impossibile!

- Dio … non sai quanto ti odio!

- Cosa? Probabilmente ti ho appena salvato la vita e tu mi odi? Ah … grazie tante!

- Beh si scusami, forse dopo stasera ti odierò un po’ meno!

- Si può sapere che cosa ti ho fatto?

- Anch’io sono un attore. Sono di origine francese come avrai capito dal mio accento e due anni fa sono venuto in America in cerca di fortuna. Quando ho saputo che la Compagnia Stratford voleva qualcuno per l’Amleto ho deciso di provare, dopo diversi mesi di tentavi falliti credevo molto in quel ruolo, mi era preparato fino allo sfinimento. Il giorno che sono arrivato al provino c’era una folla di attori e attrici, ma io avevo deciso che quel posto doveva essere mio e non mi sono lasciato scoraggiare. Mi sono messo in fila per aspettare il mio turno e mentre ero lì che aspettavo sulla bocca di tutti girava un solo nome. Il tuo! Si era sparsa la voce che anche Graham avrebbe partecipato e che molto probabilmente sarebbe stato lui il nuovo principe di Danimarca. Molti se sono andati e non ci hanno neanche provato.

- E tu?

- Io sono rimasto … fino a quando non sei salito sul palco. Quando ti ho ascoltato pronunciare le prime battute insieme alla Kleiss me ne sono andato anch’io.

- Ed è per questo che mi odi?

- Nei mesi successivi ho fatto letteralmente la fame, sono stato sul punto di abbandonare e tornare in patria. Poi un giorno ho avuto una piccola parte in un film e da lì le cose hanno cominciato a girare un po’ meglio.

- Credimi ottenere quel ruolo non è stato per niente facile per me, venivo da un periodo molto brutto e ho dovuto lavorare sodo! Si può dire che l’Amleto mi ha salvato e stanotte io ho salvato te, siamo pari no?

- Hai ragione, siamo pari!

- Dove abiti?

- A Soho.

- Fra un paio d’ore farà giorno, ho un appuntamento alle nove, ti posso accompagnare se per te va bene.

- No scherzi, hai già fatto anche troppo, prenderò un taxi.

- Come vuoi. Purtroppo qui non ho una camera degli ospiti, dovrai accontentarti del divano.

- Il divano va benissimo figurati, quando racconterò alle ragazze che ho dormito sul divano di Terence Graham chissà che faccia faranno!

Terence gli si avvicinò e guardandolo dritto in faccia gli disse di non spargere troppo la voce, non era proprio il caso che quello che era successo finisse sui giornali. Poi se ne andò a dormire nella sua stanza.

La mattina il francese venne svegliato dallo scrosciare dell’acqua nella doccia. Dopo pochi minuti Terence uscì dal bagno vestito di tutto punto.

- Accidenti, quasi non ti riconoscevo. Vai ad una sfilata di moda per caso? – gli chiese stupito.

- Buongiorno Jean Paul, ho una conferenza stampa questa mattina per presentare il nuovo spettacolo. Dovrei proprio andare se non ti dispiace.

- Oh certo.

Uscirono dall’appartamento e si diressero verso l’auto di Terence.

- Sicuro che non vuoi un passaggio?

- Sicuro … però … beh mi piacerebbe sdebitarmi. Non voglio essere invadente, sarai di sicuro pieno di impegni ma … insieme ad alcuni amici ci ritroviamo ogni sabato sera al Cotton Club, se ti va di fare un salto potrei almeno offrirti da bere.

- Ci penso! – gli rispose Terence strizzandogli un occhio.

- Ok, allora ciao e ancora grazie.

Terence mise in moto l’auto e fece al francese un gesto di saluto con la mano prima di dirigersi verso Broadway.




[1] Labé, Louise, Sonetto IV, (trad.: “Da quando il crudele amore avvelenò per la prima volta del suo fuoco il mio petto, ho bruciato senza tregua del suo furore divino che mai un giorno ha abbandonato il mio cuore. Qualunque sia il supplizio, ed abbastanza me ne ha dato, qualunque sia la minaccia e la prossima disgrazia qualunque pensiero di morte che mette fine a tutto, il mio cuore ardente non si stupisce di nulla. Tanto più Amore ci assale con forza, più ci fa raccogliere le nostre forze, e ci fa essere sempre vigorosi nei suoi conflitti; ma questo non è perché ci favorisce, lui che disprezza gli dei e gli uomini, ma per apparire più forte contro i forti.”).


[2] W. Shakespeare, Sonetto XVIII (trad.)


Capitolo sei

 

 


Dott. Paul Benjamin Carver

Chicago

gennaio 1922

 

Gli ultimi due anni erano stati molto impegnativi per Candy. Lavorare e studiare contemporaneamente non era stato facile e il suo tempo libero era assai ridotto. Quando poteva usciva con Patty e le sue compagne d’Università, oppure con alcune infermiere con cui lavorava.

Per diversi mesi aveva partecipato al progetto di ricerca del dottor Carver. Era stata decisamente un’esperienza molto interessante a livello professionale e non solo. Si era creato infatti un bel rapporto di amicizia con i vari colleghi e colleghe, ma era in particolare con il dottor Carver, o meglio con Paul che Candy aveva stretto un rapporto speciale. Oltre ad essere un ottimo professionista, scrupoloso e instancabile, proprio come lei, Paul era sempre molto gentile, allegro e in vena di nuove esperienze.

Avevano lavorato a stretto contatto per sei mesi l’anno perché durante la stagione estiva Carver tornava in Canada dalla sua famiglia d’origine. Paul aveva più volte tentato di invitare Candy ad uscire, ma per quanto fosse così sicuro di sé quando indossava il camice da medico, diventava invece molto timido di fronte ad una ragazza e non era mai riuscito a farsi avanti esplicitamente.

Candy gli piaceva molto. Era stato un colpo di fulmine e per un po’ si era fatto bastare il poter lavorare a stretto contatto con lei, magari ogni tanto accompagnarla a casa. Negli ultimi tempi però il desiderio di lei si era fatto sempre più forte e il fatto che Candy sembrasse assolutamente non accorgersene lo rendeva ancora più impaziente. Temeva infatti che potesse avere qualcun altro e di vederla un giorno apparire all’improvviso con un anello al dito. Una ragazza così bella e piena di vita non passava di sicuro inosservata, anzi, era stupito dal fatto di non vederla mai insieme a qualche giovanotto, fatta eccezione per William Albert Ardlay con cui a volte usciva a cena e che lui sapeva essere il padre adottivo.

Infatti, durante una della tante pause pranzo che trascorrevano insieme, Candy gli aveva parlato un po’ della sua famiglia e delle sue origini, avevano così trovato qualcosa in comune perché anche Paul era nato e cresciuto in mezzo alla natura, gli piaceva molto cavalcare ma non sapeva usare il lazo.

- Candy dovrai assolutamente insegnarmi!

- Non credo che a Chicago ti potrà essere utile.

- Beh non si sa mai! – aveva risposto Paul ed erano entrambi scoppiati a ridere.

- Intanto potremmo iniziare con una passeggiata a cavallo, che ne dici? – le aveva chiesto Paul fattosi serio.

Candy colta di sorpresa non aveva trovato il coraggio di rifiutare anche se quell’invito le faceva uno strano effetto, da una parte ne era felice ma dall’altra le sembrava di tradire qualcuno. Rimasero comunque d’accordo per uscire la domenica pomeriggio e fare un giro a cavallo lungo il lago Michigan.

Era una giornata invernale piuttosto fredda ma comunque piena di sole. Paul passò a prendere Candy e dopo aver scelto due cavalli al maneggio partirono per la loro passeggiata lungolago. Il giro si protrasse per circa un’ora dopodiché, mezzi infreddoliti, decisero di fermarsi in un caffè e prendere qualcosa di caldo da bere. Si sedettero ad un tavolino, l’uno davanti l’altro e Candy si rese conto di come lo sguardo di Paul fosse cambiato negli ultimi giorni. Ogni tanto lo aveva sorpreso a fissarla e la cosa la rendeva nervosa. La cavalcata che avevano fatto era stata piacevole e Candy si sentiva felice di quel tempo trascorso con lui, ma temeva ciò che effettivamente poco dopo sarebbe accaduto.

- Sto molto bene con te Candy e mi piacerebbe se uscissimo ancora insieme – le disse cercando la sua mano poggiata sul tavolo che lei ritrasse.

- Se per te va bene, naturalmente – aggiunse lievemente deluso.

- Certo … perché no – rispose Candy titubante – Adesso però dovrei rientrare, si è fatto tardi.

Paul a malincuore la riaccompagnò a Villa Ardlay dove quella sera Candy avrebbe cenato con Albert.

 

*****

 

Dopo essersi cambiata d’abito nella stanza a lei riservata, Candy si ritrovò con Albert a tavola.

- Sei così silenziosa, qualcosa non va Candy?

- Albert secondo te dopo che si è molto amato qualcuno è possibile innamorarsi di nuovo?

- Non saprei, forse non sono la persona più adatta a cui fare questa domanda … perché me lo chiedi?

- Oh niente … così …

- Mmmm … cosa nascondi? A me puoi dirlo lo sai.

- Ti ricordi del dottor Carver?

- Certo … il medico del gruppo di ricerca con cui lavori.

- Beh … mi ha chiesto di uscire qualche volta e oggi abbiamo fatto una passeggiata a cavallo.

Albert rimase in silenzio aspettando che Candy continuasse perché era sicuro che ci fosse dell’altro. Candy si sentiva agitata e non era certa di poter parlare con lui di ciò che provava, soprattutto perché se ne vergognava molto. Vedendo che la ragazza esitava cercò di incoraggiarla.

- Sei uscita con Carver e hai passato un bel pomeriggio se non ho capito male. Qual è il problema?

- Il dottor Carver, cioè Paul, è un ragazzo molto carino, gentile, interessante e sono stata volentieri in sua compagnia …

- Ma …

- Ma non vorrei mai farlo soffrire.

- E perché dovresti?

- Ti prego Albert non pensare che io sia pazza e non guardarmi così! – esclamò Candy contrariata dall’espressione stupita di Albert  - Lo so che hai già capito di cosa sto parlando.

Candy fece un gran sospiro distogliendo lo sguardo, poi si alzò e andò verso la finestra. Il giardino di Villa Ardlay illuminato dalla luna aveva un aspetto magico, sembrava la scena di un teatro sotto la luce di un grande riflettore.

- Da quando ho saputo della scomparsa di Susanna io … - mormorò Candy non riuscendo a proseguire.

Albert le andò vicino senza dire niente, la abbracciò e la sentì tremare.

- Lo so che è passato più di un anno da allora ma … non posso fare a meno di chiedermi se lui non abbia mai pensato a me, se si ricordi ancora di me. Vorrei almeno sapere come sta …

- Perché non gli scrivi?

- Avrei dovuto farlo tempo fa, dopo che Susanna … ma non ne ho avuto il coraggio, ed ora dopo tutto questo tempo. Sono solo una sciocca lo so … è evidente che lui è andato avanti. Ormai è un attore molto famoso, sarà di sicuro circondato da bellissime donne e non si ricorderà nemmeno di me. Forse è così che doveva andare ed è l’ora che inizi a farmene una ragione, a lasciare il passato alle spalle e magari uscire con Paul senza farmi troppi problemi.

- Credo anch’io che tu debba definitivamente voltare pagina Candy, questo non significa che dovrai gettarti nella braccia di questo ragazzo, prenditi tutto il tempo che ti serve, non avere fretta e non farti troppo domande a cui ora non puoi trovare risposta. Solo col tempo capirai.

Come al solito Candy provò un po’ di sollievo al suo cuore in tumulto dopo essersi confidata e andò a dormire.

Albert rimase ancora un po’ alzato, riflettendo sulle parole di Candy: era vero che se Terence avesse voluto contattarla avrebbe già dovuto farlo, era passato più di un anno, ma conoscendolo poteva anche aver pensato di non averne il diritto e credere magari anche lui che Candy lo avesse dimenticato, quando invece era evidente quanto lei ancora fosse legata a quel sentimento che li aveva uniti in passato.

- Oh Candy … ti ho sentita tremare quando ti ho abbracciata, il pensiero di Terence ti fa ancora quest’effetto! Se solo lui sapesse …

Durante la settimana che seguì, Candy si dedicò completamente ai suoi studi dovendo di lì a poco sostenere un esame molto impegnativo. Anche durante la pausa pranzo, sgranocchiando un sandwich, aveva sempre gli occhi abbassati sui libri.

- Se continui a studiare così finirai per rubarmi il posto! – scherzò Paul sedendosi vicino a lei, su una panchina del giardino.

- Ciao Paul … sta’ tranquillo il tuo posto è al sicuro, questo esame di Patologia è impossibile da superare.

- Se vuoi posso darti una mano.

- Ma tu sei già molto impegnato con il tuo lavoro …

- Purtroppo è vero, però credo anche che per rendere al meglio sia necessario ogni tanto prendersi una pausa! Che ne dici?

- Che tipo di pausa? – chiese Candy sorridendo sospettosa.

- Ad esempio sabato sera ho rimediato con grande fatica due biglietti per il teatro. Era già tutto esaurito ma per fortuna ho un amico che lavora lì e mi ha dato una mano. Mi hai detto che ti piace molto il teatro e quindi non accetto un no!

- Ma la prossima settimana ho l’esame!

- E dai Candy, non vorrai studiare proprio sabato sera. Non faremo tardi, giuro!

- D’accordo.

 

A metà pomeriggio Candy tornò a casa e, dopo aver studiato ancora un po’, si mise a preparare qualcosa per cena aspettando il ritorno di Patty che aveva trascorso il fine settimana dai genitori.

- Bentornata Patty, com’è andata la tua vacanza?

- Tutto bene Candy, grazie e tu cos’hai fatto di bello?

- Oh beh niente di speciale … una passeggiata a cavallo – rispose Candy senza dare troppo peso alla cosa.

- La compagnia deve essere stata molto piacevole per uscire con questo freddo! – esclamò Patty con aria maliziosa.

- Paul!

- Immaginavo! Ne sono felice … com’è andata? – continuò curiosa ed eccitata l’amica.

- Bene … credo. Sabato sera usciamo di nuovo, mi porta a teatro.

- A teatro? – chiese Patty cambiando improvvisamente espressione – E che cosa andate a vedere?

- Ora che ci penso, non lo so, non gliel’ho chiesto! Ma tu sei sempre ben informata sulla programmazione teatrale se non sbaglio, sai cosa prevede sabato prossimo?

Candy era entrata in cucina e stava portando in tavola un vassoio con della carne quando vide la faccia seria e allo stesso tempo imbarazzata di Patty. Poggiò il vassoio in tavola e si sedette, iniziando a temere di conoscere la risposta alla sua domanda.

- Ho fatto a piedi il tragitto dalla stazione fino a casa e sono passata proprio davanti al Chicago Theatre. C’è un grande cartellone che pubblicizza il prossimo spettacolo che sarà messo in scena: si tratta del Macbeth.

- Shakespeare – mormorò Candy sentendo lo stomaco chiudersi.

- Si … della Compagnia Stratford.

Non era necessario sapere altro: sarebbe stato di sicuro lui ad interpretare la parte del protagonista.

 

Lui, a Chicago, sabato.

 

Queste poche parole travolsero la sua mente come un’onda di un mare in tempesta. Rischiò di cadere dalla sedia. Il suo viso le apparve davanti agli occhi come se fosse lì in quella stanza e si sentì fermare il cuore. Dovette fare un gran respiro perché le sembrava di annegare. Poi all’improvviso …

- Non posso andare Patty, devo assolutamente dire a Paul che non posso!

- Candy …

- Lo so lo so … sono una stupida … ma non ce la farò mai a vedere un intero spettacolo dove lui è il protagonista! Accidenti … Paul mi ha detto che aver trovato i biglietti è stato un mezzo miracolo perché erano già esauriti … come ho fatto a non pensarci! Oh Patty cosa posso fare?

- Secondo me dovresti andare, non puoi pensare di evitarlo per sempre.

- Da quando esco con Paul mi stavo convincendo che finalmente potevo vivere la mia vita tranquillamente, chiudendo con il passato … ma non avevo messo in conto di rivederlo, non adesso, non così!

- Ma non dovrai incontrarlo, assisterai solo ad uno spettacolo. Potrebbe essere un primo passo invece per riuscire a vederlo sotto un’altra luce, come … un caro amico, non credi?

Candy guardò Patty cercando con tutta se stessa di dar credito alle sue parole anche se continuava a sentirsi come dentro un vortice che la faceva sprofondare sempre più in basso, risucchiata da un dolore sordo che per tutti quegli anni aveva tenuto nascosto, ma che ora usciva fuori in tutta la sua potenza, stritolandola e lasciandola completamente priva di ogni spirito vitale.

 

 

*******

 

Chicago

sabato 28 gennaio 1922

 

Durante la terza scena del primo atto, risuonò all’interno del teatro un rullo di tamburi che annunciava l’arrivo di Macbeth, il vittorioso generale fedele al re Duncan di Scozia.

Nella sala fino a pochi minuti prima scintillante di cristalli e di abiti meravigliosi indossati dalle signore  dell’alta società di Chicago, adesso era calato un buio tetro in cui un solo fascio di luce gettato sulla scena fece apparire come dal nulla la figura imponente di Macbeth accompagnato dal fedele Banquo.

Quando Candy era arrivata davanti al teatro si era dovuta stringere al braccio di Paul perché, di fronte al grande cartellone dove campeggiava a caratteri cubitali il nome di Terence Graham, le sue gambe avevano iniziato a tremare. Ma l’emozione che la invase nel momento in cui riconobbe il viso di Terence, sebbene truccato, sotto il costume da valoroso guerriero, non avrebbe saputo descriverla a parole. Non fu neanche in grado di comprendere gran parte delle battute che vennero pronunciate da Macbeth: la sua voce, solo la sua voce le risuonava nelle mente che non tardò a far parlare gli occhi. Non si rese conto del momento preciso in cui aveva iniziato a piangere, ma era certa di non aver smesso neppure per un attimo.

Paul seduto accanto a lei credette che il suo turbamento derivasse dalla violenza che dominava il dramma shakespeariano e le chiese più volte se stesse bene.

Nell’ultima scena, quando Macduff conte di Fife, a cui Macbeth ha fatto uccidere la moglie e i figli, si reca dal re portandone la testa in dono, Candy sussultò sgranando gli occhi.

- Non lo hanno decapitato veramente, altrimenti ad ogni spettacolo dovrebbero trovare un nuovo attore! – scherzò Paul, prendendo la mano di Candy.

- Oh certo, che sciocca che sono! – esclamò mentre si chiudeva il sipario e un fragoroso applauso riempiva il teatro – È così bravo che per un attimo ho temuto fosse stato ucciso sul serio!

Gli applausi e le acclamazioni si protrassero per diversi minuti fino a quando il pesante tendaggio rosso venne sollevato di nuovo per permettere agli artisti che si erano esibiti di ringraziare il pubblico e ricevere i meritati onori. Al centro del palcoscenico Robert Hathaway in mezzo a Terence Graham e a Karen Kleiss splendida interprete di Lady Macbeth. I due attori protagonisti fecero ad un certo punto un passo in avanti verso la platea tenendosi per mano e salutando i presenti con ripetuti inchini. Fiori accompagnati da ovazioni entusiaste piovvero su di loro fino a quando i riflettori si spensero e vennero accese le luci in sala. Le grida di plauso si placarono pian piano fino a diventare un incomprensibile mormorio che accompagnò il pubblico fuori dal teatro.

Candy prima di uscire ritenne opportuno fare una sosta alla toilette per controllare in quale stato si trovasse il suo viso dopo aver sopportato un fiume di lacrime e stare qualche minuto da sola, nella vana speranza di riprendere il controllo di se stessa. Paul intanto la aspettava nel foyer quando si imbatté nell’amico che gli aveva procurato i biglietti il quale stava attraversando di corsa il salone. I due si salutarono e Paul ebbe l’ardire di chiedergli un altro favore.

- Vorrei fare colpo sulla ragazza che è con me e, se fosse possibile, mi piacerebbe farle incontrare qualcuno degli attori. Pensi si possa fare Steve?

- Beh Paul, faccio un tentativo ma non ti prometto niente. Aspetta qui – rispose il ragazzo scomparendo  dietro le quinte.

Appena Candy fece ritorno disse a Paul che era molto stanca e che preferiva rientrare subito a casa invece di andare a bere qualcosa come avevano programmato.

- Puoi aspettare ancora un attimo? – le chiese Paul e proprio in quel momento vide il suo amico fargli un cenno indicandogli di seguirlo. Il ragazzo afferrò Candy per la mano dicendole – Vieni con me!

Di fronte alle sue proteste Paul le disse che era una sorpresa e che ci avrebbero messo poco tempo, dopo l’avrebbe riaccompagnata a casa immediatamente.

Seguendo Steve si inoltrarono nei bui corridoi che si snodavano dietro al palcoscenico, con Candy che ancora non riusciva a capire cosa avesse architettato Paul. All’improvviso si fermarono davanti ad una porta chiusa e il ragazzo che li aveva guidati fin lì disse semplicemente:

- Vi sta aspettando!

- Oh grazie Steve sei un vero amico, sono in debito con te – lo ringraziò con entusiasmo Paul.

- Paul vorresti spiegarmi chi ci sta aspettando? – chiese Candy piuttosto nervosa.

- Come chi? Graham! – esclamò Steve con orgoglio, essendo suo il merito di aver convinto il primo attore a concedere quell’incontro.

Candy avrebbe desiderato che una voragine si fosse aperta sotto ai suoi piedi e l’avesse fatta scomparire all’istante. Guardò Paul terrorizzata, non sapendo in quale modo sottrarsi a quell’incubo. Incontrarlo adesso, insieme a Paul, entrare nel suo camerino, no no no …

- Non è possibile – balbettò.

- Si invece, però dovete sbrigarvi perché stava per andarsene ed è rimasto solo perché gli ho detto che un mio caro amico voleva fare una sorpresa alla sua ragazza – detto questo Steve bussò alla porta e senza aspettare risposta la aprì appena per affacciarsi e chiedere a Graham se poteva ricevere i suoi amici.

- Si certo, falli entrare – rispose l’attore senza voltarsi, intento a sistemare la cravatta davanti lo specchio.

Paul entrò, mentre Candy rimase ancora nascosta dietro la porta.

- Buonasera Mr. Graham, le faccio i miei complimenti per lo spettacolo, sono rimasto senza fiato dall’inizio alla fine.

- La ringrazio signor …

- Carver, Paul Carver, sono un medico, lavoro all’ospedale di Chicago – rispose allungando la mano che l’attore strinse cordialmente.

- Mi avevano detto che era con la sua ragazza, ma non la vedo.

- Beh a dir la verità è qui fuori, ma si vergogna un po’ e non vuole entrare.

Terence sorrise dicendo che evidentemente la fama del suo pessimo carattere era giunta fino in Illinois, poi si diresse verso la porta e l’aprì completamente, restando impietrito di fronte alla “ragazza del dottor Carver”.

- A questo punto potresti entrare, che ne dici Candy? – le chiese Paul vedendola ancora immobile sulla porta.

Terence si tirò indietro per lasciarla passare e lei entrò, senza pronunciare parola.

- Stavo appunto dicendo a Mr. Graham quanto sia stato stupefacente lo spettacolo, io non avevo mai visto niente di simile, del resto devo confessare che non sono un grande appassionato del genere, mi sono deciso solo perché so che a Candy piace molto e così …

Paul continuava a parlare mentre gli altri due neanche si guardavano.

- Candy era talmente sconvolta che ha pianto per tutto il tempo, non riusciva proprio a smettere, sa Mr. Graham?

Sentendosi nominare di nuovo, Terence alzò il viso prima verso Paul e poi verso Candy.

- Mi dispiace molto signorina, non avrei mai voluto farla piangere – disse sforzandosi di mantenere un tono tranquillo quando invece dentro di sé si sentiva morire.

Candy alzò lentamente gli occhi su di lui, stringendo leggermente le labbra, immobile come una statua.

- Per fortuna era tutta una finzione e la sua testa è ancora al proprio posto – tentò di sdrammatizzare Paul che aveva iniziato a cogliere qualcosa di strano nell’aria.

- Già, il teatro è solo una finzione e non vale la pena piangere per questo. La realtà invece, quella sì che può essere spietata a volte! – affermò Terence deciso mentre i suoi occhi si facevano freddi e cupi.

- Ma potrei farmi perdonare, che ne dice signorina … ?

- Candice, Candice Ardlay – precisò Paul.

L’attore gli rivolse uno sguardo di sufficienza poi prese una sua fotografia dal tavolo da trucco e vi scrisse sopra una dedica.

- Scusatemi ma adesso devo proprio andare, è stato un vero piacere! – disse porgendo l’autografo a Candy, prima di dirigersi verso l’uscita.

- Buon compleanno – furono le uniche parole che Candy riuscì a pronunciare mentre Terence le passava accanto.

Lui si voltò evidentemente sorpreso dal fatto che lei ricordasse quella data, ma la rabbia che a stento riusciva ormai a trattenere gli fece dire che non festeggiava mai il proprio compleanno. Poi scomparve nel buio.

- Che gran maleducato! E tu che gli hai fatto anche gli auguri. È proprio vero quello che si dice in giro su di lui, presuntuoso e sbruffone, ma chi si crede di essere! Io non li capirò mai questi artisti, noi siamo troppo diversi, non sei d’accordo?

- Noi siamo diversi? Che vuoi dire? – chiese Candy ancora frastornata da quello che era appena accaduto.

- Intendo dire “noi che apparteniamo al mondo della scienza”!

- Io credo che anche l’arte abbia la sua importanza nel mondo, a volte è l’unica cosa che può far sopravvivere una persona.

- Una persona che è malata non si cura con l’arte, ma con la scienza! In ogni caso è stato proprio irrispettoso ad andarsene in quel modo.

- Beh forse aveva fretta, gli abbiamo fatto perdere troppo tempo e aveva un impegno.

- Non capisco perché continui a difenderlo, ha sprecato solo pochi minuti del suo preziosissimo tempo per farti un autografo. A proposito, che cosa ti ha scritto?

Candy prese la fotografia e lesse quanto scritto sul retro:

 

“Mai visto un giorno così brutto e bello”[1]

                                    Terence

 

- La prima battuta di Macbeth … che originale! Bah … - commentò Paul con fare sprezzante, mentre salivano sull’auto.

Candy continuava a non credere a quello che era successo. Lo aveva visto, Terence era lì a pochi centimetri da lei, chissà cosa aveva pensato nel vederla insieme a Paul … poi le venne in mente che quel ragazzo, quello Steve, l’aveva presentata come la ragazza di Paul …

 

Oddio no, non è vero Terence, non è vero, non sono la sua ragazza … dove sei? Dove sei andato? Devo trovarti, devo parlarti … subito, ma come faccio e poi … se invece non te ne importasse niente? No, non è possibile che tu abbia dimenticato tutto, lo so che sono passati molti anni ma … questa frase che hai scritto significa qualcosa ne sono sicura! Perché questo giorno è così brutto e bello? Perché? Perdonami … non sarei dovuta venire nel tuo camerino … così …

 

- Candy, Candy, mi ascolti? Si può sapere cosa ti prende?

Come se si fosse appena svegliata da un incubo Candy si rese conto che l’auto era ferma ed erano arrivati al suo appartamento.

- Scusami Paul, non mi sento troppo bene, buonanotte – detto questo scese velocemente e si rifugiò dentro casa, senza lasciare al ragazzo neanche il tempo di salutarla.

- Ma che succede! – mormorò Paul.

 

*****

 


 

 

- Ma che diavolo ti passa per la testa! Ti sei bevuto il cervello? Hai la minima idea di quanto ci costerà questa tua bravata? Avanti di’ qualcosa, accidenti!

- Pagherò i danni.

- Certo che li pagherai, ci puoi giurare! Ma i danni d’immagine alla compagnia, a quelli non ci hai pensato vero?

- È colpa mia, cosa c’entra la Stratford?

- Evidentemente non hai letto i giornali di oggi, guarda pure … siamo su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali con una bella foto tua e degli agenti di polizia che entrano in albergo!

 

Capricci da star

Terence Graham distrugge la sua camera d’albergo

Danni per centinai di dollari

L’hotel costretto a chiamare la polizia

Sconosciute al momento le cause del gesto

 

- Lo sai che ho dovuto garantire io per te, altrimenti saresti finito in commissariato e quasi sicuramente avresti trascorso la notte al fresco? Magari non ti avrebbe fatto neanche tanto male …

- Ti ho già detto che pagherò i danni e che mi dispiace, cosa posso fare di più?

- Prima di tutto assicurarmi che non accadrà un’altra volta!

- Non si ripeterà.

- E poi vorrei sapere cosa ti ha spinto a fare una cosa del genere.

Terence non rispose, abbassando la testa.

- Eri ubriaco per caso?

- No! – esclamò infastidito da quell’insinuazione.

- Allora cosa?

- Non mi va di parlarne …

- Stai scherzando!

- Non sto scherzando Robert, non insistere ti prego.

 

Come avrebbe potuto spiegargli cosa aveva scatenato la sua rabbia furiosa e incontrollabile!

Dopo quell’incontro in camerino, non aveva capito più niente. Continuava a chiedersi perché, come poteva avergli fatto una cosa del genere: presentarsi davanti a lui in compagnia di un altro! Che cosa voleva fare … punirlo forse, fargliela pagare?

Si era fatto prestare un’auto lasciando il teatro il più velocemente possibile, guidando come un pazzo senza una meta per i quartieri di Chicago, rischiando più di una volta di finire fuori strada. In un attimo di lucidità aveva deciso di tornare in albergo, ma era ancora troppo sconvolto per riuscire a controllarsi e questa volta a farne le spese erano stati lampade, vasi e tutto ciò che si trovava a portata di mano e poteva essere mandato in frantumi.

E mentre scaraventava ogni cosa distruggendola, ciò che invece si spezzava sempre di più in piccoli pezzi era lui.

 

Che cosa hai voluto dimostrare, che cosa? Che non conto più niente per te? Che ne è stato di noi, di quei due ragazzi che si amavano … perché anche tu mi amavi vero, vero? O forse no, mi sono immaginato tutto. Ho sofferto come un cane in questi anni per un amore che era solo un’illusione? Ma allora perché? Che cosa sei venuta a fare stasera? O forse è stato lui, ma certo, voleva umiliarmi … sa di noi e ha pensato in questo modo di farmi capire che sei solo sua! È così Candy? È così? Hai avuto anche il coraggio di augurarmi buon compleanno … non ho niente da festeggiare … niente!

Eppure te l’ho chiesto io di essere felice, lo so bene, ma non puoi pretendere che io accetti che tu lo sia senza di me … non voglio vederti felice con lui, non posso, non ce la faccio! Stai lontana da me …

 

Ad un certo punto la scheggia di un bicchiere scagliato contro il muro lo aveva colpito al volto, procurandogli un taglio sul sopracciglio sinistro che aveva subito iniziato a sanguinare. Questo aveva interrotto per un attimo la sua follia e si era reso conto che qualcuno stava bussando alla porta. Tamponando la ferita con un asciugamano andò ad aprire, avendo riconosciuto la voce che lo chiamava.

- Terence che succede? – gli chiese Karen, la quale spalancò i suoi grandi occhi quando si rese conto che la stanza del ragazzo aveva l’aspetto di un campo di battaglia – Ma che hai fatto? – domandò ancora, sbigottita.

Dopo pochi minuti tutto l’albergo sembrava essersi riversato nel corridoio del primo piano, attirato dal frastuono proveniente dalla stanza di Graham. Anche Hathaway era accorso e resosi conto della situazione e dello stato in cui si trovava Terence, lo aveva prontamente afferrato per le spalle e condotto nella sua camera per sottrarlo all’assalto dei curiosi.

 



*****

 

Quella domenica Candy era invitata a pranzo dagli Ardlay insieme a Patty. Alla Villa infatti erano arrivati da poco Archie ed Annie che due mesi prima erano convolati a nozze. Dopo una lunga luna di miele in Europa erano tornati negli Stati Uniti ed erano andati ad abitare in una grande casa appena fuori Chicago.

Candy non aveva chiuso occhio quella notte, non riuscendo a darsi pace per quanto accaduto la sera precedente a teatro. Aveva scolpito nella mente l’attimo in cui lui aveva spalancato la porta e se l’era ritrovato davanti all’improvviso, dopo anni. Per un istante tutto era scomparso, c’era solo lui, il suo dolce viso, i suoi meravigliosi occhi. Aveva tagliato i capelli, sembrava più grande, in realtà lo era. Era diventato un uomo, un bellissimo uomo. Quante volte aveva fantastico su un loro possibile incontro, non sapeva né dove né quando, ma era sicura che prima o poi lo avrebbe rivisto e immaginava che si sarebbero guardati e poi lui le avrebbe sorriso. Quanto le mancava quel sorriso che possedeva solo lui, a volte sfacciato e irriverente, ma altre così tenero e sincero, quel sorriso che le scaldava il cuore. Invece lui non aveva sorriso anzi, lo sguardo freddo con cui l’aveva guardata quando lei gli aveva augurato buon compleanno l’aveva raggelata.

Anche quando era arrivata a Villa Ardlay e aveva salutato il cugino e la cara Annie, non poteva fare a meno di continuare a chiedersi come si sentisse lui adesso. La risposta arrivò presto.

Dopo il pranzo si erano spostati nel giardino d’inverno appena riscaldato da un pallido sole. Annie raccontava eccitata i luoghi meravigliosi che avevano visitato durante il viaggio di nozze.

- Ragazze Venezia è un sogno, praticamente una città sull’acqua, qualcosa di veramente unico e magico e poi Parigi piena di artisti e così romantica … non volevamo più andar via!

- Potrete sempre tornarci, magari per il vostro primo anniversario! – esclamò Patty sinceramente felice di vedere Annie al settimo cielo e Archie un po’ più sereno dopo la dura prova della morte di Stear che lo aveva spinto in un cupo mutismo per molti mesi.

Mentre le ragazze si scambiavano tali confidenze, Albert e il nipote si erano fatti portare alcuni quotidiani e ne stavano esaminando la pagina economica. Dopo la fine della guerra la situazione finanziaria del paese si era pian piano risollevata ed anche gli Ardlay ne avevano tratto ottimi profitti. Archie, dopo la laurea in economia, aveva iniziato ad affiancare lo zio nella società di famiglia e si stava dimostrando un eccellente collaboratore.

D’un tratto lo sguardo di Cornwell fu attirato da un’immagine sulla prima pagina del Times che ritraeva una faccia conosciuta, anche se la fotografia era stata scattata da lontano e non si capiva bene l’identità. La didascalia invece sgombrava il campo da ogni dubbio. Subito passò il giornale ad Albert indicandogli con il dito dove leggere, senza dire una parola. Appena posati gli occhi sulla foto la sua espressione sbalordita non sfuggì a Candy che immediatamente chiese ad Albert se ci fossero brutte notizie.

- Ma no figurati, niente di che – le rispose ripiegando velocemente il giornale.

Tuttavia il suo gesto tradì un certo nervosismo e Candy ebbe la netta sensazione che stesse nascondendo qualcosa.

- Fa’ vedere – disse allungando la mano.

A quel punto Albert pensò che in un modo o nell’altro l’avrebbe saputo, meglio adesso che era lì con loro. Le passò il Times e Candy lesse:

 

La furia di Macbeth finisce in albergo!

L’attore Terence Graham dà in escandescenza

Annullato lo spettacolo di questa sera.

 

Candy non fu capace di leggere oltre.

- Scusatemi, devo andare – esclamò alzandosi in piedi.

- Candy che succede? – le chiese subito Annie allarmata.

- Te lo spiego io cosa succede … quell’inglese …

- Archie no! – lo bloccò Albert.

- Che c’è, non si può neanche nominare?

- Candy dove vuoi andare? – le chiese Albert con voce calma, avvicinandosi.

- Al Plaza.

- Sei sicura?

- Sì.

- Ti accompagno.

 

Mentre l’automobile degli Ardlay si dirigeva velocemente verso il Plaza Hotel, Candy tentò in qualche modo di raccontare ad Albert quanto accaduto la sera prima a teatro.

- Credi che quello che ha fatto Terence dipenda dal vostro incontro?

- Temo di sì!

- Che cosa gli dirai?

- Non lo so, ma voglio vederlo … anche se ho paura che lui …

Entrarono nella hall ed Albert, presentandosi come William Ardlay (il che ogni tanto tornava utile!), chiese di poter incontrare il signor Graham.

- Mi dispiace non poterla aiutare Mr. Ardlay, ma ho paura che questo non sia possibile. Sono costernato – rispose l’addetto alla reception.

- La prego è una questione molto importante, si tratta di un mio caro amico e ho bisogno di vederlo con una certa urgenza! – esclamò Albert in tono deciso.

- Le ripeto che non è possibile …

- Ma perché? – intervenne Candy che trovava insopportabile quell’attesa.

- Perché Mr. Graham non si trova più qui, è partito molto presto questa mattina insieme alla compagnia teatrale – rispose l’inserviente infastidito dalla loro insistenza.

- Partito per dove?

- Credo facesse ritorno a New York signorina. Adesso se volete scusarmi ho da fare. Buona giornata.

- New York … è tornato a New York … - mormorò Candy sentendosi sull’orlo di un baratro.

 

Intanto a Villa Ardlay.

- Quindi si sono visti?

- Sì Archie, Candy non mi ha raccontato molto, ma so che dopo lo spettacolo si sono incontrati, anche se Paul era con lei.

- Patty, chi è Paul?

- Oh scusami Annie, intendo il dottor Carver, Paul Carver. Sono usciti insieme un paio di volte credo e ieri sera sono andati a teatro. Evidentemente lui non sa niente di Terence, altrimenti non avrebbe insistito di certo per incontrarlo.

- Dunque la bravata di Granchester sarebbe legata al loro incontro? Non può essere vero, dopo tutti questi anni. Magari era solamente ubriaco, ha sempre avuto seri problemi con l’alcol. E quella sciocca di Candy crede che sia per causa sua … e anche se fosse così del resto, che cosa gliene importa? Non hai detto che esce con Carver? Non penserà ancora a quell’idiota sbruffone di un inglese?

- Archie vuoi smetterla per favore! Non hai alcun diritto di parlare in questo modo e Candy non è una sciocca! – ribatté la signora Cornwell riprendendo il marito.

- Ti assicuro Annie che quando si tratta di Granchester Candy è molto più di una sciocca! Speravo che dopo tutto questo tempo avesse capito almeno di che pasta è fatto, evidentemente mi sbagliavo!

 

Il rientro a New York per Terence non fu affatto semplice. I finanziatori della Compagnia Stratford non avevano decisamente gradito l’annullamento di uno dei due spettacoli che si sarebbero dovuti tenere al Chicago Theatre né tantomeno la pubblicità negativa che la bravata di Graham aveva comportato. Per cui lo scontro fu inevitabile.

- Si rende conto Graham della pessima figura che abbiamo fatto solo ed esclusivamente per causa sua? – esordì Mr. Barrymore.

- Me ne rendo conto e mi dispiace mi creda.

- Ma che cosa le è saltato in mente dico io! È forse impazzito? Lo sa a quanto ammontano i danni che ha provocato? Per non parlare della denuncia … se non fosse stato per Robert!

- Ho già detto che i danni saranno completamente a mio carico e ho ringraziato Robert per quello che ha fatto. Che cosa volete ancora?

- Non si azzardi ad usare quel tono con me! – continuò Barrymore – Devo forse ricordarle che le era già stata data una seconda possibilità dopo la sua fuga, anni fa, e lei aveva promesso di rigare dritto. Non mi sembra che il suo comportamento si possa definire corretto. Lo sa quanti soldi ci ha fatto perdere?

- E lei lo sa invece quanti ve ne ho fatti guadagnare fino ad oggi? Lo sa Mr. Barrymore o glielo devo ricordare? Lo sa di chi è il merito se le sue aziende vanno a gonfie vele? Del sottoscritto … il quale lavora per lei ininterrottamente da cinque anni, arricchendo le sue tasche senza che lei muova un dito! – sbottò Terence.

- Che razza di farabutto arrogante, ma come ti permetti ragazzino! Evidentemente appartenere ad una famiglia nobile non ti ha fatto capire cosa significhi guadagnarsi il pane.

Terence ormai furibondo si alzò in piedi sbattendo i pugni sul tavolo che si trovava tra lui e Barrymore.

- Lo sa cosa le dico … che da ora in poi i soldi può farseli da solo! Prenda pure il mio contratto e lo annulli, adesso!

- Aspetta un attimo Terence – intervenne Hathaway cercando di placare gli animi – Perché non ci diamo tutti una calmata! Vorrei poter parlare da solo con Mr. Barrymore, puoi aspettare fuori?

Terence uscì scuotendo la testa.

- Ma questo è completamente andato, ma ti rendi conto che cosa mi ha detto? Lo decido io cosa farne del suo contratto – continuò l’industriale ormai deciso a liberarsi di Graham al più presto.

- Ascoltami John, ti prego. Lo so che Graham non ha un carattere facile ma è il migliore e non puoi certo dire il contrario. Se lo lasci andare non impiegherà più di 24 ore a trovare un’altra compagnia, lo sai quante proposte gli arrivano ogni mese?

- Robert questo non gli dà il diritto di fare quello che ha fatto e di parlarmi in quel modo!

- Anche tu però accusarlo così! Non ha mai ricevuto niente dalla sua famiglia d’origine, non si fa nemmeno più chiamare Granchester. È arrivato in America da solo, a sedici anni e nonostante sia figlio della grandissima Eleanor Baker non le ha mai chiesto di favorirlo.

- Questo lo so – ammise Barrymore.

- Ha commesso un errore, ne è consapevole e mi ha giurato che non si ripeterà. È un talento purissimo, ricopre ruoli che altri attori non hanno affrontato prima dei quarant’anni! Non possiamo lasciarlo andare via.

- Ti ha spiegato almeno il motivo di quella follia?

- No, non ha voluto dirmi niente.

- Che cosa suggerisci di fare allora?

- Non alimentiamo le polemiche, non farei conferenze stampa né interviste. Appena salirà di nuovo sul palco sarà tutto dimenticato vedrai. Il pubblico lo adora, gli perdonerà anche questa. Lo faccio entrare?

Barrymore annuì.

Terence rientrò, restando in piedi a braccia conserte.

- Non sopporteremo altre intemperanze del genere, sia ben chiaro! – lo ammonì l’imprenditore a muso duro.

- E quindi? – chiese Terence in tono di sfida.

Barrymore sospirò, trattenendosi a stento da mandarlo a quel paese.

- E quindi … direi di mettersi subito al lavoro in vista del prossimo spettacolo – detto questo l’imprenditore abbandonò il teatro.

 

*****

 

Il giorno successivo Candy non si sentiva troppo bene, per questo era rimasta a Villa Ardlay senza andare in ospedale né all’università. Nel pomeriggio Paul le aveva telefonato chiedendole se potevano vedersi.

- Come stai Candy? – le chiese entrando nel grande salone, riscaldato da un magnifico camino in stile classico.

- Un po’ meglio, devo aver preso freddo l’altra sera.

- È per questo che sei fuggita quando ti ho riaccompagnata a casa? Perché non stavi bene?

Candy esitò, non voleva mentirgli ma non se la sentiva di dargli spiegazioni.

- Beh anche per questo.

- C’è dell’altro immagino, potresti dirmi di cosa si tratta? – le chiese Paul che era seduto accanto a lei e la guardava, mentre Candy teneva gli occhi bassi e non sapeva cosa rispondere.

Di fronte al suo silenzio il giovane dottore avvertì un sempre più forte senso di angoscia, come se tra di loro si fosse aperta una voragine che li separava inesorabilmente. Com’era lontana in quel momento quella leggera complicità che era venuta a crearsi durante la loro passeggiata a cavallo della settimana precedente. Cos’era successo? Doveva sapere, non poteva attendere oltre.

- C’entra Graham per caso? – le domandò improvvisamente, tanto che Candy si voltò di scatto e i suoi occhi risposero per lei.

- Vi conoscete – affermò alzandosi in piedi.

- Ci siamo conosciuti molti anni fa, quando eravamo due ragazzini. Abbiamo frequentato la stessa scuola, a Londra.

- Hai letto i giornali? Hai visto che cosa ha fatto?

- Sì ho visto.

- Ne conosci il motivo?

- No.

- Candy non mentirmi! Cosa c’è tra voi? – le chiese Paul inginocchiandosi davanti a lei seduta sul divano.

- Paul ti prego, è una lunga storia e adesso non mi va di raccontarla. Posso solo dirti che da sei anni non abbiamo più avuto alcun tipo di contatto, non ci siamo visti né sentiti e le cose sarebbero andate avanti così se tu l’altra sera non avessi insistito per conoscerlo.

- E adesso che vi siete rivisti che cosa succederà?

- Niente.

Paul le prese la mano e se la portò alle labbra, sfiorandola con un bacio leggero.

- Ci vedremo ancora, appena starai meglio? – le chiese titubante.

- Certo.

Quando il ragazzo se ne fu andato e Candy rimase da sola nel grande salone, decorato con marmi pregiati e stucchi, si sentì come dentro ad una prigione che si faceva sempre più piccola intorno a lei. Le mancava l’aria, avrebbe voluto correre fuori e gridare a squarciagola quanto l’amava, ancora!

 

Perché non l’ho detto a Paul? A che cosa può servire fingere di non provare ciò che sento? Non riuscirò mai a dimenticarti Terence, mai!

 



[1] W. Shakespeare, Macbeth, Atto I, scena III, cit.



Capitolo sette



Terence Graham e Jean Paul Moreau


New York

un sabato sera, febbraio 1922

 

Una volta tornato a New York, dopo la discussione con Mr. Barrymore, Terence aveva ricominciato la solita routine, fatta di prove durante la settimana e spettacoli al finesettimana. Uno dei rari sabato sera liberi si ricordò di quel ragazzo di origine francese che aveva salvato da un pestaggio sicuro, gli venne in mente l’invito che gli aveva fatto per sdebitarsi e così decise di fare un salto al Cotton Club.

Quando il francese lo vide entrare stentava a crederci. Gli andò incontro e lo accolse con tutti gli onori, come se fosse un capo di stato, lo presentò ai suoi amici per la maggior parte musicisti che naturalmente sapevano già chi fosse Terence Graham e in pochi minuti una piccola folla di ragazze si era radunata intorno a loro.

Da quel primo sabato sera, Terence aveva iniziato ad uscire sempre più spesso. Jean Paul era una vera forza, non particolarmente bello ma di una grande e contagiosa allegria, sempre pronto a divertirsi, per Terence in quel momento era davvero prezioso. Riusciva a trascinarlo da un locale all’altro, fino all’alba. Conosceva un sacco di gente che frequentava la vita notturna di New York e Terence non aveva impiegato molto tempo ad ambientarsi, anche perché non passava decisamente inosservato. Il fascino che sprigionava sul palcoscenico non lo abbandonava neanche quando toglieva gli abiti di scena e appena entrava in un locale non c’era donna che non se lo mangiasse con gli occhi.

Terence Graham aveva finalmente deciso di abbandonare la sua vita da monaco e Jean Paul era decisamente un compagno perfetto. Qualcosa li aveva fatti legare fin da subito, nonostante fossero molto diversi: il francese così esuberante in confronto al carattere ombroso e riservato dell’inglese, si erano trovati su un terreno comune ovvero la musica. Adoravano frequentare i locali dove si faceva musica dal vivo, soprattutto jazz e blues e a volte, quando la maggior parte dei clienti aveva ormai abbandonato i tavoli, si cimentavano in qualche pezzo con Terence al pianoforte e Jean Paul al sax.

Ormai ogni sabato sera si davano appuntamento al Cotton Club con altri musicisti, amici di Paul. Prenotavano un tavolo ed una volta seduti trascorrevano di solito pochi minuti prima che il solito gruppetto di ragazze si unisse a loro. Tra queste la bellissima Isabel che aveva confidato all’amico Jean Paul di avere decisamente un debole per Graham e non perdeva occasione per cercare un approccio con lui. Aveva tuttavia intuito fin da subito che Terence non era un tipo facile: costantemente circondato da splendide donne sembrava apparentemente immune al fascino femminile. Sempre gentile con tutte, manteneva comunque una certa distanza e nessuno ne conosceva il motivo. Isabel sapeva della relazione che lo aveva visto legato alla collega Susanna Marlowe, venuta a mancare da poco più di un anno, ma anche su questo fidanzamento non c’erano notizie certe, solamente chiacchiere a cui nessuno dava troppo credito. Terence comunque non ne parlava mai e tutti si guardavano bene dal farlo, almeno in sua presenza. Ciò che importava di più a Isabel era che Graham adesso era finalmente libero e disponibile, almeno così credeva.

- Che cosa stai bevendo? Posso assaggiare? – si sentì chiedere Terence, mentre Isabel, fasciata in uno splendido abito azzurro che lasciava ben poco all’immaginazione, si sedeva vicino a lui, passandogli un braccio intorno alla vita.

La ragazza appena entrata nel locale lo aveva subito cercato con gli occhi e, quando lo aveva visto di spalle, seduto insieme agli altri, non aveva potuto fare a meno di avvicinarsi. Terence aveva sul tavolo davanti a sé un bicchiere di scotch con ghiaccio che rigirava lentamente tra le dita. Isabel desiderò con tutta se stessa essere quel pezzo di vetro per sentire la mano calda di lui intorno al proprio collo e, per non essere sopraffatta da quella visione, afferrò il bicchiere e se lo portò alle labbra lanciando a Terence uno sguardo languido carico di desiderio. Lui restò immobile, salutandola con un mezzo sorriso, aspettando che il suo scotch tornasse indietro.

Il locale era già pieno fino all’inverosimile quando il gruppo che si esibiva quella sera attaccò eseguendo dapprima una serie di pezzi piuttosto movimentati, in cui Jean Paul si gettò a capofitto come suo solito tentando invano di coinvolgere Terence che sembrava non gradire particolarmente il ballo.

- Se non balli tu non ballo nemmeno io! – aveva esclamato Isabel scherzando, restando così seduta al tavolo da sola con lui.

- Faresti meglio invece a trovarti un cavaliere perché io sto per andarmene – le disse Terence trattenendo uno sbadiglio.

- Sono così noiosa per te, tanto da farti sbadigliare?

- No che dici! È che sono molto stanco stasera, non volevo neanche uscire ma a Jean non si può dire di no e allora … - le rispose distrattamente.

- Concedimi almeno un ballo ti prego … a Jean non puoi dire di no e a me invece … - piagnucolò Isabel alzandosi in piedi e tirandolo dolcemente a sé per invogliarlo a seguirla.

La band suonava adesso ritmi più blandi, ideali da ballare in coppia e Isabel non aspettava altro. Terence si alzò controvoglia e si lasciò guidare verso il centro della pista, dove la ragazza non perse tempo circondandogli subito il collo con entrambe le braccia, tanto da ritrovarsi a pochi centimetri dal viso di lui. Terence la osservava: era senza dubbio una ragazza molto attraente, non a caso faceva la modella per Chanel, era alta quasi quanto lui, con i capelli biondissimi a sfiorarle appena le spalle e acconciati in morbide onde raccolte da un lato con un fermaglio a piuma. Un trucco perfetto le metteva in risalto i profondi occhi scuri e le labbra di un rosso brillante che spesso inarcava in sensuali sorrisi. Difficile restare indifferenti poi al profumo intenso che emanava la sua pelle color ambra che la mano di Terence sulla sua schiena avvertiva calda come cioccolato fuso. Non dissero una parola per tutto il tempo in cui ballarono, ma gli sguardi di Isabel erano più che eloquenti.

Ad un tratto vennero travolti dalla furia contagiosa di Jean Paul che insisteva perché tutti tornassero al tavolo per fare un brindisi e festeggiare non si era capito bene che cosa.

- Ragazzi ho una notizia sensazionale! Il nostro caro amico Charlie ha ottenuto un contratto discografico e tra meno di un mese andrà a Chicago per incidere la sua musica … non è grandioso? Qui ci vuole un brindisi in piena regola … champagne per tutti … offri tu vero Charlie?

Il povero Charles Hamilton era un musicista che ancora non aveva riscosso molto successo e, nonostante la grande occasione che gli era capitata con questo contratto, le sue finanze al momento non gli consentivano certo di offrire champagne a tutto il locale. Jean vedendo la sua faccia piuttosto imbarazzata si voltò allora verso Terence che sorrise, facendo un cenno con il mento, accettando la tacita richiesta dell’amico.

Bottiglie e calici non tardarono ad arrivare e una genuina allegria contagiò quel gruppo di giovani che festeggiavano il traguardo del loro amico.

- Chicago … - mormorò Terence avvertendo una fitta al petto. Si accese una sigaretta e disse a Jean che aveva intenzione di andarsene, avrebbe preso un taxi. Ma l’amico lo bloccò afferrandolo per un braccio.

- Siediti, siediti, siediti … non puoi andartene ora!

- Ma che ti prende Jean? – chiese Terence infastidito.

- Questa è davvero una serata fortunata, non puoi immaginare chi ha appena fatto il suo ingresso nel locale! – esclamò Jean Paul con l’aria imbambolata, guardando alle spalle di Terence che non capiva le intenzioni dell’amico.

- Fosse entrato anche il presidente degli Stati Uniti io vado a casa!

- E dai non fare il guastafeste! Se ti dicessi che è appena entrata una fata … no non ti voltare!

- Se non mi volto come faccio a vedere questa “fata”!

- Sta guardando da questa parte, se ti volti è finita per me! Qualunque donna appena ti vede non capisce più niente, ma questa non te la lascio! Non ci pensare neanche Graham, quella fata è mia!

- Allora dimmi com’è – chiese Terence che cominciava ad essere incuriosito da quella misteriosa apparizione.

- Ascolta… immagina una ragazza un po’ donna un po’ bambina, non molto alta per la verità, ma assolutamente ben proporzionata, diciamo che non le manca proprio nulla! – esclamò Jean Paul fermandosi ad ammirarla estasiato.

- E poi? Va’ avanti! – lo incalzò Terence sorridendo divertito davanti all’aria da pesce lesso dell’amico.

- Capelli biondissimi raccolti da un lato con un fermaglio di brillanti che tuttavia per lucentezza non riescono ad eguagliare lo splendore dei suoi occhi, due laghi verdi di montagna in cui vorresti annegare!

Terence alzò gli occhi al cielo scherzando con Isabel che intanto si era voltata ad osservare l’oggetto del desiderio di Jean.

- Molto carina davvero – aveva mormorato con aria preoccupata, già pronta a tirar fuori gli artigli per difendere quella che considerava ormai la sua preda.

- E poi le labbra … oddio … da svenire ogni volta che sorride!

- A me non sembra niente di speciale … c’è qualcos’altro di interessante? – chiese Terence piuttosto scettico, le braccia incrociate sul petto, espirando il fumo della sua sigaretta.

- Beh il tocco finale, irresistibile … una cascata di lentiggini su quel visino di bambola che splendono anche al buio come tante piccole stelle! Ti giuro la creatura più affascinante che io abbia mai visto.

Jean Paul perso nell’ammirare quella meraviglia non si era minimamente accorto dell’espressione che improvvisamente era comparsa sul volto dell’amico seduto davanti a lui.

Terence si era fatto di colpo serio e come impietrito, lo sguardo perso, non osava quasi respirare. Al solo sentir pronunciare la parola “lentiggini” aveva avvertito un intenso tremore freddo aggredirgli la schiena, mentre il viso sembrava sul punto di prendere fuoco. La sigaretta che teneva tra le labbra cadde sul tavolo, attirando l’attenzione di Isabel che lo scrutò, notando subito i suoi occhi blu attraversati da un lampo.

Alzò il viso che aveva tenuto abbassato sul bicchiere, dopo averlo svuotato con un unico sorso, quando uno specchio dall’altra parte della stanza gli rivelò ciò che mai avrebbe immaginato di vedere quella sera. Fu sufficiente uno sguardo per riconoscerla e tutto il resto scomparve: musicisti e musica, champagne e bicchieri, tavoli e ballerine, Jean, Isabel … non esisteva più niente! Solo un profilo inconfondibile, l’oro dei suoi capelli, lo smeraldo dei suoi occhi, quelle lentiggini che ancora decoravano il suo viso come il più bello degli affreschi. Dovette abbassare di nuovo gli occhi per nascondere il turbamento da cui si sentiva sempre più sopraffatto. Quando riuscì a parlare di nuovo chiese a Jean Paul se la ragazza fosse da sola.

- Purtroppo no! Ci sono altre tre persone con lei, due uomini e una donna, ma non sembrano due coppie, sebbene …

- Sebbene … - lo spronò Terence a continuare.

- Beh si, devo ammettere che il biondino che le siede accanto se la sta letteralmente mangiando con gli occhi, accidenti!

Terence scattò in piedi, quello era troppo per lui, non era pronto a vederla di nuovo con quello.

- Io vado! – esclamò deciso, dirigendosi verso l’uscita secondaria sul retro.

- Terence aspetta! Ma cosa gli è preso? – si chiese stupito Jean Paul.

Isabel che aveva assistito in silenzio a tutta la scena, senza perdersi neanche la più piccola espressione che aveva attraversato il viso di Terence, si voltò verso quella ragazza che era sicura fosse colpevole della fuga dell’attore e, a denti stretti, mormorò tra sé:

- Chi sei?

- Sai cosa faccio, adesso vado da lei e le offro da bere! – disse Jean Paul alzandosi dal tavolo, dopo aver afferrato l’unica bottiglia di champagne ancora integra.

- Scusate il disturbo, mi presento, mi chiamo Jean Paul e visto che con alcuni amici stiamo festeggiando un importante traguardo gradiremmo che vi uniste a noi per un brindisi. Posso? – chiese infine guardando la piccola “fata” con l’intenzione di riempire il suo bicchiere.

- Grazie, lei è molto gentile!

- Beh a dir la verità, non deve ringraziare me signorina perché lo champagne è stato gentilmente offerto dal mio amico che però se ne è appena andato, altrimenti ve lo avrei presentato, anche se probabilmente lo conoscete già.

- Ah si, e perché dovremmo conoscerlo? – chiese la ragazza con un sorriso che Jean Paul trovò inebriante.

- Diciamo che ormai è piuttosto famoso in tutti gli Stati Uniti e dopo la sfolgorante tournée in Europa, non esiste nessuno che non abbia sentito parlare di lui.

- Accidenti … ha degli amici importanti Jean Paul! – esclamò alquanto infastidito il biondino seduto vicino alla ragazza.

- Non per vantarmi ma … Terence ed io siamo davvero ottimi amici!

- Ha detto Terence? – chiese quasi senza respirare la ragazza.

- Avevo ragione eh, lo conosce? Di sicuro è una sua ammiratrice! Ve l’ho detto … chi non conosce Terence Graham! Mi dispiace signorina ma per un autografo dovrà aspettare, se tornate qui sabato prossimo lo trovate di sicuro.

- Peccato che noi ripartiamo domani, per Chicago! – esclamò soddisfatto il biondino.

- Un vero peccato, signorina … ?

- Candice, Candy per gli amici – sussurrò guardando Jean Paul con uno sguardo che lui non seppe interpretare, gli era sembrato come se in quegli occhi ci fossero un milione di domande.

Rimase per un attimo senza parole, come stordito, poi si congedò salutandola:

- È stato davvero un piacere conoscerla … Candy!

- Anche per me – rispose con un filo di voce.

 

*****

Il giorno dopo, domenica

- Si può sapere che ti è preso ieri sera? Perché te ne sei andato in quel modo? – chiese Jean Paul all’amico al volante.

Stavano percorrendo a tutta velocità le strade di Manhattan per recarsi in un ristorante e pranzare insieme. La domenica era diventata ormai una piacevole abitudine, di solito non erano da soli, ma a far loro compagnia c’era sempre un nutrito gruppo di amici e amiche.

- Ero molto stanco … non sarei neanche venuto se tu non avessi insistito tanto – rispose Terence continuando a guidare.

- È un peccato … ti sei perso il mio show finale!

- Che cosa ti sei inventato questa volta? Sei salito su un tavolo e hai cominciato a ballare? – chiese l’amico scoppiando in una fragorosa risata immaginandosi la scena.

- No, molto di più! Ho offerto da bere alla mia fata dei boschi!

- Cosa? – chiese Terence voltandosi verso Jean e rischiando di tamponare l’auto che si era fermata davanti alla sua.

La frenata improvvisa sorprese il francese tanto che per poco evitò di sbattere la fronte sul vetro.

- Ehi Graham … sta’ un po’ attento! Non vorrai che mi rovini questo bel faccino!

Terence si scusò e rimase in silenzio non essendo troppo sicuro di voler ascoltare il resto della storia, ma Jean Paul, ignaro di ciò che agitava la mente e il cuore dell’amico, proseguì il suo racconto.

- Tornando a ieri sera … ho preso lo champagne e sono andato al suo tavolo dicendole che stavamo festeggiando e mi faceva piacere offrirle da bere. Non puoi capire quando mi ha guardato e mi ha risposto, un angelo, un sorriso incredibile e quella voce così sincera e allegra con cui mi ha ringraziato dicendomi che ero molto gentile! Oh … io non l’ho mai incontrata una ragazza così, è diversa dalle altre, una creatura terrena e soprannaturale allo stesso tempo!

Terence continuava a fissare la strada, ostentando tutta la sicurezza di cui era capace, in realtà avrebbe semplicemente voluto strozzare l’amico per farlo tacere all’istante. Continuava a ripetersi dentro di sé che ieri non era successo niente, che in quel locale non aveva incontrato nessuno, anzi lui non c’era mai andato … era rimasto a casa ed era andato a dormire presto! Non l’aveva vista, no, era rimasto a casa!

- Per correttezza ho precisato che in realtà lo champagne era stato gentilmente offerto da un mio amico che però aveva pensato bene di abbandonarmi sul più bello! E indovina un po’? Manco a dirlo lei mi ha detto di conoscerti naturalmente!

Terence inchiodò di nuovo davanti ad un semaforo rosso e Jean Paul questa volta si limitò a guardarlo storto, chiedendosi come mai l’inglese sembrasse aver dimenticato le basilari regole del codice stradale.

- Del resto non ho ancora incontrato una donna che non sia una tua ammiratrice, ma cosa gli farai! Persino ieri sera, anche se non eri presente, siamo finiti a parlare di te! – esclamò Jean Paul fingendo di essere un po’ irritato verso l’amico che riscuoteva sempre tanto successo con il genere femminile.

- Avete parlato di me? – trovò il coraggio di chiedere Terence.

- Le ho detto che se voleva un autografo sarebbe dovuta tornare sabato prossimo, ma quell’antipatico del biondino ha precisato immediatamente che oggi sarebbero ripartiti per Chicago! Tanto sono sicuro che quel tipo non le piace proprio, ha un’aria da padrone che non si addice ad una creatura rara come lei.

- Ha fiutato il pericolo e ha deciso di marcare il territorio! – disse Terence più a se stesso che all’amico.

- Hai proprio ragione, solo che … adesso cosa faccio? Lei riparte questa sera, dio quanto vorrei rivedere quegli occhi e quel sorriso! Giuro che non riesco a togliermela dalla testa!

- Inseguila fino a Chicago – disse Terence scherzando.

- Ehi mica male come idea! Perché non andiamo a Chicago a divertirci un po’? La prossima settimana si terrà il Chicago Jazz Festival, potremo accompagnare Charlie! È deciso, si parte! – sentenziò Jean con una sonora pacca sulla spalla all’amico.

- Scordatelo! – fu la risposta dell’inglese.

- Perché? Dai Terence non fare il rompiscatole … non puoi abbandonarmi questa volta, è una questione di vita o di morte, te lo giuro!

- Questa storia l’ho già sentita, per Claire, Diana, Elizabeth e … aspetta come si chiamava quella bionda che hai voluto inseguire fino in Virginia? Ti ricordo che sono dovuto venire io a riprenderti perché avevi fuso il motore dell’auto!

- Ma questa volta è diverso, tu non l’hai vista perché altrimenti mi daresti ragione, ne sono sicuro!

- Io non vengo a Chicago, toglitelo dalla testa!

- E dai … che ti costa? La stagione teatrale …

- Ho detto di no! – gridò Terence interrompendo la frase di Jean che rimase sbigottito, non lo aveva mai udito alzare la voce in quel modo.

- Va bene va bene, non c’è bisogno di scaldarsi tanto! Anche se non capisco proprio perché tu non voglia venire, sembra che Chicago ti metta paura.

Terence fermò l’auto di colpo, erano arrivati a destinazione, ma prima di scendere si rivolse a Jean Paul inchiodando i suoi occhi blu sul viso dell’amico:

- Ascoltami bene, non voglio più sentir parlare né di Chicago né di Candy, ok? Ed ora andiamo a pranzo, ci aspettano.

Detto questo scese dall’auto e si diresse a passo deciso verso l’ingresso del ristorante. Ma il francese lo fermò, afferrandolo per un braccio.

- Come fai a conoscere il suo nome?

- Me l’hai detto tu.

- No, non te l’ho detto … - asserì Jean fissandolo serio – tu la conosci, ho indovinato?

Jean fin dalla sera prima, osservando l’espressione inquieta di Candy quando lui aveva fatto il nome di Terence Graham, aveva sospettato che la fuga dell’amico dal locale nascondesse ben altro di una banale stanchezza e si era convinto che la ragazza c’entrasse qualcosa. Aveva tentato quindi, durante tutto il tragitto in auto, di studiare le reazioni di Terence al suo racconto, cercando di portarlo a confessare, cosa che l’inglese aveva appena fatto senza rendersene conto.

- Vogliamo andare? Ho fame!

- No aspetta, prima dimmi solo se la conosci oppure no!

- Sì la conosco, contento adesso?

Detto questo, Terence si liberò dalla presa del francese e scomparve dentro il locale.

 

*****

Dopo la serata trascorsa al Cotton Club, tornata in albergo, Candy con una scusa si era subito ritirata nella sua stanza. Aveva l’impressione infatti che quanto successo poche ore prima, avesse lasciato segni più che evidenti sul suo viso e temeva che chiunque vi avrebbe potuto leggere chiaramente tutto il suo turbamento.

Era stato sufficiente sentirlo nominare e sapere che si era trovato lì a pochi passi da lei, per confonderla e farla sprofondare in un vortice di emozioni. Si chiedeva se lui l’avesse vista, magari se ne era andato proprio per questo motivo. Ma se non voleva avere niente a che fare con lei, perché le aveva offerto lo champagne? O forse era stata semplicemente un’idea dell’amico, quel Jean Paul. Cercava in tutti i modi di rimettere insieme i pezzi, ma non ci riusciva, ne mancavano troppi e la sua mente continuava a girare a vuoto senza tuttavia riuscire a fermarsi. In realtà si rese conto che lei desiderava pensare a lui, continuava a ripercorrere ogni minimo particolare solo allo scopo di mantenere i suoi pensieri intorno a Terence. Quando alla fine capì che non sarebbe servito a niente continuare a torturarsi in quel modo, iniziò a maledirsi, pentendosi amaramente di essere venuta a New York.

- Dovevo immaginarlo, questa città non mi ha mai portato fortuna. Perché sono venuta, perché? – pensava a voce alta quando udì bussare alla porta e per una frazione di secondo le passò per la testa un’idea assurda e senza accorgersene mormorò … “Terry”.

- Candy sono passato per sapere come stai, posso entrare? – chiese una voce maschile da dietro la porta.

- Certo Paul entra pure – rispose cercando di nascondere la sua delusione, dandosi allo stesso tempo della sciocca.

- Va meglio il tuo mal di testa? – le chiese Paul avvicinandosi.

- Sì va un po’ meglio, deve essere stato lo champagne, non sono abituata.

- Lo champagne certo … lo penso anch’io! – disse il ragazzo fissandola, quasi a volersi convincere di qualcosa a cui non credeva. Si era accorto infatti di come Candy si fosse innervosita dopo quello strano incontro al Cotton Club con quel ragazzo d’origine francese. Avrebbe voluto saperne di più ma non sapeva come fare anche perché ogni volta che si trovava vicino a lei, da solo, come ora in quella stanza, sentiva sempre più chiaramente quanto la desiderasse e ciò gli provocava un forte senso di gelosia che lo faceva fremere dalla testa ai piedi. Per queste ragioni d’un tratto si decise a chiederle chi fosse quel ragazzo che le aveva offerto da bere.

- Non so chi sia, non l’ho mai visto prima, ma è stato molto gentile ad invitarci a brindare, o forse aveva solo bevuto un po’ troppo! – concluse Candy con un sorriso, avendo notato una certa inquietudine nelle parole dell’amico.

- Invece Graham lo conosci bene se non sbaglio – le chiese a bruciapelo, tanto che Candy rimase per un attimo senza respiro.

Non aveva alcuna voglia di parlare con Paul di quell’argomento, era troppo sconvolta per essere in grado di sostenere un dialogo sereno per cui sperò di liquidarlo dicendo che si trattava di un attore piuttosto famoso.

- Ne abbiamo già parlato Paul e poi chi non lo conosce! – esclamò cercando di assumere un’aria spiritosa.

- Io per esempio non sapevo assolutamente chi fosse prima del  Macbeth – confessò candidamente Paul.

- Dovresti frequentare un po’ di più i teatri allora, invece di rinchiuderti esclusivamente tra le corsie di un ospedale.

- Prometto che cercherò di rimediare, ma solo se tu mi accompagnerai!

- Perché no? Ora però preferirei dormire se non ti dispiace, domani ci aspetta una giornata piuttosto impegnativa – cercò di liquidarlo Candy che non ne poteva veramente più di quella sorta di interrogatorio.

Con un leggero baciamano, Paul a malincuore si congedò augurandole la buonanotte.

Nonostante la stanchezza, com’era prevedibile Candy ebbe difficoltà ad addormentarsi. Non poteva fare a meno di pensare che se solo il suo nome le faceva questo effetto cosa sarebbe accaduto se lo avesse incontrato di nuovo. Se al Cotton Club si fossero visti, che cosa avrebbe fatto? Sarebbe stata in grado questa volta di salutarlo come un vecchio amico? Tentò di convincersene, ma sapeva di mentire a se stessa. Si addormentò solamente dopo aver avuto il coraggio di ammettere che se avesse saputo dove trovarlo sarebbe corsa da lui immediatamente.

 

*****

 

Il sabato seguente

Era trascorsa una settimana da quell’incontro e come ogni sabato la combriccola di Jean Paul si era riunita al Cotton Club. Era già molto tardi quando Terence fece il suo ingresso nel locale. Era stato trattenuto in teatro dopo lo spettacolo, ma non aveva voglia di tornare subito a casa. Un’idea insensata continuava a tormentarlo facendo capolino nella sua testa: sapeva benissimo che lei era ripartita per Chicago, ma se Jean Paul si fosse sbagliato e magari fosse tornata quella sera …

Entrato nel locale iniziò a guardarsi intorno come in cerca di qualcuno, ma nessuna “fata” apparve ai suoi occhi, in compenso l’amico francese gli andò incontro salutandolo calorosamente.

- Ehi Graham finalmente … iniziavo a credere che le tue ammiratrici ti avessero preso in ostaggio! Che ne dici se tra un po’ facciamo una delle nostre esibizioni?

- Più tardi magari – rispose Terence continuando a cercare tra la gente un paio di occhi verdi.

Non avevano più parlato di Candy, ma Jean Paul moriva dalla curiosità di saperne di più. Si sedettero al bancone del bar e ordinarono da bere. Era molto tardi e il locale iniziava pian piano a svuotarsi. Isabel che lo aveva atteso per tutta la sera gli si avvicinò, restando in piedi alle sue spalle e stringendogli le braccia intorno al collo.

- È questa l’ora di arrivare Graham! – lo rimproverò senza troppa convinzione solo per poi dirgli che avrebbe dovuto farsi perdonare, mentre gli sfiorava la guancia con le labbra.

Terence si voltò appena e le sorrise, accendendo una sigaretta, mentre Isabel sarebbe volentieri andata oltre se non fosse intervenuto Jean Paul a rovinare i suoi piani.

- Isy lascialo perdere, Terence ed io dobbiamo parlare. Perché non vai a dimenare quel fantastico fondoschiena che ti ritrovi da un’altra parte?

- Jean sei sempre il solito cafone! – esclamò la ragazza allontanandosi.

- Di che cosa dobbiamo parlare? – chiese Terence all’amico.

- Di questo! – esclamò il francese mettendo sotto il naso di Terence una rivista di medicina.

- Che cos’è? Che dovrei farci con questa … godo di ottima salute!

- Invece no, ti assicuro che sei malato e la cosa peggiore è che ti ostini a far finta di niente. Non mi guardare così, adesso te lo dimostro … vai a pagina 18 … avanti.

Terence comprese dove l’amico volesse arrivare quando alla pagina che gli aveva indicato gli apparve una fotografia che lo colpì come una fucilata in pieno petto: vi era raffigurata l’equipe medica guidata dal dottor Paul Benjamin Carver, impegnato in una importante ricerca sui gruppi sanguigni, di cui faceva parte l’infermiera Candice White Ardlay, sorridente alla sua destra. La settimana precedente il dottor Carver con i colleghi aveva ricevuto un premio per il suo lavoro e per questo si era recato a New York.

- Mi sembrava di essere stato chiaro quando ti ho detto che non voglio parlare di lei. Cosa non hai capito Jean?

- Ti stai già scaldando non lo vedi? E questo è un chiaro sintomo della tua malattia!

- Allora mi dica dottore, da quale morbo sarei affetto? – chiese Terence sarcastico.

- La diagnosi è semplice, mal d’amore! La cura che le devo prescrivere invece è decisamente più impegnativa.

- Finiscila Jean, mi hai veramente stufato con questa storia!

- Osserva quella foto, non lo vedi come la guarda? Quello te la sta soffiando sotto il naso e tu te ne stai qui con le mani in mano! È inutile che continui a negare, ti conosco da un po’ e, nonostante tutte le donne che ti girano intorno e che farebbero carte false per uscire con te, non ti ho mai visto approfondire la conoscenza con nessuna! Persino con Isabel che, detto fra noi, è di una bellezza sconvolgente, e che appena ti vede ti si butta addosso senza ritegno, tu non hai mai mostrato un interesse che andasse oltre l’essere gentile con lei. E sabato scorso ho capito finalmente il perché.

- E quale sarebbe sentiamo, sono curioso.

- Candy! Tu sei disperatamente, irrimediabilmente, completamente innamorato di lei!

- Ti sbagli!

- No Terence, non mi sbaglio!

- Sì invece!

- Quanto sei cocciuto, maledizione! Allora dimostramelo avanti … Isabel aspetta solo te – lo provocò Jean indicando la bionda con un cenno del viso.

Terence si voltò e vide Isabel appoggiata al pianoforte, guardava verso di lui e sembrava davvero che lo stesse aspettando. Dopo aver rivolto a Jean uno sguardo di sfida, scese dallo sgabello e, indossato il cappotto, si diresse verso l’uscita. Si fermò a pochi passi dalla ragazza che subito lo raggiunse.

- Ti accompagno se vuoi – le disse ed uscirono insieme dal locale.

Salirono sull’auto di Terence e si diressero verso Soho dove Isabel abitava. Per tutto il tragitto parlarono del più e del meno, soprattutto dei rispettivi impegni lavorativi. La ragazza aveva in programma a breve un viaggio a Parigi dove era stata richiesta dalla casa di moda di Elsa Schiaparelli. Terence invece stava per terminare la stagione teatrale a Broadway prima della pausa estiva.

- Posso sperare di vederti più spesso allora? Rimani a New York per tutta l’estate?

- Non lo so ancora … probabile.

- A luglio dovrei andare in Florida, da alcuni amici, gente divertente … se ti va …

- Non credo ma … grazie per l’invito – rispose Terence con un mezzo sorriso, fermando la macchina sotto casa di Isabel.

- Io non l’ho mai conosciuto un tipo come te, sei davvero un mistero!

- Addirittura!

- Ma scusa … sei l’attore più famoso d’America, adesso anche d’Europa probabilmente, eppure non si sa assolutamente niente della tua vita privata e, stando a sentire Jean, fino a poco tempo fa facevi una vita da monaco!

Terence sorrise non sapendo cosa provocasse in Isabel ogni volta che vedeva il suo viso illuminarsi, anche solo per un breve istante.

- Semplicemente perché non c’è niente da sapere.

- Allora perché non diamo ai giornalisti qualcosa di interessante di cui parlare? Che ne diresti di salire da me? Possiamo bere qualcosa … - gli sussurrò la ragazza con voce suadente, carezzandogli la spalla con una mano.

Terence da quando aveva fermato l’auto aveva iniziato a chiedersi che cosa ci facesse lì, se fosse giusto quello che stava facendo o se piuttosto non avesse ragione il suo amico francese la cui diagnosi, doveva ammetterlo, non era affatto sbagliata. E se quella era davvero la sua malattia, Isabel poteva esserne la cura? No, decisamente no. Rappresentava però un potente anestetico che avrebbe, magari solo per poche ore, alleviato i suoi dolori.

Fece senza troppa convinzione un ultimo tentativo per non cedere dicendole che per quella sera aveva già bevuto abbastanza, ma Isabel non sembrava intenzionata a mollare la sua preda. Aspettava quel momento da mesi, da quando lo aveva visto per la prima volta ad una festa a casa di Jean Paul. Naturalmente sapeva chi fosse Terence Graham, i giornali erano pieni zeppi di articoli più che lusinghieri a proposito delle sue capacità istrioniche, ma dopo la prematura scomparsa della fidanzata, mai nessuna donna era stata accostata a quel giovane talento. La sera che lo conobbe, Isabel ne fu letteralmente stregata fin dal primo istante in cui i loro occhi si incontrarono: Terence aveva lo sguardo triste, da cucciolo ferito e abbandonato, che aveva fatto scattare in lei l’immediato desiderio di consolarlo, ma lui non si faceva avvicinare facilmente. Erano passati diversi mesi durante i quali Isabel non lo aveva perso di vista e ogni volta che la comitiva di Jean Paul si riuniva, non perdeva occasione per tentare un approccio con il bell’attore. Ora Terence non appariva più come un cucciolo smarrito: la tournèe in giro per gli Stati Uniti che l’aveva visto protagonista, era andata molto bene, tranne che per quello strano episodio di Chicago, e il grande successo riscosso lo aveva decisamente rinvigorito. Così una volta fatto ritorno a New York, il suo sguardo era apparso subito più luminoso e sicuro, almeno fino a quell’incontro al Cotton Club del sabato precedente.

A Isabel non era sfuggita quella nuova inquietudine apparsa negli occhi di Terence e temeva dipendesse proprio da quella ragazza che Jean gli aveva descritto nei minimi particolari al Club. Era sicura che Terence la conoscesse e che per questo motivo se ne fosse andato all’improvviso quella sera. Aveva provato a chiedere a Jean se ne sapesse qualcosa ma lui aveva negato che ci fosse qualsiasi rapporto tra i due, secondo lui non si conoscevano affatto. In ogni caso, anche se ci fosse stata un’altra donna nella vita dell’attore, lui adesso era lì con lei e non aveva alcuna intenzione di farselo scappare. In fondo era stato Terence a chiederle se poteva accompagnarla e questo per lei era più che sufficiente.

- Se non vuoi da bere … possiamo fare altro – gli sussurrò avvicinando pericolosamente le sue labbra all’orecchio di lui, strappandogli un sospiro.

- Non credo sia il caso Isabel, ti farei solo del male credimi – le disse scostandosi leggermente.

Ma lei, allungando una mano sulla sua gamba: - Questo lascialo decidere a me.

Terence esitò ancora, poi – Andiamo – le disse.

 

Domenica mattina

La mattina dopo Terence si svegliò di soprassalto sentendo bussare alla porta del suo appartamento. Saltò giù dal letto rendendosi conto solo in quel momento di avere addosso ancora i vestiti della sera prima, oltre ad un tremendo mal di testa.

- Arrivo … - gridò sentendo le tempie pulsare al suono della propria voce.

- Allora ci sei … oddio Graham ma che hai fatto? Sei un vero spettacolo!

- Ti prego Jean non urlare, credo di aver bevuto troppo ieri sera … ma che ci fai qui?

- Che ci faccio? Non avevamo in programma una cavalcata questa mattina? Non dirmi che ti sei dimenticato, sei stato proprio tu ad insistere!

- Perdonami Jean, ma non credo di essere in grado di salire su un cavallo oggi … - detto questo si infilò di corsa nel bagno, ricomparendo mezzora dopo con i capelli fradici e bianco come un cencio.

Il francese gli chiese se stesse bene e Terence rispose che ora andava un po’ meglio, gettandosi disteso sul divano.

- Ma che hai combinato? Non mi dire che è stata Isabel a ridurti così! – esclamò Jean ridacchiando e prendendolo un po’ in giro.

Terence rimase in silenzio con una mano sugli occhi.

- Vi siete divertiti questa notte o sbaglio?

- Mi ha solo offerto da bere …

- Lo vedo, Isy è decisamente una ragazza piena di risorse e molto generosa! E tu hai pensato che saresti stato meglio e invece stai peggio di prima, non è così?

- Se hai intenzione di farmi la morale puoi anche andartene, non ne ho bisogno! – esclamò Terence infastidito.

- Hai bisogno di ben altro infatti.

- Jean non ricominciare … abbi pietà di me!

- Invece sarò spietato e sai perché? Perché sono tuo amico e quando mi sono trovato nei casini tu non hai esitato ad aiutarmi, adesso lascia che sia io ad aiutare te! Mi dispiace molto vederti così …

- È solo una sbronza.

- Non è vero … e tu lo sai bene!

Terence si tirò su e si mise seduto, con i gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani. La stanza girava vorticosamente intorno a lui e non riusciva a guardare Jean perché la luce gli feriva gli occhi. Sentì improvvisamente un nodo afferrargli la gola e fece un profondo sospiro prima di dire all’amico che non poteva fare niente per lui, non poteva aiutarlo, nessuno poteva!

- Ti sbagli Terence, lei può aiutarti! Perché non provi a contattarla?

- Tu sei pazzo!

- Perché? Tu sei libero e lei anche … lo so, lo so, c’è quel dottorino che le ronza intorno, ma io sono sicuro che se tu …

- Ora basta, finiscila! Non intendo più ascoltarti – gridò Terence tappandosi le orecchie – Tu non sai niente di noi, non puoi capire!

- Hai detto “noi”, dunque c’è stato un noi – commentò Jean stupito.

- Proprio così … c’è stato, ma ho rovinato tutto e l’ho persa per sempre! Le ho fatto troppo male ed ora non ho alcun diritto di avvicinarmi a lei, non posso e soprattutto non devo.

- Dimmi la verità, l’incidente a Susanna Marlowe c’entra qualcosa in questa storia?

Terence annuì, passandosi una mano tra i capelli ancora umidi, poi alzò il viso mostrando senza vergogna all’amico i suoi occhi blu che stavano per traboccare.

- Terence … - mormorò Jean Paul, sinceramente dispiaciuto nel vedere l’amico in quello stato  - Perché non mi racconti com’è andata?

Ci fu una lunga pausa durante la quale Terence tentò a fatica di riordinare i pensieri. Il ricordo di quell’incontro avvenuto dopo il Macbeth gli trafiggeva il cuore, continuamente, lo sentiva sanguinare.

- L’ho vista a Chicago … sta con quello – furono le uniche parole che riuscì a pronunciare.



Capitolo otto


Terence e Isabel



New York

marzo 1922

 

 

Quella sera tutta l’alta società di New York era presente a quello che era stato definito l’evento dell’anno. Un grande ricevimento dove, con la scusa di divertirsi, in realtà si sarebbero conclusi gli affari più importanti. Succedeva così infatti: mentre le signore si intrattenevano a scambiarsi confidenze e cattiverie, i mariti parlavano di finanza ed economia mondiale più che se si fossero trovati a Wall Street.

Per l’occasione erano stati invitati anche i personaggi più in vista appartenenti al mondo dello spettacolo, musicisti, ballerini, attori. Anche Terence Graham stranamente aveva accettato di partecipare e, con sua grande sorpresa, aveva chiesto a Isabel Adams di accompagnarlo.

Il loro arrivo al Waldorf-Astoria Hotel scatenò fotografi e giornalisti che, assiepati davanti all’ingresso, attendevano scalpitanti la comparsa delle celebrità.

La modella americana era ben lieta di mostrarsi in tutto il suo splendore al braccio della stella di Broadway. L’attore infatti era uno degli ospiti più attesi dopo quello che aveva combinato due mesi prima a Chicago, inoltre si era ormai sparsa la voce di una sua possibile frequentazione con una donna di cui ancora non si conosceva l’identità. Per cui quando scesero dalla Rolls Royce con cui erano arrivati all’Astoria furono letteralmente assaliti dai flash. Isabel si stupì nel constatare che Terence non aveva alcuna fretta di sottrarsi alla curiosità dei giornalisti, anzi, sembrava voler essere sicuro che il giorno seguente tutti i quotidiani principali avrebbero messo in prima pagina una bella foto di Graham con la magnifica Isabel Adams. Si soffermò addirittura a firmare alcuni autografi prima di fare il suo ingresso al ricevimento.

Una sontuosa cena venne servita a più di cinquecento commensali suddivisi tra vari tavoli riccamente decorati con composizioni floreali di ogni genere. Al tavolo degli artisti dove si era seduto Terence con Isabel erano presenti anche Karen Kleiss e Jean Paul al quale l’amico inglese aveva rimediato un invito.

Isabel e Karen non ebbero troppi problemi ad entrare subito in confidenza e per tutta la durata della cena continuarono a parlare di abiti, acconciature alla moda e gioielli, mentre sia Terence che Jean Paul non vedevano l’ora che quel martirio avesse fine.

- Terence la prossima volta che ti chiederò di procurarmi un invito per una festa del genere non impegnarti troppo per trovarlo! – esclamò Jean Paul mentre continuava a guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa di divertente.

- Jean mi stupisco di te, sei sempre così pieno di iniziative … possibile che tu non riesca a trovare un modo per movimentare la serata? – gli chiese Terence prendendolo un po’ in giro.

- Un’idea ce l’avrei, ma non so se … - si avvicinò all’orecchio dell’inglese chiedendogli a bassa voce se poteva invitare Karen a ballare dal momento che l’orchestra aveva da poco iniziato a suonare – Non rischio di beccarmi un pugno da qualche fidanzato geloso presente in sala vero?

- Tranquillo Jean … e poi ci sono io a difenderti! – esclamò Terence divertito.

Vedendo Karen e Jean Paul dirigersi verso il centro della sala, dove alcune coppie avevano aperto le danze, Isabel non perse tempo e chiese anche lei a Terence di farla ballare, ma mentre si alzavano dal tavolo una figura conosciuta catturò lo sguardo del bell’attore.

Qualche tavolo più avanti, sulla sinistra, c’era un uomo in piedi, era di spalle e Terence non poteva vederne il viso ma era quasi sicuro di chi fosse.

- Scusami un attimo Isabel, devo salutare una persona – le disse senza guardarla e incamminandosi velocemente verso l’uomo di spalle, tantoché la modella si mise di nuovo seduta, non avendo fatto in tempo a seguirlo.

Man mano che si avvicinava Terence era sempre più sicuro dell’identità di quell’uomo e un leggero sorriso gli illuminò il volto fino a quando non si trovò proprio dietro di lui.

- Dovessi fare a pugni stasera posso contare ancora su di te?

L’uomo che stava parlando con una donna seduta al tavolo si arrestò di colpo, riconoscendo subito la voce che aveva appena udito. Si voltò incredulo.

- Terence, non posso crederci … sei proprio tu?

- Sono proprio io Albert, che piacere vederti!

E senza far troppo caso alle buone maniere che imponevano tra due gentiluomini, ormai non più ragazzini, un’elegante stretta di mano, si abbracciarono sorridendo divertiti.

- Ne è passato di tempo!

- E tu sei decisamente cambiato Albert, non avrei mai creduto possibile incontrarti ad un ricevimento del genere!

- Beh potrei dire lo stesso di te, caro mio!

Entrambi scoppiarono di nuovo a ridere come quando si incontravano allo zoo di Londra, attirando l’attenzione dei presenti che si stavano chiedendo cosa mai avessero in comune il capostipite della più famosa famiglia di banchieri di Chicago e il primo attore della Compagnia Stratford.

 

William Albert Ardlay


- Non mi presenti il tuo amico? – chiese gentilmente una voce femminile.

- Non far finta di non conoscerlo, lo so che sei una sua grande ammiratrice! – esclamò Albert alzando gli occhi al cielo, poi proseguì rivolgendosi a Terence – Ho il piacere di presentarti la mia fidanzata, Jasmine Rodriguez.

Terence si voltò verso la ragazza e sfoderando il suo incredibile sorriso le disse – Il piacere è mio Jasmine! – prima di baciarle la mano che lei gli aveva allungato.

- Esistono ancora dei cavalieri allora! – esclamò divertita ma anche lusingata dal gesto dell’attore.

Era una bellissima ragazza con capelli neri e occhi altrettanto scuri, profondi e intelligenti. Sorrise in un modo che Terence trovò estremamente sincero come il tono della sua voce e pensò che era proprio la donna di Albert.

Ci fu un momento di silenzio in cui Terence percorse con lo sguardo il tavolo alle spalle di Albert, lui se ne accorse notando in particolare un’ombra di delusione sul viso dell’amico. No, lei non c’era.

- Perché non ti siedi con noi?

- Ti ringrazio Albert ma sono con alcuni amici e …

- Non può andarsene senza prima avermi concesso almeno un ballo, le assicuro che il mio fidanzato non è geloso!

Terence fu molto sorpreso da quella richiesta da parte di Miss Rodriguez ma vedendo che Albert sorrideva divertito si prestò volentieri ad accontentarla.

- Credo di essere la ragazza più invidiata d’America in questo momento … dopo la sua fidanzata s’intende!

- La mia fidanzata? Non ho una fidanzata.

- Ah no? Avrei giurato che quella splendida ragazza con cui è arrivato non fosse solo un’amica.

Terence sorrise leggermente.

- Si riferisce ad Isabel, Isabel Adams … una splendida ragazza senza dubbio, ma non è la mia fidanzata.

- A giudicare da come ci sta guardando vorrebbe esserlo però!

Terence sorrise di nuovo.

- Sono felice di farla sorridere, anche perché non credo lo faccia spesso, sbaglio?

- Perché pensa questo?

- I suoi occhi non sorridono - rispose Jasmine fissandolo – Possiamo darci del tu Terence?

- Certamente.

- Da quanto tempo conosci Albert?

- Da molti anni. Ero un turbolento adolescente quando frequentavo il college a Londra e Albert mi ha tirato fuori dai guai più di una volta – confessò Terence.

- Hai studiato a Londra?

- Sì. Anche tu vittima della famigerata Royal St. Paul School?

- Oh no, non io … la figlia adottiva di Albert ha studiato lì e credo che abbia più o meno la tua età. La conosci?

- Sì, la conosco – rispose Terence dopo un attimo di esitazione che non sfuggì alla bella Jasmine.

In quel momento la musica terminò e i due tornarono insieme da Albert.

- Lo sai che Terence balla molto meglio di te?

- C’avrei giurato! – scherzò il biondo.

- Adesso devo proprio salutarvi …

- Perché non vieni a cena da noi domani sera, se non hai altri impegni, ci farebbe molto piacere. Non è vero Albert? – propose Jasmine che sembrava non avere la minima intenzione di mollare il giovane attore.

- Mi sembra un’ottima idea! – confermò il fidanzato.

Terence non aveva altri impegni e anche se li avesse avuti … accettò volentieri l’invito.

 

- Ma dov’eri finito? – gli chiese Jean Paul vedendolo tornare al loro tavolo dopo più di un’ora.

- Scusatemi ho incontrato un vecchio amico che non vedevo da molti anni e ho perso la cognizione del tempo. Vuoi ballare Isabel?

La modella lo seguì anche se era decisamente arrabbiata con lui e non tardò a farglielo notare.

- Hai incontrato un amico o un’amica? – gli chiese con aria indispettita che Terence non sopportava per cui le dette un’occhiataccia continuando a ballare, senza rispondere.

Ma Isabel non permetteva a nessuno di farsi mettere in un angolo, nemmeno a lui.

- Ti ho fatto una domanda!

- Dal momento che è una domanda stupida non merita risposta.

- Cosa?

- Ascolta, questa festa è già abbastanza noiosa, non ti ci mettere anche tu per favore.

 

Dall’altra parte del salone due profondi occhi scuri erano intenti ad osservare la coppia ballare, o meglio, litigare.

- Davvero un tipo interessante il tuo amico!

- Se non mi fidassi ciecamente di Terence potrei iniziare ad essere geloso.

- Dai non essere sciocco … non pensi invece che dovremmo fare qualcosa?

- Che cosa possiamo fare? Non sono due ragazzini.

- Credo che dovremmo trovare il modo di farli parlare. È evidente che entrambi non sono felici.

- È per questo che lo hai invitato a cena?

- Anche!

- E per cos’altro?

- Per farti ingelosire naturalmente!

 

- Forse è meglio andare! – esclamò Terence alquanto  infastidito dall’atteggiamento di Isabel.

- Lo credo anch’io – rispose lei incamminandosi decisa verso l’uscita.

- Ma cosa gli è preso a quei due? – chiese Karen a Jean Paul il quale alzò le spalle senza sapere cosa rispondere.

Fatta chiamare la loro auto, l’autista si diresse verso Soho. Quando arrivarono sotto casa di Isabel, Terence scese ed aprì lo sportello alla ragazza, accompagnandola poi fino alla porta del suo appartamento.

- Vuoi salire? – gli chiese Isabel che, nonostante fosse ancora arrabbiata con lui, adesso non voleva assolutamente separarsene.

- No.

- Pensavo che avremmo trascorso la serata insieme, invece sei sparito.

- Lo sai come sono queste feste c’è sempre un sacco di gente … mi farò perdonare, ok? – le disse con la sua voce suadente a cui lei non sapeva resistere.

- Adesso … resta con me … - gli sussurrò all’orecchio, insinuando la mano sotto la giacca e avvicinandogli pericolosamente le labbra al collo.

- Isabel ti prego … è molto tardi, ci vediamo domani. Quel mio amico mi ha invitato a cena a casa sua, ti va di accompagnarmi?

- Solo se la tua offerta comprende anche il dopocena! – rispose Isabel continuando a baciarlo sul viso, intorno alle sue labbra.

- Vedremo … - mormorò Terence prima di travolgerla con un prepotente bacio – Buonanotte!

Isabel sospirando lo vide scendere le scale lentamente e scomparire dentro la Rolls.  Ancora inebriata dal sapore che lui le aveva lasciato sulla bocca, consapevole di essere completamente in suo potere, si chiedeva se mai sarebbe riuscita a conquistarlo del tutto. Era sicura infatti che il cuore di Terence fosse per lei ancora un mondo sconosciuto e non sapeva se mai vi avrebbe avuto accesso.  Ma cosa gli impediva di aprirsi e di cedere? Eppure lei gli piaceva ne era certa, lo aveva dimostrato ormai più di una volta, anche se solo in un’occasione si era lasciato andare un po’ di più. Si forse aveva bevuto troppo quella sera, Isabel lo sapeva e … era stata proprio lei a tentarlo e ad approfittarne. Poi non era più successo, anche se lei ci aveva provato in ogni modo, come stasera. Lo aveva invitato più volte a salire nel suo appartamento, lui aveva accettato ma non aveva più toccato alcol, le aveva spiegato che in passato ne era stato dipendente per un periodo e non poteva permettersi assolutamente di ricaderci.

 

Tornato al suo appartamento, Terence non riusciva a non pensare a ciò che le aveva detto Jasmine:

 

“i tuoi occhi non sorridono”

 

Aveva l’impressione che quella ragazza sapesse molte cose di lui e forse anche di lei. Sicuramente la conosceva, essendo la fidanzata di Albert, l’aveva incontrata, chissà se avevano parlato di Londra. Questo lo aveva spinto ad accettare l’invito a cena anche se l’idea ora lo spaventava. Rivedere Albert gli aveva fatto molto piacere, si era reso conto in quel momento quanto gli fosse mancato quell’amico così prezioso. Quando Susanna era morta, Albert gli aveva mandato un telegramma, poche parole che lo avevano rassicurato come un spalla su cui piangere: “sono con te, amico mio”. Lei invece … niente.

 

Ci sto provando, te lo giuro, ci sto provando … ma ogni giorno il mio fallimento arriva puntuale. Non posso fare a meno di pensare a te quando sono da solo, sei una presenza costante ancora adesso, dopo quello che ho visto con i miei stessi occhi, a Chicago! Vorrei odiarti invece continuo a cercarti nei miei ricordi più belli, gli unici che ho sono quelli che ho condiviso con te. È una tortura quotidiana quella che mi impongo, che tuttavia cerco disperatamente perché è ormai l’unica cosa che mi lega a te e io non ce la faccio, non ce la faccio a lasciarti andare … non avrei dovuto farlo quella sera, non avrei mai dovuto farlo … ho cercato solo di proteggerti!

Domani rivedrò Albert. Avrò il coraggio di chiedergli di te? Chissà che cosa pensa lui di tutto quello che ci è successo … penserà che sono stato un vigliacco, lui non si sarebbe mai comportato così, ne sono sicuro!

Cosa è rimasto di noi … amore mio? Tutto quello che abbiamo vissuto insieme … dov’è? Il ricordo è così dolce, ne ho bisogno … ancora … ancora … ancora. I tuoi occhi li voglio adesso … qui. Sono un egoista? Sì lo sono … ma senza di te non vivo!

 

Terence si addormentò per l’ennesima volta sfinito dal ricordo di lei.

Eppure ogni mattina si convinceva che avrebbe voltato pagina. Uscire con Isabel era la migliore delle illusioni a cui credere, lei così bella e appassionata. Il giorno dopo le loro foto sarebbero state su tutti i giornali. Era questo quello che voleva?

 

*****

 

Albert e Jasmine

 

 

- Felice di rivederti Terence.

- Buonasera Jasmine e grazie ancora per l’invito. Ti presento Isabel, Isabel Adams.

- Benvenuta.

- E questo è il mio amico Albert.

- Credo di doverle delle scuse Miss Adams per ieri sera, mi sono impossessato di Terence ma a mia discolpa ho il fatto che non ci vediamo da molto tempo!

- Non si preoccupi, non si può pretendere l’esclusiva con Terence, lo so bene.

 

Durante la cena si parlò principalmente di teatro, argomento che sembrava affascinare molto Jasmine la quale riempì Terence di domande sui personaggi che aveva interpretato, su come si preparava per affrontare testi impegnativi come quelli di Shakespeare. Terence fu ben lieto di soddisfare la sua curiosità: parlare del suo lavoro era ciò che più lo metteva a suo agio. In realtà era proprio questo l’obiettivo di Miss Rodriguez: voleva entrare in confidenza con lui perché aveva qualcosa da dirgli di molto importante.

Ma anche Terence volle sapere qualcosa di lei, di ciò che faceva nella vita e soprattutto di come aveva conosciuto Albert.

Jasmine raccontò di lavorare per un’organizzazione benefica internazionale che operava soprattutto in Sudamerica ed era proprio per questo motivo che aveva conosciuto Albert. Lui si recava spesso in Brasile per curare i propri investimenti e durante un ricevimento si erano incontrati. All’inizio il loro rapporto era stato esclusivamente di lavoro perché Albert aveva proposto di finanziare alcune attività di beneficenza, dopo un po’ le cose erano cambiate.

- Essere al comando di un impero finanziario allora ha anche i suoi vantaggi, non è così Mr. Ardlay? – scherzò Terence prendendo in giro l’amico – E pensare che quando ci siamo conosciuti sembravi un vagabondo senza patria! – continuò ridendo.

- Non farei tanto lo spavaldo fossi in te, potrei raccontare cosa facevi tu quando ci siamo conosciuti! – commentò Albert minaccioso.

- Perché, che cosa faceva Terence? – chiese Isabel molto curiosa di sapere qualcosa sul passato di quel ragazzo di cui a malapena conosceva il presente.

- Oh beh niente di che in realtà, se ne stava rinchiuso in un collegio londinese!

- Tu chiuso in un collegio? Non ti ci vedo proprio! – commentò Isabel divertita.

- Infatti non ci stavo molto … è stato durante una delle mie fughe notturne che ho conosciuto Albert.

- E da quanto tempo non vi vedete? – intervenne Jasmine all’improvviso, guardando Terence negli occhi.

Terence distolse lo sguardo poi rispose che erano più o meno sei anni. Il loro ultimo incontro infatti risaliva al periodo in cui Terence aveva lasciato la compagnia teatrale finendo nel baratro dell’alcol: era accaduto a Rockstown, ma questo non lo avrebbe mai rivelato a nessuno.

- E come mai non vi siete più visti? Eravate diventati molto amici no? – continuò Jasmine.

- Albert è partito per l’Africa ed io dopo un po’ sono venuto negli Stati Uniti e così …

- Ti sei trasferito in America per diventare un attore?

- Sì Jasmine … per diventare un attore.

- Si può dire che ce l’hai fatta alla grande, amico mio!

 

Dopo la cena si spostarono in un piccolo salotto per ascoltare un po’ di musica. Terence si sentì di colpo stranamente nervoso, come se da un momento all’altro dovesse accadere qualcosa. Accese una sigaretta.

- Non avevi smesso? – gli fece notare Albert e lui lo guardò annuendo e stringendo le labbra.

- Vado in terrazza, non vorrei che il fumo desse fastidio alle signore.

- Ti faccio compagnia.

Faceva piuttosto freddo, ma la terrazza era riparata da una vetrata esterna che la rendeva comunque accogliente anche in pieno inverno. Così i due amici si ritrovarono da soli.

La notte di New York non era mai troppo silenziosa e, nonostante Villa Ardlay si trovasse in una zona piuttosto periferica, i rumori della città si potevano distinguere nitidamente. In particolare si udivano le sirene delle navi che entravano ed uscivano dal porto, con il loro lungo lamento che si perdeva nell’oceano.

Terence fece un sospiro profondo dopo aver aspirato il fumo della sua sigaretta, tentando di scacciar via quel peso che sentiva sul petto e che spesso lo assaliva come in quel momento. Avrebbe voluto gridare come quelle navi che lasciavano il porto. Tentò invece di dire qualcosa per evitare che Albert si accorgesse di come si sentiva.

- Ti faccio i miei complimenti, Jasmine è una ragazza incantevole oltre che molto intelligente, per quel che ho potuto vedere, e … molto fortunata.

- Ti ringrazio Terence, anch’io lo sono ad averla incontrata!

Di nuovo silenzio.

I due giovani erano seduti vicini, su un piccolo divano da giardino e mentre Terence rigirava tra le dita la sua sigaretta, Albert lo osservava con la coda dell’occhio, desiderava fargli una domanda ma allo stesso tempo non voleva metterlo in difficoltà riaprendo dolorose ferite che magari si erano rimarginate. In fondo sembrava tranquillo, il fatto che fosse venuto con Isabel lo induceva a credere che avesse superato la morte di Susanna e tutto ciò che l’aveva preceduta. Tuttavia non ne era sicuro e quello che aveva detto Jasmine, cioè che Terence non era felice, gli appariva adesso che gli era accanto molto probabile. Erano passati molti anni da quando si erano conosciuti, Terence era solo un ragazzino, ma Albert ricordava bene quanto all’epoca fosse, nonostante tutto, pieno di vita. Ora invece gli sembrava che dietro un’apparente serenità emergesse a tratti una profonda malinconia e questo gli dispiaceva molto, così provò a farlo parlare.

- E tu come stai, Terence?

Il giovane spense la sigaretta ormai terminata poi si voltò verso l’amico, passandosi una mano sulla nuca.

- Bene, non si vede? – disse ironicamente.

- Che cosa è successo a Chicago?

- Perché me lo chiedi? Dovresti saperlo, i giornali ne hanno parlato parecchio se non sbaglio.

- Non mi fido molto di quel che dicono i giornali, preferirei saperlo da te, se ti va.

- A Chicago ho fatto un casino, uno dei miei del resto, uno dei tanti! – esclamò Terence abbandonandosi sulla schiena, con lo sguardo perso nel buio.

- Sono venuto a cercarti il giorno dopo, al Plaza, ma te ne eri già andato.

Terence si sentì gelare il sangue, avrebbe voluto chiedergli se c’era anche lei, ma temeva di sentirsi dire di no e per nascondere il suo turbamento indossò la solita maschera dell’arroganza.

- E che cosa sei venuto a fare, a consolarmi forse? – chiese in tono sprezzante.

- Non fare così con me, ti prego … - Albert fece una pausa, sapeva di rischiare grosso andando avanti, non voleva fargli del male, ma non poteva neanche fingere con lui, gli voleva troppo bene – Ho accompagnato una persona.

Terence si alzò di scatto, come per schivare un colpo. Troppo tardi.

- Perché mi dici questo Albert? – chiese tentando ancora una volta di nascondere ciò che gli sconquassava l’anima.

- Perché è giusto che tu lo sappia! Lei voleva parlarti …

- Voleva parlarmi! E di cosa? – quasi gridò Terence.

- Questo non posso dirtelo io.

- Forse voleva raccontarmi di quanto sta bene con il suo fidanzato!

- Quale fidanzato?

- Il suo amico dottore, quello con cui ha avuto il coraggio di venirmi a salutare in teatro!

- Non è come pensi Terence …

- Ascoltami Albert, posso capire che lei non voglia più avere niente a che fare con me e che mi abbia dimenticato, dopo quello che le ho fatto non la biasimo, ma perché umiliarmi in quel modo?

- Terence ma che stai dicendo? Candy non ti ha dimenticato! Quella sera Paul ha pensato di farle una sorpresa, lui non sapeva niente di voi e lei si è trovata in quella situazione senza volerlo, credimi. Quando ha saputo quello che avevi combinato in albergo era sconvolta e voleva spiegarti, era sicura che fosse colpa sua.

- Che cosa c’era da spiegare? Mi è sembrato tutto fin troppo chiaro, lui l’ha presentata come la sua ragazza!

- Non è vero Terence, non stanno insieme … lavorano insieme ed è probabile che lui si sia innamorato di lei, ma sono usciti solo un paio di volte.

Terence si mise di nuovo seduto. Aveva capito bene? Non erano fidanzati?

- Io credo che Candy ti abbia come aspettato tutti questi anni, continuando a volerti bene e quando Susanna … ha sperato anche solo di poterti rivedere, ha sperato che tu la contattassi in qualche modo.

- Te lo ha detto lei questo?

- Sì.

- Con che coraggio avrei potuto riavvicinarmi … dopo il male che le ho fatto? Non potrà mai perdonarmi e nemmeno io. L’ho persa per sempre.

- Ti sbagli, non è così! Tutto quello che avete vissuto insieme non è perduto, ne sono sicuro!

Terence guardò l’amico fisso negli occhi cercandovi un appiglio per non affondare di fronte al ricordo del loro amore.

- Tutto bene qui fuori, non vi state congelando?

- Arriviamo Jasmine – rispose Albert, mentre Terence si era già alzato intenzionato ad interrompere quella conversazione.

- È meglio rientrare Albert.

- Promettimi che rifletterai su quello che ti ho detto!

Ma Terence non rispose e con gli occhi bassi entrò in casa.

Un languido valzer riempiva la stanza. Isabel appena lo vide gli andò incontro ed abbracciandolo lo invitò a ballare. Lo stesso fecero Albert e la fidanzata.

- Terence ha una faccia … che cosa gli hai detto Albert?

- Quello che doveva sapere, ma non so se questo sarà sufficiente. Crede che Candy lo abbia dimenticato e inoltre lui non si sente in diritto di cercarla di nuovo. Questa è la situazione in poche parole. Se solo Candy fosse qui e potessero parlare.

- Potresti convincerla a scrivergli.

- Non lo farà …  però a pensarci bene è come se lo avesse già fatto. Mi è venuta un’idea, una grande idea – esclamò Albert sorridendo tra sé mentre Jasmine lo guardava senza riuscire a capire di cosa stesse parlando.

Prima di congedarsi le due dame si scambiarono i cavalieri e mentre Albert scherzava intimando a Graham di tenere a posto le mani, Isabel era sempre più sospettosa non avendo potuto fare a meno di notare l’espressione stravolta di Terence dopo il suo lungo colloquio in terrazza.

- Ha funzionato? – gli chiese Jasmine iniziando a ballare con lui.

- Che cosa?

- La maschera che hai indossato quando sei rientrato in casa.

- Ho come l’impressione che tu sappia molte cose di me, sbaglio?

- Di te no, di te e Candy sì! Mi ha parlato molto di voi due e della vostra storia, ne aveva bisogno dopo il vostro incontro a Chicago.

- Ora capisco, tu ed Albert non siete qui per caso, vi ha mandato lei forse? – le chiese Terence alquanto infastidito.

- Se fossi in te metterei da parte l’orgoglio e cercherei di capire davvero come stanno le cose, invece di perdere altro tempo – gli disse Jasmine con voce talmente ferma da farlo restare senza parole.

 

Dal momento in cui erano usciti da Villa Ardlay fino a quando erano arrivati a casa di Isabel, non avevano detto una sola parola. Terence guidava in silenzio mentre la ragazza osservava seria le luci della città che le scorrevano davanti gli occhi. Scesi dall’auto salirono al primo piano ed entrarono nell’appartamento, lei si tolse il cappotto e le scarpe dal tacco vertiginoso mentre lui si accendeva l’ennesima sigaretta di quella sera, accomodandosi sul divano. Dopo essersi cambiata Isabel tornò in salotto, in vestaglia, sedendosi sulle sue gambe e iniziando ad allentargli la cravatta. Fu quando lei iniziò a sbottonargli la camicia che lui le disse di fermarsi.

- Ieri sera hai detto che ti saresti fatto perdonare per avermi lasciata solo al ricevimento, te lo sei dimenticato? – gli chiese assaggiando voracemente il suo collo.

- Aspetta, lo so cosa ho detto ieri ma … stasera è diverso … fermati! – le disse Terence allontanandola.

Lei gli tolse la sigaretta dalle dita e poi gli prese le mani portandosele intorno ai fianchi, dopo essersi slacciata la vestaglia.

- Perché non la smetti di fare il difficile e ti lasci andare … - continuò la modella posizionandosi a cavalcioni su di lui e puntando dritta verso la sua bocca.

- Fermati Isabel ti devo parlare … ti prego …

- Dopo …

- No, adesso! – esclamò Terence cercando di recuperare il controllo e tenere a bada gli ormoni.

Isabel si staccò controvoglia dalle sue labbra e lo guardò scocciata, ma quando vide la sua faccia comprese che non stava scherzando.

- Cosa c’è? – gli chiese preoccupata stavolta.

- C’è che non funziona, perdonami.

- Che vuoi dire?

- Che è meglio se non andiamo oltre.

- Perché?

- Non fingere di non saperlo, lo hai sempre saputo.

Isabel scese rapidamente dal divano e si rivestì. Andò al mobile bar e si versò dello scotch.

- E tu invece lo hai capito stasera? Forse il tuo caro amico Albert ti ha illuminato, di cosa avete parlato in terrazza o forse farei meglio a chiederti di chi?

Isabel si voltò fissandolo, stava cercando in ogni modo di odiarlo ma sapeva che lui aveva ragione. Era stato chiaro con lei fin dall’inizio.

- Mi avevi avvisato … mi avresti fatto solo del male, ci sei riuscito. Ti odio.

- Mi odi perché sono stato onesto? Preferiresti che venissi a letto con te, fingendo che vada tutto bene?

- Non è forse questo che fanno tutti gli uomini … fingere? – gli chiese Isabel trattenendo le lacrime, non era tipo da piangere davanti a qualcuno tantomeno voleva farlo davanti a lui.

- Io non sono tutti!

- Lo so … è per questo che io …

Terence le si avvicinò.

- Vattene!

- Mi dispiace.

- Ho detto vattene!

 

*****

 

Erano passati due giorni da quando era stato da Albert e poi aveva deciso di chiudere con Isabel. Quella mattina Terence si svegliò più tardi del solito e con la sensazione di non aver dormito affatto. Si sentiva stanco, con la testa pesante e probabilmente un inizio di laringite. Doveva aver preso freddo, pensò. Nel pomeriggio aveva le prove in teatro.

- Perfetto, se mi presento con questa voce chi lo sente Robert!

Dopo aver fatto una doccia, si vestì per andare a pranzo da sua madre. Stava per uscire quando udì bussare alla porta. Aprì.

- Albert! – esclamò stupito.

- Ti disturbo? Hai un impegno mi sembra …

- No figurati, entra.

- Ti ruberò solo cinque minuti, ti ho portato una cosa.

I due amici si sedettero su due poltrone separate da un piccolo tavolo. Albert teneva tra le mani un pacchetto che Terence osservava incuriosito.

- Prima però vorrei farti una domanda.

- Dimmi.

- Prova a dimenticare tutto quello che è successo da quando vi siete separati, è impossibile lo so e non sarebbe neanche giusto, ma tu prova a farlo almeno per un attimo – gli disse Albert con quel suo particolare modo di fare che risultava sempre molto convincente.

- Ok ci provo, ma la domanda qual è?

- Se lei fosse qui ora tu cosa faresti?

Terence sorrise.

- Intanto sorrideresti … buon segno!

- Anche perché non lo faccio spesso ultimamente.

- E poi?

- E poi … le chiederei di sposarmi.

Questa volta toccò ad Albert sorridere.

- Naturalmente con il tuo permesso! – esclamò Terence.

- Mmmmm … ci devo pensare.

Entrambi scoppiarono a ridere poi il biondo mise il pacchetto sul tavolo.

- Che cos’è? Un regalo? Il mio compleanno è passato da un pezzo.

- Più o meno, ma quando lo avrai aperto poi dovrai restituirmelo.

- E che razza di regalo è allora?

- Un regalo speciale che potrebbe costarmi molto caro se non avrà l’effetto sperato – rispose Albert tornato serio, spingendo il pacchetto verso l’amico.

Terence vi poggiò sopra la mano e avvertì uno strano calore.

- È una cosa che appartiene a Candy. La fece spedire allo “zio William” quando lasciò la scuola per tornare in America, per spiegargli le motivazioni di quel gesto. Tu sai perché lei abbandonò la St. Paul School!

- Si, lo so.

- Aprilo.

Terence tolse con cautela la carta che lo avvolgeva e ne estrasse quello che sembrava … un diario. La copertina in pelle marrone scuro e una scritta dorata in parte sbiadita. Guardò perplesso l’amico in attesa di una spiegazione logica.

- Si tratta del diario che Candy scriveva nel periodo in cui studiava a Londra. Io credo che tu debba leggerlo perché parla molto di te.

- Io non so se ho il diritto di farlo Albert – rispose Terence osservando la copertina come se volesse attraversarla perché in realtà era immensa la curiosità di sapere cosa avesse scritto su di lui in quel periodo.

- Ti ripeto che devi leggerlo!

- Anche se lo facessi che cosa cambierebbe? È passato troppo tempo Albert, quei due ragazzi non esistono più …

- Ne sei sicuro Terence? Allora perché mi hai appena chiesto la sua mano? – gli domandò Albert sorridendo.

- Se lei lo sapesse potrebbe ucciderci entrambi! –  esclamò Terence accennando un sorriso preoccupato.

- Lo so bene, per questo sei obbligato a farne buon uso. Fallo per me, per la mia incolumità!

Quando i due amici si salutarono Albert gli disse che lo avrebbe aspettato a Chicago!

Terence con molta cura ripose il diario di Candy nel cassetto del comodino accanto al proprio letto. Non osava ancora aprirlo e il solo stringerlo tra le mani gli faceva tremare il cuore. L’idea che Candy si fosse soffermata a parlare di lui, a scrivere di lui lo riempiva di gioia, ma era la stessa gioia che lo spaventava perché temeva fosse solo un’illusione.

Andò a pranzo da sua madre e poi in teatro per le prove. Per tutto il pomeriggio una profonda inquietudine si nascose tra i suoi pensieri. Era come se quell’oggetto lo chiamasse.

- Terence si può sapere cos’hai oggi? La tua voce è un disastro e la tua mente anche peggio! – lo rimproverò Robert.

- Scusami ma non sono in gran forma.

- Facciamo così, vai a casa e vedi di far riposare le tue corde vocali! Se stai meglio ci vediamo domani, altrimenti sabato ti faccio sostituire.

- Domani starò bene!

Tornò a casa. Era una giornata molto fredda e l’appartamento era gelido. Accese il fuoco nel camino. Chiamò Jean Paul per avvisarlo che quella sera non sarebbe uscito. Si sdraiò sul divano con una coperta, avvertiva dei piccoli brividi lungo la schiena. Pensò di avere un po’ di febbre. D’un tratto si voltò verso la porta della camera alle sue spalle. Era socchiusa e dalla fessura poteva scorgere una parte del letto e il comodino. Gli sembrò di vederla, che fosse lì, che lo stesse chiamando.




Capitolo nove






                      


New York
9 marzo 1922



Seduto sul letto, aprì il diario e un inconfondibile profumo gli accarezzò il cuore. Lo richiuse, pensando di non farcela. Quell’oggetto che era stato con lei per tanto tempo e che racchiudeva i suoi pensieri adesso era lì con lui.

Se Candy lo sapesse mi strozzerebbe! Mi sembra di sentirla gridare … “Terence come hai potuto, questa non te la perdono!”.

Sorrise a quell’idea, poi i suoi occhi si posarono di nuovo sulla prima pagina dove Candy aveva scritto il suo nome e la data.



Candice White Ardlay
Gennaio 1913




Ancora per un attimo sentì mancare il respiro. Si sdraiò sul letto, appoggiato alla schiena. Iniziò a leggere le prime pagine dove Candy parlava della scuola, di Stear ed Archie, degli odiosi fratelli Lagan e della terribile suor Gray. La preziosa amicizia con Patty e poi l’arrivo della cara Annie, le due ragazze che le sarebbero sempre state accanto.

Poi tra quelle righe apparve all’improvviso il suo nome. Candy raccontava della notte in cui era uscita dalla scuola per cercare delle medicine. Terence era piombato nella sua stanza, ubriaco e ferito e lei non sapeva cosa fare. Girando per Londra in cerca di una farmacia incredibilmente aveva incontrato Albert.



… oggi è un giorno felice e io ho ritrovato il signor Albert! Signor Albert le prometto che verrò a trovarla allo zoo Blue River! La prossima volta parleremo con più calma!

Mi dispiace ammetterlo, ma il nostro incontro è stato merito di quel presuntuoso di Terence G. Granchester. Come starà con quelle ferite?

Oh, che sonno. E che giornata movimentata …



Nessuno aveva mai fatto una cosa del genere per me, nessuno Candy … e tu nemmeno mi sopportavi, ero proprio un bel presuntuoso! Ma non lo sapevi che già ti amavo …


Candy è eccitata perché si avvicina la Festa di Maggio e lei sarà una delle Fate. Si preoccupa per Annie perché teme si sappia che anche lei è un’orfana e viene dalla Casa di Pony. Ha paura della possibile reazione di Archie.


Aprile.

…Sicuramente in occasione della Festa di Maggio balleranno insieme. E io? Con chi ballerò? Con Stair? O con T.G.?




E chi sarebbe questo T.G.? T. G. … Terence Granchester, sono io! Oh Candy …

È con me che hai ballato alla festa, te lo ricordi? Vestita da Giulietta, la mia Giulietta, l’unica!

È stato difficile quel giorno … tu che continuavi a pensare ad Anthony ed io che non sapevo come fare a dimostrarti cosa significavi per me. Non sapevo amare Candy, ma ho provato a farlo con te. Ti ho baciata sperando che tu capissi e invece ci siamo presi a schiaffi. Poi quella corsa a cavallo verso una nuova vita che volevo che tu condividessi con me. Volevo amarti, volevo solo questo e lo voglio ancora …




Maggio.

Non so cosa mi stia succedendo. Dalla Festa di Maggio è come se nel petto mi si fosse formata una sorgente d’acqua. Il mio cuore non riesce a trattenere le sue acque gelide e ho sempre voglia di piangere. Senza rendermene conto ho iniziato a cercare Terence e questo mi fa arrabbiare. Non riesco ad accettare quello che mi sta capitando, ma non faccio altro che pensare a lui.




Terence dovette fermarsi, non riuscendo ad andare avanti nella lettura. Un nodo gli stringeva la gola, gli occhi caldi stavano per traboccare e le parole sembravano scomparire in una nebbia liquida.

Non facevi altro che pensare a me! Anch’io … e non ho più smesso da allora. Non potrei immaginare le mie giornate senza il pensiero di te … anche se non mi basta, non mi basta mai, non mi basta più!



Finora il pensiero di Anthony occupava quasi interamente la mia mente. Per quanto mi sforzassi, mi era impossibile scacciare i ricordi vissuti insieme. E invece ora …

…Tu ormai sei dove non posso toccarti né posso sentire la tua voce. L’ho sempre saputo, ma non volevo accettarlo.

…ma io devo continuare a vivere nonostante tutto, non è vero?

Terence G. Granchester. Terry … è stato lui a farmelo capire. Lui mi ha obbligato a prendere atto di ciò che cercavo di evitare. Non so se devo ringraziarlo oppure odiarlo, ma adesso non temo più i cavalli e nemmeno i ricordi. Terence mi sta cambiando sempre di più. Vorrei tanto che qualcuno mi dicesse se è giusto così. Vorrei tanto che qualcuno riportasse la pace nel mio cuore così agitato.




Non sai quanto tu hai cambiato me! Non sai quanto ... se ho creduto di poter essere una persona migliore lo devo solo a te. Tutto quello che ho ottenuto, dove sono arrivato … l’ho fatto solo per te!
Il tuo cuore era agitato? Il mio era irriconoscibile, non capiva più niente, voleva solo stare vicino al tuo!



Giugno.

Sono in Scozia!
… ho scoperto che anche la villa di T.G. si trova qui vicino … L’ho sentito dire da Eliza …



Le nostre vacanze in Scozia … quanti ricordi Candy! L’estate più bella di tutta la mia vita. Ci potevamo vedere ogni giorno … le nostre passeggiate a cavallo nel bosco, al lago quando ti recitavo Shakespeare, alla mia villa quel pomeriggio di pioggia davanti al camino, quanto avrei voluto baciarti di nuovo e non solo … quanto ti ho sognato durante quelle notti scozzesi, eri diventata il mio dolce tormento! Durante il giorno non vedevo l’ora di incontrarti, durante la notte di sognarti … e tu mi avrai sognato qualche volta? Io dico di sì.

Se non fosse stato per te avrei cacciato via Eleanor e probabilmente avrei definitivamente perso mia madre. Sei sempre stata una adorabile ficcanaso!




Settembre.

Alla fine anche queste vacanze estive sono giunte al termine. Sono volate così in fretta …

…Mi è sembrato di vivere ogni giorno un sogno meraviglioso … sono ancora immersa nei ricordi. Il vento e la luce della Scozia … quante immagini si affollano nella mia mente quando chiudo gli occhi …

Sono anche riuscita a migliorare un po’ nel suonare il pianoforte. Grazie, T.G.!



Le nostre lezioni di musica … non sai quante cose avrei desiderato imparare con te! Io ti insegnavo le note ma l’unica melodia per me eri tu. Una melodia nuova che non avevo mai ascoltato perché nessuno l’aveva mai composta per me … eri tu che la cantavi al mio cuore ed io la sento ancora!


Terence si era talmente immerso nella lettura che non si era reso conto del tempo che passava. Era ormai notte fonda quando arrivò all’ultima pagina. Un piccolo foglio piegato in due staccato dal diario era riposto tra le ultime due pagine. Lo aprì e riconobbe subito la propria grafia: si trattava del biglietto che le aveva scritto prima di lasciare la scuola.



Cara Candy,

ho deciso di lasciare la scuola e andare in America. C’è una cosa che vorrei fare.
Dovunque io sia, pregherò sempre per la tua felicità.

Terence




Perdonami Candy … avrei dovuto portarti con me, se fossi stato più grande lo avrei fatto, te lo giuro, e forse tutto questo non sarebbe successo. Ma in quel momento non potevo fare altro per evitare che tu venissi espulsa. Anche Stear e Archie desideravano che tu fossi felice perché avevi sempre sofferto nella vita, ma non potevano fare niente. Spettava a me … era mia la colpa se eri finita in quel tranello, avrei dovuto capire subito che era tutta opera di Eliza!

Volevo essere io a renderti felice e invece ancora non sapevo che quella sarebbe stata solo la prima volta in cui avrei dovuto rinunciare a te … fa ancora così male il ricordo di quando lasciai Londra. Non potevo restare in Inghilterra, non avevo più niente lì, così ho messo un oceano tra noi. Ma dentro di me conservavo una piccola speranza, che un giorno chissà … non avevo la forza di lasciarti andare del tutto, non ce l’ho mai avuta!



Ultima pagina.



Per quanto possa scriverne, non riesco a esprimere il sentimento che provo per Terry.

T.G. se n’è andato, lasciandomi tantissimi ricordi … Ma io non vorrei parlare di ricordi e del fatto che se ne sia andato, perché un giorno ci incontreremo ancora! T.G. fino a che non verrà quel momento, continuerò a nutrire e ad avere cura del sentimento che provo per te.

Però, T.G., spero che non ti arrabbierai. Hai cercato di proteggermi sacrificandoti al mio posto, ma io sto per lasciare la scuola. Sento che qui non troverò la mia strada. Se resto, so di avere un futuro già assicurato, ma ho capito che questo non mi porterà alla felicità.

Devo trovare da sola la mia strada e se c’è una persona che me l’ha insegnato, quella sei tu. T.G., grazie!

E poi avrei voluto gridarti a gran voce queste parole: Terence, sono innamorata di te, come non lo sono mai stata di nessuno …
[1]



Quante volte Terence rilesse quell’ultima frase? Non è dato sapere se fossero passati solo pochi minuti o un’eternità. Chiuse il diario e lo riaprì più volte per essere sicuro di non aver sognato. Sapeva che lei lo amava, ma non credeva che a Londra ne fosse già consapevole e non credeva che lo amasse come non aveva mai amato.



Amore mio … da quanto tempo lo sapevi, da quanto sapevi di amarmi? Forse dalle vacanze in Scozia, o addirittura anche tu, come me, fin dal primo istante! Se non fossi partito me lo avresti detto?

Ti sei davvero presa cura di questo sentimento? Per molto tempo sono certo che tu l’abbia fatto, quando sei venuta a New York e ci siamo rivisti alla stazione dopo mesi di lontananza e lettere, i tuoi occhi mi hanno detto tutto quello che già in cuor mio sapevo! L’amore che ci legava era così forte, come ha fatto a crollare in un attimo su quelle scale? Ma è davvero andato in pezzi tanto da non poter essere ricostruito?

Albert mi ha detto che non ti sei mai legata a nessuno e che per tutti questi anni è come se tu mi avessi aspettato, possibile? Possibile che quello che hai scritto su queste pagine nove anni fa sia ancora vivo nel tuo cuore?

Per me lo è Candy, è tutto come allora … per me non è cambiato niente!




Terence chiuse il diario e lo mise sotto al suo cuscino. Si spogliò e si infilò sotto alle coperte. Sentiva freddo, forse gli era salita la febbre, ma una sensazione nuova gli riscaldava il cuore, una certezza ancora fragile cullava i suoi pensieri: lei era innamorata di lui come non lo era mai stata di nessuno. Poteva credere che lo fosse ancora? Sì poteva crederlo perché anche lui la amava ancora e non aveva mai smesso di farlo.

Immerso nel dolce profumo che quelle pagine emanavano, si addormentò.









*******


Chicago
10 marzo 1922



Candy si trovava a Villa Ardlay quel pomeriggio. Sapeva che Albert e Jasmine sarebbero rientrati da New York e voleva dar loro il benvenuto. L’autista era andato a prenderli alla stazione. Anche se erano stati via pochi giorni era molto felice di poterli rivedere.

Si era rifugiata nello studio di Albert per non essere disturbata e stava leggendo un libro di poesie, quando alcuni versi la colpirono profondamente:



Cuore, lo scorderemo!

Tu e io, stanotte!

Tu puoi scordare il calore che dava

io scorderò la luce!

Quando avrai fatto, dimmelo ti prego

che io possa all’istante cominciare!

Svelto! Perché mentre tu indugi

mi ricordo di lui![2]



“Terence” … non poté fare a meno di mormorare tra le labbra, mentre gli occhi le si inumidivano. In quell’istante bussarono alla porta.

- Jasmine, ben tornata!

- Grazie Candy, fatti abbracciare!

Candy si alzò e le andò incontro. Si abbracciarono calorosamente. Si conoscevano soltanto da un mese ma tra loro era nato fin da subito un legame molto forte. Jasmine aveva cinque anni più di Candy, era una ragazza schietta e diretta. Era cresciuta in Brasile in una famiglia benestante che l’aveva mandata a studiare negli Stati Uniti. Una volta completati gli studi, la madre voleva che si sposasse con un facoltoso imprenditore, amico di famiglia, lei si era opposta fermamente e il padre l’aveva appoggiata. Mr. Rodriguez era un ambasciatore ed era spesso in viaggio. Un giorno Jasmine gli aveva chiesto di portarla con lui e così aveva iniziato a girare il mondo e conoscendo realtà molto diverse dalla sua aveva compreso quale fosse la sua vocazione, ovvero quella di aiutare il prossimo, di mettere a disposizione la propria vita occupandosi di chi aveva più bisogno. Stando a contatto con persone in difficoltà aveva sviluppato una particolare attitudine a comprendere i problemi degli altri, a coglierne le angosce anche quelle più nascoste. Così aveva notato fin dal primo incontro la malinconia che a volte velava lo sguardo di Candy, una malinconia che non faceva parte del suo carattere, una ragazza così gioiosa e piena di vita doveva avere un motivo ben preciso per lasciarsi andare alla tristezza.

Candy la ammirava molto, per la sua tenacia e determinazione. Non le era stato difficile confidarsi con lei e aveva trovato immediatamente la sua comprensione e il suo conforto. Quando Jasmine le aveva comunicato che sarebbe andata a New York con Albert, l’aveva vista sussultare all’udire il nome di quella città e così le aveva chiesto se conosceva qualcuno che abitasse lì. Candy non solo le aveva detto chi conosceva, ma le aveva raccontato tutto quanto, dall’inizio alla fine. Jasmine non le aveva promesso niente, ma era partita decisa a trovare questo Terence Graham ad ogni costo per capire come stessero le cose. C’era riuscita.

- Albert dov’è?

- Sta arrivando … si è trattenuto con la prozia – rispose Jasmine alzando gli occhi al cielo, fingendo di non aver notato le lacrime che Candy cercava di nascondere.

- Cara Candy devo farti i miei complimenti … hai davvero buon gusto! – esclamò sedendosi sul divano e togliendosi il cappello – Quel Terence è davvero un bellissimo ragazzo.

Candy la guardò sbigottita senza riuscire a pronunciare una sola parola.

- Non guardarmi in quel modo … l’ho incontrato e devo dire che le foto sui giornali non gli rendono giustizia. Ha un fascino incredibile e poi è così simpatico, intelligente … balla anche molto bene sai?

- Avete ballato? – chiese Candy con un filo di voce.

- Sì, per ben due volte! Venerdì ad un ricevimento e la sera dopo a Villa Ardlay, l’ho invitato a cena!

Candy non riusciva a credere che Jasmine potesse parlare così tranquillamente con lei di Terence, nessuno lo faceva mai, eppure solo ora si rendeva conto di quanto fosse piacevole parlare di lui con qualcuno. Anche se lo sguardo le cadde non volendo sulla rivista aperta sul tavolino davanti a loro dove un articolo, corredato di varie foto, parlava della coppia più bella della serata, ovvero Terence Graham e Isabel Adams.

- Era con lei – disse Jasmine seguendo lo sguardo di nuovo avvilito di Candy.

Poi le si avvicinò e le prese la mano – Non fare troppo caso a quello che scrivono i giornali, Terence è un personaggio pubblico, è molto famoso, è normale che se viene visto con una ragazza i giornali scrivano subito che si tratta della sua nuova fidanzata. Anche a Villa Ardlay è venuto con lei, ma è stato un bene credimi, così ho potuto constatare con i miei occhi che tra loro non c’è niente di che.

- Lei è molto bella … - mormorò Candy.

- Bellissima ed anche intelligente, per questo penso che abbia già capito. Quella sera Terence ha parlato molto con Albert ed io con lei. Mi ha raccontato che si conoscono da tempo perché hanno degli amici in comune, ma sono usciti insieme pochissime volte.

- Albert e Terence hanno parlato?

- Sì, sono stati molto felici di rivedersi, si vogliono molto bene.

- È vero, andavano molto d’accordo quando eravamo a Londra. Si facevano un sacco di risate alle mie spalle – confessò Candy sorridendo a quel ricordo.

In quel momento entrò Albert. Candy gli andò subito incontro salutandolo calorosamente come era solita fare e lui la ricambiò con affetto, abbracciandola e chiedendole come stava.

- Sto bene e … New York com’era?

- Fredda! – esclamò Albert fingendo di rabbrividire.

- Hai fatto qualche bell’incontro?

- Candy vuole sapere cosa vi siete detti tu e Terence! – precisò Jasmine strizzando l’occhio alla ragazza che stava arrossendo come un papavero – Vi lascio, vado a cambiarmi … sono distrutta!

Rimasti soli, Candy guardò Albert implorando che lui parlasse.

- Non spetta a me dirti ciò che mi ha confidato Terence, ma sono sicuro che si farà vivo molto presto!

- Oh Albert, lo credi davvero?

- Sì. Gli ho detto che lo avevi cercato in albergo quando si trovava a Chicago, questo lo ha sorpreso, non se lo aspettava perché credeva che tu e Paul …

- Per questo aveva distrutto la sua stanza d’albergo vero?

- Sì.

- Mi dispiace tanto, non volevo ferirlo, non volevo …

- Calmati Candy, Terence lo sa adesso, non preoccuparti. Vedrai che presto potrete parlarne di persona.

- Lo spero tanto Albert!





*****



New York
10 marzo 1922




Quando Terence si svegliò, ancora prima di aprire gli occhi, infilò la mano sotto al cuscino … era lì, non aveva sognato, il diario di Candy era ancora lì. Lo prese e se lo portò alle labbra, inspirò quel dolce profumo che aveva accompagnato i suoi sogni durante la notte. Mai come in quel momento avvertiva la mancanza fisica di Candy, il desiderio di stringerla a sé era così forte che gli facevano male tutti i muscoli del corpo.



Chicago perché sei così lontana … se solo potessi vederti adesso, se solo potessi! Non ce la faccio più a stare senza te, devo trovare una soluzione! Ma non posso prendere e partire, non posso ripiombare nella tua vita come se niente fosse, non ne ho il diritto … ma tu devi sapere, almeno questo.



Si alzò per fare colazione portando con sé il diario. Lo aprì di nuovo all’ultima pagina mentre beveva del tè. La sua gola sembrava stare meglio per cui pensava di tornare in teatro nel pomeriggio. Adesso però doveva occuparsi del suo cuore perché quello ancora non stava bene per niente, in balia dei suoi pensieri ancora molto confusi. Un attimo prima era convinto che il loro amore fosse ancora vivo e subito dopo riteneva invece pura follia credere che dopo tutti quegli anni non fosse cambiato niente.



Eppure io ti sento, ti sento qui con me amore mio. Non sei mai andata via … sono pazzo forse? Probabile, non sarei né il primo né l’ultimo ad essere impazzito per amore! Ma di una cosa sono sicuro, io non potrò mai amare nessun’altra perché non sarò mai capace di dimenticarti. Tu sei entrata dentro di me e vi hai preso stabile dimora. Hai spazzato via tutte le mie ombre e le hai sostituite con la tua luce e adesso non mi si può chiedere di continuare a far finta di niente e di tornare indietro a com’ero prima. La tua luce splende dentro la mia anima, i tuoi occhi sono dentro ai miei occhi, le tue labbra che ho sfiorato una sola volta sono dentro alle mie, la tua pelle fa da confine alla mia e al di là non c’è altro per me.

A Chicago sei venuta a cercarmi, ma poi non lo hai più fatto … che cosa volevi dirmi? Quando ti ho vista con lui non ho capito più niente … ma io so di averti deluso, non ho saputo amare né te né lei … e se tu hai trovato qualcuno che ti ama davvero io che diritto ho di …

Albert però non mi avrebbe dato questo diario se fosse sicuro che tu sei felice così … senza di me! Lui ti conosce bene e ti vuole bene!

Basta! Non vivrò ancora a lungo se non ti dico cosa sento!




Si alzò di scatto e andò allo scrittoio. Prese carta e penna e iniziò a scrivere.

Dopo circa due ore un letto di fogli accartocciati giaceva in ogni angolo del pavimento. Non solo in quel giorno, ma anche in quelli successivi si ripeté la stessa scena più volte: Terence iniziava a scrivere ma dopo due righe aveva già strappato il foglio e iniziato un altro che avrebbe di lì a poco fatto la stessa fine.



Che grande attore sei! Possibile che ogni giorno reciti i più bei versi d’amore e ora non sei capace di mettere in fila due parole per esprimere ciò che hai dentro … accidenti! È che qualsiasi frase sembra scontata e ridicola in confronto a quello che sento … in confronto a cosa sei per me! E poi vorrei dirti tante cose ma guardandoti negli occhi … stringendoti a me.

Ma tu sai cosa c’era tra noi, anche se non ce lo siamo mai detti chiaramente, tu sai, non è vero?

Se anche per te non è cambiato niente, spero che capirai le mie poche parole.




Dopo aver chiuso la busta, raccogliendo tutto il suo coraggio, uscì per andare ad imbucarla. Camminò per diversi chilometri prima di trovare la cassetta della posta che sembrava adatta ad assolvere un compito così importante. Perché da quella piccola busta sarebbe dipesa la sua vita, lo sapeva bene, come sapeva anche che dal momento in cui l’avrebbe imbucata, sarebbe iniziata una lenta agonia fino al giorno in cui non avesse ricevuto una risposta che poteva persino non arrivare mai.

Udì il leggero fruscio che la carta provocò cadendo, il suo cuore si fermò, pensò che fosse finito là dentro insieme a quella lettera.





…Back, hurry back, please bring it back home to me
Because you don't know what it means to me …





*****




Chicago
24 marzo 1922



Erano trascorse due settimane da quando Albert e Jasmine avevano fatto ritorno da New York, ma da parte di Terence ancora niente. Candy stava cercando di fare qualsiasi cosa pur di non pensarci, tra studio e lavoro non aveva un momento libero, ma a volte le mancava il respiro per un istante, così senza un motivo apparente. Si fermava a guardare il cielo, avrebbe voluto volare, volare da lui, leggera come una nuvola sospinta dal vento.

Nel pomeriggio andò in ospedale per prendere parte alla riunione conclusiva del progetto di ricerca del dottor Carver. Rivedere Paul la metteva in agitazione, ma sapeva che avrebbe dovuto affrontarlo e parlargli.

Quando la conferenza ebbe termine lui le si avvicinò salutandola.

- Abbiamo fatto un ottimo lavoro, ti ringrazio Candy di aver preso parte a questo progetto. È stato bello lavorare con te.

- Sono io a doverti ringraziare per l’opportunità che mi hai dato e credo anche di … dovermi scusare con te …

Paul la interruppe - Non farlo, perché invece non andiamo a cena insieme domani sera?

- Paul io non credo che …

- Potremo parlare più tranquillamente, che ne dici?

Candy accettò, pensando che lui avesse il diritto di conoscere la verità, anche se non sapeva da dove cominciare.

Rientrò a casa. Patty non c’era, le aveva scritto un biglietto dicendole che usciva con delle amiche e che avrebbe fatto tardi, aggiungendo “hai della posta che ti aspetta in camera tua”. Un brivido le catturò la schiena e sentì le gambe tremare, poggiò la mano ad una sedia per non cadere. Si voltò verso la porta della sua stanza. Doveva fare solo pochi passi per entrare e scoprire quale direzione avrebbe preso la sua vita. Senza quasi rendersene conto aprì la porta e, nonostante la penombra, la vide subito. Una piccola busta bianca splendeva sullo scrittoio. Si avvicinò senza osare toccarla. La sua cara amica Patty aveva avuto l’accortezza di posizionarla in maniera tale che fosse chiaro il nome del mittente. Candy allungò la mano che le tremava e sfiorò quelle lettere scritte dalla mano di lui:



Terence Gr. Gr.
10 West 45th Street, Broadway
New York, N.Y.




Sotto aveva scritto il suo nome, la sua mano aveva scritto il suo nome:



Miss Candice White Ardlay



Tentò di leggere ma la voce le morì nello stomaco perché non c’erano dubbi … Terence le aveva scritto una lettera! Si decise a prenderla e, portandosela al viso, ne aspirò il profumo, sperando invano di riconoscere il suo, ma non lo trovò. Era passato troppo tempo ed era svanito, portato via dal dolore di quegli anni. A quel pensiero una fitta al petto le fece mancare il respiro.


E se fosse troppo tardi? Non so dove trovare il coraggio di aprire questa busta … se ripenso al nostro incontro a Chicago, dopo il Macbeth … eri sconvolto e furioso! Poi a New York te ne sei andato senza neanche salutarmi … le foto sui giornali con quella ragazza, ti sei voluto vendicare forse? E adesso questa lettera … non so che cosa devo aspettarmi …


Candy tentò di farsi coraggio ripensando alle parole di Albert e Jasmine, poi fece un profondo respiro come quando da piccola stava per arrampicarsi sul grande albero in cima alla collina. Si ricordò come fosse difficile arrivare in alto, ma da lassù lo spettacolo era meraviglioso. Aprì la busta ed estrasse un unico foglio. La vista le si appannò, le parole sembravano rincorrersi davanti ai suoi occhi, a fatica mise a fuoco le prime lettere:



Cara Candy


Queste due piccole parole risuonarono nella stanza come se lui fosse lì a pronunciarle, le sembrò di udire nitidamente la sua voce che adorava e che le carezzava l’anima. Si passò una mano sulla guancia, le sembrava di prendere fuoco e aveva freddo nello stesso tempo. Chiuse gli occhi temendo fosse un sogno, poi li riaprì e lesse dall’inizio, tutto d’un fiato, ciò che lui le aveva scritto.



New York

17 marzo 1922



Cara Candy,

come stai?

E’ passato un anno da allora… trascorso quest’arco di tempo, mi ero ripromesso di scriverti, ma poi, preso dai dubbi, ho lasciato che passassero altri sei mesi.
Ora, però, mi sono fatto coraggio e ho deciso di inviarti questa lettera.


Per me non è cambiato niente.

Non so se leggerai mai queste mie parole, ma volevo che tu sapessi almeno questo.
T.G.




Come nello stile di Terence, poche semplici parole vergate sulla carta … eppure erano arrivate dritte al cuore di Candy. Era lui, era proprio lui! Calde lacrime le percorrevano le guance mentre tentava di comprendere ciò che aveva appena letto.



Per me non è cambiato niente” … hai scritto proprio questo? Non posso crederci … amore mio …



Avrebbe voluto gridare, saltare, rotolarsi per terra … invece era incapace di fare qualsiasi cosa. Pietrificata come se spazio e tempo non esistessero più. Senza accorgersene cadde sul pavimento, sdraiata, con la lettera stretta al petto, tra le mani. Gli occhi spalancati sul soffitto che non era più un soffitto, ma un cielo azzurro, il cielo della Scozia. Le voci di due ragazzi che si rincorrevano le giunsero all’orecchio:



- Però ti costerà caro … dovrai baciarmi sulle labbra …

- Va bene … ma chiudi gli occhi …

- Ecco! Prendimi se ci riesci!

- Allora me lo prenderò da solo!

- Provaci se hai il coraggio!

- Come vedi stavolta non scherzavo …



Candy si portò una mano sulla fronte dove Terence quel giorno l’aveva baciata. Si sentiva scoppiare il cuore. All’improvviso le apparve tutto chiaro.


Devo andare da lui!



Aprì l’armadio e riempì in tutta fretta una piccola valigia, senza sapere nemmeno cosa vi avesse infilato dentro. Era determinata a partire la mattina dopo, al più presto. Sarebbe andata in stazione e avrebbe preso il primo treno in partenza per New York. Non poteva più aspettare.

Si mise a letto cercando invano di dormire. Nella sua testa risuonava come una melodia quella frase che lui le aveva scritto: “per me non è cambiato niente”. Le sembrava che quelle parole la abbracciassero e la cullassero. Chiuse gli occhi per vederlo. Il suo sguardo arrabbiato della sera del Macbeth le trafisse il petto, ma se osservava meglio era sicura di poter scorgere sul suo viso un alone di dolcezza che era spuntato fuori inevitabilmente, tradendolo, quando gli aveva augurato buon compleanno.

Si voltò stringendo il cuscino come se fosse lui. Il desiderio di abbracciarlo la faceva quasi svenire.


Cosa farai quando mi vedrai? Ed io cosa farò? Mi guarderai negli occhi e capirai tutto, come sempre ed io farò lo stesso! Ci basterà uno sguardo … ne sono sicura.



*****



Chicago
25 marzo 1922



Aveva dormito solo poche ore, ma quando la mattina si svegliò le sembrò di avere l’energia che non sentiva da anni. Saltò giù dal letto, si vestì e andò in cucina dove Patty aveva già preparato la colazione.

Si guardarono un istante. Candy sorrise senza dire niente. Patty aveva notato la valigia accanto al divano.

- Sei in partenza? – le chiese anche lei sorridendo.

- Sì, vado a New York!

- Oh Candy … sono così felice per te, per voi!

Le due ragazze si abbracciarono strette.

- A che ora hai il treno?

- Non lo so … vado in stazione e salto sul primo disponibile, conto di arrivare prima di domani sera – rispose Candy raggiante.

Poi d’improvviso un pensiero le balenò nella testa.

- Oh no … Paul! Dovevo andare a cena con lui stasera … per parlare … ora come faccio? Non posso partire senza dirgli nulla!

- Perché non provi a parlarci adesso? – le suggerì l’amica.

- Sì, credo sia la cosa migliore.

Candy uscì velocemente, le sembrava che tutto fosse contro di lei e che il tempo scorresse inesorabile. Era tardi, sentiva che era tardi, ogni secondo che passava le sembrava di perdere del tempo prezioso. Andò all’appartamento dove Paul alloggiava. Vide la sua auto parcheggiata. Era in casa. Suonò con il cuore che le batteva a mille. Cosa gli avrebbe detto? La verità … nient’altro che la verità.

- Candy, che sorpresa!

- Scusa il disturbo Paul, ti devo parlare.

Paul vide l’espressione preoccupata sul volto di Candy e capì subito che non era in visita di piacere. La invitò ad entrare e ad accomodarsi in salotto. Le offrì del caffè che lei rifiutò, chiedendogli di sedersi.

- Non posso venire a cena con te stasera, perdonami, ma sono in partenza – disse tutto d’un fiato.

- In partenza?

- Sì … vado a New York.

- A New York! Così all’improvviso … per quale motivo?

- Devo vedere una persona.

Ci fu un attimo di silenzio poi Candy riprese.

- Credo che mi fermerò qualche giorno per questo volevo …

- È Graham la persona che devi vedere, non è così? – la interruppe Paul con la voce carica di rabbia.

- Sì. Mi ha scritto e …

- Ti ha scritto e tu corri! Ma non l’hai visto su tutti i giornali fotografato con quella modella? Lo sai quante donne ha quello? E tu come una cretina ancora gli credi?

- Paul! Non ti permetto di parlarmi così! – gridò Candy alzandosi in piedi.

- E che cosa dovrei fare? Stare qui a guardare mentre tu ti rovini la vita un’altra volta per quel farabutto!

- Credevo che avresti capito, per questo sono venuta a parlarti, ma evidentemente mi sbagliavo – detto questo Candy si diresse verso il portone, decisa ad andarsene, ma Paul la trattenne afferrandola per un braccio.

- Tu non vai da nessuna parte!

- Lasciami, mi stai facendo male.

Ma Paul la attirò a sé con l’intenzione di baciarla. Candy rimase così sorpresa che non riuscì a reagire, non si sarebbe mai aspettata da lui un comportamento del genere. Vedendola come paralizzata lui si fermò, chiedendole scusa e lasciandola andare.

Quando lei fu sulla porta le disse:

- Candy aspetta! Ti farà solo del male, non andare.

- Addio Paul.



Candy tornò a casa, prese la valigia e, dopo aver salutato Patty, si recò di corsa alla stazione. Purtroppo il primo treno per New York non sarebbe partito prima delle 16. L’aspettavano diverse ore di attesa, ma non aveva intenzione di tornare all’appartamento, preferiva star sola. Prima di sedersi in sala d’aspetto decise comunque di avvisare Albert della sua partenza, il quale si offrì di accompagnarla ma lei rifiutò rassicurandolo sul fatto che si sarebbero tenuti in contatto.

- Mi raccomando Candy, sii prudente!

- Albert non preoccuparti … non vedo l’ora di essere lì!

Gli disse che Terence le aveva scritto una lettera e per questo motivo aveva deciso di raggiungerlo subito.






Tutto passa.

Ma non certe emozioni.

Non certi sogni.

Non certe intese.

Tornano.

Bussano.

Insistono.

Resistono.

A tutto.

Anche alla ragione.[3]



__________________


[1] I brani del diario di Candy sono tutti ripresi fedelmente da K. Nagita, Candy Candy. Il romanzo completo. Bologna: Kappalab, 2020.


[2] E. Dickinson, Poesia n. 47.


[3] De Pascalis, Angelo, cit.



Capitolo dieci



Candy


New York
domenica, 26 marzo 1922

 

La signora Dora era stata molto gentile e l’aveva accompagnata fino all’appartamento all’ultimo piano. Quando quella giovane donna si era presentata davanti a lei, all’ingresso del grande palazzo in mattoncini rossi, chiedendo notizie dell’amico attore, la portinaia si era mostrata all’inizio piuttosto titubante.

- Ecco un’altra di quelle ragazzette che farebbero di tutto pur di poter salire nel suo appartamento! – aveva commentato tra sé Dora con l’aria di una che la sa lunga.

Ma quando la ragazza le aveva detto di chiamarsi Candice White Ardlay e di essere una compagna di collegio di … la portinaia non l’aveva neanche lasciata terminare la frase, chiedendole di ripetere il suo nome e squadrandola da capo a piedi. Anzi, per guardarla meglio le si era avvicinata commentando ad alta voce:

- Occhi verdissimi, capelli biondi e … lentiggini, una marea di lentiggini sul nasino a patata! – aveva esclamato soddisfatta e, come se qualcuno le avesse dato precise indicazioni cui attenersi, aveva invitato immediatamente la signorina Ardlay a seguirla.

- Stavo appunto andando a portare al signor Graham le sue camicie appena consegnate dalla lavanderia, mi darebbe gentilmente una mano?

Candy si era ritrovata così all’interno dell’ascensore con in braccio un pacco avvolto in candida carta velina contenente alcune camicie, le camicie di Terence. Non sapeva spiegarsi bene perché, ma si sentiva completamente imbambolata. Le sembrava di avere tra le mani un tesoro prezioso e tratteneva quasi il respiro per paura di sciuparlo.

Dora aprì la porta d’ingresso dicendo qualcosa a Candy, ma lei non riuscì a capire bene le sue parole tanta era l’emozione in quel momento e il cuore le pulsava fin dentro le orecchie. Consegnò malvolentieri le camicie alla signora Dora la quale si era ormai accorta di quanto quella giovane donna fosse agitata.

- Probabilmente non è solo una vecchia compagna di scuola! – pensò ancora tra sé, mentre comunicava a Candy che il signor Graham evidentemente non era ancora rientrato.

- Di solito a quest’ora è già qui, forse qualcosa lo ha trattenuto in teatro. Può aspettarlo, se vuole.

- Se non disturbo … - esitò Candy.

Dora le fece un cenno con la mano rassicurandola e uscì dall’appartamento, lasciandola da sola.

Candy rimase ferma impalata davanti alla porta che era appena stata chiusa alle sue spalle. Uno splendido tramonto inondava la stanza con la sua luce aranciata rendendola come avvolta da un’aura magica. A Candy sembrava di sognare e per qualche minuto si lasciò cullare da quell’atmosfera incantata, perdendo completamente la cognizione del tempo e dello spazio. Si sentiva sospesa come dentro una bolla iridescente, non le pareva possibile di trovarsi davvero lì, nell’appartamento di Terence. All’improvviso quel nome le risuonò nella mente e la fece sobbalzare.

- O mio Dio … potrebbe arrivare da un momento all’altro! Forse è già in ascensore … cosa dirà quando mi troverà qui? E io … cosa gli dirò?

D’un tratto una serie infinita di domande fecero irruzione nella sua testa ed iniziò a temere di aver sbagliato tutto. Non sarebbe dovuta venire a New York senza avvisarlo … e se lui non avesse voluto assolutamente vederla, se non fosse stato il momento giusto … Iniziarono a tremarle le gambe e un forte senso di nausea le invase lo stomaco, brividi freddi lungo la schiena la spinsero a cercare un posto dove sdraiarsi per evitare di svenire. Fece a fatica pochi passi verso il centro della stanza e si sdraiò sul divano in velluto verde, dopo essersi tolta il leggero soprabito che indossava sopra un elegante abitino color cipria. Per qualche minuto rimase distesa con gli occhi chiusi cercando di recuperare un normale ritmo di respirazione. Quando riaprì gli occhi la stanza era quasi del tutto immersa nella penombra, fu costretta dunque ad alzarsi per accendere la luce.

L’ambiente pienamente illuminato le rivelò come prima cosa la locandina dello spettacolo che la compagnia Stratford stava portando in scena: il Macbeth di William Shakespeare. L’immagine raffigurava il bel volto di Terence, in una delle sue espressioni più intense, nascosto in parte dalla lama di una spada. Candy si sentì letteralmente trapassare da quello sguardo che da sempre la confondeva e di nuovo il pensiero che tra poco se lo sarebbe trovato davanti in carne ed ossa la fece agitare.

- Candy cerca di mantenere la calma altrimenti quando arriverà non riuscirai a spiccicare una sola parola! Accidenti … non credevo che sarebbe stato tanto difficile … e poi quest’attesa mi sta logorando. Terence dove sei?

Nella parte bassa del manifesto il nome di Terence Graham figurava accanto a quello di Karen Kleiss, Robert Hathaway ed altri che Candy non conosceva anche se qualcuno le suonava familiare. Candy ricordò la prima volta che era stata lì e il manifesto appeso al muro raffigurava Terence e la Kleiss nelle vesti di Romeo e Giulietta. Una lunga serie di immagini di quel giorno si riaffacciarono sulla scena della sua mente proprio come su un palcoscenico. In poche ore tutte le sue speranze erano state spazzate via, sepolte sotto una coltre di neve, la loro storia si era trasformata in una tragedia secondo i più crudeli dettami shakespeariani. Volendo scacciar subito via quei tristi ricordi, Candy si avvicinò ad una scrivania ricolma di libri e copioni. C’era anche quello del Macbeth dove, con una scrittura elegante e minuta, erano state annotate alcune correzioni. Candy fece un respiro profondo, dopodiché il suo sguardo continuò a vagare sul tavolo posandosi su un bicchiere e una bottiglia di whisky semivuota. In un angolo della stanza si trovava un grammofono con molti dischi, alcuni ammassati sul pavimento. Una piccola libreria stracarica di volumi circondava a ponte una porta che doveva condurre nella camera da letto. Per un attimo le sembrò di essere tornata alla St. Paul School quando per sbaglio era entrata nella stanza di Terence, scoprendo che la famosa attrice Eleanor Baker era in realtà la madre del ragazzo. Candy si ricordò come Terence si fosse letteralmente infuriato con lei quella volta, arrivando persino a minacciarla se avesse osato rivelare il suo segreto. Pensò che forse non era il caso di curiosare troppo e si mise di nuovo seduta, in attesa. Sdraiandosi sul divano fu pian piano colta dalla stanchezza del viaggio e si addormentò.

Venne risvegliata bruscamente dal rumore della porta che di colpo era stata aperta. Candy si alzò in piedi come punta da una tarantola e …

- Signorina è ancora qui? – le chiese la voce alquanto stupita della portinaia – Mi dispiace ma credo proprio che a questo punto il signor Graham non venga più. È probabile sia andato a cena dalla madre, capita spesso ultimamente e di solito si ferma anche a dormire.

Per Candy quelle parole furono come una doccia gelata.

- Dalla madre? – chiese sperando di non aver capito bene.

- Certamente! L’attrice Eleanor Baker … la notizia era su tutti i giornali tempo fa, ne hanno parlato per mesi. Abita a Long Island in una villa lussuosissima, del resto qui non si è mai vista ed è spesso in giro in tournée. Ma nelle ultime settimane il figlio la raggiunge spesso e qui non viene, naturalmente senza avvisare! Oh … mi scusi signorina, come al solito parlo troppo.

- No si figuri … però se non le dispiace vorrei aspettare ancora un po’.

- Faccia pure, mi avvisi però quando se ne va così vengo a chiudere a chiave la porta.

Candy rimase di nuovo da sola con i suoi pensieri.

- Sono felice che Terence e la madre siano in buoni rapporti però … accidenti sono proprio sfortunata, se è davvero andato da Eleanor non riuscirò a vederlo stasera! Ha ragione la portinaia … è inutile restare qui, meglio che torni in albergo.

Prima però non riuscì a resistere alla tentazione di vedere la sua camera. Si avvicinò lentamente alla porta socchiusa e lanciò un’occhiata all’interno, ma essendo ormai notte non vedeva niente se non la sagoma di un letto. Allungò la mano e trovò l’interruttore della luce. La stanza prese forma. Fece qualche passo e si guardò intorno. C’era un forte odore di tabacco.

- Terence ma non avevi smesso di fumare! – esclamò stizzita.

La stanza era piuttosto piccola e spoglia, anche se decisamente ordinata per appartenere ad un uomo. Solo qualche libro era sparso qua e là, una giacca era appesa ad una sedia vicino al letto. Candy si avvicinò sfiorandola con una mano, poi il suo sguardo venne rapito da un piccolo oggetto adagiato sul comodino.

- Non può essere … – mormorò.

Prese quell’oggetto in mano, chiuse gli occhi e di colpo fu sulla collina, avvolta da una dolce melodia e da un intenso profumo di narcisi.

- Non posso credere che tu l’abbia tenuta per tutto questo tempo! La mia armonica … la suoni ancora? Oh Terry … quanto ancora dovrò aspettare per vederti e riabbracciarti?

Tornò in salotto decisa ormai ad andare in albergo, rimandando il loro incontro al giorno dopo.

Mentre si infilava il soprabito udì squillare il telefono. Rivolse lo sguardo verso l’apparecchio riflettendo un attimo sul da farsi. Non poteva essere Terence, non aveva motivo di chiamare sapendo che nel suo appartamento non c’era nessuno, di sicuro era qualcuno che lo cercava. Dopo poco il telefono smise di suonare, ma riprese subito mentre Candy aveva già aperto la porta per andarsene. Esitò un istante, ma l’apparecchio non sembrava volerne sapere di tacere questa volta. Istintivamente tornò indietro e alzò il ricevitore.

- Pronto …

 



Broadway
Poche ore prima

 

Nonostante fosse domenica, la compagnia si era riunita per mettere a punto alcuni dettagli.

Terminata la seduta di prove del pomeriggio, Terence si era recato come al solito nel suo camerino per cambiarsi, prima di prendere la strada per Long Island dove la madre lo attendeva per cenare insieme. Stava per uscire dal teatro quando si sentì chiamare da Robert, si voltò e lo vide andargli incontro.

- Terence va tutto bene? – gli chiese il direttore tradendo una certa ansia nella voce.

- Certo … perché me lo chiedi? – rispose il ragazzo alquanto sorpreso.

- Mi dispiace dovertelo dire ma … è qualche giorno che la tua recitazione non è propriamente perfetta come al solito. Anche oggi hai sbagliato il tempo di diverse battute e ne hai dimenticate altre, te ne sarai accorto anche tu, pignolo come sei, non è da te …

- Lo so! - esclamò Terence facendosi scuro in volto.

- Se c’è qualcosa che non ti convince, possiamo rivedere il copione insieme. Lo sai che do sempre molta importanza alla tua opinione e se ti va anche domani potremmo …

- Non è questo il punto! – lo interruppe Terence – Il copione è perfetto, di grande impatto … quanto a me … sono solo un po’ stanco – concluse con la chiara intenzione di chiudere il discorso.

- Allora perché domani non ti prendi un giorno di riposo? Non ti sei risparmiato ultimamente, ma anche i grandi attori hanno bisogno di una pausa ogni tanto! – esclamò Robert strizzando l’occhio al suo pupillo.

- D’accordo, ci vediamo martedì!

Detto questo Terence si allontanò in fretta dirigendosi verso il retro del teatro. Salì sulla sua auto e mise in moto. Voleva tornare all’appartamento, farsi una doccia e andare da Eleanor sperando di riuscire a distrarsi almeno per qualche ora. Distrarsi … da cosa poi?

Gli costava molto ammetterlo ma Robert aveva ragione. Negli ultimi giorni aveva perso la sua abituale concentrazione e durante le prove si era ritrovato più di una volta con la testa completamente vuota. Macbeth era di sicuro una piece teatrale molto impegnativa, considerata una tra le tragedie più complesse di Shakespeare e lo stava mettendo a dura prova. Il generale del re di Scozia era un personaggio molto controverso: se da una parte la sua sete di potere lo conduceva al delitto dall’altra ne provava un forte rimorso, essendo incapace di pentirsi.

 



“Spegniti, spegniti breve candela! La vita non è che un'ombra che cammina; un povero commediante che si pavoneggia e si agita sulla scena del mondo, per la sua ora, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla".[1]



Terence aveva pronunciato queste parole, ripetendo per l’ennesima volta la scena quinta del quinto atto. Stranamente gli risuonavano adesso nella testa e si rendeva conto di quanto fossero seducenti perché in fondo che cos’era la vita se non una candela che si consuma senza lasciare altro che una piccola scia di fumo. Non era forse questa la sua vita adesso? Era anche lui un povero commediante, ma non quando si trovava sul palco ad interpretare un personaggio, bensì lui diventava un attore quando usciva da teatro e doveva fingere che la sua vita di stella di Broadway fosse perfetta come tutti si aspettavano. Eppure c’era stato un tempo in cui si era sentito pieno di speranza e la vita gli appariva come il più bel dono che si possa ricevere. Ma ora? La vita gli avrebbe davvero concesso un’altra possibilità? E lui ne aveva il diritto? Aveva il diritto di essere felice? Il pensiero di Susanna e della sua breve vita spesso lo turbava.

Da quando si era deciso a spedire quella lettera era stato di nuovo assalito dai dubbi. Era già trascorsa più di una settimana senza ricevere risposta. Il terrore che lei avrebbe potuto ignorare le sue parole lo tormentava ed ogni minuto che passava diventava sempre più difficile mantenere viva la speranza di poterla almeno rivedere. Forse doveva andare così, forse non la meritava.

Immerso nei suoi pensieri Terence non si era reso conto che il semaforo era tornato verde, per cui i clacson dietro di lui lo fecero sobbalzare e premendo sull’acceleratore partì velocemente, non accorgendosi del furgone che stava effettuando un sorpasso in direzione opposta alla sua.



*****

- Pronto … ma chi parla? – chiese stupita una voce femminile all’altro capo del telefono.

- Sono un’amica di Terence … voglio dire del signor Graham … - rispose Candy titubante.

- Un’amica dice … ecco perché ha fatto tardi! Ora si spiega tutto. Potrebbe passarmelo per favore?

- Veramente sono passata a trovarlo ma lui non c’è, stavo per uscire quando il telefono ha iniziato a squillare con insistenza e … non so nemmeno io perché ho risposto …

- Non c’è? … Terry ma dove ti sei cacciato? – mormorò stizzita la voce femminile.

Candy rimase sorpresa nell’udire quel diminutivo che usava solo lei ai tempi della St. Paul School e … improvvisamente quella voce di donna le sembrò familiare e osò chiedere:

- Miss Baker … lei è Eleanor Baker?

- Come fa a conoscermi? Vuole dirmi con chi sto parlando? – chiese all’altro capo del telefono una voce piuttosto irritata stavolta.

- Mi scusi, probabilmente non si ricorda di me, sono Candy, Candy Ardlay.

- Come hai detto? Tu sei Candy? Quella Candy? – chiese Miss Baker incredula.

- Sì, sono io – confermò Candy con voce carica d’emozione.

- Lo hai incontrato?

- No. Sono appena arrivata a New York e Terence non sa che sono qui. La portinaia mi ha detto che probabilmente stasera non sarebbe tornato perché avrebbe cenato da lei e io stavo per andarmene.

- Infatti doveva essere già qui da me, è strano che sia così in ritardo e che non mi abbia avvisato. Pensavo fosse ancora lì perché in teatro mi hanno detto che se ne è andato circa un’ora fa.

- Mi dispiace Miss Baker, sono quasi due ore ormai che lo aspetto ma qui non è mai arrivato – commentò Candy iniziando a preoccuparsi.

- Ti potrei chiedere il favore di rimanere lì ancora un po’? Io intanto cerco di sapere dove si è cacciato e ti richiamo appena possibile, d’accordo?

- Va bene.

Eleanor chiuse la telefonata ancora non del tutto sicura di quello che era appena successo: Candy era a New York, nell’appartamento di Terence e lo stava aspettando!

- Oh mio Dio … non oso immaginare quando Terry lo saprà! Il fatto che lei sia qui può significare una cosa soltanto, altrimenti non sarebbe venuta. Ma certo … lui di sicuro le ha scritto, alla fine si è deciso, non posso crederci!

In preda ad una strana euforia Eleanor pensò che fosse ora più che mai importante rintracciare il figlio, ma non sapeva da dove cominciare. Le venne in mente di chiamare il Club dove Terence andava di solito a cavalcare, ma le risposero che da due giorni il signor Graham non si faceva vedere. Provò a contattare anche i pochi locali dove raramente si recava con alcuni amici per ascoltare un po’ di musica, ma niente. Nessuno lo aveva visto, Terence sembrava essere scomparso nel nulla.

D’un tratto udì squillare il telefono e poco dopo sentì bussare alla porta dell’elegante salotto dove si trovava. Gaston, il maggiordomo, le riferì che era attesa al telefono.

- È mio figlio?

- No signora, temo di no – le rispose Gaston con aria tetra.

Miss Baker si precipitò a rispondere e rimase impietrita quando si rese conto che la chiamata proveniva dal St. Jacob’s Hospital.

Intanto, nell’appartamento di Terence, Candy non sapeva più cosa pensare. Era già trascorsa una buona mezzora da quando aveva parlato con Eleanor e non aveva ricevuto ancora notizie. Camminava avanti e indietro per la stanza, sussultando ad ogni minimo rumore, sperando di vederlo entrare. Pensava alla faccia che avrebbe fatto trovandosela davanti e non riuscì a trattenere un sorriso.

- Signorina Ardlay … posso entrare?

- Prego Dora, entri pure … notizie del signor Graham?

- No signorina, ma … c’è un’auto fuori che l’aspetta, l’autista dice che è venuto a prenderla per ordine di Miss Baker.

La faccia di Candy non poteva apparire più sorpresa da quelle parole. Eleanor aveva mandato un autista a prenderla, quindi Terence doveva essere da lei e … mio Dio … tra poco lo avrebbe visto!

- La ringrazio molto per la sua cortesia Dora, ma ora devo proprio andare … arrivederci – quasi le gridò Candy precipitandosi di corsa giù per le scale.

Arrivata in strada trovò ad attenderla una splendida limousine. L’autista le aprì lo sportello invitandola a salire, poi si posizionò alla guida.

- Mi scusi … potrei sapere dove siamo diretti? – chiese Candy completamente travolta da un vortice di emozioni incontrollabili. Le sembrava quasi di avere la febbre, sentiva il viso in fiamme e il corpo percorso da leggeri brividi, le mani fredde torturavano il manico della borsa.

L’autista senza voltarsi le rispose che erano diretti al St. Jacob’s Hospital.

- Al St. Jacob’s Hospital … - ripeté Candy il cui cuore sembrava essersi fermato di colpo – Intende l’ospedale? Ma perché? Che cosa è successo?

- Mi perdoni signorina ma non sono in grado di dirle altro. So soltanto che Miss Baker la sta aspettando lì.

Candy sentì mancarle il respiro … perché mai Eleanor si trovava in ospedale e voleva che lei la raggiungesse? Un pensiero iniziò pian piano ad insinuarsi nella sua mente e anche se non intendeva in alcun modo assecondarlo, dovette alla fine cedere a quella che sembrava ormai una inesorabile realtà. Il ritardo di Terence e la sua inspiegabile scomparsa … no, non poteva essere vero, doveva esserci un’altra spiegazione.

In pochi minuti la limousine si fermò proprio davanti all’ingresso dell’ospedale.

- Prego Miss Ardlay, una persona di fiducia la condurrà da Miss Baker – le comunicò l’autista aprendole lo sportello.

Candy uscì con le gambe che la reggevano a malapena e scorse immediatamente una giovane donna bruna, con un elegante tailleur grigio chiaro, andarle incontro.

- Lei è Miss Ardlay, giusto?

- Sì.

- Prego mi segua.

- Potrebbe spiegarmi che cosa sta succedendo? Non so perché mi trovo qui e sinceramente …

- Mi perdoni ma Miss Baker mi ha pregato di non dirle niente, sarà lei in persona ad informarla dell’accaduto.

Candy non ebbe il coraggio di fare altre domande. Percorsero un lungo corridoio, passando davanti alla sala operatoria la cui luce rossa era accesa ad indicare che era in corso un intervento chirurgico. Candy si sentì gelare il sangue nelle vene e quando entrò nella piccola sala d’attesa privata il viso sconvolto della madre di Terence confermò il suo terribile presentimento a cui fino a quell’istante aveva tentato con tutte le sue forze di opporsi.

- Oh Candy … grazie al cielo sei qui! – esclamò Eleanor gettandosi di slancio verso di lei e stringendola in un caloroso abbraccio.

La sentì singhiozzare e per un attimo Candy pensò di essere sul punto di morire. Poi cercò di recuperare tutto il suo sangue freddo, come quando da brava infermiera si era ritrovata ad affrontare situazioni molto difficili da sostenere e, facendo un respiro profondo, pregò Eleanor di calmarsi e di spiegarle che cosa fosse successo. Si sedettero ed Eleanor le raccontò che dopo aver parlato con lei aveva provato a cercare Terence ovunque senza successo. Dopodiché aveva ricevuto una telefonata con cui veniva informata che il figlio era stato coinvolto in un incidente stradale, in seguito al quale era stato trasportato con urgenza al St. Jacob’s Hospital.

- Mi sono precipitata qui, ma quando sono arrivata mi è stato detto che Terry era già in sala operatoria e non ho saputo nient’altro … sto impazzendo … non so più cosa pensare! – continuò fra le lacrime stringendo le mani sempre più fredde di Candy.

Candy era senza parole, non riusciva nemmeno a piangere. Alzò per un attimo gli occhi e si rese conto che nella stanza erano presenti anche il signor Hathaway e Karen Kleiss. Entrambi la guardarono atterriti confermando le parole di Eleanor.

- Come infermiera posso tentare di sapere qualcosa in più. Aspettate qui. – riuscì a dire Candy dirigendosi verso l’uscita, sperando in realtà che una volta fuori da lì tutto le sarebbe apparso come il peggiore degli incubi e sarebbe svanito nel nulla, riportandola nell’appartamento di Terence. Non era forse lì che si era addormentata, sul suo divano? Aprendo gli occhi si sarebbe svegliata trovandosi di fronte quel meraviglioso sorriso che non vedeva da tanto tempo. Ma appena fuori dalla porta il viavai di medici ed infermiere le sbatté di nuovo in faccia la dura realtà. Non stava sognando, si trovava davvero in ospedale e Terence era davvero in sala operatoria. Percorse a ritroso il corridoio e si fermò proprio di fronte alla luce rossa, calde lacrime le inondarono le guance, si sentì mancare e si appoggiò alla parete alle sue spalle, ripetendo dentro la sua testa “non è possibile che tu sia là dentro”.

Una voce familiare la riscosse dai suoi pensieri, si voltò lentamente e riconobbe il dottor Brown con cui aveva lavorato a Chicago per un po’ di tempo, fino a quando lui era stato trasferito al St. Jacob di New York.

- Michael!

- Allora non mi sono sbagliato … sei proprio Candy! Che succede?

- Un mio caro amico è stato coinvolto in un incidente stradale e adesso è in sala operatoria, ma né io né i suoi familiari abbiamo altre notizie e siamo molto in ansia – gli spiegò Candy tra le lacrime.

- Lo vedo … - le disse dolcemente il dottore – Io non so niente ma forse posso aiutarti, vieni con me.

Candy lo seguì come un automa fino a quando si fermarono davanti ad una porta dove un cartello con scritto “Riservato” indicava una stanza vietata ai visitatori.

- Aspettami qui un attimo, vedo cosa mi dicono e torno da te.

- Grazie Michael, grazie davvero! – sussurrò Candy.

Fortunatamente l’attesa fu breve e dopo pochi minuti il dottor Brown riapparve comunicando a Candy quanto aveva appreso sulle condizioni in cui il giovane era giunto in ospedale.

- È stato un brutto incidente, pare che un furgone sorpassando lo abbia preso in pieno. L’impatto è stato molto violento e il tuo amico ha riportato la frattura scomposta di tre costole, il che ha causato un’emorragia interna che ha richiesto l’intervento immediato del chirurgo. Ha poi un profondo taglio sulla parte sinistra della fronte e un forte trauma cranico.

- Era cosciente quando è arrivato qui?

- No.

Candy non riuscì a trattenere un singhiozzo.

- Io non posso assicurarti niente, ma da ciò che ho saputo non credo che sia in pericolo di vita. Anche se per esserne sicuri dobbiamo attendere che l’intervento sia terminato – tentò di tranquillizzarla Michael che non aveva mai visto Candy tanto sconvolta.

- Quanto tempo ci vorrà ancora?

- Un’ora o due al massimo.

- Non so davvero come ringraziarti. Adesso torno da sua madre e provo a rassicurarla perché era veramente distrutta.

- Non mi dirai che la famosa attrice Eleanor Baker è qui in ospedale?

- Certo e tu non mi dirai che sei un suo ammiratore?

- Chi non lo è? Mi dici come fai a conoscerla?

- Suo figlio ed io siamo stati compagni di scuola a Londra ed è in quel periodo che ho conosciuto anche Miss Baker – gli rispose Candy tornando per un attimo a sorridere ricordando i bei giorni trascorsi in Scozia.

- E come mai ti trovi a New York?

- Beh … questa è una storia un po’ lunga e adesso non ho proprio il tempo di raccontartela, perdonami.

- Figurati … scusami tu, non credo tu abbia molta voglia di chiacchierare in questo momento e lo capisco. Chiedi pure di me se hai bisogno di qualcosa.

- Grazie Michael! – gli rispose Candy con un sorriso pieno di riconoscenza.

Candy riferì quanto aveva appreso grazie al dottor Brown, cercando di tranquillizzare la madre di Terence dicendole che il figlio non era in pericolo di vita. A quel punto non restava altro da fare che attendere la fine dell’intervento per parlare direttamente con il chirurgo.

Il tempo sembrava non passare mai e nella stanza era sceso un cupo silenzio. Nessuno dei presenti osava pronunciare parola. Robert se ne stava in piedi con lo sguardo perso fuori dalla finestra. Eleanor seduta tra Candy e Karen si teneva il bel volto tra le mani, alternando singhiozzi e profondi sospiri.

Candy decise di uscire e cercare la cappella dell’ospedale. Si inginocchiò di fronte all’immagine di St. Jacob pregando con tutta se stessa affinché Terence si salvasse. Candy conosceva la storia di Giacobbe in cui il volto di Dio è quello di un Dio che viene nell’umanità peccatrice: un Dio nascosto nella fragilità della natura umana, nelle sue contraddizioni, ma che dall’interno la fa lievitare verso la purezza e la verità, sia pure a prezzo di sofferenze.

Dopo più di un’ora un’infermiera fece il suo ingresso nella sala d’attesa invitando Miss Baker a seguirla.

- Candy ti prego, ti dispiacerebbe venire con me? – la implorò Eleanor allungando una mano verso di lei.

Candy le sorrise accettando il suo invito, mentre Robert e Karen rimasero nella stanza.

 

Lo studio del dottor Taylor era molto ampio, con una grande scrivania al centro, uno scaffale pieno di cartelle sulla sinistra e una serie di rigogliose piante ornamentali sulla destra. Un’infermiera fece accomodare Miss Baker e la sua bionda accompagnatrice dicendo loro che il dottore sarebbe arrivato tra pochi minuti, dopodiché uscì.

- Perdonami Candy, forse non avevo il diritto di chiedertelo ma non sai quanto la tua presenza mi dia coraggio in questo momento – confessò Eleanor stringendo nella sua la mano della ragazza che le rivolse il più dolce dei sorrisi nonostante stesse tremando come una foglia al pensiero di quello che il dottore avrebbe potuto dire.

Al rumore metallico della porta entrambe le donne sedute davanti la scrivania si voltarono di scatto trovandosi davanti la figura imponente di un uomo di mezza età, capelli scuri appena imbiancati sulle tempie, piccoli occhi nocciola molto profondi e intensi seminascosti da un paio di occhiali che tolse con estrema lentezza appena si mise seduto. Dopo essersi passato una mano sulla fronte, il dottor Taylor rivolse per la prima volta lo sguardo a Miss Baker chiedendole conferma del fatto che lei fosse la madre del ragazzo che aveva da poco terminato di operare. Poi si rivolse a Candy:

- E lei signorina?

- Miss Ardlay è una mia carissima amica e conosce mio figlio da molti anni, inoltre è un’infermiera diplomata – intervenne Eleanor anticipandola.

Il dottor Taylor squadrò Candy e non fece altre domande, pensando tra sé che gli attori erano decisamente un po’ strani!

- L’intervento si è appena concluso ed è andato bene. L’emorragia interna è stata fermata in tempo e non ha compromesso il funzionamento degli organi vitali. Il paziente è giunto in ospedale in condizioni piuttosto serie, in stato di incoscienza, per cui si è reso necessario agire con una certa urgenza. Ha riportato la rottura del polso destro e di tre costole di conseguenza dovrà stare immobile per un po’ di tempo e per i primi giorni sarà preferibile tenerlo sotto sedativi. Questo è quello che posso dirvi al momento. Nei prossimi giorni potremo capire meglio i tempi di recupero.

- Avrà qualche danno permanente? – chiese Candy preoccupata.

- Non credo signorina, può stare tranquilla. L’unico segno che gli ricorderà questa brutta esperienza sarà probabilmente la cicatrice della profonda ferita che ha riportato sulla fronte, ma in genere sono cose che piacciono … alle donne! – le rispose il dottore suscitando in Candy un immediato senso di naturale antipatia.

Il dottor Taylor proseguì rivolgendosi ad Eleanor:

- La stanza di suo figlio è la numero 27. Un’infermiera l’accompagnerà da lui.

- La ringrazio infinitamente dottore – disse Eleanor con sincera gratitudine, poi insieme a Candy si diresse verso l’uscita.

- Mi raccomando … una sola visita per oggi!

Mentre Miss Baker veniva accompagnata verso la stanza del figlio, Candy tornò in sala d’attesa riferendo a Robert e Karen quanto era stato loro detto dal chirurgo che aveva operato Terence.

- Si rimetterà in fretta …  Terence è un ragazzo molto forte! – fu il commento del signor Hathaway.

- Il dottor Taylor ha concesso solo una visita … purtroppo! – esclamò Candy senza nascondere il suo dispiacere.

Karen seduta di fronte a Candy la osservava cercando di carpirne ogni più piccola emozione. Candy si era appoggiata al muro con la testa leggermente reclinata all’indietro e gli occhi chiusi, cercando in quel buio di ritrovare un po’ di pace. L’attrice moriva dalla voglia di chiederle che cosa ci facesse a New York, temendo in cuor suo che si trovasse lì proprio per Terence.

- Non posso credere che dopo tutti questi anni tra loro ci sia ancora qualcosa … no … non è possibile – pensava tra sé, non trovando tuttavia il coraggio di indagare. D’un tratto si decise.

- Candy come mai ti trovi a New York? Sei qui per lavoro immagino.

Candy sorpresa esitò – Beh … veramente io …

Non terminò la frase perché in quel momento entrò Eleanor, molto provata. Robert le andò incontro immediatamente, sorreggendola per la vita.

- L’hai visto … come sta? – le chiese.

- È molto pallido e … dorme per fortuna, così non sente troppo dolore. Il dottore ha detto che sta andando tutto per il meglio e che dobbiamo avere pazienza ma si riprenderà - Poi si voltò e …

- Candy vuoi vederlo? – le chiese con un leggero sorriso identico a quello del figlio.

- Ma veramente il dottore ha detto che … - esitò Candy molto sorpresa, non sentendosi affatto pronta.

- Sono riuscita a strappargli cinque minuti in più … se vuoi.

- D’accordo – acconsentì con un filo di voce.

Mentre Robert e Karen salutarono Miss Baker dandosi appuntamento alla mattina seguente, Candy si diresse verso la stanza numero 27. Eleanor aprì leggermente la porta e disse qualcosa all’infermiera presente nella camera, questa uscì facendo cenno a Candy di entrare.

- Dal momento che sei una collega posso lasciarti da sola ma solo cinque minuti, mi raccomando, altrimenti finisco nei guai! – esclamò l’infermiera abbandonando la stanza.

- Grazie – le sussurrò Candy, prima di chiudere la porta alle sue spalle.

La camera era molto grande e avvolta nella penombra. Il letto era posizionato vicino ad un’ampia vetrata che una tenda copriva solo per metà, lasciando intravedere la notte scintillante delle mille luci di New York. Candy posò il soprabito e la borsa su una sedia a lato della porta, dopodiché tentò di muovere qualche passo in avanti. In quel silenzio assoluto il leggero fruscio delle sue scarpe sul pavimento la fece trasalire e dovette appoggiarsi ad un carrello che per fortuna si trovava vicino a lei. Non riusciva a pensare a niente se non al fatto che a pochi metri c’era Terence. La sua vista era annebbiata dalle lacrime che incontrollabili ancora una volta si erano impadronite dei suoi occhi, prese un fazzoletto dalla tasca del vestito e le asciugò cosicché pian piano le apparve il profilo del corpo disteso del ragazzo. Continuò ad avvicinarsi lentamente, fermandosi prima ai piedi del letto. Un leggero lenzuolo bianco copriva le gambe del paziente fino ai fianchi, il torace stretto in una ampia fasciatura rimaneva scoperto, così come le braccia delle quali la destra era immobilizzata mentre sul dorso della mano sinistra era stata inserita la flebo per somministrare molto probabilmente sedativi e antidolorifici. Spostandosi sul lato lungo del letto Candy trovò infine il coraggio di giungere all’altezza del viso di Terence. Dopo quel breve incontro a teatro non si erano più visti e adesso, trovarselo davanti in quelle condizioni … era così pallido, l’espressione tesa e una vistosa benda sulla fronte, sotto ai capelli leggermente scompigliati. Candy allungò la mano istintivamente per sistemare una ciocca vicino all’orecchio, sfiorandogli la guancia. Si sedette profondamente turbata e trovandosi così vicino a lui non poté fare a meno di stringergli la mano: l’ultima volta che le loro mani si erano sfiorate era stata in quello stesso ospedale quando si erano detti addio. Quanto le era mancato quel contatto! Le sembrava che poter accarezzare ancora quella mano la conducesse verso una nuova vita. Poteva forse negare di essere venuta a New York con questa speranza dentro al cuore? Iniziare una nuova vita, possibile?

- Oh Terence … quanto vorrei che tu potessi sentirmi! Andrà tutto bene vedrai, stai tranquillo. Il medico che ti ha operato dicono sia bravissimo, sei in ottime mani. Non vedo l’ora che ti svegli … per potermi perdere di nuovo nel blu dei tuoi occhi … Ma che cosa sto dicendo, perdonami … non mi sembra proprio il momento di pensare a certe cose. Se tu fossi sveglio non esiteresti a prendermi in giro … non è vero?

Candy sorrise all’idea e le tornarono alla mente tutte le volte che lui la chiamava “Tarzan Tuttelentiggini” o “scimmietta” facendola andare su tutte le furie mentre scoppiava a ridere.

- Cosa darei per sentire ancora quella risata! – mormorò tra sé, stringendo più forte la mano calda del ragazzo e avvertendo di nuovo il calore delle lacrime sul viso.

Improvvisamente avvertì una presenza vicino a lei. Miss Baker aveva bussato alla porta ma evidentemente Candy non l’aveva neanche sentita entrare e quando la vide in lacrime le disse:

- Hai sentito cosa ha detto il dottore … vedrai che tra pochi giorni starà bene, non ti devi preoccupare.

Nonostante le sue rassicurazioni Candy non riusciva comunque a smettere di piangere così Eleanor pensò che la causa di quelle lacrime non fosse solo la preoccupazione per la salute di Terence. Probabilmente l’emozione di averlo rivisto dopo tanto tempo era stata per Candy troppo forte … dunque lo amava ancora, non poteva esserci alcun dubbio!

Candy si alzò in piedi lasciando lentamente la mano di Terence e, dopo averlo accarezzato con lo sguardo un’ultima volta, si avviò verso l’uscita insieme a Miss Baker.

- Perché non vieni da me, così domattina possiamo tornare insieme in ospedale – le propose Eleanor appena uscite all’aperto. Nonostante la preoccupazione per le condizioni del figlio, la madre di Terence non aveva alcuna intenzione di lasciar andare Candy, doveva in qualche modo capire cosa davvero ci fosse nel cuore di quella ragazza.

 - La ringrazio molto, ma ho tutte le mie cose in albergo e sono veramente stanca … non vedo l’ora di mettermi a letto.

- Permettimi almeno di accompagnarti, il mio autista ci sta aspettando.

Salirono sulla limousine e si recarono all’albergo dove Candy alloggiava, poco distante dall’ospedale. Le due donne si salutarono con affetto, estremamente provate da quanto successo e si dettero appuntamento al mattino dopo.

Candy salì in camera e si gettò sul letto distrutta da tutte le intense emozioni provate quella sera. Non aveva certo immaginato di incontrare Terence in quelle circostanze però averlo visto le riempiva il cuore di calore. Non vedeva l’ora che sorgesse di nuovo il sole per tornare da lui. Avrebbe tanto desiderato potergli restare vicino tutta la notte, ma il medico era stato inflessibile, rassicurando sia lei che la madre che il paziente non sarebbe stato lasciato da solo neanche un secondo.

- Riesco ancora a percepire il calore della tua mano – mormorò Candy portandosi alla guancia la mano che aveva stretto quella di Terence – Eri così pallido ma il tuo dolce viso non è cambiato … allora è vero quello che mi hai scritto? Sei sempre lo stesso?

Candy si alzò e andò a prendere nella borsetta la lettera che aveva ricevuto pochi giorni prima, la aprì e la lesse ancora una volta pur conoscendone ormai a memoria ogni singola parola.

- “Per me non è cambiato niente” … che cosa significano queste parole? Forse quello che penso e spero? Avrei bisogno di farti così tante domande … o magari sarebbe sufficiente guardarti negli occhi una volta soltanto per capire se ancora …

Immersa in questi pensieri Candy fu vinta dalla stanchezza e si abbandonò al sonno.

 



[1] Shakespeare, William. Macbeth, Atto V, scena V.



Capitolo undici






New York
27 marzo 1922

 

L’aria fresca del primo mattino la faceva sentire piena di ottimismo mentre camminava in fretta sul marciapiede, schivando la folla di persone che già animavano le strade della città. Appena uscita dall’albergo aveva infatti deciso di proseguire a piedi fino all’ospedale, le piaceva camminare perché la aiutava a schiarirsi le idee e in quel momento ne aveva davvero bisogno. La testa di Candy era invasa infatti da una moltitudine di pensieri anche se tutti ruotavano intorno ad un unico nome: Terence. Possibile stesse andando da lui? Chissà come aveva trascorso la notte … e se si fosse già svegliato? No, non era possibile, il medico aveva parlato di alcuni giorni di sedazione, ma prima o poi avrebbe potuto parlargli! Questi pensieri la rendevano agitata ma allo stesso tempo una strana euforia si impadroniva ogni tanto di lei facendola camminare a un metro da terra.

In pochi minuti raggiunse il St. Jacob Hospital e salì al primo piano dove si trovava la stanza di Terence. Era molto presto e le visite ai pazienti non erano ancora consentite, per cui Candy pensò di cercare il dottor Brown per avere notizie. Fortunatamente Michael stava percorrendo proprio in quel momento il corridoio dove si trovava Candy.

- Buongiorno Candy, mattiniera come al solito vedo! – esclamò il giovane medico.

- Buongiorno Michael, ti stavo cercando … volevo sapere come sta il paziente della stanza 27.

- Il tuo amico intendi? – le chiese Michael sottolineando maliziosamente la parola “amico” – Seguimi e lo saprai, sto per iniziare il mio turno e devo proprio visionare la sua cartella clinica.

Entrarono in una stanza attigua a quella di Terence e, dopo aver esaminato attentamente i parametri registrati durante la notte, il dottor Brown comunicò a Candy che tutto sembrava procedere per il meglio e che forse avrebbero potuto provare pian piano a svegliarlo. Il sorriso sbocciato sul volto della ragazza fu più eloquente di mille parole.

- Vuoi vederlo? – le chiese Michael sorridendole a sua volta.

- Sì … ma non credo sia già orario di visite …

Michael senza rispondere si avvicinò ad una tenda che nascondeva una specie di finestra: quando la aprì dall’altra parte del vetro apparve la camera di Terence.

- Come ben sai si tratta di un paziente un po’ speciale e da qui possiamo tenerlo sempre sotto controllo, nel caso arrivassero visite inopportune, tipo qualche ammiratrice invadente! – commentò il giovane medico di fronte alla faccia stupita dell’amica.

Candy fece qualche passo per avvicinarsi al vetro e ancora l’emozione nel rivederlo la colpì in pieno petto, togliendole il respiro.

- Michael, il dottor Taylor vuole parlarti subito! – intervenne decisa un’infermiera affacciandosi alla porta.

Michael fece cenno a Candy di aspettarlo lì ed uscì.

- Terry hai sentito? Il dottor Brown ha detto che è tutto ok e che presto potrai svegliarti … non vedo l’ora! Sono sicura che starai bene e che presto tornerai a casa e a recitare … tutto questo sarà solo un brutto ricordo!

Candy non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, si sentiva così impaziente di stare accanto a lui.

- Ma quando inizia l’orario delle visite? Spero proprio di poter restare con te un po’ più di tempo oggi … fosse per me non ti lascerei mai!

D’un tratto nella stanza di Terence entrò una donna che Candy non riconobbe subito, nemmeno quando si tolse il cappello e il foulard che ne avvolgeva in parte il volto.

- Ma chi è? Non è Miss Baker! – esclamò Candy stupita.

La donna si avvicinò a Terence, accomodandosi sulla stessa sedia su cui si era seduta Candy la sera prima.  Subito prese la mano del ragazzo con un gesto che agli occhi di Candy apparve pieno di passione, dopodiché la vide pronunciare qualche frase senza poter capire cosa stesse dicendo, mentre i bellissimi occhi scuri risplendevano carichi di lacrime.

Candy avrebbe voluto chiudere la tenda e non vedere altro ma non fece in tempo e ciò che successe un istante dopo la travolse come un fiume in piena: la donna accostò il suo viso a quello di Terence fino a quando le sue labbra sfiorarono quelle del ragazzo con un tenero bacio.

Sconvolta Candy uscì di corsa dalla stanza con le guance in fiamme e il cuore impazzito.

- Non può essere … non è possibile … mi sono sbagliata … - mormorava tra sé tentando invano di calmarsi.

- Buongiorno Candy, tutto bene? – la salutò Miss Baker che era appena arrivata, notando il turbamento della ragazza.

Candy dovette rinunciare al desiderio di fuggire via lontano e cercò di rispondere con la maggiore calma di cui era capace in quel momento.

- Certo … ho appena parlato con il dottor Brown e mi ha detto che tra non molto Terence potrà svegliarsi.

- Ma è una notizia meravigliosa, sono così sollevata – esclamò Eleanor stringendo Candy in un caloroso abbraccio.

Intanto la ragazza appena uscita dalla stanza di Terence si soffermò a salutare l’attrice. Candy notò che le due donne sembravano conoscersi, anche se si guardavano piuttosto freddamente. Ad un certo punto Eleanor fece cenno a Candy di avvicinarsi.

- Ti presento una cara amica di mio figlio, Candice Ardlay.

- Lieta di fare la sua conoscenza … anch’io sono una cara amica di Terence, mi chiamo Isabel Adams.

Si strinsero la mano guardandosi dritte in viso, anche se Miss Adams era più alta di Candy e sembrò scrutarla dall’alto in basso.

- Adesso devo proprio andare, a presto – salutò Isabel prima di dirigersi verso l’uscita dell’ospedale.

Candy la guardò allontanarsi, mentre si lasciava alle spalle un intenso profumo di orchidea. Senza alcun dubbio si trattava della ragazza che era apparsa sui giornali insieme a Terence e che era stata indicata come la sua nuova fiamma.

- Vogliamo entrare? – chiese Eleanor a Candy indicando la stanza di Terence.

Candy annuì non potendo rifiutare anche se si sentiva estremamente vulnerabile e sul punto di piangere.

La stanza era ancora avvolta nella penombra dal momento che il paziente doveva restare incosciente ancora per un po’. Eleanor e Candy si avvicinarono al letto in silenzio e rimasero così per alcuni minuti, gli occhi fissi su quel giovane uomo che per entrambe rappresentava tutto l’amore del mondo. Il viso ancora pallido e gli occhi chiusi lo facevano sembrare un cucciolo indifeso.

- Sai Candy … quando Terry è nato mi sono sentita la donna più felice dell’universo, mi sembrava di avere tra le braccia il tesoro più grande che potessi ricevere, un dono immenso! Per questo quando suo padre me lo ha portato via ho creduto di morire. È stato come se mi avesse strappato l’anima anche se razionalmente ho pensato anch’io che fosse la cosa migliore per lui. Diventare un Granchester a tutti gli effetti gli avrebbe garantito un futuro di certo migliore rispetto a quello che avrei potuto offrirgli io. Quanto mi sbagliavo! Solo l’amore può rendere felici e Terry non lo ha conosciuto durante tutta la sua infanzia, fino a quando … - Eleonor fece una pausa rivolgendo lo sguardo verso Candy per un attimo e sorridendole, poi riprese – Il giorno che ho perso il mio bambino ho giurato a me stessa che non avrei mai più dipeso dall’amore di un uomo. Volevo essere una donna indipendente e realizzata per non dover subire ancora le decisioni prese da qualcun altro! Credo che tu possa capirmi facilmente, so che hai trovato la tua strada con determinazione, senza l’aiuto di nessuno e per una donna purtroppo non è semplice. Non bisogna mai dipendere da nessuno Candy … naturalmente quando si tratta di un figlio le cose cambiano. Se Terry è felice lo sono anch’io, se lui non sta bene anch’io soffro, è inevitabile, un figlio è parte di te e lo sarà per sempre, anche quando diventa un uomo.

Con la mano Eleanor accarezzò il volto del figlio più volte e i bellissimi occhi blu, identici a quelli di Terence, le si riempirono di lacrime che asciugò subito con un candido fazzoletto di batista.

 - Ti ha scritto non è vero? – chiese improvvisamente rivolgendosi a Candy.

- Sì – rispose di getto la ragazza quasi si aspettasse da tempo quella domanda.

- Ed è per questo motivo che sei qui a New York? È per Terry?

Candy esitò. Dio solo sa quanto avrebbe voluto confessare alla madre di Terence come la lettera di suo figlio l’avesse riempita di gioia e di come non c’avesse pensato un solo istante a salire sul primo treno per raggiungerlo, ma dopo quello che aveva visto, dopo il bacio di Isabel … si sentiva confusa e non sapeva più cosa pensare. Si ricordò di averli visti insieme, fotografati sui giornali. Jasmine le aveva detto di non dare peso a quelle notizie e le aveva assicurato che tra loro non c’era niente di importante. Ma quel bacio … adesso … dopo che lui le aveva scritto … cosa significava?

Un’infermiera entrò nella stanza dicendo a Miss Baker che il dottor Taylor era disponibile a riceverla. L’attrice uscì e Candy poté evitare di rispondere, almeno per il momento. Rimase da sola con Terence. Si  sedette vicino a lui in preda a sentimenti contrastanti e a mille domande. Dopo la sua lettera che senso aveva quel bacio? Perché le aveva scritto se tra lui e Isabel … del resto la modella era una donna non solo bellissima, ma anche piena di fascino. Con Terence condivideva la stessa passione per il mondo dello spettacolo, probabilmente frequentavano gli stessi ambienti e avevano amicizie in comune, era naturale quindi che si fosse creato un rapporto piuttosto intimo e Terence poi … ormai era diventato un uomo, come aveva detto la madre, non era più il ragazzino ribelle della St. Paul School e se già allora tutte le studentesse morivano per lui adesso quale donna avrebbe potuto resistergli?

Candy lo guardava quasi imbarazzata, confessando a se stessa che, pur non essendo cambiato di molto, il viso di Terence si era fatto più maturo e ancora più bello di come lo ricordava. I lineamenti erano più definiti: la fronte, il naso, il mento, la bocca sembravano essere stati disegnati dalla mano di un artista. Candy dovette distogliere lo sguardo sentendo il rossore salirle fino alle orecchie.

Poi le venne di nuovo davanti agli occhi l’immagine di Isabel china su di lui e quel bacio! Si sentì perduta, le sembrò che tutto ciò in cui aveva creduto e sperato da quando aveva ricevuto la sua lettera fosse svanito all’improvviso. Evidentemente il sentimento per lui che aveva custodito nel proprio cuore per tutti quegli anni e il desiderio di rivederlo le avevano fatto leggere tra quelle poche righe qualcosa che in realtà non c’era, che non c’era più.

- Cosa ci faccio qui? Smettila di sognare ad occhi aperti Candy, sei solo una sciocca a credere ancora che lui …

Uscì di corsa dalla stanza e tornò in albergo. Poco dopo la chiamarono dalla reception per passarle una telefonata urgente da Chicago.

- Pronto?

- Candy ma dove sei finita? Ho letto di Terence sul giornale, cosa è successo, come sta?

- Albert perdonami se non ti ho avvisato, ma credimi è accaduto tutto all’improvviso e non ho trovato il tempo … Terence ha avuto un brutto incidente e ha subito un intervento chirurgico, ma adesso sta bene. È ancora sotto sedativi ma probabilmente domani potrà svegliarsi – rispose Candy quasi senza respirare.

- Grazie a Dio! Ho visto la foto della sua auto … è impressionante, è un vero miracolo che ne sia uscito vivo! E tu come stai piccola? Hai bisogno di qualcosa, vuoi che ti raggiunga?

- Sto bene non ti preoccupare, non è necessario che tu venga fino a New York anche perché penso di rientrare a breve, il lavoro mi aspetta! – esclamò Candy tentando di recuperare il suo solito tono di voce squillante.

Ad Albert tuttavia sembrò alquanto strano che Candy volesse già tornare a Chicago, sapeva che era corsa da Terence dopo la lettera che lui le aveva inviato e, pur non conoscendone il contenuto, aveva sperato che tra loro le cose potessero finalmente aggiustarsi. Perché tanta fretta ora? Non osò comunque chiederle altro aspettando che fosse lei a confidarsi.

Una volta riattaccato il telefono Candy sentì ancora più forte il desiderio di tornare immediatamente a Chicago, a casa. La voce di Albert così rassicurante come al solito, le infondeva sempre una profonda calma e in quel momento avrebbe tanto voluto trovarsi a Villa Ardlay insieme a lui, ai cari Annie ed Archie, le sole persone che, insieme a Miss Pony e suor Lane, la facevano sentire al sicuro.

In tutti quegli anni trascorsi lontano da Terence aveva imparato ad andare avanti, guardando al futuro e chiudendo nell’angolo più remoto del suo cuore quell’amore passato che ormai non aveva più speranza di tornare a vivere. Poi quella lettera … quel “per me non è cambiato niente” aveva fatto saltare tutto come una dinamite, il suo cuore era brillato in mille frammenti e tutti i sentimenti tenuti nascosti fino a quel momento erano tornati prepotentemente a reclamare il loro posto. L’anima di Candy aveva iniziato a gridare forte, sempre più forte, un solo nome, l’unico possibile!

Ma tutto questo faceva ancora una volta troppo male! Perché amarlo significava di nuovo soffrire? Perché? Il loro amore era davvero irrealizzabile dunque?

- Oh Terry … forse non è vero che non sei cambiato …

 

Dopo aver pranzato in albergo, Candy aveva trascorso parte del pomeriggio passeggiando a Central Park. L’aria limpida di fine marzo era appena riscaldata da una brezza leggera, iniziava ad essere piacevole stare all’aria aperta. Si sedette su una panchina davanti ad un piccolo stagno e i suoi pensieri volarono inesorabilmente in Scozia. Quanti momenti indimenticabili avevano trascorso lei e Terence durante quelle vacanze estive. Ogni attimo, ogni sguardo, ogni sorriso erano impressi nella sua mente, ora le sembrava tutto così lontano. Aveva custodito quei ricordi per anni, nascondendoli come un tesoro prezioso al resto del mondo, convinta che anche lui avesse fatto lo stesso. Ma non ne era più così sicura!

Terence Graham, la giovane stella di Broadway, l’attore più acclamato del momento, circondato da ammiratrici ed attrici bellissime, un uomo pieno di fascino e di cultura, un artista dal talento innegabile … poteva mai provare ancora qualcosa per quella ragazzina con le lentiggini sul naso a patata, conosciuta su un piroscafo?

- Magari si è già dimenticato persino di avermi scritto! – mormorò tra sé.

Si sentiva vuota e sciocca. Perché era partita subito per New York? Avrebbe tranquillamente potuto rispondere alla lettera di Terence, no? Invece di saltare sul primo treno inseguendo un sogno senza alcun senso!

- Perché bisogna essere decisamente un po’ folli per trovare un senso a tutta questa situazione: un ragazzo che, forse, ha provato un sentimento per me, mi scrive una breve lettera confessandomi che non è cambiato … non è cambiato cosa? Ha mai detto di amarmi? No! Si è fidanzato addirittura con un’altra donna! E io che faccio? Mi precipito da lui e lo vedo baciare un’altra donna ancora! Devo essere impazzita!

Dopo una serie infinita di queste farneticazioni, arrabbiata sempre di più con se stessa, Candy decise che sarebbe ripartita immediatamente per Chicago. C’era solo un piccolo problema: non poteva andarsene senza parlare prima con la madre di Terence. Si precipitò dunque in ospedale sperando di trovarla lì.

Miss Baker aveva trascorso infatti il pomeriggio accanto al figlio senza lasciarlo un attimo. Sperava che da un momento all’altro avrebbe iniziato a svegliarsi e voleva assolutamente essere presente quando sarebbe successo. Le sembrò alquanto strano non aver più visto Candy e fu sollevata quando, appena uscita dalla stanza, la vide andarle incontro.

- Buonasera Eleanor, come sta Terence? – chiese Candy ostentando una certa tranquillità.

- Sempre meglio! Il medico ha da poco iniziato a diminuire i tranquillanti per cui domani Terence sarà di nuovo con noi … sono così felice, non vedo l’ora!

- Anch’io ne sono felice e sono sicura che quando si sveglierà avere vicino suo madre sarà molto importante!

- Se posso essere sincera credo proprio che vedere te lo sarà di più!

Candy si sentiva morire ma doveva dirglielo, era il momento.

- Beh … mi dispiace molto ma io non potrò essere presente domani. Riparto questa sera per Chicago.

Eleanor rimase per un attimo senza parole, pensando di aver capito male e Candy si rese conto che non sarebbe stato facile uscire da quella situazione senza crollare.

- Purtroppo la mia vacanza newyorkese è terminata. Dopodomani devo rientrare a lavoro e mi aspetta un viaggio piuttosto lungo …

- Te ne vai? – le chiese puntandole dritti in viso i meravigliosi occhi blu, increduli ed imploranti.

Candy ebbe solo il coraggio di annuire.

- Perché? Che cosa è successo? Non puoi andartene senza prima aver parlato con lui!

Come il figlio evidentemente anche Eleonor era una persona molto diretta, abituata ad esprimere i propri pensieri senza girarci troppo intorno.

- Quando ti ho chiesto se eri venuta a New York per Terry, non mi hai risposto, ma io so che è così. E ora mi dici che te ne vai … perché? – le chiese di nuovo l’attrice prendendole le mani.

Quel gesto così intimo ed affettuoso fece cadere le barriere che Candy aveva innalzato per difendersi dal soffrire ancora. Non poteva mentire, non ne sarebbe stata capace in quel momento.

- La prego Eleanor … non mi chieda nient’altro e non dica a Terry che sono stata qui! – le disse sentendo salire un nodo nella gola.

Miss Baker rimase in silenzio alcuni istanti poi …

- Non vuoi neanche vederlo?

Candy rivolse lo sguardo verso la porta della stanza 27 ed Eleanor la aprì quel tanto che bastava per farla entrare.

- Ecco … appena questa mattina ero immersa nel più bello dei sogni ed ora tutto si è di nuovo trasformato in un incubo! – pensava tra sé Candy avvicinandosi al letto dove Terence era disteso, ancora profondamente addormentato.

Si sedette vicino a lui senza riuscire a guardarlo. Si coprì il volto con le mani, poggiando i gomiti sulle ginocchia. Nel silenzio della stanza riusciva a percepire il respiro regolare di Terence, le sembrava che quel soffio leggero la accarezzasse. Avvertiva il travolgente desiderio di abbracciarlo, le lacrime la stavano soffocando e senza rendersene conto iniziò a singhiozzare.

- Candy …

Qualcuno la stava chiamando?

- Candy … - ancora … come un sussurro.

Candy alzò il viso dalle mani e incredula si voltò verso Terence. Possibile fosse stato lui a pronunciare il suo nome?

L’espressione del ragazzo era cambiata: teneva gli occhi stretti e le labbra socchiuse come se fosse sul punto di parlare. Poi lentamente aprì gli occhi e si voltò verso di lei, regalandole un leggero sorriso che fu quasi subito sostituito da una smorfia di dolore.

- Non muoverti Terry! – si affrettò a dirgli Candy ma il ragazzo sembrava di nuovo essere ripiombato nell’incoscienza.

La ragazza uscì dalla stanza trovandosi davanti la madre di Terence.

- Credo che stia iniziando a svegliarsi, per un attimo ha aperto gli occhi. Vada da lui, io corro a chiamare il medico.

Eleanor si precipitò dal figlio mentre Candy, dopo aver parlato con il dottor Taylor, lasciava l’ospedale e si incamminava in lacrime verso la stazione di New York.

 

 

*****

 

Chicago

28-29 marzo 1922

 

Candy era fermamente decisa a non rivelare a nessuno quanto accaduto a New York, anzi era convinta di riuscire a nasconderlo persino a se stessa. Era stata a New York, ok, a trovare Terence. Poi c’era stato l’incidente e non era stato possibile parlare con lui. Fine della questione!

Giunse a Chicago nel primo pomeriggio, dopo aver viaggiato tutta la notte senza riuscire a chiudere occhio. A Villa Ardlay fu Albert il primo a darle il benvenuto dopo che Candy l’ebbe raggiunto nel suo studio. William Albert Ardlay aveva ormai assunto definitivamente il ruolo di capofamiglia e si era perfettamente calato nella parte a dir la verità, anche se ogni tanto non disdegnava qualche colpo di testa come un viaggio improvviso in Centro Africa o in Brasile (tenendo all’oscuro naturalmente la zia Elroy!).

- Bentornata Candy, mi sembri molto stanca! – la salutò abbracciandola teneramente.

- Effettivamente lo sono, il viaggio non è stato dei più comodi! Penso che andrò subito a riposare, domani i miei pazienti mi aspettano – rispose Candy con l’aria realmente distrutta.

- A proposito di pazienti, come sta Terence?

- Bene … cioè diciamo che si sta riprendendo, ci vorrà un po’ di tempo ma tornerà quello di prima. Sono sicura che la convalescenza a casa di sua madre lo aiuterà e potrà ricominciare presto a recitare. La compagnia Stratford sta rappresentando il Macbeth e naturalmente per il momento dovrà sostituirlo, ma di sicuro riprenderà il posto che gli spetta senza problemi …

Albert la stava ascoltando e intanto pensava che Candy stesse parlando un po’ troppo senza in realtà dire niente di sé. Sapeva che era andata a New York per parlare con Terence, ma ora perché non faceva il minimo cenno alla questione? Ritenne tuttavia che fosse meglio rimandare le spiegazioni e lasciò che andasse a riposare.

Cenarono insieme, solo loro due. Archie ed Annie erano andati qualche giorno dai Signori Brighton, mentre la zia Elroy preferiva consumare i pasti nel suo appartamento privato.

- Ho trovato molto bene la zia, mi ha detto che le sue emicranie sono diminuite ultimamente grazie al nuovo medicinale che le ho consigliato. Ne sono felice! – esclamò Candy passeggiando con Albert nel giardino della villa.

- Cara piccola Candy … sempre a preoccuparsi per gli altri! E tu invece come stai? – le chiese Albert con un leggero tono di rimprovero.

- Bene! Non si vede? – rispose Candy allegramente.

- Beh … diciamo che stai facendo di tutto per convincermi che sia così, ma non ne sono tanto sicuro.

- Guarda sono talmente in forma che potrei anche arrampicarmi su quell’albero – rilanciò indicando un’enorme quercia.

- Di solito io quando salgo su un albero lo faccio perché voglio nascondermi dal resto del mondo e starmene tranquillo a pensare a qualcosa o a qualcuno! – commentò Albert interrompendo la passeggiata e guardando Candy in viso. Come si aspettava lei abbassò lo sguardo.

- Ti va di parlarne? – le chiese allora.

- No.

Il mattino dopo, mentre facevano colazione in veranda, la gioia incontenibile di Annie nel rivedere quella che considerava sua sorella, travolse Candy come un uragano. La dolce e timida Annie non era solita scomporsi in quel modo ma non vedeva l’ora di conoscere ogni dettaglio del suo viaggio a New York. Appassionata com’era di romanzi rosa, non poteva resistere al fascino di quella storia d’amore così travagliata che, a suo dire, doveva assolutamente giungere al lieto fine, secondo le leggi della più alta letteratura o almeno di quella che lei conosceva.

- Adesso mi racconti ogni cosa! – le intimò Annie dopo aver letteralmente imprigionato Candy nella sua stanza.

- Ma Annie, che cosa vuoi sapere? Non c’è niente da raccontare! – temporeggiò Candy minimizzando.

- Prima di tutto dimmi come sta Terence, deve essere stato un terribile incidente a quel che scrivono i giornali.

- Sì … è stato davvero fortunato.

- Sono sicura però che quando ti ha vista è stato subito meglio, non è così? – le chiese Annie piena di entusiasmo al  solo pensiero che si fossero riappacificati.

- In realtà non mi ha vista.

- Come sarebbe?

- È rimasto incosciente per alcuni giorni, sotto sedativi. Quando sono ripartita per Chicago non si era ancora svegliato – confessò Candy distogliendo lo sguardo dall’amica che la fissava incredula.

- Quindi non vi siete parlati?

- No.

- Ma come … io non capisco. Credevo tu fossi andata a New York proprio per …

Candy la interruppe senza lasciarla continuare.

- Ti prego Annie, basta così!

Dopodiché uscì dalla stanza.

Annie tornò in veranda dove Archie ed Albert stavano commentando le ultime notizie di economia. Candy non era lì con loro per cui colse l’occasione di chiedere ad Albert notizie su quanto accaduto a New York. Perché che fosse accaduto qualcosa era evidente.

- Ho tentato ma Candy non ha voluto dirmi niente! – fu la sua risposta.

- Perché? C’è qualcosa che non va? – chiese Archie che si era già infervorato pensando che Granchester ne avesse combinata una delle sue.

- Non saprei … Candy mi ha detto soltanto che lei e Terence non si sono parlati e a me sembra alquanto strano – rispose Annie al marito.

- Ogni volta la stessa storia! Avremmo dovuto impedirle di andare a New York … tanto si sapeva già come sarebbe andata a finire! – sbraitò Archie alzandosi in piedi.

- Cerchiamo di mantenere la calma Archie! Candy sa quel che fa e se in questo momento non ha voglia di parlarne non possiamo obbligarla – sentenziò Albert rientrando in casa.

Il giorno seguente Candy ricevette una visita assai gradita. Jasmine era da poco tornata da un viaggio che l’aveva condotta in giro per visitare alcune attività che usufruivano di finanziamenti da parte della sua associazione benefica. Appena vide Candy si rese subito conto che qualcosa a New York doveva essere andato storto. Tuttavia essendo a conoscenza dell’incidente di cui era stato vittima Terence, pensò che il volto teso della ragazza fosse dovuto a questo.

Le due donne si salutarono abbracciandosi calorosamente, ma quando si separarono gli occhi verdi di Candy erano pieni di lacrime.

- Oh cara, perché adesso queste lacrime? Alla fine tutto si è risolto per il meglio no? Albert mi ha detto che Terence ormai è fuori pericolo e si sta riprendendo, non è così?

Candy annuì senza riuscire a dire altro, anche se moriva dalla voglia di confidarsi con qualcuno per alleggerire il peso che sentiva sul cuore.

Si sedettero. Si trovavano nella camera di Candy la quale aveva preferito fermarsi qualche giorno a Villa Ardlay prima di tornare all’appartamento che condivideva con Patty per non affliggere l’amica con i suoi tormenti.

Jasmine avvertiva la necessità di Candy di confidarsi, ma non voleva forzarla così tentò di parlare d’altro, anche se c’era una cosa che aveva scoperto e che riguardava proprio Terence.

- Lo sai che sono stata alla Casa di Pony?

- Veramente? – chiese Candy stupita.

- Sì … l’orfanotrofio ha ricevuto molte donazioni negli ultimi due anni. Abbiamo fatto bene a far conoscere lo splendido lavoro che fanno Miss Pauline e suor Lane, sono aumentate anche le adozioni.

- Ne sono davvero felice e ti ringrazio molto per quello che fai.

- Non è mio il merito bensì dei benefattori che si sono impegnati con le loro offerte. Pensa che da più di un anno, ogni mese, arriva puntuale per la Casa di Pony una cifra piuttosto consistente da un benefattore anonimo che tuttavia risiede probabilmente a New York, dal momento che il denaro proviene da una banca della città. Mi chiedo chi sia, sarei proprio curiosa di scoprirlo!

- Non saprei … magari è la famiglia che ha adottato uno dei nostri bambini.

- L’ho pensato anch’io, ma negli ultimi anni non ci sono state adozioni da New York. Chi potrebbe mai conoscere la Casa di Pony … da quelle parti? Non ti viene in mente proprio nessuno, Candy?

Le due donne si guardarono e d’un tratto entrambe sorrisero.

- Credi che possa essere lui? – chiese Candy con un filo di voce, sentendo il cuore riempirsi di nuovo di dolcezza.

- Ne sono sicura! Non avrei dovuto farlo, ma ho controllato a chi è intestato il conto da cui provengono questo donazioni mensili … il titolare è Terence Graham.

Candy scoppiò in lacrime.

- Calmati ti prego … vuoi dirmi che cosa è successo? – le chiese Jasmine stringendola teneramente per le spalle.

Candy le raccontò a fatica quello che aveva visto e come si era sentita stupida ad aver creduto che lui ancora potesse amarla, ad aver interpretato male le parole che le aveva scritto.

- Scusami Candy, non vorrei sembrarti indelicata … ma tutto questo per un bacio mentre Terence era privo di sensi? Non ti sembra di esagerare?

- Le hai viste anche tu le foto sui giornali, sicuramente tra loro c’è stato qualcosa … e poi quando me la sono trovata davanti, così bella …

- E te ne sei andata lasciandole campo libero?

- Non è solo questo … ho paura che amare Terence sia molto difficile ed io non voglio soffrire di nuovo. Dopo quello che mi ha scritto ero sicura che questa volta non ci sarebbero stati problemi, sarebbe stato sufficiente guardarci negli occhi ed entrambi avremmo capito tutto l’uno dell’altro. E invece … la mia testa ora è piena di dubbi. Terence ha bisogno di riprendersi, l’incidente che ha avuto non è cosa da poco … deve stare tranquillo …

- Tu pensi che quando saprà che te ne sei andata senza neanche salutarlo se ne starà calmo come se niente fosse? Per quel poco che l’ho conosciuto non credo proprio!

- Lo so … per questo ho chiesto a sua madre di non dirgli che ero lì …

- Cosa? Ma sei impazzita! Lui ti ha scritto … vuoi lasciarlo senza una risposta?

- Magari gli scriverò … tra un po’, quando starà meglio.

- E che cosa gli dirai?

- Non lo so …

- Devi dirgli la verità Candy: devi dirgli che lo ami!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



“L’amore è la più saggia delle follie,

un’amarezza capace di soffocare,

una dolcezza capace di guarire.”[1]



[1] W. Shakespeare, cit.



Capitolo 12




New York

aprile 1922

 

Dopo essere stato dimesso, Terence aveva trascorso l’ultimo mese facendo avanti e indietro dall’ospedale per sottoporsi a frequenti controlli. Quel giorno di fine aprile, dopo essere stato di nuovo visitato dal dottor Brown, si stava rivestendo scambiando qualche battuta con il giovane medico, con il quale era entrato in confidenza.

- Pare proprio che da oggi avrò una schiera di infermiere in lacrime! – esclamò Michael.

- Mi dispiace ma non ho alcuna intenzione di tornare qui dentro! Di’ pure loro che potranno vedermi a teatro, tra non molto sarò di nuovo sul palco.

- Non è decisamente la stessa cosa che averti in un letto mezzo nudo! – scherzò ancora il medico scoppiando a ridere.

- Dottore, ma che cosa insegna alle sue allieve infermiere … a molestare i pazienti? – ribatté allegramente Terence.

- Dimentichi che tu non sei un paziente qualunque … sei la stella di Broadway! A proposito … non avrei mai immaginato di avere un’amica in comune con un attore del tuo calibro!

- Un’amica in comune? Di chi stai parlando? – chiese Terence terminando di abbottonarsi la camicia.

- Di Miss Ardlay ovviamente!

Terence uscì da dietro il paravento con gli occhi spalancati, credendo di aver capito male. Si avvicinò a Michael chiedendogli di ripetere quel nome. Dopodiché chiese ancora conferma di quanto aveva udito.

- Intendi dire Candice White Ardlay?

- Certamente! Abbiamo lavorato insieme per un po’ di tempo all’ospedale di Chicago prima che mi trasferissi qui. Mi è sembrato di capire che voi due vi conoscete da tempo, o sbaglio?

- L’hai incontrata di recente?

- Beh … è stata qui in ospedale durante i primi giorni del tuo ricovero, veniva a trovarti spesso, ma tu non puoi ricordarlo perché eri ancora sotto sedativi e, se non sbaglio, è dovuta tornare a Chicago il giorno prima che ti svegliassi.

Terence non sapeva cosa pensare: Candy era stata a New York e poi se ne era andata senza nemmeno salutarlo? Com’era possibile?

- Terence tutto bene? – domandò Michael, preoccupato per l’improvviso pallore del suo paziente.

- Sì certo, ora devo proprio andare. Grazie di tutto!

Detto questo uscì di corsa dall’ospedale, salì a bordo dell’auto che lo attendeva e ordinò all’autista di recarsi velocemente a Villa Baker.

- Cos’ha detto il dottore? È tutto a posto vero? – gli chiese la madre appena lo vide entrare in salotto.

- Tutto a posto – le rispose Terence con la voce carica di tensione che di certo non sfuggì a Eleanor.

Il ragazzo le si avvicinò. Miss Baker era in piedi vicino ad un tavolino dove stava sistemando un vaso pieno di rose rosse, probabilmente l’ennesimo omaggio di un ammiratore. Alzando il viso verso il figlio notò il suo sguardo pieno di furia trattenuta con fatica e lo fissò con aria interrogativa.

- Perché non me lo hai detto?

- Di cosa stai parlando figliolo? - chiese Eleanor temendo già in cuor suo di conoscere la risposta.

- Non fingere di non capire. Sto parlando di Candy naturalmente. Perché non mi hai detto che era in città?

- Terry calmati ti prego.

- Perché non me lo hai detto? – ripeté alzando di molto il tono della voce e stringendo i pugni.

Eleanor si sedette sul divano facendo cenno a Terence di accomodarsi vicino a lei e cercò di spiegargli come erano andate le cose.

- È stata lei a proibirmi di farlo … come lo hai saputo?

- Me lo ha detto il dottor Brown, si conoscono, hanno lavorato insieme a Chicago. Cosa vuol dire che te l’ha proibito?

- Candy è arrivata a New York il giorno del tuo incidente. Se ti ricordi quella sera ti aspettavo per cena e, non vedendoti arrivare, mi sono preoccupata e ho chiamato al tuo appartamento. È stata lei a rispondere al telefono …

- Cosa? Candy era nel mio appartamento?

- Sì … e quando ho saputo che eri in ospedale ho mandato l’autista a prenderla. In quei giorni non c’è stato modo di parlare molto, eravamo entrambe in ansia per te e lei mi è stata vicina. Ha passato gran parte del tempo in ospedale … accanto al tuo letto.

- Allora non era un sogno, io l’ho vista! Non ricordo quando, ma l’ho vista e lei stava piangendo. Che cosa è successo mamma … dimmi la verità, perché se n’è andata prima che mi svegliassi? – la implorò Terence.

- Terry io non lo so, credimi. La sera che per la prima volta hai aperto gli occhi, lei era con te ed è venuta a chiamarmi, ma poi se n’è andata ed io non l’ho più vista. So soltanto che aveva ricevuto la tua lettera e ritengo che fosse venuta a New York proprio per questo motivo.

- Non ha mai risposto alla mia lettera. Perché allora è venuta qui per poi andarsene in questo modo? È venuta a cercarmi all’indirizzo che le avevo inviato, voleva vedermi e poi … cos’è cambiato? Non capisco … possibile che non ti abbia detto niente? – chiese Terence a metà tra rabbia e sconforto, seduto sul divano, con la testa fra le mani.

- Mi ha detto solo che doveva rientrare a Chicago per lavoro, ma era chiaramente una scusa. Prima di andarsene mi ha pregato di non farle domande e di non dirti che era stata a New York – concluse Eleanor con il cuore a pezzi, sapendo cosa significassero per il figlio quelle parole.

- Non ha neppure cercato di sapere come stavo?

- Oh sì, so per certo che ha parlato più di una volta con il dottor Brown per sapere se ti eri ristabilito completamente.

- Cosa devo fare adesso? Io devo sapere … - mormorò Terence tra sé.

Tornato al suo appartamento, aveva chiesto alla signora Dora cosa ricordasse di quel giorno. Lei aveva raccontato di come una graziosa ragazza bionda piena di lentiggini fosse arrivata lì nel primo pomeriggio dicendo di essere una sua vecchia compagna di scuola. Lei l’aveva fatta salire e la biondina era rimasta ad aspettare nell’appartamento per un paio d’ore fino a quando un’auto era venuta a prenderla. Poi non l’aveva più vista.

- Non le ha detto altro? Non ha lasciato nessun messaggio per me?

- No … ricordo che quando le dissi che probabilmente, vista l’ora, lei non sarebbe tornato, la ragazza mi pregò di poter restare ancora un po’ ad aspettarla. Nient’altro, ma … mi sembrò molto agitata, soprattutto quando entrò nell’appartamento.

- Grazie Dora, buonanotte.

- Buonanotte signor Graham.

Terence salì le scale sconsolato, il cuore colmo di angoscia e rabbia, la mente offuscata da una fitta nebbia.

- E quindi sei stata qui … - mormorò tra sé guardandosi intorno, invidiando quel salotto che aveva potuto godere della presenza di Candy.

Si gettò sul divano senza sapere che anche lei quel giorno aveva fatto lo stesso. Non sapeva che fare, cosa pensare. Non riusciva a capire il comportamento assurdo di Candy che prima lo aveva cercato e sperato fino all’ultimo che lui tornasse a casa, poi gli era stata accanto in ospedale, mentre lui era incosciente e alla fine, quando era sul punto di svegliarsi, lo aveva abbandonato … un’altra volta!

È evidente che non vuoi parlare con me, ma allora perché sei venuta qui? Forse per dirmi che non potrà più esserci niente fra noi? Volevi dirmelo in faccia? È questa la realtà che io non riesco ad accettare? No … non posso crederci!

Stremato da quel susseguirsi di mille pensieri e domande senza risposta si addormentò. Ma anche i suoi sogni furono agitati dall’immagine offuscata di Candy che si allontanava sempre di più da lui, fino a scomparire nel buio della notte. Si svegliò all’alba ed immediatamente decise di porre fine a quell’angoscia.

- Per qualche giorno sarò fuori città. Se qualcuno dovesse cercarmi di’ che mi sono preso una vacanza – comunicò alla madre mentre facevano colazione a Villa Baker.

- Questa sì che è una bella notizia! Una vacanza è proprio quello che ti ci vuole … almeno a tua madre puoi dire dove hai intenzione di andare o la località deve rimanere top secret? – chiese Eleanor sapendo quanto il figlio mal sopportasse la schiera di giornalisti e fotografi che controllavano ogni suo spostamento.

- Vado a Chicago! – esclamò Terence laconico.

La madre lo guardò meravigliata anche se sperava di sentir nominare quella città.

- Finalmente – mormorò sorridendogli.

Quando poco dopo si salutarono Eleanor abbracciò il figlio con tutto il calore che solo una madre può dare, dicendogli:

- Terry … lei ti ama, ti ama ancora, forse più di prima! Ne sono sicura perché l’ho visto nei suoi occhi quando è arrivata in ospedale e le ho detto cos’era successo. Ricordatelo sempre!

- Ci proverò.

 

*****

Chicago

Terence era in viaggio ormai da molte ore, tra poco sarebbe arrivato a destinazione e ancora non sapeva dove trovare Candy. Sperava fosse a Chicago ma non poteva esserne sicuro, avrebbe potuto trovarsi anche a La Porte, alla Casa di Pony. In un primo momento aveva scartato l’idea di chiedere informazioni ad Albert, ma più si avvicinava alla meta e più sentiva che quella era l’unica soluzione possibile. Doveva solo trovare il coraggio di farlo!

Giunto alla stazione di Chicago si diresse verso il primo telefono disponibile e chiamò Villa Ardlay.

- Signor William una chiamata per lei, si tratta del signor Graham.   

- Hai detto Graham?

- Sì signore, Terence Graham.

- Grazie George, passami pure la chiamata …

Albert ancora incredulo rispose al telefono.

- Non ci posso credere, Terence sei proprio tu, come stai?

- Ciao Albert, sto bene ti ringrazio …

- Ma dove sei? A New York?

- No … veramente ti sto chiamando dalla stazione di Chicago e avrei bisogno di un favore.

Albert si aspettava da tempo in realtà quella telefonata, o almeno ci sperava, per cui non fece troppe domande a Terence sapendo perfettamente che se si era rivolto a lui aveva veramente bisogno di aiuto ed era sicuro che il suo caro vecchio amico non si sarebbe tirato indietro.

- Terence io non so cosa sia successo tra voi perché Candy non ha voluto dirmi niente, una cosa però devo dirtela: quando è tornata da New York non era felice e non lo è neanche ora. Spero che possiate chiarirvi, ma la conosci e sai che ha la testa dura, non sarà facile.

- Dovresti sapere che anch’io ho la testa dura! – ribatté Terence, cercando di scherzare.

Ottenute le informazioni che voleva Terence salì sul primo taxi disponibile. Intanto rifletteva sulle parole di Albert in merito alla “testa dura” di Candy, giungendo alla conclusione che non fosse il caso di usare la testa questa volta, bensì il cuore. Ed era proprio il cuore di Candy il suo obiettivo.

Il taxi si fermò in pieno centro davanti ad un palazzo a tre piani, con due ingressi, il che indicava probabilmente la presenza di due appartamenti. Indossati cappello e sciarpa non tanto per proteggersi dal freddo, ma soprattutto per non farsi riconoscere, salì lentamente tre scalini e suonò al numero scritto nel foglietto che stringeva nella mano.

Il suono del campanello lo fece trasalire. Se fosse venuta lei ad aprire? Cosa le avrebbe detto? Santo cielo non si sentiva così in ansia nemmeno ad una prima!

Per sua fortuna ad aprirgli la porta fu Patty che non lo riconobbe subito, almeno fino a quando lui non la salutò. A quel punto la voce di Terence le tornò in mente come se ancora si trovassero alla St. Paul School e per poco non si sentì mancare.

- Oh mio Dio, sei proprio … - balbettò la ragazza.

A quel punto Terence abbassò la sciarpa e, nonostante lo stato di agitazione in cui si trovava, riuscì a sfoderare uno dei suoi famosi sorrisi beffardi, sgombrando così il campo da ogni dubbio. Dopodiché Patty lo invitò ad entrare.

Candy si trovava in quel momento in cucina, stava preparando qualcosa per cena e, sentendo richiudersi la porta chiese chi fosse ad aver suonato.

- Patty … era per caso il postino? Temo di aver preso un’altra multa accidenti! – domandò Candy entrando nel salotto dove l’amica aveva fatto accomodare l’inaspettato visitatore.

- No Candy, non si tratta del postino … a quest’ora poi mi sembra poco probabile che … - Patty non riuscì a concludere la frase essendo stata interrotta da Terence.

- Ciao Candy – la salutò il ragazzo tradendo una certa emozione, ma cercando di riprendere subito il controllo.

Candy restò immobile con un bicchiere in mano che rischiò seriamente di scivolare a terra, poi tentò di respirare normalmente e lo salutò a sua volta.

- Ciao Terence.

Patty comprese al volo la difficoltà di quel momento e invitò Terence a sedersi, chiedendogli se gradisse del tè.

- Candy mi daresti una mano?

Le due ragazze si rifugiarono in cucina mentre Terence si toglieva il soprabito e si accomodava sul divano.

- Stai calma! – disse Patty rivolgendosi a Candy poggiandole le mani sulle spalle.

- Cosa ci fa qui?

- Ascoltami Candy … adesso prepariamo un buon tè, ci mettiamo seduti e parliamo un po’ del più e del meno, che ne pensi?

- Io non so cosa dire … Patty, mi tremano le gambe e …

- Cerca di calmarti ti prego e lascia fare a me, ok?

Candy annuì bevendo un po’ d’acqua.

Dopo pochi minuti tornarono in salotto con tre tazze fumanti di tè che Terence mostrò di gradire. Patty, che non era più la timida ragazza di un tempo, fu molto abile ad intavolare una piacevole chiacchierata prima di tutto informandosi sulle condizioni di salute di Terence e poi facendogli molte domande sul suo lavoro di attore dal momento che, studiando letteratura, era molto interessata alle drammaturgia.

- È appunto per lavoro che mi trovo in città e ho pensato di fermarmi a salutarti, Candy – dichiarò Terence soffermandosi su quel nome.

Candy che fino a quel momento era rimasta praticamente in silenzio, sentendosi nominare, cercò di partecipare alla conversazione evitando così di fare la parte dell’idiota.

- Quindi sei qui con tutta la compagnia teatrale?

- No, sono da solo. Non è per recitare che sono venuto fino a Chicago. Sono stato invitato a partecipare ad un convegno, domani pomeriggio.

- Non starai per caso parlando del convegno su William Shakespeare al quale interverranno tutti i maggiori intellettuali degli Stati Uniti? – chiese Patty sbalordita.

- Proprio quello! Non è la prima volta che ricevo l’invito ma non ho mai potuto partecipare perché ero sempre in tournée. Ora invece dovrò stare fermo ancora qualche giorno per cui, essendo libero, ho accettato – confermò Terence.

- E così domani sera ripartirai per New York! – esclamò Candy con voce ferma, trovando questa volta il coraggio di guardarlo negli occhi.

Terence fece un mezzo sorriso e fissandola – Dipende, non ho alcuna fretta! – esclamò.

Continuarono a parlare per un po’, Patty raccontando di come avesse da poco ripreso a studiare e Terence non poté fare a meno di ricordare Stear, dicendosi profondamente addolorato per la sua scomparsa.

- Andavo d’accordo con Stear, molto meno con il fratello!

- Ricordo benissimo le vostre scazzottate a scuola … Annie ogni volta rischiava di svenire! - esclamò Patty cercando di sorridere.

- Bene … credo che ora sia giunto il momento di andare in albergo – dichiarò Terence alzandosi in piedi.

- Scherzi! Tu resti a cena con noi, dove ti credi di andare a quest’ora? Non capita tutti i giorni di avere come ospite una stella di Broadway!

- Ti ringrazio Patty ma non vorrei approfittare troppo della vostra ospitalità.

- Beh allora renditi utile, aiuta Candy ad apparecchiare la tavola, mentre io vedo di preparare qualcosa di commestibile!

Candy si voltò verso l’amica fulminandola con lo sguardo ma ricevette come risposta uno splendido sorriso d’incoraggiamento.

Mentre Patty in cucina si dava da fare per improvvisare una cena almeno decente, Candy e Terence, portando in tavola piatti e bicchieri, trovarono il modo di scambiare qualche battuta.

- E tu non vuoi sapere come sto? O forse ti sei già informata.

- Mi sembri in splendida forma! – esclamò Candy ostentando tutta la freddezza possibile, fingendo di non cogliere l’allusione di Terence – Vorrei sapere piuttosto che cosa ci fai qui? – gli chiese passandogli forchette e coltelli.

- Te l’ho detto mi sembra, sono in città per un convegno.

- Questo l’ho capito, intendevo dire che non era necessario che tu passassi a salutarmi!

- A dir la verità ho pensato che tu avessi qualcosa da dirmi.

- Non ho proprio niente da dirti! – sentenziò Candy entrando nella cucina per prendere del pane.

Quando tornò verso la tavola, quasi si scontrò con Terence che era rimasto immobile ad aspettarla. Candy dovette fermarsi di colpo per evitare di finirgli addosso e lui, trovandosela così vicina, le afferrò un polso trattenendola.

- Credevo di meritare almeno una risposta, o vuoi farmi credere di non aver ricevuto la mia lettera? – le sussurrò all’orecchio facendola rabbrividire, fingendo di non essere a conoscenza del suo viaggio a New York.

- La cena è pronta! – gridò Patty uscendo dalla cucina con un enorme vassoio di arrosto.

Dopo una cena veloce, Terence si occupò di accendere il camino mentre le ragazze sistemavano la cucina.

- Mi sembra che stia andando tutto per il meglio, non pare anche a te? – mormorò Patty rivolgendo a Candy uno sguardo d’intesa.

- Io credo invece che non ne uscirò viva!

- La solita esagerata!

Quando le ragazze tornarono in salotto trovarono un bel fuoco scoppiettante nel camino. La stanza era immersa in una luce dorata e il calore della fiamma sembrò addolcire l’anima di Candy, riportandola indietro negli anni ad un altro camino acceso, durante un temporale estivo, in Scozia.

Terence che aveva viaggiato in treno tutta la notte e parte del giorno per raggiungere Chicago, semidisteso sul divano, aveva chiuso gli occhi e senza rendersene conto si era addormentato. Quando Candy lo vide sentì una fitta al petto ripensando all’ultima volta che lo aveva visto così, in quel letto d’ospedale.

- Doveva essere stanchissimo. Vado a prendere una coperta.

- Ma Patty! Non vorrai farlo dormire qui! – protestò Candy mentre l’amica era di ritorno con un plaid in mano.

- Ci pensi tu? Io vado a dormire, buonanotte Candy – si congedò Patty consegnandole il plaid e abbracciandola prima di scomparire nella sua stanza.

Candy rimase imbambolata vicino al divano dove Terence sembrava immerso in un sonno profondo.

- E adesso? – si chiese.

Fece qualche passo e si sedette nella poltrona di fianco al divano. Da quella posizione poteva osservare il viso del ragazzo sul quale danzavano le fiamme del camino. Cercava con tutte le sue forze di lottare per non cedere alla dolcezza di quel momento eppure, se fino a poche ore prima avrebbe potuto giurare che non l’avrebbe mai più rivisto ora, nel profondo del suo cuore, ringraziava il cielo che lui fosse lì. Non poteva negarlo: da quando era tornata a Chicago, non aveva fatto altro che pensare a lui, disperatamente, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo!

Si alzò lentamente dalla poltrona e si avvicinò al divano, coprendolo con il plaid. Lui non si mosse, ma quando Candy si voltò per andare in camera sua, Terence sorrise.

 

 

Alle prime luci dell’alba Terence si svegliò, il corpo indolenzito e la mente confusa. Appena si rese conto dove si trovava, si ricordò di come la sera prima si fosse addormentato, distrutto dal viaggio, e nel vedere il plaid adagiato sulle sue gambe avvertì un dolce calore nel petto. Si sdraiò di nuovo chiudendo gli occhi per assaporare quella inebriante sensazione, quell’attimo in cui Candy gli si era avvicinata per coprirlo.

Poco dopo, quando Patty entrò nel salotto rimase stupita nel vedere il vassoio di dolci che faceva bella mostra di sé sul tavolo, ancora di più quando Terence uscì dalla cucina con in mano una brocca fumante e le tazze per il tè.

- Buongiorno Terence, che stai combinando? – gli chiese Patty con l’aria divertita.

- Buongiorno Patty! Mi sono permesso di occuparmi della colazione … per ringraziarvi dell’ospitalità. Mi dispiace di essermi addormentato ieri sera - esclamò Terence vedendo apparire Candy proprio in quel momento.

Si sedettero. Terence bevve il suo tè nero, Patty assaggiò un po’ di tutto, Candy non mangiò quasi niente e andò velocemente a cambiarsi per iniziare il suo turno in ospedale.

Anche Terence si alzò dicendo che adesso doveva proprio andare in albergo ma Patty lo trattenne perché voleva chiedergli una cosa.

- Nel pomeriggio parteciperai a quel convegno su Shakespeare, giusto?

- Sì, devo essere lì per le quattro, perché?

- Non è che potresti per caso … procurarmi un invito? Mi piacerebbe davvero tanto prendervi parte, sarebbe importante per i miei studi e … - Patty si interruppe, vergognandosi come non mai.

- Puoi venire con me, non è un problema. Sarai la mia accompagnatrice! – esclamò Terence sorridendo, pensando che l’occasione offertagli da Patty non doveva assolutamente essere sprecata.

- Cosa? Non stai scherzando vero? – chiese Patty in estasi.

- Dico sul serio, posso portare chi voglio!

Candy tornò, pronta per uscire e Patty la assalì con un abbraccio entusiasta, non avendo la sfacciataggine necessaria per abbracciare Terence!

- Hai sentito Candy? Andrò a quel convegno … accompagnerò Terence! Non vedo l’ora di essere lì, ci saranno tutti i maggiori studiosi di letteratura inglese … mi sembra un sogno! Non finirò mai di ringraziarti! – esclamò Patty rivolgendosi a Terence, ma lui sembrò non ascoltarla.

- Perché non vieni anche tu? – domandò fissando Candy.

- Un’accompagnatrice non ti basta? – domandò la ragazza con sarcasmo.

- Potresti fare compagnia a Patty, io non credo che potrò stare con lei, si troverebbe da sola – le rispose Terence con un sorrisetto beffardo.

Candy provò a ribattere ma l’amica, capendo le intenzioni di Terence, la interruppe, implorandola di andare con lei.

- Ti prego Candy … sarà interessante vedrai!

Candy acconsentì e uscì di corsa per recarsi in ospedale.



Capitolo tredici





Chicago
20 aprile 1922

 

Terence aveva deciso di noleggiare un’auto per muoversi più liberamente in città, così poco prima della quattro passò a prendere le ragazze. Patty era al settimo cielo e armata di penna e taccuino non intendeva perdersi nemmeno una sillaba di tutto quello che sarebbe stato pronunciato da quelle menti eccelse. Saltò letteralmente in auto, sedendosi accanto a Terence, mentre Candy, con l’aria di chi sta per andare al patibolo, si rifugiò nel sedile posteriore senza pronunciare parola. Terence le lanciò un’occhiata furtiva attraverso lo specchietto retrovisore, poi accese il motore e partì.

Impiegarono poco più di venti minuti ad arrivare a destinazione. Quando entrarono, la sala del convegno era già gremita di persone e tutti non poterono fare a meno di notare il famoso attore anglo-americano accompagnato da due deliziose fanciulle. In effetti Terence vestito di tutto punto, con la sua naturale eleganza condita quanto bastava di sfrontatezza giovanile, non poteva di certo passare inosservato. Anche Candy se ne era accorta e con molta difficoltà cercava invano di non guardarlo, per evitare di restarne incantata.

Al passaggio di Terence Graham che incedeva spavaldo verso la prima fila di poltroncine, un leggero brusio si alzò dalle ultime file occupate principalmente da studentesse universitarie, richiamate a partecipare proprio dalla presenza della stella di Broadway.

Le ragazze vennero fatte accomodare nei posti che erano stati loro riservati, mentre Terence andò a sedersi più avanti insieme alle varie personalità che sarebbero dovute intervenire. Venne accolto con calore in particolare dal professore responsabile dell’organizzazione del convegno stesso, l’illustre Charles Collins, studioso di Shakespeare e autore di numerose pubblicazioni in materia.

- Signor Graham, finalmente ci onora con la sua presenza, ormai avevamo perso le speranze!

- La ringrazio molto, ma confesso di sentirmi alquanto fuori luogo, sul palcoscenico sono decisamente più a mio agio – confessò Terence candidamente.

- Non si preoccupi, è proprio per questo che l’abbiamo invitata, per poter godere della sua arte drammatica. E poi noi tutti qui presenti Shakespeare lo studiamo ma lei lo fa rivivere, il suo è un punto di vista assolutamente privilegiato!

Terence sfoderò uno dei suoi sconvolgenti sorrisi e prese posto.

Si susseguirono al microfono vari esperti di letteratura inglese parlando della vita del Bardo, delle vicende storiche dell’Inghilterra dell’epoca, ci fu un intervento addirittura sull’arte culinaria del Cinquecento. Patty non smise un attimo di prendere appunti, riempiendo pagine e pagine con la sua grafia minuta e senza alzare un attimo la testa dal taccuino. Candy invece non riusciva a seguire minimamente il filo del discorso e i suoi occhi finivano inevitabilmente per posarsi sul profilo di Terence, seduto qualche fila più avanti alla sua destra. Le sembrava completamente assorto nell’ascoltare quanto narrato da ogni intellettuale salito sul grande palco allestito per l’occasione. Ogni tanto scambiava qualche parola con il professor Collins che si trovava vicino a lui, con quell’espressione gentile ed elegante che lei conosceva bene.

Ad un certo punto fu proprio il professor Collins a prendere la parola, volendo presentare personalmente l’intervento di Graham.

- Signori, signore, è con sincera emozione che vado ad introdurre il prossimo relatore. Non fa parte del nostro ambiente, non è un accademico, ma sono sicuro che saprà coinvolgere tutti i presenti in qualcosa di assolutamente unico. Se qualcuno di voi ha già avuto la fortuna di poterlo ammirare in teatro saprà di certo di cosa parlo. Nonostante la giovane età, infatti, la sua è ormai una figura di spicco del teatro shakespeariano e, come ho già detto anche a lui, noi intellettuali possiamo sviscerare il Bardo in tutte le sue sfaccettature, ma solo un attore può far rivivere l’intensità delle sue opere. Non intendo farvi attendere oltre, anche perché ho notato l’insolita presenza di numerose studentesse che di sicuro non sono qui per me! Confesso che anch’io come loro sono veramente ansioso di ascoltare Terence Graham. Prego, a voi.

Terence si alzò in piedi lentamente, piuttosto teso ed imbarazzato dopo quella esaltante presentazione, ma ritrovò la completa padronanza di sé e la sua abituale spavalderia non appena si trovò davanti al leggio.

Patty si decise ad alzare la testa, sentendosi un pochino orgogliosa di avere un amico così importante. Si voltò verso Candy sorridendole, mentre lei fece un sospiro cercando di apparire serena almeno in viso perché tutti i suoi sensi erano invece in completo subbuglio. Le sembrava di non vedere chiaramente, di non udire bene, aveva la gola prosciugata e nello stomaco un tremore insistente che non le dava tregua. E quando Terence prese la parola le cose non migliorarono, anzi.

 

- Innanzitutto voglio ringraziare il professor Collins per avermi invitato a partecipare e tutti i presenti che avranno la pazienza di ascoltarmi – esordì Terence, accolto da un caloroso applauso. Dopodiché continuò.

- La mia passione per il teatro nasce molti anni fa, quando ancora adolescente iniziai a chiedermi chi fossi e qual era il mio posto nel mondo. La risposta alle mie domande mi apparve chiaramente quando mi ritrovai tra le mani le opere di William Shakespeare che fortunatamente riempivano la biblioteca di famiglia. I geni materni probabilmente fecero il resto e da lui non mi sono mai più allontanato. Ma non sono qui per parlare di me, bensì per provare a rispondere ad una delle domande fondamentali che ogni uomo e ogni donna si pone almeno una volta nella propria vita: che cos’è l’amore?

 

Né Patty né tantomeno Candy erano al corrente del tema che sarebbe stato oggetto dell’intervento di Terence. Patty all’udire quella domanda si sporse in avanti sulla sedia come a voler ascoltare ancora meglio quello che sarebbe seguito, Candy invece avvertì l’improvviso e irrefrenabile desiderio di fuggire!

 

- Non lo farò da solo, non ne sarei capace, ma mi affiderò a colui che più di tutti ha saputo cogliere ogni singolo aspetto dell’animo umano, mettendone in evidenza luci ed ombre. Sentiamo dunque direttamente dalle parole di William se sia mai possibile trovare una risposta.

Dopo essersi leggermente schiarito la voce, Terence riprese:

Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di due anime fedeli; amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella che guida ogni barca errante
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.
Amore non è soggetto al tempo, pur se rosee labbra

e gote dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio;

Se questo è un errore e mi sarà provato,
Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.


Dopo aver declamato il sonetto numero 116 di Shakespeare, catturando come accadeva sempre in teatro la completa attenzione dei presenti, Terence proseguì commentando quei versi d’amore, nel più profondo silenzio.

 

- Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento.

Dunque l’amore è sempre uguale? Quante forme ha? Come si riconosce? Shakespeare ce lo spiega: l’amore non è tale se non sopravvive ai cambiamenti. Forse il cuore, l’essenza ultima del cuore è l’unica che non può cambiare, e se l’amore è legato a quest’ultima come può mutare? Se si ama l’anima di una persona, se ci si lega al cuore di una persona come si può non accettarne i cambiamenti e mutare insieme ad essa? Come si può lasciare che un semplice mutamento rovini uno dei legami più importanti della vita? Allora, forse non è vero amore.

È la stella che guida ogni barca errante.

L’amore ci guida nei momenti bui, o almeno così dovrebbe, no?  Perché l’Amore è un faro sempre fisso, che non vacilla mai. Così dice William, ma sarà vero? Oppure ormai siamo diventati così freddi che l’amore non è più al primo posto e lasciamo che ogni cosa lo influenzi e lo rovini?

Eppure la speranza di trovare la nostra metà perfetta giace invitante nel cuore di ognuno di noi. Qualcuno a cui stringere la mano tutta la vita, la cui bellezza ci appare fulgida e splendente anche quando sarà sfiorita, anche quando le labbra non saranno più rosse come rosa e lo sguardo non sarà più padrone del luccichio della giovinezza. Per quanto possa essere banale è il fine ultimo che ci accomuna tutti. Per quanto ci si possa nascondere dietro maschere fredde e distaccate, per quanto si decida di farne a meno … il desiderio di trovare qualcuno è celato nell’animo di tutti. Che sia semplice o complicato, ricercato, mai trovato, sognato e agognato, rifiutato e ripudiato, promesso e mai mantenuto, scritto, cantato o recitato. Il motore universale di ogni cosa è sempre e solo l’amore.

 

Se questo è un errore e mi sarà provato / Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

Nessuna prova è mai arrivata che l’amore vero non esiste e resiste, ad ogni cosa, ad ogni tempesta e ogni secondo che passa. Forse però bisogna attraversare proprio quelle stesse tempeste per trovarlo davvero, forse serve davvero tanto coraggio per resistere. Ma il coraggio manca a troppe persone e molti finiscono per arrendersi, condannandosi ad una vita senza amore, condannandosi a sopravvivere e a mentire a loro stessi!

 

Terence arrivato a questo punto fece una breve pausa, rivolgendo uno sguardo impietoso a Candy che si sentì improvvisamente come se si trovasse al centro della scena, illuminata da un unico riflettore, da una sola luce proveniente da quegli occhi blu oceano.

 

- Donne ch’avete intelletto d’amore scriveva Dante Alighieri nella sua opera denominata Vita nova, invocando l’aiuto delle donne perché Beatrice, l’amata, gli aveva tolto il saluto. L’Alighieri chiama in suo soccorso le donne perché asserisce che solo loro hanno piena coscienza di cosa sia l’amore. E in Shakespeare chi per prima riconosce il vero amore se non la giovane Giulietta Capuleti? Prima di incontrare Giulietta, il povero Romeo è disperato perché il suo amore per Rosalina non è ricambiato, ma quando vede Giulietta dimentica le sue pene rapito dalla sua bellezza e le si avvicina come a una cosa sacra. È così che Romeo si rivela per quello che è, cioè un pellegrino in viaggio verso la vera bellezza. Giulietta accogliendo Romeo nel suo abbraccio lo trasforma, perché lui adesso è innamorato e ricambiato. Giulietta non è più una dama medievale, non gioca a illudere l’amante. Non dubita dell’amore che prova e in nome di quell’amore sarà disposta a rischiare la vita. Giulietta infatti sceglie Romeo, un uomo che le è proibito, e si lega a lui in matrimonio per l’eternità, con un atto di grande libertà e di coraggio. Ma non si ferma qui, va oltre, o meglio Shakespeare lo fa, lasciando intonare a Giulietta un canto d’amore che è pura passione per il suo Romeo.

 

Distendi la tua fitta cortina, o notte che suggelli i riti d’amore, così che gli occhi del giorno fuggitivo possano chiudersi, e Romeo possa balzar fra queste braccia senza che alcuno si curi di lui o lo veda. A compiere i riti d’amore, basta agli amanti la luce che s’irraggia dalla loro bellezza. Che se poi l’amore è cieco, tanto più s’accorda con la notte.

….

Vieni, o notte, vieni o Romeo! Vieni tu, giorno nella notte, perché tu riposerai sulle ali della notte più bianco che neve fresca sulla groppa d’un corvo. Vieni, notte gentile, vieni, notte amorosa e aggrondata, e offrimi il mio Romeo; e com’egli muoia, prendilo con te e taglialo tutto in piccole stelle ed egli di tanto farà più bello il volto del cielo, che tutto il mondo si prenderà d’amore per la notte, e non vorrà più saperne di tributare oltre alcun culto al sole troppo abbagliante. Oh, che ho comperato un palazzo d’amore ma ancora non ne sono in possesso: ed io medesima, sebbene sia stata già venduta, pure non sono ancor goduta da chi m’ha comprata. Tale è il tedio di questo giorno che non vuol mai finire quale quello d’una lunga notte innanzi una qualche cerimonia festiva per un fanciullo impaziente che ha un vestito nuovo e si strugge d’indossarlo.[1]

Questi sono i pensieri di Giulietta mentre attende impaziente di consumare la prima notte d’amore con il suo Romeo! Invoca la protezione della notte per lui, ma lui è il giorno per lei, lui è la luce!

Vorrete perdonarmi l’ardire di aver prestato la mia voce alla giovane Giulietta, ma sono sicuro che avete compreso ugualmente ciò che lei intende dirci: è necessario saper riconoscere l’amore e avere il coraggio di viverlo e di difenderlo, ad ogni costo!

 

L’uditorio incatenato fino a quel momento alle parole di Terence, al termine del suo intervento gli rivolse un roboante applauso che invase la sala in ogni angolo, mentre l’attore si inchinava al suo pubblico. Patty era piacevolmente sorpresa dall’abilità oratoria dell’ex compagno di scuola che non aveva avuto ancora il piacere di vedere recitare in teatro e, abbandonati penna e taccuino, si era alzata in piedi per applaudirlo. Candy era rimasta seduta, stordita, semplicemente con le lacrime agli occhi.

- Ti prego Patty usciamo – implorò l’amica.

Patty vedendola turbata acconsentì e la accompagnò fuori dalla sala.

- Candy che succede, ti senti bene?

- Sì … cioè no, mi mancava l’aria là dentro – balbettò Candy.

Patty le rivolse uno sguardo scoraggiato, abbassando le spalle.

- Perché non gli parli e provate a chiarire? – le sussurrò.

- Non c’è niente da chiarire, non servirebbe – rispose Candy che sentiva di essere sul punto di crollare.

- Vado a chiamarlo così possiamo andarcene …

- No Patty, io prendo un taxi … ci vediamo a casa.

- Ma Candy … - tentò di fermarla ma l’amica se ne era già andata.

 

- Ora sì che penserà che sono una codarda! Ottima mossa Candy … ma non riuscivo più a rimanere lì, con lui che non faceva altro che parlare d’amore! Accidenti a te Terence Graham, ma chi ti credi di essere per insegnare a me che cosa significa amare? Lo so benissimo, l’ho imparato a mie spese, pagandone tutte le conseguenze e ora … dovrei rischiare di nuovo la mia vita per te? È questo che vuoi? È per questo motivo che sei qui?

I furiosi pensieri di Candy si mescolavano alle rabbiose lacrime che avevano alla fine varcato i confini dei suoi occhi, mentre attraversava una grigia e fredda Chicago il cui cielo sembrava promettere pioggia da un momento all’altro.

Terminato il convegno, Terence Graham, ricevuti i complimenti sinceri dei partecipanti, stava tentando di guadagnare l’uscita, ma era stato letteralmente accerchiato da un gruppo di studentesse che non volevano farsi sfuggire l’occasione di conoscerlo di persona. Infatti, quando Patty rientrò nella sala per cercarlo, lo vide in mezzo ad un gruppo di ragazze, tra cui alcune sue compagne di corso, mentre un po’ infastidito firmava autografi a ripetizione. Patty si avvicinò ad una delle studentesse che conosceva e questa, tutta eccitata, se ne uscì con una serie di apprezzamenti piuttosto coloriti sul bell’attore che Patty sembrava conoscere.

- Oddio Patty … ma davvero lo conosci?

- Beh sì, siamo stati compagni di scuola anni fa, a Londra. Adesso però devo proprio andare … scusami.

Patty fece un cenno a Terence facendogli capire che l’avrebbe aspettato fuori e uscì.

Dopo qualche minuto Terence riuscì finalmente a liberarsi dalle ammiratrici e poté raggiungere Patty.

- Dov’è Candy? – chiese subito alla ragazza vedendola da sola.

- Ha preso un taxi ed è andata a casa – gli rispose notando immediatamente un’ombra di delusione dipingersi sul volto di Terence – Possiamo andare anche noi?

Il ragazzo annuì e si diressero verso l’auto.

- È stato tutto molto interessante, ho preso un sacco di appunti che saranno utilissimi per la mia tesi. Il tuo intervento poi è stato davvero superlativo. Ti chiedo perdono se ancora non ti ho visto in teatro, devo assolutamente rimediare!

Terence l’ascoltava silenzioso, sorridendo appena ai suoi complimenti. Patty avrebbe voluto tanto parlargli di Candy, ma non osava. Non aveva mai avuto molta confidenza con lui e non era affatto sicura che avrebbe gradito una sua intrusione. Ma era decisa a fare un tentativo e provò a prendere la questione un po’ alla larga.

- Ti piacerebbe rivedere Albert?

- Mi piacerebbe molto, a dir la verità ci avevo già pensato ma non so quando potrebbe essere libero. Ora che è a capo della famiglia Ardlay sarà molto impegnato immagino.

- Beh si, ma secondo me il tempo per te lo trova. Eravate molto amici no?

- Penso che lui sia stato il primo vero amico per me!

- Allora sento se può venire a cena questa sera. Tieniti libero! – esclamò Patty rivolgendogli uno sguardo intesa.

Terence rallentò e fermò l’auto, accostandola al marciapiede. Patty lo prese come il segnale che forse aveva bisogno di parlare.

- Patty … io non credo che Candy abbia voglia di vedermi questa sera – le disse serio, con voce sommessa che non era di certo da lui.

Lei allora prese il coraggio a quattro mani e glielo chiese:

- Non sei venuto a Chicago per il convegno, vero?

 Terence sospirò.

 - No, ma non dirglielo.

- Ascolta, Candy non si è confidata con me e quindi non posso sapere cosa le passi per la testa. Però di una cosa sono assolutamente sicura: lei non ti ha dimenticato.

- Ma allora perché sta cercando in tutti i modi di allontanarmi?

- Magari se vieni a cena stasera potrai capire qualcosa di più.

Lo vide sorridere senza troppa convinzione a dir la verità, ma alla fine accettò l’invito.

 

Candy era tornata al suo appartamento di pessimo umore, arrabbiata con Terence ma soprattutto con se stessa perché si era lasciata coinvolgere in quella situazione senza riuscire a decidere con la propria testa. Non sarebbe mai dovuta andare a quel convegno, perché non era stata capace di dire di no quando lui l’aveva invitata? Non poteva mentire fino a questo punto, sapeva bene che non era stato per fare un favore a Patty che aveva accettato. Era mai possibile che Terence avesse ancora un potere così forte su di lei, perché, perché gli permetteva ancora di sconvolgerle la vita? Eppure quel bacio lo aveva visto chiaramente, con i propri occhi! Se Terence aveva una relazione con Isabel perché non la lasciava in pace?

- Candy sono tornata, sei in casa? – gridò Patty entrando in soggiorno e togliendosi il cappotto – Brrr che freddo! La primavera sembra essere scomparsa, sarà meglio fare scorta di legna per il camino!

Candy stava leggendo un libro, seduta sul divano con un plaid sulle gambe. Lo stesso plaid con cui aveva coperto Terence la sera prima, notò Patty.

- Ti andrebbe del tè? – le chiese avvicinandosi.

Candy annuì senza alzare gli occhi dal libro.

Dopo pochi minuti Patty tornò con due tazze fumanti e si sedette accanto a lei.

- Grazie Patty – le disse Candy prendendo la tazza che l’amica le aveva appena offerto.

Silenzio.

Patty non sapeva proprio come dire a Candy della cena che aveva organizzato per quella sera. Improvvisamente si ricordò delle perplessità di Terence a riguardo ed ora le sembrava che non avesse tutti i torti. Inaspettatamente, come se le avesse letto nel pensiero, fu Candy a rompere il ghiaccio in proposito chiedendole se Terence fosse tornato in albergo.

- Sì – rispose Patty

- E domani riparte per New York, giusto?

- Credo di sì … ma …

- Ma cosa?

- Beh … mentre facevamo ritorno dal convegno mi ha confidato che gli sarebbe piaciuto molto poter salutare Albert.

- Può tranquillamente andare a trovarlo a Villa Ardlay, se vuole.

- Si certo, ma io … ho pensato che anche a te avrebbe fatto piacere passare un po’ di tempo con Albert … e così …

- Patty si può sapere cosa stai cercando di dirmi? – chiese alla fine Candy spazientita.

- Ho organizzato una bella cenetta per questa sera alle 8! – confessò Patty candidamente con un gran sorriso dipinto sul volto.

- Cosa hai fatto? Questo significa che Albert e … Terence saranno qui a cena tra … poco più di un’ora?

Candy era stravolta, non sapeva se ridere o piangere per il nervoso che di colpo si era impossessato di lei.

- Io direi di metterci a lavoro, non abbiamo molto tempo in effetti! – suggerì Patty dirigendosi verso la cucina

 

Intanto William Albert Ardlay si stava dirigendo alla guida della sua Isotta Fraschini nuova fiammante al n. 140 di East Walton Place dove, al Drake Hotel, alloggiava il suo caro amico Terence. Infatti, dopo aver ricevuto la telefonata di Patty con cui gli era stato comunicato l’invito a cena, Albert aveva subito contattato Terence per passarlo a prendere e recarsi insieme all’appuntamento.

Quando Albert arrivò l’amico lo stava già aspettando seduto nell’esclusiva Dining Room dell’hotel, fumando ansiosamente una sigaretta dietro l’altra. Appena lo vide si alzò di scatto e gli andò incontro con uno dei suoi sconvolgenti sorrisi. Prima di scambiarsi qualsiasi parola si abbracciarono fraternamente, come se non fosse trascorso nemmeno un giorno dall’ultima volta che si erano visti.

- Come stai amico mio? – chiese Albert per primo.

- Bene … tu piuttosto, quasi non ti riconoscevo! Da dove sei saltato fuori? Direttamente dalla stanza dei bottoni? Mi fai quasi paura! – scherzò Terence fingendo di mettersi sull’attenti.

- E tu allora … sei così splendente che temo di averti sgualcito un po’ salutandoti! – ribatté l’altro sinceramente ammirato – Dai andiamo che le ragazze ci aspettano!

Salirono in auto e si gettarono nel traffico di Chicago.

- Vedo che ti sei completamente ristabilito dopo l’incidente, ne sono davvero felice!

- Grazie Albert, sono stato fortunato! Ti assicuro che vedere un furgone che sta per venirti addosso non è una bella sensazione, del dopo ricordo poco o niente.

- E il tuo convegno com’è andato?

- Abbastanza bene direi.

- Ehi … giuro che non ti ricordavo così modesto! Patty mi ha detto che hai lasciato tutti a bocca aperta.

- Ti ha detto che è venuta anche Candy? – chiese Terence abbandonando il tono scherzoso tenuto fino a quel momento.

- Sì … me lo ha detto. Che sta succedendo tra voi?

- Vorrei tanto saperlo anch’io, credimi Albert – rispose Terence sospirando.

Albert era a conoscenza del fatto che Terence avesse scritto a Candy e sapeva quanto quella lettera l’avesse sconvolta ma anche fatta rinascere in un solo istante. La ragazza gli aveva confidato infatti di come soltanto leggere il nome del mittente le avesse come riacceso la luce dentro l’anima. Quando poi aveva letto quelle poche parole, così intense e così piene di lui, i suoi occhi, come se fino a quel momento fossero stati socchiusi, si erano aperti di nuovo al mondo e questo aveva riacquistato tutti i suoi colori più brillanti e caldi.

- Dopo che le ho scritto so che è venuta a New York a cercarmi anche se lei ha fatto di tutto affinché io non lo sapessi e se n’è andata senza neanche aspettare che mi svegliassi! Perché? Io non capisco. Ho perfino pensato che fosse per quel ragazzo, il dottore, che lei volessi dirmi in faccia che non c’erano più speranze per noi … ma perché se ne sarebbe andata allora! Dopo che ho letto il suo diario davvero ho creduto che non fosse cambiato niente tra noi e gliel’ho scritto … ma lei continua a tenermi a distanza e non ha mai fatto cenno alla mia lettera.

Terence aveva parlato con il cuore in mano, come solo con Albert riusciva a fare. Lui lo aveva ascoltato e decise che era giusto che Terence sapesse ciò che gli aveva detto Jasmine dopo aver parlato con Candy. Fermò per un attimo l’auto e si rivolse all’amico che lo guardava trepidante come in attesa di una sentenza.

- Ascoltami Terence, forse non spetta a me dirti quello che so, credo proprio che dovrebbe farlo Candy, ma penso che nella sua testa ci sia ora una grande confusione e temo che non troverà il coraggio di dirti nulla. È strano ma quando si tratta di te perde completamente il controllo!

Terence sorrise pensando che per lui era la stessa cosa.

- Candy a New York ha visto qualcosa che l’ha molto turbata. Ha visto Miss Adams che ti baciava in ospedale, quando tu eri ancora privo di sensi.

- Isabel che mi baciava? Ma io nemmeno me lo ricordo … non ci vediamo da tempo, lei è partita per Parigi. Candy se n’è andata per questo? Com’è possibile che non abbia neanche voluto parlarmi?

- Io credo che questo abbia scatenato in lei una gran paura, la paura di ritrovarsi nella stessa situazione.

- Non si fida di me dunque … è chiaro! Come posso darle torto? Non sono stato onesto con lei quando è successo l’incidente a Susanna ed è andato tutto a rotoli … questa volta non accadrà, sarò totalmente sincero!

Quando i due ragazzi arrivarono da Patty e Candy la cena era già pronta. Avevano fatto un gran lavoro per organizzare tutto in poco più di un’ora e nonostante le continue lamentele di Candy, Patty era riuscita alla fine a tranquillizzarla riuscendo a convincerla che si trattava di una semplice cena tra amici. Candy sembrava essere più serena, si era quasi persuasa del fatto che non ci fosse niente da temere da quell’incontro, la presenza di Albert poi era sempre per lei un’ancora di salvezza. Immersa in questi pensieri andò con calma ad aprire la porta, calma che scomparve all’istante quando si trovò di fronte Terence.

L’espressione del ragazzo nel salutarla, infatti, le apparve così dolce, con i suoi occhi blu che sembravano accarezzarla teneramente mentre si avvicinava per darle un bacio sulla guancia, tantoché ebbe l’impressione di fluttuare nell’aria come una piuma.

Si sedettero a tavola e cominciarono a mangiare. Il piccolo tavolo rotondo consentiva di stare seduti vicini e Candy, avendo Terence seduto alla sua destra ebbe non poca difficoltà a concludere quella cena. La sua voce, la sua risata mentre scherzava con Albert e soprattutto il suo profumo la riportavano indietro nel tempo, a quando per la prima volta si rese conto di quanto Terence fosse importante per lei. D’un tratto si voltò e nello stesso istante lo fece anche lui, per una frazione di secondo i loro occhi si ritrovarono e Candy vi lesse quella frase chiaramente … “per me non è cambiato niente”, si sentì scoppiare il cuore e dovette alzarsi.

- Scusatemi un attimo – disse, rifugiandosi in camera sua.

Pochi istanti dopo squillò il telefono e Patty andò a rispondere, qualcuno cercava Candy. L’amica andò a chiamarla e la ragazza, suo malgrado, dovette uscire dal suo temporaneo rifugio. Terence che non l’aveva persa di vista un solo istante la vide sgranare gli occhi quando comprese chi c’era all’altro capo del telefono. Anche Patty fece una smorfia abbassando lo sguardo e voltandosi per evitare che Terence si accorgesse del suo imbarazzo.

- Pronto.

- No figurati, domani?

- D’accordo.

- Ciao.

Terminata la telefonata, Candy si recò in cucina dicendo che andava a prendere il dolce. Terence la seguì ufficialmente per darle una mano.

- Chi era al telefono? – le chiese invece con tono brusco.

- Non sono affari tuoi!

- Chi era? Il “tuo dottore” vero?

Candy lo guardò senza rispondere.

- È lui che devi vedere domani? Rispondimi!

- Sì.

Terence senza lasciarla continuare tornò in soggiorno e chiese ad Albert di poterlo accompagnare in albergo, subito. Dopo aver salutato Patty che non capiva cosa fosse successo, i due ragazzi uscirono.

- Perché continuate come due testoni a farvi la guerra! – lo rimproverò Albert mettendo in moto l’auto.

- La guerra! Ma non lo vedi come si comporta? Mi evita, non mi parla, neanche mi guarda e se per sbaglio succede scappa … e poi domani vede quello! Che cosa devo aspettare ancora? Basta … torno a New York e se mi vuole sa dove trovarmi.






[1] W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto III, scena seconda.



Capitolo quattordici




Chicago

21 aprile 1922

 

Terence era furibondo!

Non era servito a niente, nemmeno venire a Chicago. Perché Candy si ostinava a tenere su quel muro tra loro? Perché era così testarda? Dannazione!

Quanto avrebbe voluto sbatterle in faccia la verità! Dirle che sapeva tutto … che lei era andata a New York a cercarlo! Ma lei avrebbe ceduto a quel punto? Gli avrebbe rivelato il motivo per cui se ne era andata? Doveva essere lei a parlare, ma ormai … forse ormai era davvero troppo tardi.

Non poteva fare a meno di continuare a chiedersi perché, perché, perché … mentre gettava alla rinfusa i suoi vestiti nella valigia. Iniziava a temere che i sentimenti di Candy fossero davvero cambiati.

D’un tratto squillò il telefono. Dalla reception dell’hotel lo avvisavano che una persona aveva chiesto di vederlo.

- Chi è?

- Miss Candice Ardlay, signor Graham. Le dico di attenderla nella hall?

- No … la faccia salire – rispose Terence sorpreso, ma anche pieno di risentimento – Adesso che parto si è decisa a parlarmi? – pensava sentendo montare la rabbia.

- Prego Miss Ardlay, il signor Graham la attende nella sua stanza, la numero 31.

- Grazie – rispose Candy con un filo di voce, mentre si incamminava verso la scala che l’avrebbe portata al primo piano.

Davanti alla camera di Terence sentì mancare il respiro e le gambe farsi improvvisamente di burro. Non sapeva bene cosa sarebbe riuscita a dirgli, sapeva soltanto che voleva essere lì in quel momento, solo loro due, per provare a guardarsi di nuovo negli occhi, cosa che non era mai riuscita a fare in quei giorni, se non per un breve istante la sera prima.

Al suo bussare alla porta udì la voce dura di Terence rispondere – È aperto.

Candy entrò e lo vide mentre tentava nervosamente di chiudere una valigia. Disse le prime parole che le vennero in mente.

- Che cosa fai?

- Non lo vedi? – rispose il ragazzo senza guardarla – Cosa vuoi Candy, il tuo dottore ha cambiato idea?

- Vorrei parlarti, per favore, potresti guardarmi?

Terence si voltò con sufficienza, rimanendo in piedi lontano da lei, fissandola con occhi freddi più del vento che in quei giorni sembrava non voler abbandonare Chicago.

- Posso farti una domanda?

Terence annuì, alzando le spalle come se la cosa lo lasciasse del tutto indifferente.

Candy fece un sospiro prima di chiedergli di nuovo perché fosse venuto a Chicago.

- Lo sai perché, te l’ho già detto, per il convegno – le rispose con la faccia di chi intende far capire chiaramente che sta mentendo, ma non ha comunque intenzione di dire la verità.

Candy ebbe paura di non farcela. Immaginava che Terence fosse molto arrabbiato, ma sperava che di fronte a lei avrebbe abbassato la guardia, invece sentiva di essere davanti ad uno scudo impenetrabile dietro al quale lui si stava nascondendo. Con quali parole sarebbe riuscita a disarmarlo?

Terence la vide abbassare lo sguardo e portarsi alla fronte una mano leggermente tremante. Sospirò e avvertì una stretta al cuore. Le lanciò un appiglio, anche se alquanto scivoloso, a cui potersi aggrappare.

 - Ora te la faccio io una domanda: perché sei venuta a New York?

- Come? Chi te lo ha detto? – chiese Candy sentendosi gelare il sangue nelle vene.

- Non ti preoccupare, Eleanor non ti ha tradito. È stato il dottor Brown! – le rispose con un sorriso beffardo.

- Michael?

- Esatto, il tuo caro amico Michael! Quando la settimana scorsa sono andato all’ultimo controllo. È stato lui a visitarmi e a dirmi che non avrebbe mai immaginato di avere un’amica in comune con me! Altrimenti non lo avrei mai saputo, perché tu non avevi alcuna intenzione di dirmelo, non è così? – le domandò Terence avvicinandosi.

Candy rimase in silenzio fissando il pavimento e lui le si fece ancora più vicino.

- Ti ripeto la domanda perché forse non hai capito: perché sei venuta a New York? Allora, non rispondi? – le chiese di nuovo, questa volta alzando la voce e stringendola per le spalle.

Candy trovò il coraggio di alzare la testa e di guardarlo in viso. Terence la fissava con lo sguardo furioso ed implorante nello stesso tempo. Lei sentiva un nodo alla gola che le bloccava le parole. Esitò. Lui abbassò le braccia e scosse il capo, poi si voltò dirigendosi verso il telefono.

- Sono Graham, avrei bisogno di un taxi grazie – comunicò alla reception.

Candy lo vide prendere il soprabito che giaceva su una poltrona e mentre stava per afferrare la valigia …

- Sono venuta a New York per vederti e parlarti … - sussurrò.

Terence si bloccò con il bagaglio in mano – Che strano! Qualche giorno fa mi hai confessato di non avere niente da dirmi!

- Ho mentito! Dopo aver ricevuto la tua lettera sono partita subito – confessò Candy con voce tremante.

La valigia cadde a terra facendo sobbalzare Candy per un istante. Allora decise che era il momento di parlare. Lui la ascoltava in silenzio, con il volto ancora cupo e la mente confusa.

- Quando sono arrivata a New York sono andata all’indirizzo che mi avevi inviato, al tuo appartamento. La portinaia mi ha detto che non eri ancora rientrato e stranamente mi ha fatto salire per aspettarti. Sono rimasta lì per quasi due ore. Mi guardavo intorno e non potevo crederci. Ero felice e mi sembrava di essere tornata a casa. Tremavo al solo pensiero che da un momento all’altro saresti arrivato e mi avresti trovato lì, immaginavo la tua faccia.

Ero molto stanca per il viaggio e mi sono addormentata sul divano. Ad un certo punto la signora Dora è tornata e mi ha detto che molto probabilmente quella sera non saresti rientrato, perché a volte ti fermavi da tua madre e così … comunque le ho chiesto se potevo restare ancora un po’. Quando stavo per andarmene è squillato il telefono. La prima volta non ho risposto, la seconda non so perché ho alzato la cornetta. Forse speravo di sentire la tua voce … invece era Eleanor che ti cercava. Era preoccupata perché eri molto in ritardo e non era da te. Quando ha capito chi ero mi ha detto di rimanere nel tuo appartamento, che mi avrebbe avvisato subito appena ti avesse trovato. Invece … ha mandato un’auto a prendermi. Quando ho visto quella splendida limousine ho pensato che fosse lì per portarmi da te, magari eri proprio a casa di tua madre e avremmo cenato insieme. Che stupida! Poco dopo sono arrivata in ospedale … ho visto Eleanor sconvolta, in lacrime, con lei il signor Hathaway e …. Non ho capito più niente. Ho pensato di vivere il peggiore degli incubi …

Candy si fermò per riprendere fiato, visto che aveva parlato quasi senza respirare, cercando ad ogni costo di trattenere le lacrime. Si avvicinò al letto e si mise seduta. Terence era in piedi, davanti alla finestra, di spalle. Quando la sentì sospirare si voltò senza riuscire tuttavia a dire nulla. Un brivido gli percorse la schiena, ripensando a quel giorno.

- Per fortuna mi sono ricordata che il dottor Brown con cui avevo lavorato, era stato da poco trasferito proprio al St. Jacob’s Hospital. È stato lui a tranquillizzarmi un po’, dicendomi che non eri in pericolo di vita, ma che comunque eri stato portato d’urgenza in sala operatoria per fermare l’emorragia. Terminato l’intervento il dottor Taylor ha detto che era andato tutto bene, che ti saresti ripreso presto e che nei giorni seguenti era preferibile tenerti sotto sedativi. Ha concesso solo una visita ed Eleanor è corsa da te. Quando è tornata … mi ha chiesto se volevo vederti. Era riuscita a strappare cinque minuti in più, così sono entrata.

Candy interruppe di nuovo il suo racconto. Turbata dal ricordo di Terence, disteso nel letto, pallidissimo  e immobile. Lui le andò vicino e si mise seduto accanto a lei. Candy ne avvertiva la presenza ma non lo guardava, era sicura che se lo avesse fatto sarebbe scoppiata a piangere. Poi lui fece un gesto che non si aspettava: le prese la mano che teneva adagiata sul bordo del letto. Candy avvertì il calore della sua pelle dalla mano raggiungerle il viso, le si bloccò il respiro e le parole non trovarono più alcuna via d’uscita restando intrappolate nella sua gola.

Anche Terence non riusciva a parlare. Con gli occhi fissi sulle loro mani unite, sentiva tuttavia pulsare nella testa quell’unica domanda che lo stava ossessionando fino allo sfinimento, nonostante Albert gli avesse già detto cosa poteva aver turbato Candy. Di colpo, senza neanche rendersene conto, quelle quattro parole scivolarono fuori dalle sue labbra come una preghiera appena sussurrata.

- Perché sei andata via?

Candy deglutì, portandosi l’altra mano alle labbra che stavano iniziando a tremare, poi a fatica gli rispose.

- Perché sono arrivata troppo tardi …

Terence strinse gli occhi, non capiva.

- Troppo tardi? – ripeté.

Candy si alzò in piedi, liberando la mano dalla stretta di lui. Andò verso la finestra. Aveva ripreso a piovere e nuvole scure affollavano il cielo.

Ci fu qualche istante di silenzio, Terence rimase immobile in attesa, poco distante da Candy e lei riprese a parlare decisa ormai a non tornare sui suoi passi.

- Il giorno dopo l’incidente sono tornata in ospedale a trovarti. Era molto presto, le visite non erano ancora iniziate. Ho incrociato Michael che stava iniziando il suo turno e mi ha detto che avevi trascorso una notte piuttosto tranquilla, stava andando tutto bene e il giorno dopo ti avrebbero pian piano svegliato. Ero molto felice – Candy fece una pausa e sorrise. Terence per un attimo sentì allentarsi la tensione e il battito del cuore placarsi.

- Ad un certo punto Michael ha aperto una tenda e dietro un vetro è apparsa la tua stanza. Sembravi dormire serenamente. Quando il dottore è uscito, io sono rimasta incantata a guardarti. Non vedevo l’ora di poterti abbracciare, ma poi … è entrata Isabel. È lei che mi ha fatto capire di essere arrivata troppo tardi.

- Candy, ma che cosa stai dicendo?

- Isabel è entrata nella tua stanza, si è seduta accanto a te, ti ha parlato mentre ti teneva la mano e poi … ad un certo punto si è avvicinata al tuo viso e … ti ha baciato – rispose Candy come se stesse rivivendo la scena in quel preciso momento.

- È impossibile, ti sei di sicuro sbagliata. Isabel è solo un’amica per me.

- Ti assicuro che non era un bacio da amica quello che ho visto! – esclamò Candy con rabbia.

Immaginava che lui avrebbe negato, ma lei non si era sbagliata: Isabel evidentemente lo amava.

- Candy ma io non ero cosciente, nemmeno mi ricordo che lei fosse lì! – protestò Terence cercando di farla ragionare sull’assurdità di quanto stava dicendo.

- Cosciente o no, ogni volta che tu mi scrivi e io corro a New York, c’è sempre un’altra donna vicino a te! – concluse Candy con voce dura, fissandolo con gli splendidi occhi smeraldo che apparvero a Terence freddi come laghi ghiacciati.

Candy però non ce l’aveva con lui ma con se stessa: si trovava di nuovo nella medesima situazione, pensava. C’era sempre qualcuno a separarli, prima Susanna adesso Isabel. Quante volte sarebbe successo ancora? Avrebbe dovuto aspettare che lui scegliesse con chi stare? Questo significava amare Terence Graham? No, non poteva accettarlo, per questo se ne era tornata a Chicago prima che lui si svegliasse.

Ma quando l’aveva rivisto e se l’era ritrovato in casa, la sua volontà di non mettere di nuovo la propria vita nelle sue mani aveva iniziato a vacillare. Troppo forte l’emozione di averlo vicino, di poterci parlare, di sognare ancora la possibilità di amarsi. Tuttavia adesso si odiava profondamente, in quella stanza d’albergo, in attesa che lui dicesse qualcosa!

- Un’altra donna vicino a me? Non c’è nessun’altra donna!

Terence rifletté un secondo e alla fine comprese l’insensata conclusione a cui era arrivata Candy.

- Aspetta un momento … tu pensi che ci sia qualcosa tra Isabel e me? Che noi due abbiamo una relazione? È per questo che sei tornata a Chicago senza neanche salutarmi, senza neanche assicurarti che stessi bene?

- Questo non è vero, ho esaminato personalmente la tua cartella clinica … era tutto a posto ed ho parlato più volte con Michael nelle ultime settimane.

- Ma grazie dottoressa Ardlay, veramente gentile da parte sua! Che cosa devo fare ora, pagarle la parcella? Mi dica … 200 dollari sono sufficienti? – le gridò Terence al colmo della collera.

- Mi dispiace Terence ma non sapevo più cosa pensare. È evidente mi sembra che Isabel ti ami!

- Ma io no … santo cielo Candy! – le gridò ancora.

- Frequentate lo stesso ambiente, lei è una donna bellissima e piena di fascino … - balbettò Candy.

- Non è l’unica, lo sai questo?

- Che vuoi dire?

- Sai quante donne bellissime mi vengono dietro e farebbero di tutto per stare con me? E lo sai perché? La maggior parte di loro si interessa a me perché sono Terence Graham, la stella di Broadway! Non sanno niente di me, non sanno minimamente chi sia Terence, ma non fanno altro che seguirmi ovunque vada, mi mandano fiori, mi mandano lettere dove non ti sto a dire cosa scrivono!

Terence riusciva a malapena a controllare la sua rabbia, poi gli venne in mente cosa aveva detto ad Albert quando si erano parlati e cioè che, se Candy gliene avesse dato la possibilità, sarebbe stato del tutto sincero con lei. Non doveva ripetere gli stessi errori, doveva farle capire che poteva fidarsi di lui!

- Vuoi sapere se io ho approfittato della situazione?

Candy lo guardò terrorizzata.

- Sì, l’ho fatto. È successo, qualche volta … anche con Isabel. Non ne vado orgoglioso, ma sono solo un uomo e questi anni non sono stati facili per me. Quando sono tornato da Rockstown ho dovuto ripartire da zero e la sola cosa che mi ha fatto andare avanti è stata una promessa che ho fatto a me stesso e cioè che nessuna donna avrebbe mai avuto il mio cuore. Non era più di mia proprietà da tempo ormai … era venuto via con te.

Candy ripensò alla lettera di Susanna, a quelle parole … “la sua anima è venuta via con te”.

- Di sicuro sono cambiato Candy, non sono più il ragazzino della St. Paul School mi dispiace, ma c’è una cosa che non è mai cambiata … il mio cuore!

Il silenzio della ragazza lo stava facendo impazzire! Perché non parlava? Perché non riusciva a dirgli cosa aveva dentro al suo di cuore? Doveva trovare un modo per scuoterla.

- Quello che dici non ha senso! Lo sai cosa penso invece? Che tu abbia una fottutissima paura di amarmi, è questa la verità! Non credi in me e non credi più in noi, perché hai paura!

- Credere in noi dove mi ha portato? Lo sai?

- Certo che lo so, ma non hai sofferto solo tu!

- E ora sono di nuovo allo stesso punto!

- E hai deciso di mollare? – la provocò Terence – Ti facevo più coraggiosa o forse è solo una scusa perché in realtà non sei sicura di quello che provi per me? Forse quel dottorino ha conquistato il tuo cuore!

- Ti sbagli … - rispose Candy.

- Dimostramelo! – le gridò fissandola.

Erano l’uno di fronte all’altra, pochi centimetri li separavano, Candy non riusciva a guardarlo ma avvertiva i suoi occhi su di lei e il suo respiro accelerato.

- Tra due ore c’è un treno che parte per New York, chiedimi di non prenderlo! Dimmi che anche per te non è cambiato niente – mormorò Terence sollevandole il mento per guardarla negli occhi.

Ma il cuore di Candy, stretto nella morsa della paura, restò chiuso con un lucchetto di cui sembrava aver perduto la chiave.

Bussarono alla porta. Un inserviente avvisava il signor Graham che il suo taxi lo stava aspettando. Terence fece due passi indietro continuando a fissarla, sentiva gli occhi diventare sempre più caldi e una rabbia scellerata impadronirsi dei suoi sensi, avrebbe voluto spaccare tutto quello che aveva intorno, avrebbe voluto prenderla a schiaffi. Ma non lo fece. Afferrò la valigia ed uscì dalla stanza.

 

 

*****

 

Senza neanche sapere come, Candy fece ritorno a casa. Si sentiva confusa, non sapeva come erano arrivati a discutere di nuovo. Terence evidentemente non aveva ancora smaltito la sua gelosia per Paul e lei? Ripensava a quello che le aveva detto, a come le donne si comportavano con lui. Sapeva che le ammiratrici non gli davano tregua, ma lui era andato oltre rivelandole di aver ceduto qualche volta alle loro lusinghe … anche con Isabel. Ma aveva giurato che a nessuna aveva concesso il suo cuore!

Entrata in salotto trovò Patty che stava studiando un saggio di letteratura inglese. Appena vide l’amica alzò la testa e abbandonò il libro. Candy era evidentemente sconvolta.

- Candy che succede? – le chiese preoccupata.

- Sta partendo … torna a New York … - rispose.

A Patty sembrò che l’amica non si rendesse pienamente conto di quello che aveva appena detto. Non poteva lasciarlo andare via così.

- Siete riusciti a chiarirvi … – tentò di chiederle aggrappandosi ad un’ultima speranza.

- Purtroppo no …

- Candy lo sai quante miglia separano Chicago e New York? È questo che vuoi?

- No …

- Se Terence torna a New York non lo rivedrai …

- Non voglio che se ne vada, ma ho paura di non riuscire ad amarlo come merita … per così tanto tempo ho sperato che arrivasse questo momento, Dio solo sa quanto ho cercato di custodire i sentimenti che provavo e che provo ancora per Terence, ma ho paura di sbagliare di nuovo tutto e questa volta non lo sopporterei … non so se riesco a spiegarmi Patty.

- Comprendo le tue paure Candy e ricominciare la vostra storia potrebbe essere rischioso certo, ma io penso una cosa: tu e Terence avete davanti a voi una seconda possibilità, a Stear e me non è stata concessa.

- Oh Patty … perdonami …

- Tu lo ami Candy, devi dirglielo e basta! Sono sicura che anche Stear la pensa come me e sta facendo il  tifo per voi … non vorrai deluderlo?

- Stear mi è sempre stato vicino ed era riuscito a creare un legame anche con Terence, era riuscito a capire forse ancora prima di me che lui mi amava!

- Tra quanto parte il suo treno?

- Tra circa mezzora – rispose Candy dopo aver controllato l’orologio.

- Non c’è tempo da perdere, ti chiamo un taxi!

Dopo pochi minuti arrivò l’auto che l’avrebbe portata alla stazione.

- Non posso arrivare tardi anche questa volta, non posso! Aspettami Terry, ti prego! – questo pensava Candy mentre a bordo di quel taxi che le sembrava più lento di una lumaca, sperava con tutta se stessa di raggiungere la stazione prima che lui ripartisse per New York.

Scese al volo dall’auto correndo come una forsennata verso i binari, senza sapere neanche quale fosse quello giusto. Si fermò a chiedere e il capotreno le indicò il binario n. 3.

- Si sbrighi signorina, sta partendo!

- Adesso come faccio a trovarlo … sarà già salito! Peggio per te Candy, te la sei cercata … - così iniziò a chiamarlo gridando il suo nome, passando accanto ad ogni vagone, di corsa.

- Terence, Terence …

Ad un certo punto si affacciò ad un finestrino un signore dall’aria distinta, piuttosto stupito nel vedere quella deliziosa fanciulla urlare il suo nome come impazzita.

- Signorina … ci conosciamo?

- Cosa? Oh no, mi perdoni non è lei che sto cercando … - gli gridò Candy riprendendo a correre disperatamente.

- Lentiggini cosa ci fai qui? – udì Candy una voce inconfondibile provenire da un finestrino più indietro che era appena stato aperto.

Si voltò e lo vide sporgersi con le mani appoggiate al vetro abbassato per metà. Si precipitò da lui e guardandolo dal marciapiede del binario gli chiese di scendere dal treno.

- Cosa? Sei impazzita … perché dovrei scendere, il treno sta per partire.

- Devo dirti una cosa … molto importante! Ti prego, scendi!

- Dimmela pure, avanti!

- Non posso, devi scendere!

Ma Terence rimase immobile al finestrino guardandola con occhi di sfida e quel suo tipico sorriso beffardo. Candy sbuffò, sbattendo un piede a terra e guardandosi intorno. La stazione era piena di gente e molte persone erano affacciate ai finestrini in attesa che il treno partisse. Non poteva lasciarlo andare senza averglielo detto! Si fece coraggio, pur sentendo il viso avvampare.

- Anche per me non è cambiato niente!

Ma l’improvviso fischio del treno coprì le sue parole.

- Come? Non ho sentito!

- Ho detto che non è cambiato niente … neanche per me! – ripeté Candy senza troppa convinzione, vergognandosi come non mai.

- Non ti sento! – gridò Terence, questa volta fingendo di non aver capito. In realtà voleva sentirglielo urlare davanti a tutti!

Candy alzò gli occhi al cielo, esasperata, ma non c’era più tempo!

- Ti amo!

- Come hai detto?

- Ti amo Terry … scendi … il treno sta partendo! – gli gridò, suscitando lo sconcerto dei presenti.

Terence sorrise come non faceva da tempo, un sorriso dolce e gentile finalmente tornava a splendere sul suo viso. Candy sorrise a sua volta, inebriata da un amore nuovo.

- Scendi ti prego – lo implorò, non potendo sopportare oltre la tortura di non averlo vicino.

- Guarda che se scendo ti bacio!

Candy sorrise scuotendo la testa – È sempre il solito, non cambierà mai! – pensò.

Il treno intanto aveva iniziato a muoversi ed era sul punto di prendere velocità. Quando Terence se ne accorse afferrò la valigia e la gettò fuori dal finestrino, poi velocemente raggiunse la prima uscita e saltò giù, rischiando sul serio di farsi male, andando verso Candy che era rimasta indietro temendo che lui non ce la facesse. Si guardarono per un momento e poi si corsero incontro, unendosi in un abbraccio disperato.

- Tu sei pazzo – mormorò Candy, il viso sprofondato nel suo petto.

- Di te! - le rispose Terence un istante prima di baciarla.

Fu un bacio impetuoso perché ancora incerto, un bacio che voleva possedere ma anche sentirsi rassicurare. Il luogo in cui si trovavano non permise loro neanche di goderselo. Terence si staccò da quelle labbra tanto desiderate riconquistando quel poco di lucidità che bastava per rendersi conto che dovevano andare via da lì.

- Lentiggini usciamo da qui, non credo tu voglia finire sulla pagina degli spettacoli! – detto questo la trascinò fuori dalla stazione di corsa, salendo sul primo taxi libero.

- Dove vuoi andare? – le chiese.

Candy si voltò verso l’autista comunicandogli l’indirizzo del suo appartamento, poi si strinse di nuovo a lui.

Per tutto il tragitto, non smisero un attimo di tenersi stretti, lei appoggiata alla sua spalla e lui che la circondava con le braccia, con la guancia incollata alla sua fronte.

Arrivati a destinazione, per prudenza scese prima Candy ed entrò. Terence fece un altro giro dell’isolato e dopo pochi minuti suonò il campanello. Candy che era rimasta ad aspettarlo aprì subito e, appena richiuso il portone salirono di corsa le scale fino all’appartamento. Oltrepassato l’ingresso, col fiatone, si tuffarono ancora l’uno nella braccia dell’altro a voler spazzar via in un colpo solo la lontananza degli anni passati separati. Non riuscivano a staccarsi e nemmeno a parlare, entrambi sopraffatti dalle emozioni.

Continuarono a stringersi, lui le accarezzava i capelli, lei sprofondata nel suo petto non riusciva quasi a respirare, sentendo le lacrime salire dal cuore fino agli occhi.

- Vorrei dirti tante cose, ma ora me ne vengono in mente solo due – mormorò a fatica Terence.

- Dimmele ti prego …

- La prima è … perdonami!

- E la seconda?

Terence le prese il viso con le mani, staccandola leggermente da sé per guardarla. Gli occhi verdi di Candy splendevano come due smeraldi, aveva le guance arrossate ed era bellissima!

- Ti amo … da sempre!

- La seconda mi piace di più perché anch’io ti amo … da sempre! – esclamò Candy sorridendo.

Anche Terence sorrise prima di baciarla appassionatamente, sollevandola quasi da terra.

Un rumore li fece sobbalzare.

- C’è qualcuno? – le chiese preoccupato.

- No, deve essere stato il vento – rispose Candy mentre andava a controllare la finestra che aveva sbattuto, aggiungendo che Patty non c’era perché era andata a trovare i suoi genitori e sarebbe rientrata il giorno dopo.

Tornata in soggiorno chiese a Terence se avesse fame, dopodiché andò in cucina per controllare cosa offrisse la dispensa. Non molto, pensò. Lui la seguì dicendole di volerla aiutare, così Candy gli mise in mano il necessario per apparecchiare la tavola.

- Fatto! – esclamò dopo poco, abbracciandola da dietro e baciandola sulla guancia mentre lei era intenta ai fornelli.

- Tra due minuti è pronto, dovrà accontentarsi signor Graham ma non la farò morire di fame – disse Candy tentando di resistere alle sue labbra.

 

    

 


 

Si misero a tavola. Terence la guardava come imbambolato, non riuscendo ancora a credere di essere lì con lei, di averla così vicina. Per la prima volta dopo tutto quel tempo erano da soli, in una stanza, dove niente e nessuno avrebbe potuto mettersi tra loro. Il mondo era chiuso fuori.

Candy si sentiva imbarazzata, cercò di scherzare rimproverandolo perché aveva finto di non capire cosa lei in realtà gli stava gridando in stazione.

- Non l’ho fatto apposta! – ribatté lui, sorridendo.

- Bugiardo … volevi che lo gridassi davanti a tutti …

- Immagino già i titoli dei giornali di domani: Candice White Ardlay dichiara a gran voce il proprio amore per il bell’attore Terence Graham!

- Veramente? Ci saranno stati dei giornalisti alla stazione? – chiese Candy allarmata.

- Di sicuro, mi seguono ovunque! – affermò Terence, scoppiando a ridere subito dopo.

- Mi stai prendendo in giro … smettila subito … sei sempre il solito! – sbuffò Candy alzando una mano per colpirlo.

Ma lui la prese, se la portò al viso e poi la baciò dolcemente. Si alzò in piedi stringendo ancora la sua mano, chiedendole se volesse ballare.

- Non credo di avere della musica purtroppo …

- Non importa – rispose, stringendola a sé e sussurrandole all’orecchio una canzone che lei non conosceva.

 



Love of my life, don't leave me
You've taken my love, you now desert me
Love of my life, can't you see?
Bring it back, bring it back, don't take it away from me
Because you don't know what it means to me

You will remember when this is blown over
And everything's all by the way
When I grow older, I will be there at your side
To remind you how I still love you, I still love you…

 

- È molto bella … ma credo di non averla mai sentita prima.

- Non puoi averla sentita perché non è mai stata incisa … è un inedito …

Candy lo guardò, possibile l’avesse scritta lui?

- È tua? – gli chiese incredula.

- No … è tua!

- Quando l’hai scritta?

- Quando sono tornato da Rockstown …

 

Continuarono a ballare stretti, in silenzio, finché non vennero sorpresi dallo squillare del telefono. Candy andò a rispondere, staccandosi a fatica da lui.

- Pronto.

- Ciao Candy, tutto bene?

- Ciao Patty, sì … direi di sì – le rispose guardando Terence sorridendo.

- Terence è lì con te, vero?

- Sì è qui, ti saluta.

- Ricambio il saluto e … ci vediamo domani sera. Fate i bravi!

- Grazie Patty, a domani.

 

Terence si era seduto sullo schienale del divano e, quando Candy chiuse la chiamata, allargò le braccia invitandola ad avvicinarsi.

- Credo che dovremmo parlare – mormorò stretta di nuovo a lui.

- Non stasera, non adesso … ti prego – le rispose sospirando mentre pensava a quante cose avrebbero dovuto chiarire, a tutti gli errori commessi, ma ora non gli importava di nulla, solo di stare vicino a lei.

In un momento di lucidità si ricordò che il giorno dopo era atteso a New York, per cui disse a Candy di dover telefonare al signor Hathaway per comunicargli il suo ritardo. Mentre parlava al telefono con Robert, tentando di spiegargli che un “contrattempo” lo aveva trattenuto a Chicago, Candy poteva udire le urla provenire dal ricevitore e d’improvviso le venne in mente che Terence non abitava lì bensì a New York, a centinaia di miglia di distanza.

- Devi rientrare al più presto? – gli chiese temendo la risposta.

- Il prossimo treno non ci sarà prima di due giorni, credo.

- Hathaway si è infuriato?

- Un po’ … dice che a Chicago combino sempre guai! – rispose Terence sorridendo.

- Non ha tutti i torti! – esclamò Candy mentre lui la raggiungeva, sedendosi sul divano accanto a lei.

Ci fu un attimo di silenzio, poi lui le prese la mano e la sfiorò con le labbra.

- E adesso … prima di combinare un altro guaio, sarà il caso che io vada in albergo, che ne dici? – le chiese Terence, trattenendo la sua mano sulla guancia per farle capire quanto gli costasse pronunciare quelle parole.

- In albergo? Sarà tardi … a quest’ora …

- Posso sentire se la camera che avevo è sempre disponibile …

- Certo.

Terence tornò al telefono per chiamare l’hotel in cui aveva alloggiato nei giorni precedenti. Candy si rendeva conto che era giusto così, ma …. l’idea che lui uscisse da quella stanza la fece improvvisamente sentire persa. Si alzò di scatto dal divano e lo raggiunse, interrompendo la chiamata che era appena partita. Terence la guardò sorpreso.

- Resta qui, non voglio che te ne vai – disse decisa, ma senza guardarlo, con gli occhi abbassati sul telefono.

Terence comprese quanto fosse combattuta, forse quasi quanto lui, ma non voleva metterla in imbarazzo o mancarle di rispetto. Tuttavia era ben cosciente del fatto che comportarsi da gentiluomo non sarebbe stato semplice, restando entrambi nella stessa stanza, tutta la notte.

- Dici che posso avere il tuo divano anche stasera? – le chiese cercando di rassicurarla sulle sue intenzioni.

Candy annuì.

Era notte inoltrata ormai quando decisero di provare a dormire. In piedi davanti alla porta della camera di Candy si dettero la buonanotte, molte volte, anche per tutte quelle in cui non avevano potuto farlo.

Terence si buttò sul divano consapevole che non avrebbe chiuso occhio.

Candy appoggiata alla porta appena chiusa faticava a respirare. Dopo essersi cambiata si mise a letto, chiuse gli occhi, ma la mente e il cuore non volevano saperne di placarsi.

 

C’è silenzio in salotto, starai già dormendo? Che giornata incredibile vero? Ho pensato di impazzire se non ti avessi trovato alla stazione … però non sei stato carino a farmi urlare in quel modo, anche se me la sono cercata, devo ammetterlo!

In un’altra occasione siamo stati separati da una porta, ero molto triste e preoccupata, tu hai suonato l’armonica per me tutta la notte. La stessa armonica che ho visto nel tuo appartamento a New York, la suoni ancora? Mi sono dimenticata di chiedertelo …

 

Senza pensarci un attimo, scese dal letto, infilò la vestaglia e andò in salotto. La stanza era buia.

- Terence stai dormendo? – mormorò.

Dopo qualche istante di silenzio lui rispose stupito – No.

Candy accese una lampada che era vicino a lei e che la fece risplendere. Terence si voltò e rimase abbagliato come se avesse visto il sole in piena notte.

- Cosa c’è? – le chiese con un filo di voce.

- Mi è venuta in mente una cosa e voleva chiedertela.

Candy si avvicinò al divano e si mise seduta sullo schienale, mentre Terence rimase sdraiato piegando un braccio sotto la testa per sollevarla, in attesa che lei parlasse.

- Quando sono venuta a New York, aspettandoti nel tuo appartamento, ho notato che … hai ancora la mia armonica.

- È vero … non me ne separo mai. Anche adesso è nella mia valigia, ma non posso suonarla a quest’ora,  rischierei di svegliare tutto il palazzo!

Candy sorrise, poi i loro occhi si incrociarono e cadde il silenzio. Lei abbassò lo sguardo e non poté fare a meno di notare che Terence aveva tirato il plaid fino alla vita mentre il torace rimaneva scoperto. Indossava solo una maglietta chiara che lasciava nude gran parte delle braccia. Come le aveva detto lui stesso, non era più il ragazzino della St. Paul School e in quel momento Candy se ne rese pienamente conto. Sapeva che avrebbe dovuto tornare nella sua stanza ma …

- E così ti sei intrufolata nella mia camera! Quando non è con me l’armonica sta sul comodino, vicino al mio letto. Sei sempre la solita impicciona Lentiggini.

- Non è affatto vero! Sei stato tu a dire alla portinaia di farmi salire … di’ la verità.

- Io? Ma figurati … le ho detto che se per caso fosse arrivata una ragazzina con il naso schiacciato e il viso pieno di lentiggini avrebbe dovuto dirle che mi ero trasferito, pensa te!

- Tu menti!

Il suo sorriso confermò che era una bugia.

- Lo sai che tra poco sarà giorno e noi non abbiamo dormito neanche un minuto! – le disse.

- Hai ragione, scusami, è meglio che torni a letto – rispose Candy voltandosi verso la sua camera.

- Aspetta, non te ne andare … vieni qui …

- Come?

- Vieni qui - ripeté lui facendole un po’ di spazio sul divano.

- Ma … Terence …

- E dai … non succede niente, prometto – la pregò, alzando la mano destra in segno di giuramento.

Era la seconda volta che Terence alludeva a “quello che sarebbe potuto succedere tra loro” e quando avevano discusso lui le aveva fatto capire chiaramente che non doveva fare troppo fatica per conquistare una donna. Candy pensava che con lei non si era spinto fino a quel punto, anche perché erano insieme solo da poche ore, ma se lui avesse osato …

Si mise seduta sul divano, dove le aveva fatto spazio. Anche Terence si era alzato e si sosteneva con un braccio piegato sul bracciolo.

- Domani hai qualche impegno? – le chiese scostandole i capelli dalla spalla.

- No.

- Che cosa vuoi fare?

- Stare con te!

Terence le si avvicinò e abbracciandola l’aiutò a sdraiarsi. Poi prese il plaid e coprì entrambi. La strinse di nuovo per la vita e cullati dai propri respiri si addormentarono.

 





Capitolo quindici




Chicago

22 aprile 1922

 

Dormirono per un paio d’ore, abbracciati sul divano. Terence si svegliò per primo. Durante il sonno Candy si era voltata e quando lui aprì gli occhi la prima cosa che vide fu il suo viso. Rimase incantato a guardarla senza far rumore perché non voleva si svegliasse.

La stanza era leggermente illuminata dalle prime luci dell’alba che filtravano dalle tende. Un silenzio perfetto regnava tutto intorno, interrotto soltanto dal loro respiro.

In quella luce leggera il volto di Candy sembrava uscito fuori da un dipinto impressionista, un’immagine fatta solo di luce e colore, come quei Monet che Terence aveva visto visitando il Louvre, durante la tournèe in Europa. Per un attimo gli tornò in mente quel periodo della sua vita, quando era sicuro di averla persa per sempre. Una fitta al petto lo colpì facendogli mancare l’aria e fu sul punto di svegliarla per stringerla e baciarla più forte che poteva, preso dalla paura che tutto fosse solo un sogno. Poi sorrise di se stesso avvertendo il dolce peso della mano di lei sul proprio fianco. Le scostò una piccola ciocca di capelli dalla fronte e iniziò a contare le sue lentiggini, ma si accorse di non riuscirci, distratto da tutto ciò che stava loro intorno.

 

Oh Candy … lo sapevo che sarei dovuto andare in albergo … adesso come faccio con te? Sei così bella ed io … non immagini quante volte ho sognato di tenerti così. Forse potrei provare a dormire ancora un po’ … no ormai è impossibile, il tuo respiro sul mio viso me lo impedisce. È meglio se ti sveglio e ci alziamo da questo pericolosissimo divano … però dormi così bene … è un peccato, ma io non riesco più a guardarti soltanto. Ora ti do un bacio e poi andiamo a fare colazione, che ne dici?

 

Terence le sfiorò leggermente le labbra con le sue, ma lei non si svegliò.

 

Lentiggini … come vedi non sono bravo a fare il principe azzurro!

 

Si sentiva disarmato di fronte a quell’amore così grande che senza alcun merito gli era stato restituito. Si chiedeva se sarebbe stato in grado di amarla come meritava. Le aveva già spezzato il cuore una volta, non poteva permettersi di sbagliare di nuovo. Molti anni prima aveva giurato a se stesso che sarebbe stato lui a renderla felice ed ora solo questo contava, nient’altro. Voleva farle capire che d’ora in poi non l’avrebbe mai più lasciata, ma subito dopo pensò che tra poche ore sarebbe già dovuto ripartire per New York. Come avrebbero fatto a sopportare quella lontananza ora?

- Amore mio … - mormorò, sprofondando il viso nel suo collo e avvicinandosi ancora di più a lei ne ricoprì parte del corpo con il proprio.

Dopo qualche istante lei si mosse appena, assecondando il movimento di lui e le loro gambe si incrociarono.

- Oddio … - sussurrò Terence sospirando profondamente, inebriato dal suo profumo e dal calore del suo corpo.

Candy si svegliò sentendo il suo respiro caldo sul collo farle il solletico. Lui se ne accorse ma non aveva il coraggio di guardarla e rimase con il viso nascosto tra i suoi capelli. Lei avvertì il peso del suo corpo sul lato sinistro e le braccia che la circondavano dolcemente. Rimase immobile, aprendo gli occhi pian piano, lo vide sdraiato al suo fianco e sentì il cuore batterle sempre più forte. Non sapeva cosa fare né cosa dire, ma di una cosa era sicura: non sarebbe voluta essere in nessun altro posto se non lì con lui. Era sveglio?

- Terry – lo chiamò.

Lui non rispose ma si decise ad uscire dal suo nascondiglio, facendo brillare su di lei i suoi due zaffiri.

A fatica cercarono di darsi il buongiorno, senza muoversi di un millimetro, temendo entrambi che tanto poco sarebbe stato sufficiente a non farli tornare più indietro.

- È ancora presto, ma dal momento che siamo svegli forse è meglio se … ci alziamo.

- Sì … forse è meglio – confermò Candy.

Lui allora si mosse per liberarla dalle sue braccia e sciogliere l’intreccio delle loro gambe. Candy si tirò su, mettendosi seduta sul bordo del divano, dandogli le spalle. Terence non seppe resistere e con una mano le carezzò la schiena. Candy avvertì un brivido percorrerla dalla testa ai piedi. Si voltò e lui avvicinandosi lentamente la baciò, temendo di morire se non l’avesse fatto, come se la sua vita dipendesse da quelle labbra. Candy si abbandonò tra le sue braccia, aggrappandosi quasi al suo collo.

Staccandosi da lei, le accarezzò il viso la cui espressione gli appariva indecifrabile, un misto di stupore e tenerezza. Rimase immobile con il timore di averla spaventata, ma lei lo sorprese.

- Sono certa che non proverò mai per nessun altro ciò che sento per te … ti amo così tanto! – gli disse guardandolo intensamente negli occhi.

Poi abbassò lo sguardo e con le mani afferrò il bordo della maglietta che Terence indossava, tirandolo verso l’alto fino a sfilargliela. Lui si piegò per aiutarla, sospirando profondamente e tremando quando lei gli posò le mani sul petto. La sua pelle era così calda e il calore che emanava avvolse Candy completamente, tanto da avere l’impressione che le sue guance prendessero fuoco.

Terence incredulo le sfiorò le labbra con mille baci leggeri, proseguendo sulla guancia per arrivare ad immergersi di nuovo nel suo collo, come se fosse un rifugio dai mali del mondo.  La sentì sussultare a quel contatto, come se lei scoprisse per la prima volta di possedere quell’angolo di paradiso appena sotto i capelli.

- Candy ieri sera ti ho fatto una promessa quando ti ho chiesto di restare con me qui sul divano … - mormorò Terence con la fronte appoggiata alla sua.

- Lo so.

- Di solito mantengo le promesse, ma ora … non credo di riuscirci … se continuiamo così …

- Io non voglio che tu la mantenga.

- Sei sicura?

- Sì – rispose Candy regalandogli il più bello dei suoi sorrisi, poi alzandosi lo prese per mano e lo portò nella sua camera.

Non ci volle molto perché la camicia che Candy indossava scivolasse ai suoi piedi e Terence poté finalmente godere da sveglio di quella visione che per molte notti aveva turbato i suoi sogni. Pensò di essere vittima di un incantesimo quando lei incrociò le mani dietro al suo collo, rivolgendogli uno sguardo che non le aveva mai visto: era passione quella che scopriva adesso nei suoi occhi? Sì lo era, per lui, non ci poteva credere.

Candy avvertì i capelli ricaderle lungo la schiena quando Terence sciolse il nastro che li teneva stretti. Sprofondando una mano tra i suoi riccioli biondi, da quanto tempo desiderava farlo pensò, avvicinò il viso al suo prendendo possesso della sua bocca ed esplorandone ogni angolo come a cercarvi un tesoro nascosto.

Udì un gemito uscire dalla sua gola e si fermò di colpo, cercando di trattenere il desiderio di lei che lo stava consumando, ma Candy lo guardò e gli sorrise di nuovo donandogli l’ultimo grammo di coraggio che gli mancava per andare avanti.

Sollevandola da terra con le braccia, gli occhi incollati l’uno all’altra, si diresse verso il letto, dove solo la flebile luce dell’alba sarebbe stata testimone della loro unione. Un nuovo giorno stava nascendo, due anime si stavano ritrovando.

 

Quando Terence si svegliò un raggio di sole che entrava nella stanza ferì i suoi occhi, così li richiuse e rimase immobile sotto le lenzuola che profumavano di lei. Ma dov’era? Si alzò di scatto dal letto, infilò i pantaloni e si diresse verso il salotto, stropicciandosi gli occhi con il palmo delle mani.

- Lentiggini ma dove ti sei cacciata?

Non fece in tempo ad udire la risposta alla sua domanda perché un pugno lo colpì in pieno viso, ancora prima che potesse vedere chi fosse stato a sferrarlo. Colto alla sprovvista Terence ricadde pesantemente all’indietro, sbattendo con violenza contro la porta della camera alle sue spalle.

- Ma sei impazzito! Terry … o mio Dio …

- È solo un bastardo! Che cosa ti ha fatto?

- Adesso esci immediatamente, vattene subito! – gridò Candy spaventata ma decisa.

- Cosa? Io dovrei andarmene?

- Ho detto vattene! – gridò ancora più forte.

- D’accordo … ma non finisce qui Candy, mi devi delle spiegazioni, ricordatelo!

Furono queste le ultime parole che Terence udì, poi lo sbattere del portone e Candy che lo chiamava, tra le lacrime.

- Terry per l’amor del cielo, riesci a sentirmi?

Terence sanguinava vistosamente dal labbro superiore e lo zigomo sinistro si stava rapidamente gonfiando. Candy disperata corse a prendere del ghiaccio e dopo che glielo ebbe poggiato sul viso, il ragazzo pian piano aprì gli occhi.

- Amore mio, ti prego, di’ qualcosa! – lo implorò Candy, in ginocchio accanto a lui che giaceva sul pavimento con la schiena appoggiata alla porta.

Terence riuscì a fatica a pronunciare poche parole per chiederle cosa fosse successo, ma il dolore al viso era piuttosto forte e non riuscì a dire altro, mentre osservava stupito le macchie di sangue sui pantaloni.

- Ce la fai ad alzarti per arrivare al letto? È meglio se ti sdrai.

Terence tentò di alzarsi una prima volta ma gli girava la testa, alla fine con l’aiuto di Candy riuscì a raggiungere il letto.

- Aspettami qui, non ti muovere, vado a prendere qualcosa per disinfettarti.

In un attimo Candy fece ritorno con garze ed alcol, si mise seduta sul letto vicino a lui ed iniziò a pulirgli delicatamente il viso.

- Candy mi vuoi dire cosa è successo? Tu stai bene? – le chiese Terence preoccupato, tra una smorfia e l’altra di dolore.

- Hai preso un pugno, quando sei uscito dalla mia camera.

- E chi devo ringraziare per questo regalo?

- Beh … è stato … Paul. Ma ora se n’è andato, l’ho mandato via. Terry mi dispiace tanto, è tutta colpa mia!

- Non dire così, ti prego.

- Guarda come ti ha ridotto … ti fa molto male?

- Beh abbastanza … picchia forte il tuo dottore! Comunque se avessi visto uscire un uomo mezzo nudo dalla camera della mia fidanzata probabilmente anch’io avrei fatto lo stesso, forse anche peggio – Terence concluse la frase con una smorfia, mentre Candy disinfettava il taglio sulla sua bocca.

- Ho finito! Il taglio non è troppo profondo, credo che i punti non siano necessari. Sullo zigomo si formerà invece un bel livido scuro che sparirà completamente nel giro di dieci giorni più o meno.

- Cosa? Non lo sa il tuo dottore che io con questa faccia ci lavoro, accidenti!

Candy lo guardò e sentendosi profondamente in colpa i suoi occhi si riempirono inevitabilmente di lacrime.

- Vieni qui – le disse Terence dolcemente, attirandola sul suo petto e accarezzandole piano la testa – Non credevo fosse così pericoloso stare con te Lentiggini! – cercò di scherzare, ma sentì invece le lacrime di Candy aumentare e bagnargli la pelle.

- Mi farei prendere a pugni ogni mattina se questo fosse il prezzo da pagare per trascorrere una notte come quella che abbiamo passato insieme!

Candy sorrise e, pur arrossendo al ricordo di quello che era successo tra loro, alzò il viso verso di lui e lo baciò dolcemente, cercando di non fargli male, poi gli disse:

- Non sono la sua fidanzata.

Da brava infermiera ordinò a Terence di rimanere sdraiato ancora per un po’ e di non agitarsi mentre lei preparava la colazione. Quando dopo pochi minuti tornò in camera invece lo trovò in piedi, si era cambiato i pantaloni e stava terminando di abbottonarsi la camicia appena indossata.

- Non ti avevo proibito di alzarti?

- Sto bene, non ti preoccupare.

- Saresti un pessimo paziente!

- Vieni qua – le disse attirandola a sé – Per colpa del tuo dottore non posso neanche baciarti adesso.

- Vuoi smetterla di chiamarlo in quel modo! E poi … se non puoi farlo tu lo farò io.

- Eviterei le labbra al momento e lo zigomo sinistro, tutto il resto è a tua disposizione.

Candy gli rivolse uno sguardo assai malizioso ma poi … gli stampò un bacio sulla guancia.

- Non era questo che intendevo!

Lei sorrise soddisfatta per essersi presa un po’ gioco di lui, poi scostò con un dito la camicia dal collo e lo sfiorò leggermente con le labbra.

- Così va meglio …

Abbracciati andarono in salotto per fare colazione. Con gli occhi incollati l’uno all’altra, seduti vicini, bevvero del tè che sembrò ad entrambi il migliore che avessero mai gustato in tutta la loro vita.

Candy era ancora in vestaglia, con i capelli sciolti un po’ scompigliati e la faccia assonnata, ma agli occhi di Terence era la donna più bella del mondo. La prese per la vita e la fece sedere sulle proprie gambe chiedendole dolcemente come stava mentre appoggiava il viso sul suo seno coperto appena dalla seta della camicia da notte. Carezzandogli i capelli, rispose che stava benissimo ma subito dopo un pensiero le fece tremare il respiro.

- Che cosa c’è? – le chiese Terence immediatamente.

Di fronte al suo silenzio lui alzò il viso, staccandosi a malincuore dal suo petto, per guardarla, in attesa di una risposta.

- Hai qualcuno che ti aspetta a New York? – gli chiese con un filo di voce.

- Certo!

Lei lo guardò corrugando la fronte, senza respirare fino a quando lui non continuò.

- Mia madre … mi aspetta un terzo grado non da poco appena mi vedrà, ne sono sicuro.

- Mi fa piacere che tua madre ti sia così vicina, ma non era a lei che mi riferivo.

Terence aveva solo finto di non capire, era chiaro che Candy si riferisse ad una donna e molto probabilmente quella donna era Isabel. Si fece serio perché non sopportava che lei avesse ancora dei dubbi.

- Se è ad Isabel che ti riferisci spero che tu stia scherzando! Credi che sarei qui se avessi ancora una storia con lei?

- Non è questo … ma lei forse non la pensa come te …

- Tu pensa a ciò che voglio io, mi sembra di avertelo già detto … ed io voglio te, nessun’altra!

Candy lo abbracciò forte e fece tornare il suo viso dov’era prima, baciandolo sui capelli mentre gli chiedeva scusa.

Rimasero per un po’ stretti, in silenzio, coccolandosi con piccoli baci e carezze. Per entrambi stare vicini era indispensabile, il contatto della loro pelle non poteva venire interrotto per troppo tempo perché questo faceva nascere subito un’ansia incontrollabile che si placava soltanto tornando a sfiorarsi o a tenersi per mano.

D’un tratto la sollevò, provocando la sua naturale risata che lui adorava, e la portò sul divano, sedendosi e facendola di nuovo accomodare tra le sue braccia. Nonostante il pugno rimediato, in quel momento il viso di Terence le parve più bello che mai, irradiato da una luce particolare, molto diverso dal giorno in cui era arrivato a Chicago. Sperava che ciò fosse dovuto a quello che era successo tra loro e avrebbe voluto parlarne a dir la verità, dentro di sé non era affatto sicura che le cose fossero andate come lui si aspettava. Tuttavia l’imbarazzo di aver provato per la prima volta certe emozioni e sensazioni le impediva di affrontare l’argomento.

Terence immaginava che cosa potesse provare Candy al riguardo così fu lui a parlare.

- È stato incredibilmente meraviglioso sentire il tuo cuore battere forte con il mio … – le sussurrò, facendo fiorire un timido sorriso sul suo volto - …  sentirti chiamare il mio nome in mezzo ai baci, i nostri respiri intrecciarsi, le tue mani su di me e le mie su di te …

- Fermati ti prego!

- Perché?

Ma lei non rispose.

- Vorrei tanto sapere se è stato così anche per te oppure no …

Candy rimase ancora per un po’ in silenzio, avrebbe avuto bisogno di parole nuove, mai pronunciate da nessuno, per descrivere ciò che significava per lei aver fatto l’amore con Terence.

- Per me è stato molto di più … è stato come tornare a vivere, come nascere di nuovo. Non so come io abbia fatto ad andare avanti in tutti questi anni senza di te e senza nemmeno la speranza di poterti ritrovare un giorno. Dimmi che non dovrò più fare a meno di te, ti prego, dimmelo!

Terence la strinse più forte che poteva e sul proprio viso sentì il calore salato delle lacrime che silenziose avevano preso possesso dei suoi occhi.

- Non accadrà più amore mio, te lo giuro.






Nel pomeriggio si recarono a Villa Ardlay dove Albert li aveva invitati per trascorrere un po’ di tempo insieme. Prima però Terence aveva dovuto prenotare il treno, il primo disponibile era previsto per le 7 della mattina successiva. Rimanevano poche ore prima di doversi separare ed ogni minuto che passava entrambi sentivano il loro cuore farsi sempre più piccolo.

- Benvenuti ragazzi, ma … che hai fatto al viso Terence? – chiese Albert vedendo il volto tumefatto dell’amico.

- Ciao Albert, beh … sai quanto Candy possa essere manesca a volte! – rispose Terence scherzando.

- Oh Terry smettila … poi ti spiego Albert, ma giuro che non sono stata io – precisò Candy dopo avergli lanciato un’occhiataccia.

Anche Jasmine, salutandoli in salotto, rimase stupita nel vedere Terence in quello stato.

- Quando ti ho suggerito di mollare la maschera non credevo che sotto ci fosse un pugile, cos’è successo?

- Una piccola divergenza con un ex fidanzato geloso, niente di che – rispose Terence cercando di minimizzare l’accaduto, anche se l’idea che Candy dovesse incontrare di nuovo Paul non lo faceva stare per niente tranquillo e decise di parlarne subito ad Albert.

Mentre Jasmine e Candy passeggiavano in giardino, Albert preoccupato chiese di nuovo spiegazioni e Terence gli raccontò quanto fosse successo.

- Con Candy ho cercato di non dare troppo peso alla cosa, ma anche se non lavoreranno più insieme lui sa dove abita e forse sarebbe meglio che lei stesse qui per qualche giorno, che ne dici?

- Certo, ci penso io, non devi preoccuparti, anche se … mi sembra strano che tu non abbia pensato di contraccambiare il regalo.

- In effetti il vecchio Terence lo avrebbe fatto, ma riflettendo lui ha ottenuto di darmi un pugno io invece ho l’amore di Candy!

- Ottima riflessione! Quando devi ripartire?

- Domani mattina.

- Allora potete fermarvi qui entrambi, ne sarei felice.

- Ti ringrazio Albert.

 

- A giudicare da come brillano i vostri occhi direi che è tutto a posto, o sbaglio?

- È così evidente Jasmine?

- Siete bellissimi!

Candy sorrise pensando a come in poche ore fosse cambiata tutta la sua vita. Il prima le sembrava ormai inconcepibile, adesso esisteva solo un dopo, dopo che lui era tornato, dopo che si erano amati come non mai.

Jasmine la osservava mentre camminavano per i vialetti di Villa Ardlay e provava un’immensa tenerezza per quella ragazza così forte e allo stesso tempo indifesa davanti a quell’amore tanto grande che aveva superato mille difficoltà e anni di separazione.

Dopo aver fatto un lungo giro, tornarono verso la veranda dove avevano lasciato Albert e Terence, ma Candy notò subito che lui non c’era. Jasmine si rese conto immediatamente del suo repentino cambio d’umore e andò in suo soccorso.

- Credo che Albert gli abbia fatto preparare una stanza per farlo rimanere qui stanotte e domattina accompagnarlo alla stazione. Sarà andato a cambiarsi per la cena.

- Certo, sarà meglio che vada anch’io – rispose Candy.

Albert le disse che la stanza di Terence era la camera verde e lei sorrise pensando che si trovava al secondo piano, molto vicina alla sua.

Dopo essersi cambiata d’abito andò a cercarlo. La porta era socchiusa e sbirciando all’interno lo vide seduto ad un tavolino intento a scrivere qualcosa su un foglio che immediatamente nascose appena la vide entrare.

- Di solito si bussa prima di entrare nella stanza di un uomo.

- La porta era aperta e io … che cosa nascondi?

- Niente!

- Avanti, ti ho visto … stavi scrivendo qualcosa e poi lo hai nascosto!

- Sei sempre la solita ficcanaso! È una cosa che avrai quando sarà il momento, adesso andiamo a cena, ho una fame! Lo sai che non abbiamo mangiato quasi niente oggi!

- Effettivamente siamo stati impegnati a fare altro …

 

Dopo la cena Albert e Jasmine si congedarono molto velocemente con la chiara intenzione di lasciarli da soli. Rimasero un po’ in veranda a parlare di niente perché un unico pensiero assillava la loro mente, quello di doversi separare a breve. Ad un certo punto Terence le disse che doveva darle qualcosa e si recarono nella sua stanza.

Entrati in camera, si avvicinò alla sua valigia già pronta per il giorno dopo e ne estrasse un pacchetto. Candy lo guardò sorpresa, non capiva cosa fosse, non aveva l’aspetto di un regalo.

- Questo appartiene a te – le disse consegnandole l’involucro.

Mentre Candy allungava la mano per afferrarlo, lui lo tirò di nuovo indietro facendole promettere di non picchiarlo perché il pugno che aveva già preso era più che sufficiente per oggi.

- Perché dovrei picchiarti? – gli chiese sospettosa.

Ma lui non rispose e di nuovo le porse il pacchetto lasciando questa volta che lei lo prendesse.

- Aprilo.

Candy tolse la carta che l’avvolgeva e in un primo momento non riuscì a comprendere che quello era il suo diario, pensò che fosse un altro, in fondo era un tipo di diario molto comune. Guardò Terence che la fissava, poi lo aprì e riconobbe senza dubbio la sua grafia.

- Ma questo è il mio vecchio diario, come fai ad averlo?

- Se vieni qui te lo racconto – le disse dopo essersi sdraiato sul letto.

Candy esitò un attimo, non era del tutto sicura che non lo avrebbe picchiato, poi gli si avvicinò e lui le prese la mano, attirandola fra le sue braccia.

- Albert ti avrà sicuramente detto che quando è venuto a New York ci siamo incontrati, per caso, ad un ricevimento e poi mi ha invitato a cena a casa sua, o meglio, è stata Jasmine ad invitarmi.

- Sì me lo ha detto.

- Quella sera a casa sua abbiamo parlato molto e un paio di giorni dopo, prima di tornare a Chicago, è venuto a trovarmi e mi ha consegnato questo.

- Perché?

- Secondo lui avrei dovuto leggerlo perché parlava molto di me e anche perché credeva che tutto quello che tu avevi descritto non poteva essere svanito nel nulla, nonostante fossero passati molti anni. Io gliel’ho detto che ci avresti ucciso entrambi, ma lui ha insistito e soprattutto mi ha chiesto di farne buon uso.

- Buon uso?

- Sì.

- Quindi lo hai letto?

- Sì, ho impiegato quasi una notte intera per leggerlo e …

- E?

- Leggendo quelle pagine ho capito che aveva ragione Albert, quello che tu avevi scritto non era perduto, il mio amore era sempre lì e così ho iniziato a sperare che anche per te fosse lo stesso. Dopo circa una settimana, molto faticosa, sono riuscito a scriverti quella lettera dove ti dicevo che per me non era cambiato niente. Sei arrabbiata?

- Certo Albert avrebbe potuto dirmelo prima di fare una cosa del genere!

- Se ti avesse chiesto di farmi leggere il tuo diario avresti acconsentito?

- Probabilmente no …

- Lo ha fatto perché ha pensato che fosse l’unico modo per farci comunicare l’uno con l’altra.

Candy stava in silenzio e a Terence sembrò che qualcosa la turbasse.

- Cosa stai pensando, dimmelo.

- Se tu non l’avessi letto … non mi avresti scritto?

- Lo avrei fatto, ma non so dirti quando … ci pensavo già da molto tempo, ma non trovavo mai il coraggio di farlo, temevo di …

- Cosa temevi?

- Temevo tante cose … prima di tutto che tu non mi rispondessi, perché magari mi avevi dimenticato … poi pensavo che potevi anche essere felice con qualcun altro e io non avevo alcun diritto di interferire nella tua vita … insomma i dubbi che avevo erano molti!

- E sono scomparsi leggendo il mio diario?

- No, non sono scomparsi, però … all’amore che ho ritrovato tra quelle pagine ho voluto dare un’altra possibilità. Ricordo bene il giorno che ho imbucato la lettera, è iniziata per me una lenta agonia in attesa di una risposta che non è mai arrivata.

- Io sono venuta a New York per risponderti di persona.

- E che cosa mi avresti detto, se non ci fosse stato quel maledetto incidente?

- Quello che ti ho detto ieri alla stazione.

- Non mi ricordo bene … cos’è che mi hai detto?

Candy si sollevò per guardarlo in faccia e minacciandolo con l’indice gli intimò di non fare il furbo perché sapeva benissimo cosa le aveva fatto gridare alla stazione, davanti a tutti. Terence si mise a ridere di gusto facendola irritare ancora di più.

- Hai promesso di non picchiarmi, non dimenticarlo!

- Non ho promesso proprio niente e tu lo fai apposta, ti diverti a farmi arrabbiare!

- Così dopo posso farmi perdonare … - le sussurrò sfiorandole una mano con le labbra.

- Mmmmm … sarà meglio piuttosto che ti metta qualcosa su questo livido altrimenti non andrà più via. Aspetta qui, dovrei avere il necessario nella mia stanza.

Candy uscì e tornò poco dopo con un unguento che avrebbe velocizzato, a suo dire, la guarigione del viso di Terence. Lui in realtà non ne era troppo convinto.

- Che cos’è quella roba? – le chiese riparandosi il viso con la mano.

- Avanti non fare il bambino, non vorrai saperne più di me? Lasciami fare.

- Sei proprio sicura? – le chiese provando ad allontanare ancora il viso.

- Vuoi stare fermo!

Alla fine riuscì a convincerlo a farsi medicare e mentre con le dita gli passava delicatamente la crema sullo zigomo, lui sorrise.

- Perché ridi adesso si può sapere?

- Beh, stavo pensando che non è poi così male farsi curare da lei dottoressa Ardlay!

- Visto, uomo di poca fede!

- Lo ammetto, sei molto migliorata dai tempi della St. Paul School. C’è mancato poco morissi dissanguato quella notte!

- Ti ricordo che quella sera sono uscita dalla scuola rischiando grosso e tu te ne sei andato senza nemmeno aspettare che tornassi. Ingrato! – gli rispose a tono dirigendosi verso la porta.

- Dove stai andando?

- A dormire!

- Dai Lentiggini vieni qui, stavo scherzando!

- Sei sempre il solito, ma questa volta …

Non riuscì a terminare la frase perché Terence la trattenne afferrandola da dietro, per la vita.

- Rimani ancora un po’ … non vuoi salutarmi come si deve? Domani mattina non avremo molto tempo …

- Lo so … - mormorò Candy voltandosi e stringendosi a lui come se in quel modo potesse impedirgli di partire.

Dopodiché si baciarono a lungo dimenticando per qualche minuto i difficili giorni che li attendevano.

- La prossima volta ti porto via con me! – mormorò Terence senza staccare le labbra dalle sue.

- Quando sarà la prossima volta? – gli chiese Candy fissandolo.

Lui esitò sapendo bene che non poteva essere sicuro di quanto tempo sarebbe passato prima di potersi rivedere. Spostarsi tra New York e Chicago non sarebbe stato semplice, le ore di viaggio erano molte e per riuscire a stare un po’ insieme avrebbe dovuto avere a disposizione più di un giorno di vacanza e questo non sarebbe stato facile da ottenere. Doveva trovare il momento giusto per parlarne con Hathaway sperando nella sua comprensione. Già non avrebbe fatto i salti di gioia vedendolo arrivare in ritardo di due giorni e con il volto in quello stato!

- Purtroppo non lo so Lentiggini, devo parlare con Robert prima.

- Non è vero che non lo sai … è che non hai il coraggio di dirmelo!

Menomale che era un bravo attore, pensò tra sé, con lei non riusciva proprio a farla franca!

- Posso solo fare un’ipotesi.

- Quale?

- Due o tre settimane, un mese al massimo – rispose a malincuore.

- Un mese!!!! – gridò Candy.

- Nella peggiore delle ipotesi … lo so che è tanto tempo e non ho idea di come riuscirò ad aspettare, ma finché non ne avrò parlato con Robert non posso …

- Mi piacerebbe avere qualcosa di tuo.

- Qualcosa di mio?

- Sì.

Terence ci pensò su un momento, poi si sfilò l’anello che portava all’anulare della mano destra.

- L’ho comprato a Londra, passando davanti ad una vetrina mi ha colpito il verde intenso e limpido di questa pietra, mi ha ricordato i tuoi occhi.

Candy lo prese e lo infilò nella collanina che portava al collo, facendolo scivolare nella camicia.

- Adesso è meglio se vado a dormire altrimenti domattina non riuscirò ad accompagnarti alla stazione.

- Non voglio che mi accompagni.

- Cosa? Perché?

- Preferisco salutarti qui, alla stazione ci sarà molta gente e poi … non mi piacciono i saluti nelle stazioni.

- Ma Terence … non voglio che vai da solo.

- Albert si è offerto di accompagnarmi, non ti devi preoccupare, ok?

- D’accordo … allora resto qui ancora un po’, se vuoi …

Terence sorrise e, senza farselo dire due volte, la prese in braccio portandola sul letto. Si addormentarono stretti finché l’alba non li svegliò.

 

New York

24 aprile 1922

 

Terence giunse a New York la mattina molto presto. Per fortuna durante il viaggio era riuscito a dormire un po’. Nel pomeriggio aveva appuntamento con il signor Hathaway, ma prima sua madre lo attendeva per pranzo a Villa Baker.

- Benedetto figliolo, ma cosa è successo? – gli chiese Eleanor appena lo vide con il volto tumefatto.

- Niente di grave mamma, non ti preoccupare! – cercò di tranquillizzarla Terence.

Da quando il figlio aveva avuto quell’incidente d’auto, Miss Baker si preoccupava anche notando un piccolo graffio, tanta era stata la paura quel giorno quando lo aveva visto in ospedale privo di sensi.

- Come sarebbe niente di grave? Qualcuno ti ha aggredito, hai fatto a pugni? – continuò l’attrice volendo sapere ad ogni costo cosa fosse successo.

- Un piccolo diverbio con un ex fidanzato geloso – confessò alla fine Terence.

- Un ex fidanzato di chi? – chiese la madre sempre più curiosa di conoscere i dettagli di quel viaggio a Chicago.

- Di Candy, mamma! Ora però vado a cambiarmi, possiamo parlarne più tardi, a pranzo?

- Certo! – rispose Miss Baker al settimo cielo dopo aver udito pronunciare dal figlio quel nome.

Rifugiatosi nella propria stanza, sdraiato sul letto, Terence ripensava agli ultimi giorni trascorsi con lei. Si sentiva come diviso, come gli mancasse un pezzo di se stesso. Era evidente ormai che non poteva più starle lontano. Avrebbero dovuto trovare al più presto una soluzione … poi d’un tratto gli apparve tutto chiaro. Ma certo, che stupido, come aveva fatto a non pensarci subito! Eppure ad Albert lo aveva detto!

 

 

Chicago

24 aprile 1922

 

A circa 800 miglia di distanza, un altro cuore inquieto non faceva che contare i minuti nell’attesa di potersi rivedere.

Quando la mattina della partenza lo aveva salutato era stato difficile per un momento non cedere alla disperazione.

- Ti scriverò ogni giorno! – le aveva detto lui.

- Anch’io! – aveva risposto Candy

Con quella promessa erano riusciti a sopravvivere a quel distacco che impietoso ne ricordava loro altri. Ma ora era diverso. Potevano finalmente vivere il loro amore, il destino era solamente nelle loro mani!

Prima di lasciarla Terence le aveva consegnato un biglietto, quello che aveva scritto il giorno prima quando lei lo aveva sorpreso.

- Leggilo solo quando sarò partito – le aveva detto e, dopo un ultimo bacio, se ne era andato.

Stringendo nella mano quel piccolo foglio come fosse un tesoro, Candy lo aveva salutato mentre saliva in auto insieme ad Albert. Rivederlo al più presto era il suo unico pensiero in quel momento perché ogni piccola cellula del suo corpo apparteneva a lui e sapeva con assoluta certezza che tutti i loro sacrifici e il dolore patito in quegli anni non erano andati perduti, ma erano serviti ad arrivare a questo giorno in cui niente e nessuno li avrebbe più separati.

Tornata nella sua stanza si lasciò andare ad un pianto liberatorio, poi aprì il biglietto che Terence gli aveva messo nella mano e lo lesse:

 

Amore mio

parto con il tuo profumo appiccicato addosso, con il sapore della tua bocca nella mia, con il dolce ricordo delle tue carezze sulla pelle. Non credo di essere stato mai così ricco di doni in tutta la mia vita ed ogni cosa bella che possiedo viene da te. Il conforto che mi dà il pensiero di te, di averti ritrovata pur senza alcun merito se non quello di non aver mai smesso di amarti, spero sia sufficiente a sopportare questa separazione fino al giorno in cui ci rivedremo. Lascio il mio cuore a Chicago, nelle tue mani, abbine cura, tornerò a prenderlo e tu insieme a lui.

Ti amo

tuo Terence



Capitolo sedici




New York

25 aprile 1922

 

Amore mio

sono passati solo due giorni ma la tua assenza mi è già insopportabile. Il pensiero di te non mi abbandona mai e quando finalmente potrò rivederti e stringerti capirai quanto sia stato difficile per me starti lontano. Purtroppo ancora non so quando questo sarà possibile, ma temo che dovremo avere molta pazienza. Ho parlato con Robert il quale, pensando di farmi un favore, ha deciso di prolungare di un mese la stagione teatrale che si protrarrà anche per il mese di giugno. Sarà molto difficile, se non impossibile, avere qualche giorno libero per venire a Chicago. L’unica cosa che un po’ mi consola è il fatto che una volta terminate le repliche del Macbeth avrò un periodo di vacanza e potrò dedicarmi completamente a te, a noi!

Se chiudo gli occhi riesco a vederti, non è molto ma per adesso dovrò farmelo bastare.

 

Ti abbraccio forte e ti bacio

con tutto il mio amore

tuo Terence

 

 

 

 

Chicago

27 aprile 1922

 

Mio adorato

credo di aver già compreso cosa significa per te starmi lontano perché lo stesso vale per me. Cerco di lavorare e studiare il più possibile per distrarmi, ma non riesco più ad immaginare la mia vita senza te vicino. A volte parlo persino da sola convincendomi che tu sia qui e mi sembra di udire la tua voce che mi chiama.

Immaginavo che dopo l’assenza dovuta all’incidente avresti dovuto lavorare di più e lo capisco, il tuo pubblico ti reclama. Non devi preoccuparti, appena sarai libero recupereremo il tempo perduto. Ho già iniziato a scrivere una lista di tutte le cose che vorrei fare con te non appena ti rivedrò, è una lista molto lunga per cui tieniti pronto!

 

Ti amo e ti aspetto

tua Candy

 

 

New York

30  aprile 1922

 

Amore mio

non sai quanto vorrei essere lì per fare subito la prima cosa che hai scritto nella lista, spero sia la stessa che penso io! Non riesco a sopportare l’idea che domenica sarà il tuo compleanno e non potrò essere con te, ti prometto che sarà l’ultimo che non festeggeremo insieme.

Ormai è impossibile per me trovare le parole per farti capire quanto mi manchi, ma se tu fossi qui non avrei bisogno di dirti niente. Con i miei baci ti parlerei e tu capiresti tutto, lo so.

Il tuo profumo che avevo addosso quando sono partito ormai se n’è andato e non puoi immaginare quanto io ne abbia bisogno. Ho addirittura pensato di comprarne un po’, ma non sarebbe la stessa cosa, non sarebbe così intenso e piacevole come respirarlo sulla tua pelle.

Questa sera, come ogni sera, mi addormenterò pensando a te, pensando a quando sarai di nuovo mia, a quando non ci separeremo più.

Non dimenticare che il mio cuore è lì con te, da sempre e per sempre.

 

Con impaziente amore

tuo Terence

 

 

Chicago

3 maggio, 1922

 

Quando Candy ricevette questa lettera un unico pensiero iniziò a martellarle la mente ovvero trovare il modo di correre da lui! Tra pochi giorni sarebbe stato il suo compleanno e il regalo che desiderava più di ogni altra cosa al mondo era rivederlo.

Se fosse riuscita a spostare un paio di turni in ospedale probabilmente sarebbe potuta partire venerdì sera, arrivare a New York sabato pomeriggio e ripartire lunedì, trascorrendo quasi due giorni interi con lui! Al solo pensiero aveva cominciato a sognare ad occhi aperti, immaginando di essere già lì e corrergli incontro, gettandosi tra le sue braccia. Poi si ricordò che durante il fine settimana Terence avrebbe dovuto sicuramente essere in teatro, le repliche del Macbeth continuavano senza sosta facendo registrare il tutto esaurito da quando Graham era tornato a calcare il palcoscenico.

 

Potrei acquistare un biglietto e venire direttamente in teatro sabato sera, per la prima volta potrei godermi lo spettacolo ed essere sicura di non doverti rincorrere dopo o di non poterti addirittura incontrare! Sarebbe magnifico! Devo assolutamente trovare un biglietto per lo spettacolo di sabato prossimo, è già tardissimo … non ce la farò mai. Potrei chiedere a te di riservarmi un posto, ma no … voglio farti una sorpresa … forse so chi potrebbe aiutarmi ad organizzarla!

 

 

La mattina del venerdì arrivarono a Villa Ardlay Archibald Cornwell e signora. Annie aveva intenzione di organizzare una grande festa per il loro compleanno e, essendo all’oscuro degli avvenimenti accaduti nelle ultime settimane, aveva già iniziato a compilare gli inviti da spedire ai migliori giovanotti di Chicago.

Né Annie né tantomeno Archie erano a conoscenza del fatto che Terence fosse venuto a cercare Candy e che i due si fossero ritrovati, avevano saputo invece che dopo essere stata a New York Candy era tornata a Chicago e non aveva più voluto parlare di lui.

- Spero proprio che questa volta Candy si sia resa conto di quanto Granchester sia ancora immaturo e pieno di sé, proprio come quando eravamo alla St. Paul School. Ha sempre pensato di essere al centro del mondo, che tutto gli fosse dovuto. L’ha fatta andare di nuovo a New York e che cosa ci ha guadagnato Candy? Lacrime, sempre e solo lacrime! Mi dispiace dirlo ma se l’è proprio cercata, ma di sicuro è stato meglio così, avrà capito definitivamente che è arrivato il momento di lasciarlo perdere e di essere felice. Candy merita di essere felice e forse questa festa di compleanno che stiamo organizzando potrebbe essere un punto di partenza per una nuova vita!

Annie ascoltava il marito volendo credere che avesse ragione anche se, conoscendo Candy molto bene, non pensava che una festa avrebbe risolto i suoi problemi di cuore. Non vedeva l’ora di riabbracciarla per sapere come stava e come aveva trascorso le ultime settimane, dopo quel triste viaggio a New York.

- Credi che dovremmo invitare anche il dottor Carver? – chiese Archie alla moglie che continuava a trascrivere lettere d’invito.

- Non saprei Archie, forse sarebbe meglio chiedere a Candy, sinceramente non so in quali rapporti siano adesso.

- Che cosa vorresti chiedermi Annie?

- Oh Candy finalmente, fatti abbracciare!

Annie si slanciò verso l’amica e le due ragazze si strinsero affettuosamente come quando erano bambine, dopodiché fu la volta di Archie che salutò la cugina con un solenne baciamano prima che lei lo abbracciasse schioccandogli un sonoro bacio sulla guancia!

- Candy sei uno splendore, ti trovo davvero in ottima forma! – esclamò Annie vedendola radiosa come non era da tempo ormai.

- Ti ringrazio Annie, anche tu sei una meraviglia per non parlare del mio cugino preferito. Dunque è questo l’effetto che fa il matrimonio?

- Cara Candy direi di sì e per questo ti consiglio di iniziare a pensarci vista l’età che avanza! Se continui a fare la preziosa tra non molto entrerai a pieno diritto nel club delle zitelle!

- Grazie per il suggerimento carissima Annie, ma forse dovresti sapere che le nozze non sono più una possibilità così remota neanche per la sottoscritta!

- Cosa vorresti dire, qualche pretendente in vista? – chiese Archie sgranando gli occhi con Annie che lo seguiva a ruota.

- Può darsi! – rispose sibillina.

- Andiamo Candy non fare la misteriosa! Sto organizzando la nostra festa di compleanno e se c’è qualcuno in particolare che dovrei invitare sarà il caso che tu me lo dica.

- La nostra festa di compleanno?

- Sì certo, come ogni anno! Ti sei forse dimenticata che domenica compi gli anni?

- Oh no … ma … perdonami Annie, quest’anno non potrò partecipare.

- Come? E perché mai?

- Archie non insistere, magari questo misterioso pretendente ha organizzato qualcosa di speciale! Ho indovinato Candy?

- Beh più o meno … in realtà sono io ad aver organizzato qualcosa per cui domenica non potrò festeggiare con voi. Mi dispiace molto Annie, ma ci rifaremo appena torno, promesso!

- Che vuol dire “appena torno”? Sei in partenza? – indagò Archie fattosi serio, iniziando a temere l’identità di questo ipotetico fidanzato.

- Sì – rispose Candy esitando nel rivelare la meta del suo viaggio. Sapeva che Archie non avrebbe approvato, ma era giunto il momento che tutti sapessero quanto lei si sentiva felice – Parto questa sera, vado a New York – rivelò dunque con un sorriso raggiante, sentendo il cuore saltellare nel petto.

Archie ed Annie la guardarono ammutoliti.

- Mi dispiace non avervi avvisati prima, ma è stata una decisione improvvisa e non …

- Ancora lui! – la interruppe Archie, fissandola.

- Sì Archie, ancora lui – rispose Candy decisa.

- Non ti è bastato quello che ti ha fatto?

- Archie smettila – lo pregò Annie.

- Aspetta Annie … non sapete cosa è successo nelle ultime settimane per cui è giusto che io …

- Qualunque cosa sia successa non mi interessa … e tu non puoi cascarci ogni volta, dimenticando il passato!

- Ti sbagli Archie … è proprio perché non ho mai dimenticato il passato che non posso fare a meno di Terence! Adesso vado a salutare Albert, ci vediamo quando torno.

Detto questo Candy uscì dalla stanza, ma Annie le corse dietro dopo aver rifilato uno sguardo di severo rimprovero al marito.

- Candy scusalo, parlerò con lui e sono sicura che pian piano capirà.

- Ti ringrazio Annie.

- Però potevi anche dirmi che c’erano importanti novità – la rimproverò Annie bonariamente.

- Perdonami ma è successo tutto così in fretta e non ho avuto modo … comunque Terence è venuto a Chicago circa due settimane fa, ufficialmente per un convegno, in realtà voleva vedermi e alla fine ci siamo chiariti e ….

- E?

- Abbiamo trascorso due giorni meravigliosi!

- Oh Candy sono così felice e anche tu lo sei, si vede … e adesso vai da lui?

- Sì Annie, non ce la faccio più … Terence non può venire perché è molto impegnato in teatro, ci siamo scritti ogni giorno … ma non ci basta!

Annie la abbracciò trattenendo a stento le lacrime, sentiva nel profondo del cuore una grande gioia per quell’amore che finalmente aveva ritrovato la strada di casa.

 

 

*****

 

 

New York

6 maggio 1922

 

Da quando era salita sul treno la sera prima Candy non aveva smesso un attimo di immaginare il momento in cui i loro occhi si sarebbero incontrati di nuovo. Un perenne tremore nello stomaco l’aveva accompagnata durante tutto il viaggio, interrotto solamente da qualche ora di sonno al quale alla fine aveva ceduto.

Poco prima di giungere alla stazione di New York si era svegliata e nel momento in cui era scesa dal treno un improvviso peso al petto l’aveva quasi soffocata. Era stato impossibile infatti non tornare col pensiero alle volte in cui quel luogo era stato testimone del dolore più atroce che avesse mai potuto provare nella sua vita. Doversi separare da lui non era qualcosa che il suo cuore poteva più sopportare!

Prese un taxi e si recò in albergo per cambiarsi. Aveva poco tempo a disposizione prima di andare in teatro dove Eleanor Baker l’aspettava. Candy infatti era riuscita a contattarla per chiederle di aiutarla a trovare un biglietto per lo spettacolo di quella sera. Inutile dire che Miss Baker non aveva avuto problemi ad accontentare quella richiesta e adesso non vedeva l’ora di riabbracciarla. Non stava più nella pelle all’idea della sorpresa che avrebbe ricevuto il figlio una volta terminato lo spettacolo. Terence non le aveva raccontato molto di quanto accaduto a Chicago, ma a giudicare da una certa espressione sognante che più di una volta aveva potuto scorgere sul suo viso, Eleanor era certa che lui avesse ritrovato “l’amore della sua vita”.

Candy giunse a teatro in perfetto orario. Miss Baker le aveva dato precise istruzioni su come trovare l’ingresso secondario dal quale intrufolarsi per non correre il rischio che Terence la vedesse. Anche il palco che aveva scelto per assistere insieme al Macbeth era piuttosto defilato. Candy era stata categorica, non voleva assolutamente che lui si accorgesse della sua presenza, non intendeva distrarlo. Una volta finito lo spettacolo, sarebbe andata nel suo appartamento e l’avrebbe aspettato lì!

All’ingresso di Terence sul palco, quando poté udire di nuovo la sua voce che pronunciava le prime battute, Candy però corse il rischio di mandare all’aria ogni piano. Istintivamente si alzò in piedi avanzando fino al parapetto, con l’irrefrenabile voglia di gridare “amore mio sono qui”! Per fortuna c’era Eleanor con lei e, facendole notare che stando in piedi Terence avrebbe potuto vederla, la invitò a tornare a sedersi.

Per l’intera durata dello spettacolo Candy ebbe l’impressione di aver trattenuto il respiro e di trovarsi immersa in un sogno, fino a quando gli applausi del pubblico non la fecero tornare alla realtà e si ricordò improvvisamente che doveva sbrigarsi se voleva raggiungere l’appartamento di Terence prima di lui. Si trattenne ancora qualche minuto per poterlo applaudire e godersi l’incredibile visione di Terence Graham al centro del palcoscenico ricevere l’omaggio di un pubblico in delirio.

Non appena il sipario venne chiuso, Candy ed Eleanor si scambiarono uno sguardo pieno di orgoglio e commozione.

- Un’auto ti aspetta all’uscita, vai! – le disse infine Miss Baker, salutandola con un abbraccio materno.

 

La signora Dora riconobbe immediatamente quella biondina con le lentiggini che era stata lì più di un mese fa e la salutò cordialmente. In realtà era stata avvisata da Miss Baker in persona che quella sera il figlio avrebbe ricevuto una visita molto importante e che, trattandosi di una sorpresa, avrebbe dovuto aiutarla a fare in modo che Terence non si accorgesse di niente. Così la fece salire all’appartamento dell’attore senza fare troppe domande ma augurandole semplicemente buona fortuna.

Candy si ritrovò ancora una volta da sola nell’appartamento di Terence. Vederlo recitare in teatro, finalmente senza preoccupazioni né paure, era stata un’emozione unica e indescrivibile, niente di paragonabile però al trovarsi lì ora.

Si era fermata in piedi in mezzo alla stanza e non riusciva a smettere di fissare la porta d’ingresso, sicura che da un momento all’altro avrebbe rivisto il suo dolce viso e quel meraviglioso sorriso che la incantava. Sussultava ad ogni minimo rumore cercando di riconoscerne uno che appartenesse a lui.

 

Terence, terminato lo spettacolo, si era diretto in camerino per cambiarsi. Stava appunto infilando la giacca quando udì bussare e subito dopo vide entrare sua madre che intendeva complimentarsi con lui per la splendida performance di cui era stato protagonista indiscusso (ma soprattutto per essere sicura che Terence se ne andasse dritto a casa!).

Pochi istanti dopo lo raggiunse anche la collega Karen Kleiss che, dopo aver salutato Miss Baker, invitò il primo attore a partecipare ad un evento mondano che era stato organizzato anche per festeggiare il ritorno sulla scena di Terence Graham.

- Quando? – le chiese.

- Questa sera naturalmente! – esclamò Karen.

I bellissimi occhi azzurri di Miss Baker non erano mai apparsi così grandi come in quel momento. L’attrice li rivolse al figlio trattenendo il respiro. Terence si accorse che qualcosa non andava, probabilmente era una festa a cui Eleanor non aveva piacere che lui partecipasse. Ma perché? Sapeva che la madre era molto meglio informata di lui in merito alla vita mondana newyorkese e alla fine decise di declinare l’invito di Karen, nonostante le sue insistenze.

- Potrei sapere che cosa c’è che non va in questa festa? – chiese alla madre non appena la Kleiss se ne fu andata.

- Niente … è solo che mi sembri molto stanco, negli ultimi giorni non ti sei risparmiato e credo sia meglio che tu vada a riposare.

Terence la guardò sospettoso, ma poi pensò che avesse ragione, oltretutto non era decisamente dello spirito giusto per uscire a divertirsi. Non faceva altro che pensare a lei, gli mancava da impazzire. Non vedeva l’ora di andare a dormire sperando almeno di sognarla.

Dopo più di un’ora dal termine dello spettacolo, dopo aver firmato una serie infinita di autografi, finalmente Terence riuscì a salire sull’auto che lo avrebbe portato al Village, il quartiere dove abitava. Eleanor lo aveva obbligato a farsi accompagnare dal suo autista e Terence aveva stranamente accettato, anche se la madre quella sera le sembrava davvero strana.

All’ingresso del palazzo trovò la signora Dora che, dopo averlo salutato con un gran sorriso, lo informò che l’ascensore era guasto dal pomeriggio per cui avrebbe dovuto fare le scale. Terence salì i primi scalini poi si fermò e, avendo notato anche nell’espressione della portinaia qualcosa di strano, si voltò verso di lei che stava seguendo con lo sguardo ogni minimo movimento dell’attore.

- Dora va tutto bene? Deve dirmi qualcosa?

- No no … vada … vada pure. Sarà stanco!

- Sì decisamente … buonanotte.

- Buonanotte.

Terence riprese a salire le due rampe di scale che lo separavano dal suo appartamento e soprattutto da ciò che in quel momento desiderava di più, il suo letto!

Candy intanto, stanca di stare in piedi come una statua in mezzo alla stanza, si era decisa a sedersi, quando d’un tratto le sembrò di udire un rumore alquanto familiare. Smise per alcuni secondi di respirare per poter ascoltare meglio quel particolare fruscio che si avvicinava sempre di più. Non poteva sbagliare, avrebbe riconosciuto tra mille il ritmo dei suoi passi. Quante volte, sdraiata nell’erba sulla collina alla St. Paul School, si era accorta che lui stava per arrivare distinguendone i passi lenti ma decisi con cui percorreva il pendio che lo avrebbe portato da lei. Adesso le sembrava che il suo salire le scale seguisse il ritmo del proprio cuore, ogni passo un battito, e man mano che il rumore si faceva più intenso anche il battito cardiaco diventava più forte. Fino a quando i passi si arrestarono e per qualche istante scese il silenzio, poi il suono metallico della chiave la fece letteralmente schizzare in piedi mentre la porta si apriva lentamente e la luce si accendeva.

- Terence!

Lui alzò il viso incredulo all’udire quella voce familiare e la vide, socchiuse le labbra ma nessuna parola uscì dalla sua bocca. Solo quando lei gli sorrise riuscì a dire:

- Candy!

Non ci fu bisogno d’altro perché entrambi, come due calamite che si attraggono inesorabilmente, si ritrovarono l’uno nelle braccia dell’altro senza nemmeno rendersi conto di come ci fossero arrivati. Per alcuni lunghissimi minuti non dissero una sola parola, rimanendo incollati quasi senza respirare. Candy non si era neanche accorta che i suoi piedi non stavano toccando terra perché Terence l’aveva sollevata e lei si era aggrappata al suo collo decisa a non lasciarlo più.

- Non riesco a crederci, non può essere vero, sei proprio tu? – mormorò alla fine Terence con il viso immerso nei suoi riccioli biondi.

Candy riuscì a staccarsi un po’ per guardarlo, sorridendogli tra le lacrime. Terence allora la mise giù e, dopo averle preso il viso tra le mani per osservarla meglio ed essere sicuro che fosse proprio lei, le sorrise a sua volta e la baciò profondamente, cosa che fece capire definitivamente ad entrambi che non stavano sognando.

- Ma quando sei arrivata?

- Oggi pomeriggio.

- Perché non me lo hai detto? Sarei venuto a prenderti alla stazione … e che cosa hai fatto fino ad ora? – le chiese senza riuscire neanche a coordinare bene le parole e baciandola di nuovo prima che lei potesse rispondere.

- Non te l’ho detto perché volevo farti una sorpresa, così dopo essere stata a teatro avevo programmato di aspettarti qui.

- Tu eri a teatro questa sera?

- Sì … sei stato magnifico! Per la prima volta mi sono goduta davvero un tuo spettacolo anche se non vedevo l’ora che finisse per poterti abbracciare!

E infatti si abbracciarono e baciarono ancora come impazziti, caddero sul divano continuando a guardarsi negli occhi, sorridendo ogni volta che si rendevano conto che era tutto vero, che loro erano lì insieme.

- Hai avuto una complice in tutto questo, non è così?

- Beh direi due: la signora Dora e tua madre!

- Ecco perché mi sono sembrate tutte e due così strane stasera: la portinaia non smetteva di fissarmi quando sono arrivato e mia madre ha insistito perché dopo lo spettacolo andassi subito a casa.

- Avevi qualche impegno forse? – gli chiese Candy con un ghigno minaccioso.

- Beh Lentiggini lo sai come vanno a finire queste serate, di solito dopo ogni spettacolo c’è sempre qualche evento mondano a cui mi chiedono di partecipare! Anche stasera …

- Anche stasera cosa? – continuò Candy mettendosi seduta e allontanandolo con le mani.

Terence sorrise scuotendo leggermente la testa.

- La smetti di prendermi in giro!

- Guarda che è la verità, ogni fine settimana vengono organizzate molte feste e ricevimenti a New York alle quali sono puntualmente invitato … ma dove io non vado mai!

- Oh Terry … riesci sempre a fregarmi!

Scoppiarono entrambi a ridere, mentre Candy fingeva di volerlo colpire poi si ricordò del pugno che Terence aveva rimediato a Chicago e si mise a controllare che tutto fosse a posto.

- Sono proprio una brava infermiera, non è rimasto il minimo segno! – commentò soddisfatta osservando attentamente prima lo zigomo e poi le labbra di Terence e fu proprio su queste che il suo sguardo si fermò, mentre tornavano a sdraiarsi sul divano, l’uno di fronte l’altra.

- Hai fame? – le chiese fissandola.

- No.

- Hai bisogno di cambiarti … di fare un bagno?

- No.

- Non hai bisogno di niente allora?

- Sì invece.

- Di cosa?

- Di te! Baciami stupido …

Si baciarono a lungo, stringendosi come quasi a voler fondere i loro corpi. Poi ancora una volta quello sguardo di lei, uno sguardo nuovo colmo di desiderio a cui Terence non poteva resistere.


*****




New York

7 maggio 1922

 

Quando aveva incontrato Miss Baker, prima che iniziasse lo spettacolo, Candy aveva avuto modo di parlare un po’ con lei. Eleanor le aveva raccontato di quanto impegno e fatica aveva dovuto sostenere Terence per tornare ad essere il grande attore che conoscevano. Alla fine aveva raccolto tutto il successo che meritava e la tournée in Europa lo aveva definitivamente consacrato al ruolo di grande protagonista della scena teatrale internazionale. Era molto orgogliosa di lui, tuttavia c’era un aspetto della vita di suo figlio che ancora la faceva preoccupare. Esitò un poco prima di parlarne con Candy, non voleva rattristarla e rovinarle questi giorni con Terence, poi si decise pensando che ancora una volta solo lei fosse in grado di aiutarlo.

- Che cosa la preoccupa Eleanor?

- Io non so se tu e Terence ne abbiate già parlato ma … credo che mio figlio si senta ancora in colpa per quello che è successo a Susanna e anche per la sua morte.

 

Svegliandosi abbracciata a lui, nel suo letto, Candy ebbe la netta sensazione di poter assaporare finalmente la felicità. Terence dormiva ancora, il suo respiro leggero le sembrava il suono più dolce del mondo e il profumo di lui così inebriante da stordirla. Si erano amati molto durante l’intera notte. Era stato diverso dalla prima volta, una nuova complicità li aveva guidati senza bisogno di parole. Ad ogni carezza e ad ogni bacio che si erano scambiati il loro legame diventava sempre più forte perché donarsi l’uno all’altro significava poter credere di nuovo in quell’amore spezzato tanti anni prima. Niente era stato perduto, niente era cambiato, entrambi ne erano sicuri adesso.

D’un tratto però le tornarono alla mente le parole di Eleanor. Terence non le aveva mai parlato del periodo trascorso con Susanna, quindi probabilmente era vero che lui ne soffrisse ancora.

Quando si svegliò, Candy lo sentì muoversi sotto di lei. Lo guardò e lui in quell’istante aprì gli occhi. Candy gli dette il buongiorno e lui semplicemente sorrise come un sole che sorge. Poi scivolò più giù tra le lenzuola, facendola rotolare dalla parte opposta e iniziando a baciarle la schiena nuda.

- Non credi che dovremmo alzarci? – tentò di chiedergli.

Terence mugolò solamente, del tutto intenzionato a continuare il percorso che le sue labbra avevano appena cominciato. Risalì dalla schiena fino al collo, liberandolo dai capelli, conquistò un orecchio e poi la fece voltare per impadronirsi di nuovo della sua bocca. Candy dovette arrendersi ai suoi baci che le parlavano, proprio come lui le aveva scritto nell’ultima lettera, quella che l’aveva convinta a partire subito per New York!

I baci di Terence, come la penna di un poeta, componevano versi d’amore sulla sua pelle. Era una poesia senza fine perché ogni volta lui ricominciava daccapo e Candy ormai sapeva che avrebbe adorato ogni singola parola che lui le avrebbe dedicato.

Si amarono ancora e ancora e ancora … lasciando sprofondare nell’oblio tutto il resto, vivendo solo del loro desiderio, del loro volersi, del loro reciproco donarsi.

Una dolce melodia svegliò Candy poche ore dopo, quando il sole era già alto. Aprì gli occhi su di lui che, seduto nel letto, suonava la sua armonica. Rimase ad ascoltare finché la musica terminò, poi si sollevò stringendosi a lui, la testa sul suo petto.

- Quando sono venuta qui a cercarti, mi ha stupito vederla sul tuo comodino! Mi è mancato molto sentirtela suonare, ma non credevo che tu ce l’avessi ancora. E non credevo nemmeno che tu avessi ancora questo appartamento.

- Questo l’ho sempre tenuto, è stato il mio rifugio per molti anni.

- Però non abitavi qui.

- No.

Candy lo sentì innervosirsi ma se voleva parlare di Susanna pensò che fosse quello il momento di farlo.

- Avevi un’altra casa dove abitava anche Susanna, vero? – gli chiese esitando.

- Sì, ma non ce l’ho più, l’ho venduta. La madre è rimasta lì per un po’ … poi se n’è andata – rispose secco Terence.

- Possiamo parlarne?

- No.

- Perché non vuoi parlarne?

Terence rimase in silenzio deciso a non continuare quella conversazione. Poi Candy si mise in ginocchio sul letto e lo guardò con tutta la tenerezza di cui era capace.

Terence sorrise poi – Questo non è corretto! – esclamò.

- Questo cosa? – chiese Candy ingenuamente.

- Lentiggini ti sembra normale chiedermi di parlare del passato mentre sei qui davanti a me, in ginocchio sul mio letto, nuda, con il seno a malapena coperto dai tuoi capelli? - le disse scostandone una ciocca con un dito che fece scendere fino al suo ombelico, facendole il solletico.

Candy prese il lenzuolo cercando di coprirsi, con la faccia di chi ha commesso una marachella ed è stato scoperto.

- Così va meglio?

- No – rispose Terence tuffandosi su di lei e sprofondando nel suo collo.

- Fermati … dobbiamo parlare. Dico sul serio … - gli disse Candy tentando di opporre una qualche minima resistenza a quelle ardenti carezze – Terry ti prego …

Terence trovò la forza di fermarsi, gettandosi dalla parte opposta del letto, dandole le spalle per non vederla.

Candy rimase per un attimo in attesa, poi gli si avvicinò, poggiandogli una mano sulla schiena. Lo sentì sospirare.

- Se ti raccontassi come sono stati gli anni con Susanna sono sicuro che troveresti il modo di sentirti in colpa, ma tu non hai nessuna colpa di quello che è successo.

- E tu si invece?

- Ti prego Candy … io voglio solo dimenticare e dovresti farlo anche tu!

- No Terence non possiamo dimenticare se non ne parliamo. Io so dove ho sbagliato e se potessi tornare indietro mi comporterei in maniera diversa … non ti lascerei da solo ad affrontare tutto.

- Non avrei mai permesso che tu venissi coinvolta in quella situazione …

- Ma io ero già coinvolta perché ti amavo! Avrei dovuto aiutarti invece di fuggire.

- Non avresti potuto fare niente … nemmeno io sono riuscito a salvarla!

Candy fu molto colpita dall’affermazione di Terence: dunque lui pensava che il suo compito fosse quello di salvare Susanna? Si sentiva colpevole anche della sua morte, come le aveva detto Eleanor! Perché? Desiderava con tutto il cuore che si confidasse con lei, ma conoscendolo sapeva quanto per lui fosse difficile. Quel peso che si portava dentro però non lo avrebbe mai abbandonato e Candy desiderava aiutarlo a sostenerlo. Non avrebbero mai potuto dimenticare, ma era importante fare pace con il passato per poter affrontare serenamente il futuro.

- Credi veramente che spettasse a te salvarla? – gli chiese dolcemente sperando che lui si decidesse ad andare avanti.

- È per questo che le sono rimasto accanto, diceva che ero io la sua unica ragione di vita.

- Ciò che hai fatto non è stato abbastanza secondo te?

Terence scosse la testa, senza guardarla. Candy rimase in attesa che lui continuasse.

- Ho fatto tutto quello che potevo ma non è bastato … non sono riuscito a farle capire che nella vita ci sono molte cose per cui vale la pena andare avanti, ma lei non vedeva altro … era ossessionata unicamente da qualcosa che non ha mai avuto … ed è per questo che alla fine si è lasciata andare …

Candy non sapeva cosa fare, avrebbe voluto stringerlo forte ma temeva che questo avrebbe interrotto il suo racconto. Restò immobile ad ascoltare, trattenendo il respiro e le lacrime.

 - Prima di andarsene mi ha chiesto di perdonarla per non aver voluto vedere quanto soffrivo … ma io ora sono qui con te, sono vivo e sono felice … lei no. Dovrei odiarla per quello che ci ha fatto, ma non ci riesco … non so se puoi capirmi Candy o forse adesso sarai tu ad odiare me per quello che ti ho detto.

- Odiarti? Come potrei amore mio!

Adesso sì lo abbracciò e lo riempì di baci, volendo cancellare in quel modo ogni più piccola ombra dalla sua anima. Terence si voltò, le sorrise e chiuse gli occhi, abbandonandosi alle sue carezze. Dopo rimasero stretti in silenzio, fino a quando lui non le chiese a cosa stesse pensando.

- Credo che dovremmo andare a trovarla, insieme.

- No! – rispose categorico alzandosi dal letto.

- Ascoltami ti prego … Susanna ti ha chiesto di perdonarla perché sapeva di aver sbagliato e tu devi farlo perché solo così potrai perdonare anche te stesso e me. Solo il perdono può renderci liberi di vivere la nostra vita insieme e fare in modo che l’anima di Susanna possa riposare in pace.

Anche Candy si alzò dal letto e lo raggiunse alle spalle, abbracciandolo.

- Ti scongiuro Terence … andiamo da lei.

Lo sentì fare un profondo sospiro, senza rispondere. Poi si voltò e la strinse forte pensando tra sé che non sarebbe mai riuscito a dirle di no.

Dopo aver fatto colazione, uscirono diretti al New York Marble Cemetery. Prima di entrare Candy si fermò per acquistare dei fiori.

- Quali fiori le piacevano? – gli chiese.

Terence indicò con la mano un bouquet di gigli bianchi e rosa che Candy sistemò con cura una volta raggiunta la tomba di Susanna. Lui era rimasto leggermente indietro, scuro in volto, una tempesta di sentimenti ad agitargli il cuore.

Candy gli andò vicino, mormorò una preghiera, poi gli strinse forte la mano e lui rispose a quella stretta. Non dissero niente, rimasero in silenzio per alcuni minuti. Ad un certo punto lui si voltò verso Candy e le disse:

- Adesso possiamo andare.

Lei gli sorrise e si allontanarono insieme.

 

 

*****

 



Dopo aver recuperato la valigia di Candy in albergo, andarono a pranzo in un ristorante all’aperto, sul mare. Terence non si era certo dimenticato che c’era un compleanno da festeggiare!

- Ho una fame! – esclamò Candy davanti a tutto il ben di Dio che era stato appena portato in tavola.

- Lentiggini, sei sempre la solita ingorda! – disse Terence scoppiando a ridere.

Quando arrivò il momento della torta, Candy espresse un desiderio prima di soffiare sulle candeline, ma subito dopo notò la faccia seria di Terence.

- Che succede? – gli chiese.

- Questo sarebbe il momento giusto per darti il tuo regalo.

- Direi proprio di sì! – confermò Candy con un sorriso impaziente, troppo curiosa di vedere cosa lui le avesse regalato.

- C’è un piccolissimo problema purtroppo …

- Che cosa vorresti dire? Dov’è il mio regalo?

- A Chicago … credo. Non sapevo che saresti venuta a New York, per cui … avevo già spedito il tuo regalo, lo troverai quando torni a casa.

- Mmmm … - mugugnò Candy un po’ delusa.

- Sono sicuro che Albert se ne prenderà cura! – esclamò mentre Candy continuava a guardarlo storto.

- A proposito … lo sai che quando ho saputo che era lui il famoso zio William sono rimasto senza parole?

- A chi lo dici! Però ripensandoci … ho capito molte cose: il fatto che lui fosse sempre presente ogni volta che ero in difficoltà, ad esempio, non era di sicuro un caso!

- Quindi in un certo senso … Albert è tuo padre?

- Un po’ troppo giovane però è così, anche se io lo vedo più come un fratello.

- In ogni caso … dovrò chiedere a lui il permesso di sposarti!

Candy rimase per un attimo senza parole, sgranò i grandi occhi verdi più splendenti che mai, poi sorrise. Terence si stava di sicuro prendendo gioco di lei come al solito, pensò. Ma decise di non caderci questa volta! Voleva vedere fino a che punto sarebbe arrivato.

- Prima dovresti chiederlo a me, non credi?

- Non te l’ho già chiesto? – le domandò Terence fingendosi perplesso.

- No! – rispose Candy decisa.

- Sei sicura? Ero convinto di avertelo già chiesto.

- Io me lo ricorderei!

- Fa’ vedere – prendendole la mano sinistra – Effettivamente l’anello non c’è, nel caso fossimo fidanzati dovresti averlo già al dito, giusto?

- Giusto! Funziona così di solito – gli rispose Candy iniziando ad indispettirsi.

- Mmmm … eppure mi sembrava …

Terence iniziò a cercare qualcosa nelle tasche dei pantaloni e della giacca. Candy lo guardava senza capire.

- Ma che stai facendo! – protestò la ragazza.

- Mi sembrava di avere qualcosa in tasca … vedi? – le chiese, facendo uscire dalla tasca interna della giacca un piccolo astuccio verde acqua.

- Che cos’è?

- Aprilo.

- È per me?

Terence annuì sorridendo. Candy lo aprì e la luce abbagliante di uno splendido anello le colpì gli occhi ma soprattutto il cuore.

- Come fai? – domandò Candy commossa.

- A fare cosa?

- A leggere i miei pensieri! Hai appena esaudito il desiderio che ho espresso davanti alla torta.

- Volevi un anello? – le chiese ridendo.

- No … volevo stare con te per sempre, questo è ciò che desidero!

- Allora adesso tocca a te esaudire un mio desiderio, anche se non è il mio compleanno, vuoi?

- Certo.

- Quando ti ho conosciuta ho promesso a me stesso che ti avrei reso felice, non sapevo ancora quanto tu avresti reso felice me. Per questo il mio unico desiderio è che tu diventi mia moglie. Vuoi sposarmi Candy?

- Sì sì sì … - ripeté Candy più volte, tra lacrime e sorrisi, mentre Terence la baciava.

Poi lui le mise l’anello al dito e si incamminarono abbracciati verso la spiaggia.

 

Per la sera Terence aveva ricevuto un invito … particolare. Non era sicuro di accettare ma quando lo aveva detto a Candy, lei aveva risposto “perché no!”.

Così si erano diretti al Cotton Club dove ad attenderli trovarono Jean Paul con il resto della banda.

- Non sai quante ragazze sono state prese dalla disperazione vedendovi entrare mano nella mano! – esclamò il francese salutando Terence.

- Dovrai pensarci tu a consolarle!

- Temo di sì, farò questo sacrificio!

- Ti ricordi di Candy?

- Io sì, lei non credo.

- Invece mi ricordo molto bene di te e di quella sera – disse Candy rivolgendo uno sguardo severo a Terence che quella sera se ne era andato appena l’aveva vista. Lui le baciò la mano come a chiederle perdono.

Jean Paul li invitò al proprio tavolo, come al solito decisamente affollato.

- Quante ragazze dovrà consolare?

- Tutte quelle che vedi nel locale Candy!

- Terence!!!!!

- Balliamo?

- No!!!

- Balliamo! … ti prego, non ho voglia di dividerti con tutta questa gente.

 






Epilogo


Stratford upon Avon

estate 1925

 

 

Se non lo sentissi respirare qui vicino a me, se il suo braccio non fosse stretto intorno ai miei fianchi e le sue gambe intrecciate con le mie, potrei pensare che si tratti di un sogno.

Ieri sera si è tenuto l’ultimo spettacolo della stagione teatrale e lui è rientrato molto tardi, esausto perché come sempre ha dato tutto se stesso. Così adesso dorme ancora.

Io sono sveglia già da un po’, ma non ho avuto la forza di alzarmi e sono ancora nel letto con lui. Questa mattina, non so perché, mi sento particolarmente nostalgica e ho una gran voglia di piangere. Mi succede ogni tanto di ripensare a tutto quello che abbiamo dovuto attraversare per arrivare fino a qui. I momenti difficili sono stati molti, per tanto tempo ho pensato che il nostro fosse un addio definitivo anche se non riuscivo a rassegnarmi davvero a questa idea. Infatti il mio cuore non si sbagliava e quando lui mi ha scritto sono tornata a sperare.

È incredibile come i nostri sentimenti abbiano resistito a tutto e a tutti, anche a noi stessi perché a volte siamo stati proprio due testoni! Abbiamo commesso entrambi degli errori, ne abbiamo parlato e siamo fortunatamente riusciti a superarli, perdonandoci.

 

Si è voltato verso di me, ma è ancora immerso nel sonno. Lo guardo e non posso fare a meno di pensare a quanto sia bello! A lui non lo dico spesso però, altrimenti si monta la testa e capisce che sono totalmente in suo potere. Inutile negarlo, credo di aver subito il suo fascino fin dal primo istante che l’ho visto su quella nave in mezzo all’oceano. Anche se mi ha fatto subito infuriare con quel “Signorina Tuttelentiggini” con cui ancora oggi mi perseguita, ricordo come appena arrivati al porto il mio sguardo si perdeva a cercarlo, come se tra noi fosse iniziato immediatamente qualcosa che non poteva finire lì su quel molo.

Quando poi lo rividi alla St. Paul School, perché anche lui studiava lì, mi sentii come sollevata anche se non me ne rendevo conto, non volevo perderlo. Era diverso dagli altri: il suo sguardo spesso cupo e triste, duro e cinico, altre volte così tenero e vero. Non li avevo mai visti due occhi così e, non so come, mi sembrava di potervi leggere i suoi reali sentimenti. Il suo sguardo mi parla spesso più delle sue parole, è decisamente un tipo piuttosto taciturno.

 

Ci siamo sposati circa tre anni fa, a giugno. Sulla collina di Pony, tremavamo come foglie. Intorno le persone più care che hanno sempre fatto il tifo per noi. E finalmente lo siamo diventati: un “noi”.

Per i primi due anni abbiamo abitato a New York e qui è nata la nostra bambina, Pauline che sta per compiere due anni ed è bellissima, come il padre. Ha i suoi occhi e il suo naso, ma con una cascata di lentiggini. Un connubio perfetto direi!

Terence la adora e lei adora lui. Sa che quando il papà sta lavorando non deve disturbarlo, ma a volte mi guarda e mi prende la mano, trascinandomi fino alla porta dello studio.

- Vuoi andare da lui?- le chiedo.

Lei mi risponde timorosa, facendomi cenno di sì con la testolina.

- Però devi stare in silenzio, va bene?

Annuisce di nuovo.

Le apro la porta leggermente e lei si intrufola nella stanza, andandosi a sedere in un angolo, senza che lui se ne accorga. Rimane immobile a fissarlo per un po’ finché Terence percepisce la sua presenza. Finge di essere arrabbiato poi allarga le braccia e lei corre, tuffandosi su di lui. Parlottano tra loro, Pauline sta seduta sulle sue ginocchia, prima di scendere gli dà un bacio. Dopo la vedo tornare verso di me con un gran sorriso, evidentemente il padre le ha promesso che appena avrà finito faranno qualcosa insieme e lei lo aspetterà con ansia, accontentandosi per un po’ della mamma.

 

 

Ci siamo trasferiti a Stratford perché Terence ha ricevuto un’offerta di lavoro molto importante dallo Shakespeare Memorial Theatre. Si tratta di un contratto di tre anni che lo vedrà protagonista delle principali opere del Bardo. Lui non voleva partire, temeva che avrei sofferto troppo lontano dall’America, non aveva capito che io soffro soltanto quando sono lontano da lui.

Abitiamo in un cottage lungo il fiume Avon, con un bel giardino. È un luogo molto diverso da New York, mi piace ed è adatto per crescere dei bambini. Terence non deve fare tournée, per cui passiamo molto tempo insieme.

 

Mi stringe a sé e come ogni mattina, prima di aprire gli occhi, sprofonda il viso nel mio collo e mi bacia. Poi mugola qualcosa, probabilmente vuol sapere che ore sono, deve aver dimenticato che oggi non deve andare in teatro.

Lo bacio dandogli il buongiorno e finalmente apre gli occhi. Mi sorride e mi bacia, a lungo. Facciamo la doccia insieme. Gli dico che mi piacerebbe avere un altro figlio e lui mi rivolge uno sguardo malizioso affermando che ogni mio desiderio è un ordine a cui non può sottrarsi.

- Direi di cominciare subito … che ne dici Lentiggini? – mi sussurra all’orecchio mentre l’acqua calda scorre su di noi.

Non provo nemmeno ad opporre resistenza, le sue mani, le sue labbra non me lo permettono ed io sono sua, completamente.





💖 FINE 💖









 


























Commenti

  1. Mamma mia quanto dolore e disperazione povero Terry ma la sua TTL sarà come sempre la sua forza per tornare ad essere quello che tutti noi conosciamo aspetto il seguito grazie Ele

    RispondiElimina
  2. Il momento più Terry-bile in assoluto della storia.
    La dolorosa separazione. La discesa agli inferi di Terence.. la lenta risalita. E quella maledetta promessa.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sarà difficile ma anche bello accompagnare Terence in questa risalita. Dovrà lottare molto ma non mollerà!

      Elimina
  3. Elena.....cazzo
    .......quanto sei BRAVA A SCRIVERE. 👏🏼👏🏼👏🏼👏🏼👏🏼👏🏼. TI ADORO.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oddio grazie! Non vedo il tuo nome, ma mi fa molto piacere che anche questa storia susciti emozioni 😘😘😘

      Elimina
  4. Un periodo di profondo dolore per Terence ma nello stesso tempo si vede un barlume verde che mostra la via della vita perché va sempre onorata.
    Susanna non si smentisce, subdola, egoista..bella?! Ma incapace di amare davvero
    Una promessa d'amore che sono sicura porterà ad una bellissima conclusione. Brava Eleanor che non commenta ma sostiene, cerca una via di guarigione del fisico e del ❤️

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il periodo più difficile ma come sappiamo nelle difficoltà si cresce e spesso si mette a fuoco ciò che vogliamo essere e Terence ha le idee chiare su questo, onorare la promessa fatta.
      Ho immaginato Eleanor accanto a lui, in un rapporto non semplice col figlio ma comunque di sostegno e lui ora sa che la madre c'è ❤️‍🩹
      Grazie Cat 😊

      Elimina

  5. Incredibile quanto stia soffrendo per uscire dalla dipendenza da alcol. Il faro all'orizzonte gli ricorda che tutto quel dolore ha un motivo: non deludere l'amore della sua vita. I fantasmi da affrontare sono tanti, anche riprendendo a vivere nel suo appartamento dove la sua mente, sotto una doccia calda, sembra aver deciso di mettere un sigillo al cuore per sempre. Non ci sarà mai nessun'altra...
    Adoro come hai descritto Eleanor, madre all'improvviso perché non conosce bene quel ragazzo che ora si trova in una situazione difficile. È decisa ad aiutarlo, è discreta ma non demorde e quando arriva il momento giusto non tace. Cleopatra e Susanna, l'accostamento gli è venuto spontaneo.
    ❤️❤️❤️

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Terence sta cercando di tornare a vivere, sappiamo che sono stati gli occhi di Candy a dargli la forza, la cui luce rivede in quel faro che brilla nel buio.
      La strada è ancora lunga, ha vicino la madre nella maniera in cui lui dedice di darle spazio. Lo scoglio più grande resta il rapporto con Susanna, vedremo nel secondo capitolo 🥺
      Grazie ❤️

      Elimina
  6. Elena.....ribadisco che la tua capacità narrativa è davvero coinvolgente. Adoro come
    scrivi....ma....questa parte di "storia" è decisamente dolorosa. La nausea non la prova solo il povero Terence. ....intrappolato in questo aberrante ricatto psicologico 🤮🤮🤮🤮

    RispondiElimina
  7. PS: quando muore Susanna? Se non ricordo male in una tua altra ff l'hai fatta sposare col dottore

    RispondiElimina
    Risposte
    1. No no, per Susanna ho sempre rispettato la storia originale 🤭

      Elimina
  8. La realtà dei fatti è che avrebbe dovuto, o dovrebbe, dirle che proprio non può darle il suo Cuore, non che non voglia, ma è cosa che non si può regalare, e che la sua propria sofferenza nell' aver dato una chance all' amore di Susanna per lui、strappandosi il cuore dal petto e lasciandolo a Candy, è l'unica cosa che può darle in cambio

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Terence le dice chiaramente che non può chiedergli il suo cuore... possibile che Susanna non sappia a chi l'ha già dato? Forse sperava che col tempo lui avrebbe dimenticato Candy, ma così non è stato!

      Elimina
  9. Cara Elena ormai sai quanto io stimo la tua scrittura. I pensieri e i sentimenti di Terence sono così palpabili. Non è dunque difficile immaginarlo guardandosi dall'alto e chiedersi cosa ci faccia nella sala d'attesa dell'ospedale, oppure sorridere ironicamente paragonando la tragedia che dovrà interpretare e la tragedia che dovrà vivere nella realtà. E ancora la consapevolezza di aver consegnato le chiavi al suo carnefice abbracciando e consolando Susanna.
    Adoro la maturità di Terence che ha deciso di rialzarsi, di impegnarsi e far fronte ad una vita che non ha scelto. Anche dove si sente vivo, a teatro, deve subire critiche ed esclusione.
    La sua forza di volontà sappiamo essere sostenuta da Eleanor, Hathaway e adesso anche dal pubblico e da Karen che conosce qualche retroscena.
    Sono curiosa di vedere come si evolve ❤️.
    Cat dice che i capitoli seguenti sono ancora più belli 😅

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Cat sta creando troppe aspettative 🤣🤣
      Comunque... anche se questa parte che ho scelto di raccontare è sicuramente la più triste della storia, ho deciso di farlo proprio per mostrare la crescita di Terence iniziata nel momento in cui lascia Londra e proseguita dopo la drammatica separazione da Candy. A proposito presto vedremo anche cosa sta combinando TTL 😝
      Grazia Fabi 😘😘

      Elimina
  10. Ciao Elena.
    Tu sei davvero bravissima nel raccontare questa storia con maestria.
    Sei una scrittrice di grande talento. Peccato che è quella parte di <> che aborro. Troppo 💔 dolore per il bellissimo Duca
    Non merita questa vita. Ok il successo....ma tutto il resto è solo angoscia.
    Un capitolo lunghissimo e dolorosissimo
    Mi piange il cuore. Quando metterai fine a questo cuore Tormentato? Quando apparirà Candy ? Così è una lunga e lenta agonia.. uffaaaaaaaa....Susanna mi è indigesta. E questi 3 capitoli sono stati tremendamente dettagliati di Susanna, di Terence e della loro anomala relazione. SpezzA al più presto queste catene.

    RispondiElimina
  11. Mi pecho se siente pesado con estos primeros capítulos. Estamos viendo el dolor de frente. No podemos huir de él.

    RispondiElimina
  12. Ciao EleTg,
    Mi piace la forza che ha trovato Candy. Ancora una volta i due ragazzi si parlano con i cuori e i gesti. Dopo tutto, Terry già quando aveva lasciato il collegio aveva insegnato a Candy di non arrendersi e ripartire...I sogni meritano sempre di uscire dal cassetto e si deve sempre tentare di realizzarli. T e C lo stanno facendo! Patty felice! Che bello!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Se non avessimo i sogni saremmo veramente senza speranza. Candy e Terence stanno cercando di realizzarli, questo è ciò che li tiene vivi in questo momento.
      Patty sarà un'amica preziosa per Candy ❤️
      Grazie Cat 😊

      Elimina
  13. Bah! Io credo che Candy sia un po' meno coraggiosa dell' originale, e così pure Terry... O, almeno, vorrei fossero coraggiosi! Io , fossi in Candy, prenderei il primo treno per New York, e gli chiarirei l'equivoco... Coraggio un po' di bicchiere di felicità, Ele☺️

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il loro essere meno coraggiosi deriva da una separazione lunga sei anni in cui hanno cercato di andare avanti. In questo momento non conoscono i rispettivi sentimenti. Candy sa che lui non l'ha cercata dopo la morte di Susanna e Terence ora l'ha vista con un altro, addirittura è andata a trovarlo a teatro con lui! 🥺

      Elimina
  14. Coraggio, Jean Paul! Trascinalo a Chicago 😁...

    RispondiElimina
  15. Elena, mi piace molto la figura di Jean. Mi ricorda Albert che non ha mai temuto di dire la sua a Ternece...ma Jean non è Albert ...e se il Duca non ha ascoltato i consigli di Albert credo proprio che Jean abbia poca possibilità di convincere Terry. Ci vuole uno dei tuoi colpi magici che aspetto nel prossimo capitolo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Di sicuro una magia Terence la farebbe volentieri, cancellando quel Carver dalla faccia della terra, o almeno dalla vita di Candy.
      Invece niente magie né interventi soprannaturali 😉 solo l'affetto di chi tiene veramente a questi due ragazzi ❤️❤️

      Elimina
  16. Candy e Terence stanno all'amore come Ternece e Albert stanno all'amicizia!
    Adoro!

    RispondiElimina
  17. L'ho riletta con la stessa emozione e lo stesso batticuore della prima volta... è stupenda 🥹
    Grazie ❤️
    Annarita

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie Annarita, è una ff a cui sono molto legata perché racconta come Terence abbia toccato il fondo e poi sia stato capace di rialzarsi ❤️

      Elimina
  18. Mi hai fatto morire dai nervi, ma poi sai sempre come farti perdonare. Bravissima Ele! Adesso esco risanata dal reparto psichiatria 😜

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono felice di non averti sulla coscienza 😂😂 grazie ❤️

      Elimina
  19. Complimenti, hai un modo di scrivere coinvolgente e ci hai fatto sognare 👍

    RispondiElimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

LOVE OF MY LIFE (en espanol)

Un'altra cosa