Due come noi



Prologo

🗽 New York, gennaio 2026


Candy era tornata a New York dopo le vacanze di Natale trascorse a casa, a La Porte, armata di valigia, buoni propositi e una scorta di nostalgia che aveva promesso a se stessa di consumare in fretta.

Da qualche mese si era trasferita nella Grande Mela per frequentare la Grossman School of Medicine, una di quelle facoltà in cui il caffè scorre più del sangue e il sonno è un lontano ricordo.

Aveva affittato un piccolo appartamento nell’East Village, minuscolo ma tutto suo, non troppo distante dall’università. Quella conquista se l’era sudata fino all’ultima goccia di determinazione e, grazie a una borsa di studio della Ardlay Foundation, aveva finalmente fatto il grande salto: vivere da sola. O meglio, vivere da sola… circondata da milioni di persone.

L’entusiasmo non le mancava, né la voglia di fare. Candy era una ragazza solare, di quelle che sorridono anche quando la metropolitana è in ritardo (cioè sempre). La vita non era stata particolarmente tenera con lei, non aveva mai conosciuto i suoi genitori, ma aveva comunque deciso che il futuro le doveva qualcosa.

Miss Pony, la donna che l’aveva cresciuta, glielo ripeteva spesso:

«Non abbatterti mai, Candy. Sii grata, generosa e guarda sempre avanti.»

Facile a dirsi… un po’ meno quando sei sola a New York, studi medicina in un ambiente a prevalenza maschile, devi far quadrare i conti e non conosci praticamente nessuno.

Nessuno… tranne lui.

L’antipatico vicino di casa.

Terence abitava nell’appartamento accanto al suo. Candy lo aveva incrociato un paio di volte sulle scale, sempre negli orari più sospetti: lei usciva di corsa la mattina con lo zaino in spalla, lui rientrava con l’aria di chi aveva appena finito una notte interessante. Mai spettinato, stanco al punto giusto. Sempre troppo a suo agio.

Si erano scambiati saluti educati ma sbrigativi. Nessuna presentazione, nessun sorriso in più. Candy sapeva solo che si chiamava Terence, perché una ragazza, alta, sicura di sé e decisamente consapevole del proprio fascino, lo aveva salutato così uscendo dal suo appartamento.

E non era l’unica. C’era un continuo via vai femminile che Terence sembrava accogliere con una calma disarmante, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Fisicamente era il tipo che non passava inosservato: alto, capelli scuri leggermente lunghi, lineamenti decisi, occhi di un blu profondo e intelligenti, di quelli che sembrano osservarti anche quando fingono di non farlo. Aveva un modo di muoversi rilassato, quasi pigro, ma dava l’impressione di avere sempre tutto sotto controllo.

Un fascino naturale, insomma. Di quelli irritanti.

Un pomeriggio Candy lo incontrò sul tetto del palazzo. Saliva spesso lassù per vedere il cielo, unico spazio libero tra i grattacieli. Terence era già lì, seduto per terra con la schiena appoggiata al muro, un libro in mano e le cuffie abbandonate accanto. Sembrava completamente assorto, come se il resto del mondo non esistesse.

— Ciao — disse lei, quando si accorse della sua presenza.

Lui sollevò lo sguardo appena, la osservò per un secondo di troppo, uno di quelli che ti fanno venire il dubbio di essere stata passata ai raggi X, poi accennò un saluto con la testa.

Niente sorriso. Niente parole. Tornò subito a leggere.

Candy sentì montare l’irritazione.

Ah, bene. Anche maleducato.

— Ma chi si crede di essere? — borbottò tra sé. — D’accordo, non sarò una di quelle strafig@e che frequentano il suo appartamento, ma un "ciao" poteva pure dirlo, non è che consumava l’aria.

Terence, però, non era davvero scortese. Era solo… selettivo. Riservato. Uno di quelli che parlano poco, osservano molto e scelgono con cura quando esporsi.

Di certo, tra lui e Candy, non era scattata la scintilla.

Piuttosto una specie di silenziosa sfida.

E se quello era l’inizio… c’era da aspettarsi che il seguito sarebbe stato tutt’altro che tranquillo.

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Capitolo 1

🗽 New York, gennaio 2026


I primi mesi di università erano stati un allenamento intensivo alla sopravvivenza: lezioni, appunti incomprensibili, caffè annacquato e una crescente sensazione di panico. Candy sapeva che gli esami incombevano come nuvole scure all’orizzonte e che i mesi successivi non sarebbero stati più clementi.

Per non pensarci, cucinava. Cucinava tanto. Soprattutto biscotti, come se lo zucchero potesse risolvere ogni crisi esistenziale.

Il vecchio inquilino doveva condividere la stessa filosofia di vita: in cucina aveva lasciato una discreta collezione di libri di ricette, alcuni con annotazioni a margine tipo “non bruciare di nuovo” o “troppo sale, mai più”.

Curiosando poi in uno scatolone polveroso, probabilmente dimenticato durante il trasloco, Candy aveva trovato qualche romanzo… e infine un quaderno.

Anzi, no.

Un diario.

Non uno di quelli carini con il lucchetto e i cuoricini. Questo era diverso. Vecchio. Serio. La copertina in pelle era consumata, come se fosse stata sfiorata da troppe mani e da troppi anni, e le pagine avevano quel colore che hanno solo le cose che hanno attraversato il tempo.

Quando lo prese, Candy sentì un brivido correrle lungo le dita. Era una sensazione strana, come se quel diario stesse aspettando proprio lei.

Ma certo, si disse, i diari custodiscono segreti. È il loro lavoro.

Eppure ebbe l’impressione, decisamente meno rassicurante, che quel segreto la riguardasse.

Scosse la testa - Sto studiando troppo - mormorò.

Poi, ovviamente, lo aprì.

~~~

Londra, 2 gennaio 1913

Carissimo zio William,

finalmente sono a Londra e di questo posso ringraziare solo lei. Le sarò eternamente grata per avermi dato questa opportunità. Studiare in una scuola così prestigiosa come la Royal St. Paul School è di sicuro un privilegio che non avrei mai potuto avere, essendo un’orfana, anche se… a essere sincera, la prima impressione non è stata delle migliori.

Archie l’ha descritta come una specie di prigione e Stair sembra essere pienamente d’accordo! Per fortuna ci sono loro!

Avrebbe potuto esserci anche Anthony qui con noi… ma non voglio rattristarla parlando di lui. Anche lei deve soffrire molto per la sua morte. Io non so se un giorno riuscirò a ricordarlo senza sentire ancora tutto questo dolore.

P.S. Nella scuola c’è anche un ragazzo che ho conosciuto sulla nave… in un primo momento mi è sembrato somigliasse al mio Anthony. Che sciocca! In realtà è un tale arrogante e presuntuoso… e pensare che è un nobile.

~~~

Candy aveva letto quella pagina tutta d’un fiato, come se avesse paura che qualcuno potesse strappargliela dalle mani.

Restò immobile, il cuore leggermente accelerato.

Londra, 1913. New York, 2026.

Come aveva fatto quel diario a finire lì? E perché proprio lei lo aveva trovato?

Rilesse alcune frasi. Quella ragazza aveva perso i genitori. Anche lei un’orfana, proprio come Candy.

Deglutì.

Si disse che era solo una coincidenza, ma subito dopo ebbe la netta sensazione che quella non fosse una storia del passato.

Stava per voltare pagina quando un rumore improvviso, stridulo e irritante, la fece sobbalzare. Andò alla finestra e guardò giù. Ovviamente era lui.

L’auto del vicino occupava due posti e mezzo, con un’inclinazione creativa che sfidava ogni principio di geometria. Il proprietario scese con calma, si sistemò la giacca e lanciò uno sguardo distratto intorno, come se il mondo stesse solo facendo da scenografia.

- Pensa davvero di essere il padrone della strada… - sbottò Candy.

Poi, senza trattenersi - Guarda che il mondo non gira intorno a te!

Chiuse la finestra con decisione e tornò verso il tavolo. Il diario era lì, aperto, silenzioso. Stava per riprendere a leggere quando bussarono alla porta.

- No. Dimmi che non è lui.

Aprì.

Terence era appoggiato allo stipite, una spalla contro il muro, sorriso lento e occhi che la squadravano senza il minimo imbarazzo.

- Ciao, Lentiggini.

Candy sbatté le palpebre.

- Scusa?

Lui le porse una busta. 

- Questa era nella mia cassetta della posta. Ma visto che il nome non è Terence dio del parcheggio, ho pensato fosse tua.

Lei prese la lettera, ancora sorpresa.

- Ah… grazie.

Silenzio.

Terence non se ne andò.

La guardava. Con calma. Troppa calma.

- Sai - disse infine - di solito dopo “grazie” viene “arrivederci”. Oppure un sorriso. O entrambe le cose.

Candy si riscosse - Stavo scegliendo l’opzione “porta chiusa in faccia".

Lui ridacchiò - Peccato. Era la meno interessante.

Lei incrociò le braccia - E tu sei sempre così… invadente?

- Solo quando qualcuno mi osserva dalla finestra come se stesse commentando una serie TV.

Candy arrossì - Io non... 

- Tranquilla - la interruppe lui - Mi capita spesso di essere osservato.

Il suo tono era più che allusivo, decisamente sfacciato.

- Sarà perché parcheggi come un criminale.

- Un artista - fece spallucce - È diverso.

Candy lo fissò - Tu sei insopportabile.

- Lo so - sorrise - ma stai ancora parlando con me.

Un punto per lui. E lo sapeva.

Il ragazzo fece un passo indietro, ma prima di andarsene si voltò di nuovo.

- Comunque, Lentiggini…

- Candy.

Lui inclinò la testa. - Candy. Bel nome. Dolce. Non c’entra niente con la faccia che fai quando ti arrabbi.

Lei lo fulminò con lo sguardo.

- Buonanotte, Terence dio del parcheggio.

Lui rise piano - Buonanotte, Candy che parla alle finestre. E se ne andò.

Candy chiuse la porta, appoggiò la schiena al legno e sospirò. Poi guardò il diario sul tavolo. Giurò che per un istante le pagine si fossero mosse da sole.

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Capitolo 2

🗽 New York, gennaio 2026


Sempre in ritardo. Costantemente di corsa. Ormai Candy sospettava che fosse una disciplina olimpica.

Quella mattina, tanto per cambiare, non aveva sentito la sveglia. O forse l’aveva sentita e l’aveva ignorata con determinazione. Fatto sta che aprì gli occhi di colpo, lanciò uno sguardo all’orologio e urlò.

- NO.

Si buttò giù dal letto come se fosse in fiamme, attraversò il bagno alla velocità della luce, spazzolino, acqua fredda, capelli sistemati più o meno, saltò la colazione (tanto c’è il pranzo… forse) e si precipitò fuori, giù per le scale, con lo zaino che tentava di strangolarla a ogni gradino.

Uscendo dal portone travolse quasi una persona.

- Mi scusi! - gridò senza fermarsi.

- Ehi, aspetti!

Una voce femminile.

- Lei abita qui?

Candy si fermò di colpo e si voltò. Davanti a lei c’era una ragazza bellissima. Capelli scuri raccolti in una coda perfetta, cappotto nero lungo fino alle caviglie, stretto in vita da una cintura elegante. Sembrava uscita da una rivista. Gli occhi, di un colore indefinibile, con riflessi violacei, la fissavano in attesa.

- Sì, abito qui… - rispose Candy ansimando. - Cerca qualcuno? 

- Terence Granchester. Lo conosce?

Candy sospirò.

- È il mio vicino… purtroppo.

- Come?

- Niente, niente. Dicevo… sì, lo conosco. Terzo piano.

La ragazza annuì, poi corrugò la fronte.

- Avevamo un appuntamento per le otto, ma non c’è. Lei per caso l’ha visto?

- No - Candy scosse la testa - Le ha dato buca? Che cafone. Se vuole un consiglio da amica, signorina, lasci perdere quel tipo.

- Ma veramente...

- Glielo dico io, eh! Abito qui da pochi mesi e non so quante ragazze ho incrociato sulle scale!

La mora scoppiò a ridere.

Candy la fissò, improvvisamente consapevole di aver parlato un po’ troppo.

- Ma cosa ha capito? - disse la ragazza divertita - Terence ed io siamo solo colleghi. Dovevamo provare insieme questa mattina.

- Provare?

- Sì. Stiamo preparando una scena per uno spettacolo teatrale.

- Ah... - pausa - teatrale.

- Conosce Romeo e Giulietta?

- Oh, certo. - Candy annuì - Shakespeare. Morti giovani. Grande classico.

Lo sguardo della ragazza scivolò oltre le spalle di Candy.

- Oh, finalmente… eccolo che arriva. - Terence, ma dov’eri finito?!

- Ciao, Karen.

La voce era inconfondibile.

- Scusami, poi ti spiego.

- Tutto bene?

- Sì… più o meno.

Candy li osservava, combattuta tra l’imbarazzo per la figuraccia appena fatta e una strana preoccupazione. Terence aveva un’aria diversa dal solito. Niente sorriso sfacciato. Niente sguardo sicuro. Durò poco.

- Ehi, Lentiggini!

Il sorriso tornò.

- Che ci fai ancora qui? Non hai lezione stamattina? Hai visto che ore sono?

Candy guardò l’orologio.

Sbiancò.

- Oh santo cielo. La mia metro è già partita.

- Mi dispiace - intervenne Karen - È colpa mia.

- No... — iniziò Candy.

- Terence, perché non le dai un passaggio? - continuò lei - Con l’auto farà prima che con la metro.

- Ma noi dobbiamo andare in teatro...

- Frequenti medicina alla Grossmann, giusto? - chiese Karen, indicando lo zaino di Candy.

- Sì.

- Perfetto. È di strada. Andiamo.

Terence sospirò. Karen era una di quelle rarissime persone a cui non riusciva a dire di no.

Pochi minuti dopo, Candy si ritrovò seduta sul sedile posteriore dell’auto, ancora senza colazione, con un vicino insopportabile al volante e una collega attrice davanti.

Ottimo, pensò. Peggio di così la giornata non può iniziare. Ovviamente, si sbagliava.

L’auto di Terence era esattamente come lui: elegante all’esterno, leggermente caotica all’interno. Candy salì sul sedile posteriore cercando di non incastrarsi con lo zaino, una borsa misteriosa e quello che sembrava un copione spiegazzato. Il sedile emise un rumore poco rassicurante.

- Tranquilla - disse Terence dallo specchietto - Non si è mai staccato nessuno. Ancora.

- Molto confortante - borbottò Candy allacciandosi la cintura.

Karen, seduta davanti, si girò sorridendo. - Hai sempre questa capacità di mettere a proprio agio le persone.

- È un dono - rispose lui avviando il motore. - Allora… Grossmann Medical School, giusto?

- Sì.

- Perfetto. Se sopravvivi al tragitto, sei ufficialmente pronta per diventare medico.

Partirono.

Dopo cinque secondi Terence suonò il clacson. Karen si portò una mano alla fronte - Terence, guida come una persona normale.

- Sono normalissimo. È New York che è ostile.

Svoltò bruscamente.

Candy si aggrappò allo schienale. - Scusa, fai sempre queste… manovre artistiche?

- Solo quando ho un pubblico.

- Allora posso scendere?

- No, adesso sei parte dello spettacolo.

Karen rise - Non ti preoccupare, non ha mai fatto incidenti.

Candy la fissò - Mai è una parola molto impegnativa.

- Una volta - ammise Terence - ho solo sfiorato un taxi.

- Sfiorato? - chiese Candy.

- Più o meno.

Candy cercò di respirare lentamente, fissando il finestrino come se potesse teletrasportarsi fuori dall'auto.

Arrivarono a un incrocio caotico. Pedoni ovunque, taxi impazziti, biciclette che sbucavano dal nulla.

Terence si infilò in uno spazio impossibile.

Candy trattenne il fiato - Quello… non è un parcheggio.

- Ancora no.

- Terence!

- Calma. Tutto sotto controllo.

L’auto si fermò di colpo.

Silenzio.

Karen guardò fuori - Siamo arrivati.

Candy sbatté le palpebre - Siamo… vivi.

- Te l’avevo detto - sorrise lui spegnendo il motore - Esperienza completa. Gratis per giunta!

Candy scese dall’auto con le gambe leggermente molli.

- Grazie del passaggio - disse - Credo.

Terence abbassò il finestrino - Di niente, Lentiggini. Stessa ora domani?

Lei lo fulminò con lo sguardo - Preferisco la metro. Anche quando è in ritardo.

Lui rise - Peccato. Stavi iniziando ad affezionarti.

Candy si allontanò scuotendo la testa, mentre dietro di lei Terence ripartiva… di nuovo in modo criminale.

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Capitolo 3

New York, gennaio 2026

Un’altra giornata di studio intenso era finalmente giunta al termine.
Candy si lasciò cadere sul divano, sfinita. L'università, la vita da sola, le lavatrici misteriosamente sempre piene, la polvere che sembrava riprodursi di notte… chi glielo aveva fatto fare?
Si guardò intorno con aria tragica.
- Oddio… la cena!
Scattò in piedi e aprì il frigo. Dentro regnava il vuoto cosmico: una bottiglietta d’acqua, mezzo limone rinsecchito e una salsa indefinita che la fissava minacciosa.
- Perfetto. Se mangio questa, muoio. E sarebbe davvero ironico dopo otto ore di studio.
Infilò cappotto e sciarpa e partì per l’ennesima corsa giù per le scale.
(Perché non prendeva mai l’ascensore?)
Ovviamente, al terzo piano, bang!
- Ehi Lentiggini! - esclamò una voce fin troppo allegra - possibile che io ti incontri sempre sulle scale? A questo punto penso che tu mi stia seguendo.
Candy lo fulminò con lo sguardo.
- Se ti stessi seguendo, Terence, avrei già cambiato palazzo.
- Ah, quindi ammetti di pensarci!
- Lasciami perdere. Non è giornata. Sto per svenire dalla fame.
Terence la squadrò dalla testa ai piedi con aria teatrale.
- Interessante… sembri ancora viva, però.
- Per ora. Se non mangio entro dieci minuti potrei mordere qualcuno.
- Tipo me?
- Tipo soprattutto te.
Lui sorrise, soddisfatto.
- Ottimo. Allora è deciso.
- Deciso cosa?
- Cena insieme.
Candy si bloccò.
- Io non ho accettato nulla.
- Ma io sì. E siccome sono molto generoso, mi sacrifico e ti accompagno.
- Stavo uscendo a comprare qualcosa al volo…
- Perfetto. Io invece stavo uscendo a mangiare qualcosa di serio. Coincidenze?
- Terence…
- Ti piace la pizza?
Candy sospirò, sconfitta.
- La adoro.
- Vedi? Siamo fatti l’uno per l’altra.
- Non montarti la testa.
- Troppo tardi. Offro io.
- No, dividiamo!
- Come vuoi… ma sappi che mangio come tre persone affamate.
Candy lo guardò, improvvisamente sorridendo.
- Bene. Io ho talmente fame che potrei mangiare anche te.
Terence si fermò di colpo.
- Ok… allora ordiniamo una pizza in più. Per sicurezza.
Candy scoppio a ridere, per la prima volta in tutta la giornata.
~~~
Pochi minuti a piedi ed erano arrivati. La pizzeria era piccola, rumorosa e profumava di basilico e forno a legna. Esattamente quello di cui Candy aveva bisogno per tornare in vita.
Seduti uno di fronte all’altro, con due pizze fumanti tra loro, Candy fissò la sua come se fosse un’apparizione divina.
- Giuro che se qualcuno prova a toccarla… - mormorò.
- Tranquilla - rispose Terence solenne - ho già accettato che questa sera sei una creatura pericolosa.
Candy addentò la pizza con soddisfazione.
- Mmm… ok. Ora posso parlare come una persona civile.
Terence la osservava con aria divertita.
- Impressionante. Con il cibo diventi subito più simpatica.
- Io sono simpatica.
- Certo. Soprattutto quando minacci di divorare il vicino.
Lei gli lanciò un’occhiata, poi si fece improvvisamente più curiosa.
- Karen stamattina ha detto che sei un attore di teatro.
Terence alzò un sopracciglio.
- Ah. È così che mi presentano in giro adesso?
- Preferisci “quello che parcheggia male”?
- Touché.
Poi annuì.
- Sì. Teatro. Palcoscenico, prove infinite, drammi esistenziali… e pizza fredda alle due di notte.
- Reciti da tanto?
- Da quando ho capito che essere me stesso non mi veniva benissimo - rispose con un mezzo sorriso.
Candy lo guardò sorpresa.
- Non sembra.
- È perché sono molto bravo a fingere.
Lei rise, poi si fece più seria.
- Ti piace davvero?
Terence fece finta di pensarci, masticando lentamente.
- Diciamo che è l’unico posto in cui posso essere qualcun altro… e allo stesso tempo sentirmi più me stesso.
Candy abbassò lo sguardo sulla pizza.
- Deve essere bello.
- A volte sì. A volte fa paura.
La guardò per un istante di troppo.
- Tu invece? Medicina, giusto?
- Già. Salvare il mondo, o almeno provarci… tra un esame e una crisi di nervi.
- Ti ci vedo - disse lui senza pensarci troppo.
- A salvare il mondo?
- A non mollare.
Candy lo fissò, sorpresa.
- Non mi conosci.
- Vero. Ma sembri stare bene quando parli di quello che fai.
Lei sentì un leggero calore salirle alle guance.
- Anche tu stai bene quando… - si fermò, imbarazzata.
- Quando?
- Quando non fai il cretino.
Terence sorrise piano.
- Prendo nota. Anche se devo ammettere una cosa.
- Dimmi.
- Di solito odio mangiare in compagnia.
Candy alzò gli occhi.
- E allora perché…
- Perché con te è facile - disse, con naturalezza.
Un breve silenzio. Non imbarazzante. Solo… diverso.
Candy si schiarì la voce.
- Non ti montare la testa, Granchester.
- Tranquilla - rispose lui addentando la pizza - mi basta sapere che stai ancora qui e non stai cercando una via di fuga.
Lei sorrise.
- Dammi tempo.
- Certo - disse Terence, guardandola con aria fin troppo sincera - ma sappi che io corro veloce. Anche sulle scale.
Candy avvertì una strana leggerezza nello stomaco ed ebbe l'impressione che quella cena non fosse solo una pizza condivisa. Era l’inizio di qualcosa che nessuno dei due aveva davvero previsto.
Uscirono dalla pizzeria avvolti dall’aria fredda di gennaio. New York di sera era rumorosa, viva, eppure sembrava lasciarli camminare in una bolla tutta loro.
Candy si strinse nel cappotto.
- Ok, lo ammetto… avevi ragione tu.
Terence si fermò di colpo.
- Aspetta. Ferma tutto. Ripeti lentamente.
- Non esagerare.
- No no, è un momento storico. Lentiggini ammette che Terence Granchester aveva ragione.
- Sulla pizza - precisò lei.
- È da lì che nascono le grandi verità.
Ripresero a camminare fianco a fianco. Per qualche secondo nessuno parlò.
- Grazie per la cena - disse Candy, rompendo il silenzio.
- Figurati. È stato un investimento.
Lei lo guardò di traverso.
- In cosa, scusa?
- In buonumore. Il mio e… - fece un mezzo gesto vago — anche il tuo, credo.
- Non farci troppo l’abitudine.
- Neanche tu - rispose lui con nonchalance.
Arrivarono davanti al palazzo. Le luci dell’ingresso illuminavano i gradini umidi.
Salirono le scale in silenzio.
— Beh… siamo arrivati.
- Già - disse Terence, infilando le mani nelle tasche - e nessuno dei due è scappato.
- Ancora.
- Ancora - confermò lui, sorridendo.
Ci fu un attimo di esitazione. Di quelli piccoli, ma carichi.
- Buonanotte, Lentiggini.
- Buonanotte, attore snob che parcheggia male.
Candy fece per entrare nell'appartamento, poi si voltò.
- Ehi, Terence?
- Dimmi.
- Non spargere la voce… ma stasera sono stata bene.
Lui la guardò, serio per un istante.
- Tranquilla. Tengo i segreti meglio di come parcheggio.
Lei rise e scomparve dietro la porta.
Terence restò un attimo fermo sul pianerottolo, poi scosse la testa, divertito.
- Pericolosa - mormorò - decisamente pericolosa.
E per la prima volta dopo molto tempo, si rese conto che tornare a casa non era mai stato così… piacevole.

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Capitolo 4

🗽 New York, gennaio 2026

Finalmente sabato! Un concetto meraviglioso, quasi poetico. Candy non chiedeva altro che silenzio, divano e zero esseri umani nel raggio di almeno tre isolati.

Dopo aver rimesso in ordine il minuscolo appartamento (leggasi: spinto tutto in angoli strategici), si fece una doccia e si preparò per il suo pomeriggio ideale: divano, cioccolata calda e la sua serie tv preferita. Doveva recuperare almeno quattro episodi.

Si stava appena sdraiando quando il suo sguardo cadde sul piccolo scaffale dove aveva sustemato i suoi libri. E su quel diario.
Dopo aver letto la prima pagina la settimana precedente, non lo aveva più toccato. A dire il vero le faceva un certo effetto… inquietante. Aveva persino pensato di liberarsene. Gettarlo. Donarlo. Farlo sparire misteriosamente.
Poi, però, la curiosità aveva vinto. Come sempre.
Ora sembrava quasi che quel diario la stesse chiamando. Sbuffando, si alzò dal divano. Fuori c’era un sole splendido, di quelli che fanno sembrare l’inverno quasi una scelta accettabile. Candy adorava quelle giornate limpide, fredde ma luminose, in cui il sole ti accarezza la pelle come per scusarsi del gelo.
Prese il diario e salì sulla terrazza in cima al palazzo. Si sedette su un muretto, sentendo il freddo pizzicarle le guance, sperando di non assiderarsi prima del colpo di scena, poi aprì il diario.

~~~
Londra, 10 gennaio 1913

Quanto non sopporto quella vipera di Eliza! Sono certa che sia stata lei a tramare alle mie spalle e a convincere Patty. Quando sono arrivata in chiesa e tutti indossavano abiti scuri, avrei voluto fuggire via urlando. Purtroppo la madre superiora non mi ha permesso neanche di cambiarmi, così ho fatto un ingresso trionfale con la mia uniforme candida.
Avevo tutti gli occhi addosso… almeno fino a quando non è arrivato lui. Sembra essere in questa scuola con l’unico scopo di mandare in collera suor Gray! Che tipo.
Chissà se ricorda di avermi conosciuta sulla nave?
Poteva almeno salutarmi, in giardino, dopo la funzione.
Sembra che tutte le ragazze della scuola pendano dalle sue labbra. Persino Eliza dice che è molto intelligente e che è figlio di un duca.

Io non lo capisco. È sfacciato e arrogante, infrange continuamente le regole… però sulla nave stava piangendo. Ne sono sicura.
~~~

Candy chiuse il diario lentamente.
E, senza il minimo motivo logico, o forse proprio per quello, le venne in mente Terence. 
Fantastico, pensò. Ora associo un duca del 1913 a un attore newyorkese del 2026.
Però… in effetti. Sfacciato? Sì. Arrogante? A tratti. Difficile da inquadrare? Assolutamente.
Eppure era stato gentile, l’aveva invitata a cena, l’aveva fatta ridere. E quando parlava di teatro, di essere davvero se stessi… diventava sorprendentemente interessante.
Stava quasi sorridendo quando...

- Allora è proprio vero che mi segui.

La voce alle sue spalle la fece sobbalzare come se qualcuno avesse urlato BUH!

- Semmai è il contrario! - ribatté girandosi di scatto - Sono arrivata prima io quassù! 
- Certo. Perché speravi di incontrarmi.

Candy alzò gli occhi al cielo e fece per andarsene, ma lui la fermò.

- Aspetta… cosa stavi leggendo? Non mi sembra un manuale di anatomia. 
- No, infatti. - alzò il diario - È… un diario.
- Intrigante. È tuo? 
- No. L’ho trovato nell’appartamento, in un vecchio scatolone insieme ad altri libri. 
- Fammi indovinare - sorrise lui - misterioso, un po’ inquietante e assolutamente irresistibile. 
- Parli del diario o di te?

Candy sospirò e capì che, proprio come nel diario, anche nella sua storia stava entrando qualcuno destinato a complicarle parecchio la vita.
E, peggio ancora… a renderla decisamente più interessante.
Rigirò il diario tra le mani, indecisa. 

- Comunque… - disse - ho letto una pagina.
- Ah sì? - Terence incrociò le braccia, curioso - Dimmi che almeno c’è uno scandalo!
Candy gli lanciò un’occhiataccia.
- È ambientato nel 1913. Una ragazza in una scuola religiosa, c'è un’altra allieva che la odia e a causa sua si ritrova vestita di bianco in mezzo a tutti gli altri con la divisa scura...
- Classico errore di guardaroba, senza ritorno.
Lei trattenne una risata e continuò:
- Poi arriva lui. Un ragazzo arrogante, che infrange le regole, fa infuriare le suore… ed è pure figlio di un duca. 
- Ah - Terence annuì serio - Quindi insopportabile con titolo nobiliare.
- Esatto. Lei dice che non lo sopporta, che è sfacciato, arrogante… però nota che sulla nave dove si sono conosciuti lui piangeva. E si chiede se si ricorda di lei. E si lamenta perché non l’ha salutata.
Terence la guardò per un istante, poi sorrise lentamente.
- Candy. 
- Che c’è? 
- Quella ragazza è già cotta. 
- Ma lei dice chiaramente che non lo capisce e che non le piace! 
- Appunto.
Fece un mezzo passo verso di lei - È il primo sintomo.
Candy sbuffò.
- Non puoi saperlo. 
- Certo che posso.
Alzò un dito - Regola numero uno: quando una persona ti è indifferente, non annoti ogni sua smorfia in un diario. 
- Magari è solo infastidita. 
- Regola numero due: quando qualcuno ti infastidisce e ti interessa, lo definisci arrogante almeno tre volte nella stessa pagina.
Lei abbassò lo sguardo sul diario, sospettosa.
- L’ha fatto davvero. 
- Vedi? - sorrise lui - E poi c’è il dettaglio del pianto. Se noti una cosa così intima, sei già nei guai. 
- Quindi secondo te è innamorata del bel duca? 
- Secondo me - disse con aria solenne - è spacciata.
Candy scosse la testa, ma stava ridendo.
- Sei impossibile. 
- E tu sei molto più coinvolta da questo diario di quanto vuoi ammettere.
Lei lo guardò, stringendo il libro al petto.
- Forse mi incuriosisce solo la storia. 
- Certo - Terence le fece l’occhiolino - È sempre così che comincia.
Candy ebbe l’improvvisa sensazione che quella frase non parlasse solo della ragazza del 1913.

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Capitolo 5

🗽 New York, gennaio 2026

"Solo chi non ha conosciuto l’amore può ridere di chi soffre...

perché non ha mai sentito quel nodo alla gola che stringe senza avvertire,
né ha imparato quanto possa fare male qualcosa di così infinitamente bello.
Chi ama davvero sa che il dolore non è debolezza,
ma il prezzo silenzioso di un cuore che ha osato aprirsi,
di un’anima che ha scelto di sentire fino in fondo,
senza difese, senza riserve.
E forse è proprio questo che fa paura:
non la sofferenza in sé,
ma la profondità dell’amore che l’ha generata."

Candy era salita sul tetto in cerca di aria, del cielo che le serviva quando i pensieri diventavano troppo stretti. Non si aspettava di trovare qualcuno. Né, soprattutto, di fermarsi a pochi passi dall’uscita, immobile, come se un filo invisibile l’avesse trattenuta.
La voce di Terence arrivava lenta, densa.
Non parlava a nessuno. O forse sì, ma non a una persona. Parlava a qualcosa di più profondo, di più vero.

Era di schiena. Le spalle leggermente tese, le mani infilate nelle tasche del cappotto. Candy sentì le parole entrarle sotto pelle, una dopo l’altra, come se non fossero state pronunciate per caso. Come se, in qualche modo, la stessero aspettando.
Non osò interromperlo. Trattenne persino il respiro. Solo quando il silenzio cadde, spontaneo, le sfuggì un applauso leggero, quasi timido.
Terence si voltò di scatto. L'espressione infastidita gli attraversò il volto come un lampo, ma si sciolse non appena la vide.

- Ah… sei tu - disse, e nel tono c’era qualcosa di simile a un sollievo che non si era aspettato.
- Scusami… non ho potuto fare a meno di ascoltare.

La guardò come se stesse cercando di capire quanto avesse sentito.
- Beh… niente di che, vero?
Candy scosse piano la testa.
- Niente di che? Ho la pelle d’oca.
Lui abbassò lo sguardo, un mezzo sorriso che gli curvava appena le labbra.
- Davvero?
- Cos’è? — chiese lei, avvicinandosi senza pensarci. Lo spazio tra loro si ridusse, e con esso l’aria sembrò cambiare.
- La prima frase è di Shakespeare. Romeo. Il resto è mio… una specie di dialogo con l’originale. L’ambizione non mi manca.
- È bellissimo - disse lei piano. - Credo che Shakespeare non se la prenderebbe. Anzi.
Terence sorrise, questa volta con un’ombra di vulnerabilità. Un sorriso che non mostrava spesso.

- È per Romeo e Giulietta che farete il provino tu e Karen, vero?
- Sì. Una compagnia importante. Cercano volti nuovi… - fece una pausa. - Non sarà facile.
- Tu sei nato per stare su un palco - disse Candy senza riflettere. Poi, quasi temendo di essersi spinta troppo oltre, aggiunse - Devi solo crederci fino in fondo.
I loro sguardi si incontrarono.
Per un istante troppo lungo.
- Puoi giurarci - rispose lui.

Un colpo di vento fece rabbrividire Candy. Si strinse nel cappotto, improvvisamente consapevole del freddo… e di quanto fosse vicina a lui.
- Io torno dentro. Sto congelando.
Fece per allontanarsi, ma la voce di Terence la fermò.
- Aspetta.

Si voltò. Lui era a pochi passi, abbastanza vicino da farle percepire il calore del suo corpo.
- Ti andrebbe una serata alternativa… a teatro?
- A teatro?
- Sì, ma non è un appuntamento — si affrettò a precisare. — Non fraintendere, Lentiggini.
Quel soprannome, detto così piano, le fece battere il cuore un po’ più forte.
- Domani sera abbiamo l’ultima replica del Re Lear. Ho qualche biglietto omaggio. Se non hai di meglio…
- Tu sarai sul palco?
- Hai davanti a te il Re di Francia — disse con un mezzo sorriso. - Una parte piccola. Niente di che.
- Allora devo proprio venire - rispose lei. - Grazie.
- Figurati.

Rimasero lì ancora un istante, senza dire altro.
Poi Candy rientrò, portandosi dietro il freddo… e qualcosa di molto più caldo che non aveva nome.

~~~

La notte Candy dormì poco.
Non era il freddo. Era la voce di Terence che le tornava addosso a ondate, come se fosse rimasta intrappolata tra le pareti della sua testa. Quelle parole sul dolore, sull’amore che osa. Le aveva sentite risuonare troppo vicine a qualcosa che non aveva ancora il coraggio di nominare.
Il giorno dopo, mentre si preparava per il teatro, si sorprese a scegliere i vestiti con una cura che non si spiegava.
Non è un appuntamento, si ricordò.
Eppure il pensiero non bastò a calmare il battito.

Il teatro era caldo, avvolgente. Luci soffuse, velluti scuri, quell’odore di polvere e storia che sapeva di attese trattenute. Candy si sedette in platea, stringendo il biglietto tra le dita. Cercò Terence sul palco prima ancora che iniziasse lo spettacolo, come se i suoi occhi sapessero già dove guardare.
Quando apparve, non lo riconobbe subito.
C’era qualcosa di diverso. La postura più ferma, lo sguardo più profondo. Non era più il ragazzo del tetto. Era altro. Era presenza.
E lei sentì un brivido lento scenderle lungo la schiena.
Durante lo spettacolo, ogni volta che entrava in scena, Candy smetteva di respirare. Non per la parte, piccola, come aveva detto, ma per il modo in cui lui occupava lo spazio. Come se il palco fosse un’estensione naturale di sé.
Quando gli applausi finali esplosero, si alzò anche lei. Non sapeva se stesse applaudendo l’attore… o il ragazzo che aveva intravisto dietro le parole della sera prima.

Lo incontrò nel foyer dopo. Lui la vide subito.
- Sei venuta davvero - disse, e per un attimo la maschera del palco cadde.
- Te l’avevo detto.

Restarono uno di fronte all’altra. Intorno, voci, risate, complimenti. Ma tra loro si aprì una bolla silenziosa.

- Allora? - chiese lui. - Dimmi la verità.
Candy lo guardò negli occhi.
- Mi hai fatto dimenticare che stavo guardando qualcuno recitare.
Terence deglutì.
- È… un complimento pericoloso.
- Anche tu lo sei — le sfuggì.

Il silenzio che seguì non fu imbarazzato. Fu carico. Denso. Troppo.
- Andiamo a prendere un caffè - disse lui, a bassa voce. - Solo per… tornare con i piedi per terra.
Candy annuì.
Ma entrambi sapevano che, da qualche parte, avevano appena fatto il contrario.

Uscirono dal foyer insieme, ancora sospesi in quella bolla fragile che sembrava poter scoppiare al minimo urto. Terence stava per dire qualcosa, quando una voce femminile li raggiunse alle spalle.

- Terence.
Non era alta. Né appariscente.
Ma c’era qualcosa nel modo in cui pronunciò il suo nome che fece voltare Candy prima ancora di lui.
- Susanna? — disse Terence, sorpreso.
La ragazza sorrise. Un sorriso lento, misurato, che non arrivava del tutto agli occhi. Indossava ancora parte del costume di scena, il cappotto appoggiato sulle spalle come se non avesse fretta di tornare a essere qualcun’altra.
- Volevo salutarti - disse. - Sei stato… straordinario stasera.
Fece un passo avanti. Troppo vicino.
A Candy non sfuggì quel dettaglio.
- Grazie - rispose Terence, cortese, ma già un po’ distante.

Solo allora Susanna spostò lo sguardo su Candy. La osservò con attenzione, come si valuta una presenza imprevista.
- E tu sei…?
- Candy - rispose lei, prima che Terence potesse farlo.
- Piacere - disse Susanna, inclinando appena il capo. - Io sono Susanna.
Una breve pausa. - Cordelia, in scena.
Il suo sguardo tornò subito a Terence.
- A proposito… - continuò, abbassando appena la voce - ho saputo che farai il provino per Romeo e Giulietta.
Terence annuì.
- Anch’io - disse lei, con un sorriso che si allargò appena. - Pensavo… potremmo provare insieme. Romeo e Giulietta. Sarebbe perfetto, non credi?
Allungò una mano e sfiorò il braccio di Terence, un gesto rapido ma deliberato, come se fosse già una scena provata.
Candy sentì qualcosa muoversi dentro di sé. Non rabbia. Consapevolezza.
- Vediamo - rispose Terence, ritraendo appena il braccio. - In questi giorni sono piuttosto preso.
Susanna lo fissò ancora un secondo, come se stesse memorizzando quella distanza improvvisa. Poi tornò a guardare Candy.
- Allora a presto, fammi sapere — disse.
E se ne andò, lasciando dietro di sé un’aria sottile, tagliente.

Candy rimase in silenzio per qualche istante.
- È… molto sicura di sé - disse infine.
Terence sospirò piano.
- Susanna prende sul serio tutto. Anche troppo.

Candy annuì, ma dentro di sé capì una cosa con chiarezza improvvisa. Susanna non vedeva un ruolo da conquistare, vedeva qualcuno. E non aveva alcuna intenzione di rinunciare.

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Capitolo 6

🗽 New York, gennaio 2026

Uscirono dal teatro camminando fianco a fianco, senza sfiorarsi. La notte era fredda, le strade lucide di luce artificiale. Terence le indicò un piccolo bar ancora aperto, poco distante, con le vetrate appannate e l’insegna al neon tremolante.

- È uno di quei posti che restano aperti per gli insonni - disse. - Attori, studenti… gente che non ha voglia di tornare a casa.
Candy annuì.
- Allora è perfetto.

Dentro era caldo. Troppo, quasi. L’odore di caffè tostato avvolgeva tutto. Si sedettero a un tavolino vicino alla finestra. Terence si tolse il cappotto lentamente, come se ogni gesto fosse improvvisamente più consapevole. Candy evitò di guardarlo troppo a lungo.

- Ti va bene un espresso? - chiese lui.
- Sì. Grazie.

Quando tornò con le tazzine fumanti, Candy aveva già intrecciato le mani sul tavolo, come per ancorarsi a qualcosa di solido.

- Allora - disse Terence, sedendosi - come ti è sembrato lo spettacolo?
- Mi ha colpita più di quanto pensassi.
Lui la osservò in silenzio.
- In che senso?
Candy portò la tazzina alle labbra, prese un sorso, poi la rimise giù con attenzione.
- In scena sei diverso. Più… esposto.
- È il rischio del teatro.
- O il suo fascino - mormorò lei.

Il loro sguardo si incastrò. Per un istante, il rumore del locale sembrò allontanarsi. Terence si inclinò leggermente in avanti, inconsciamente, come se stesse entrando in uno spazio che non era solo fisico.

- Ieri, sul tetto… - iniziò - quelle parole non le dico quasi mai ad alta voce.
Candy sentì un calore improvviso salirle al petto.
- Forse è per questo che funzionano.

Un silenzio denso calò tra loro. Terence allungò una mano sul tavolo, fermandosi a pochi centimetri dalle dita di lei. Non la toccò. E proprio quell’assenza di contatto fece accelerare il battito di Candy.
Poi, come un’ombra che attraversa una luce troppo intensa, il pensiero di Susanna le tornò addosso.
Candy ritrasse leggermente la mano.
Terence lo notò.
- Ho detto qualcosa che non va?
- No - rispose lei. - È solo che… - esitò. - Prima, con Susanna. Sembrava… molto coinvolta.
Lui sospirò piano, abbassando lo sguardo per un attimo.
- Susanna vive tutto come se fosse una scena da vincere.
- E tu? — chiese Candy, senza riuscire a mascherare del tutto la cautela.
Terence tornò a guardarla.
- Io cerco solo di capire dove finisce il palco e dove inizia il resto.
Quelle parole la colpirono più di quanto avrebbe voluto. Candy si costrinse a sorridere, ma tenne le distanze.
- Forse è meglio così - disse piano. - Capire prima di… confondersi.
Lui annuì, anche se qualcosa nei suoi occhi tradiva una lieve frustrazione.
- Forse.

Bevvero il caffè in silenzio. Quando si alzarono per uscire, Terence le aprì la porta. Per un attimo, le sue dita sfiorarono il polso di Candy. Un contatto breve, involontario.
Sufficiente a farle trattenere il respiro.
Poi lui fece un cenno verso la macchina parcheggiata poco distante.
- Andiamo? È tardi.
Candy annuì.

Il tragitto fu breve. Le luci di New York scorrevano lente oltre i finestrini, riflettendosi sull’asfalto bagnato. Terence guidava con una sicurezza tranquilla stavolta, una mano sul volante, l’altra poggiata sul cambio. Candy osservava quei gesti con la coda dell’occhio, poi tornava a fissare la strada davanti a sé, come se guardarlo troppo a lungo fosse un rischio.
La radio era accesa a volume basso. Una musica lenta, quasi intima, riempiva gli spazi vuoti.
Ma il loro silenzio in realtà non era vuoto. Era pieno di quello che entrambi evitavano di nominare. Candy sentì riaffiorare il ricordo di Susanna, il modo in cui lo aveva guardato, toccato, reclamato. Si impose di restare composta, di non farsi trascinare.

Arrivarono davanti al palazzo. Terence parcheggiò e spense il motore, ma nessuno dei due si mosse subito.

- Non devi pensare che… - iniziò lui, poi si fermò.
- Che?
- Niente - disse, con un sospiro leggero. - Lascia stare.

Salirono insieme. Stavolta presero l'ascensore. Lo spazio ristretto rendeva impossibile ignorarsi. Candy sentiva il calore del suo corpo, il profumo familiare, qualcosa di rassicurante e allo stesso tempo pericoloso.
Le porte si aprirono. Il corridoio era silenzioso, poco illuminato. Candy si fermò davanti al suo appartamento.
- Buonanotte, Terence.
- Buonanotte, Candy.

Si guardarono per un istante più lungo del necessario. Poi lei abbassò lo sguardo, infilò la chiave nella serratura e aprì la porta. Quasi nello stesso momento, lui fece lo stesso. Le porte si chiusero. Ma la distanza tra loro rimase esattamente la stessa di prima.

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Capitolo 7

🗽 New York, gennaio 2026

Il tetto era immerso in una luce lattiginosa. Il cielo di gennaio sembrava più vicino del solito, basso e silenzioso. Candy era appoggiata alla ringhiera, il cappotto stretto intorno al corpo, lo sguardo perso tra i palazzi.
Non lo sentì arrivare subito. Fu il rumore lieve della porta antincendio a tradirlo.

- Sai che questo posto sta diventando il nostro ufficio, vero?
Candy sorrise appena, senza voltarsi.
- Dovremmo mettere una targa.

Terence si avvicinò, mantenendo però una distanza prudente. Appoggiò i gomiti al muretto accanto a lei.
- Allora - disse con un tono studiato, leggero - oggi niente monologhi shakespeariani. Promesso.
- Peccato - rispose lei. - Ero pronta ad applaudire di nuovo.

Si scambiarono uno sguardo rapido. C’era qualcosa di diverso, una piccola tensione che non c’era stata prima. Un nome non detto che stava in mezzo.

Terence inclinò la testa, osservandola di sbieco.
- Ok, hai quello sguardo lì.
- Quale sguardo?
- Quello da "Terence, sto pensando troppe cose e non mi va di dirtele."
Candy sbuffò piano.
- Sei insopportabile.
- Ma affascinante - aggiunse lui, con un mezzo sorriso.

Il vento le mosse i capelli. Candy sospirò piano.
- Sono solo un po' stanca.
- O forse c’entra qualcuno che ama entrare in scena anche quando il sipario è chiuso - disse lui, con un mezzo sorriso ironico.
Candy lo guardò di nuovo.
- Sei bravo a sdrammatizzare - disse lei. - Ti riesce naturale.
- È un meccanismo di difesa. Uno dei più educati che ho.

Un silenzio breve, carico. Poi Terence si riscosse, come se avesse deciso di cambiare binario.
- A proposito di cose misteriose - disse, avvicinandosi di mezzo passo - che fine ha fatto quel vecchio diario che avevi trovato?
Candy si irrigidì impercettibilmente.
- Quale diario?
- Quello con la copertina rovinata, le pagine ingiallite… - fece un gesto vago con la mano. - Quello che tieni nascosto come se potesse esplodere.
- Non lo tengo nascosto.
- No? - la punzecchiò - Allora perché quando lo nomino fai quella faccia?
Candy sospirò, guardando di nuovo il cielo.
- Perché alcune cose, quando le leggi, ti restano addosso. E non sempre sei pronta a condividerle.

Terence la osservò in silenzio. L’ironia gli scivolò via dal volto, lasciando spazio a qualcosa di più serio.
- Quando vorrai - disse piano - io sono bravo ad ascoltare.
Candy lo guardò. Per un istante, la distanza tra loro sembrò ridursi a niente.

- In realtà ho letto un'altra pagina - confessò mentre Terence rimase in silenzio per darle il tempo di continuare.

- C’è questo giovane nobile… figlio di un duca. Ribelle, coraggioso, un tipo che non ti aspetteresti mai. Un giorno, mentre lei viene presa in giro da tre ragazzi vigliacchi perché è orfana, lui appare all’improvviso… in tenuta da equitazione.
Terence trattenne una risata, già immaginando la scena.
- Con frusta? — azzardò.
- Sì! — confermò Candy, ridendo piano. - Li mette in fuga a suon di frustate, come fosse un film. E lei… vuole ringraziarlo naturalmente. Ma lui fa lo sfacciato e le dice… — Candy abbassò la voce, fingendo segretezza — che se vuole davvero ringraziarlo può farlo in un posticino tranquillo che conosce.
Terence scoppiò a ridere, il suono chiaro che ruppe per qualche istante la tensione.
- È incredibile! - disse piegandosi leggermente in avanti - Un nobile con frusta e modi da… da impertinente totale! Potrei innamorarmi di lui, tu no?
Candy rise, ma arrossì leggermente.
- Ma dimmi… quel “posticino tranquillo”… dove sarà mai?
- Non lo so… — ammise lei, mordendosi il labbro. - Probabilmente uno dei giardini segreti della scuola.
- O le scuderie!

Candy a quel punto smise di ridere, lo sguardo rivolto alle luci della città, silenziosa. Terence notò subito il cambiamento.
- Ehi… che succede? - disse, inclinando leggermente la testa.
Candy sospirò, abbassando gli occhi.
- È solo… - esitò un istante - il diario. La ragazza… quella che ho letto… mi sono immedesimata in lei.
- Ah - disse Terence, con calma. - Perché?
Candy guardò il cielo, cercando le parole.
- Non ho i genitori… - mormorò, con una voce quasi rotta - e leggere di quella ragazza, sola, derisa… e poi salvata da un giovane nobile… mi ha fatto sentire tutto quello che non ho. Quella protezione, quella sicurezza… mi fa sentire incredibilmente fragile a volte e… desiderosa di avere qualcuno che stia davvero dalla mia parte. In realtà mia nonna che mi ha cresciuta, non mi ha mai fatto mancare l'amore di una madre... forse è solo un po' di nostalgia, ora che sono qui a New York... da sola, non farci caso.

Terence rimase in silenzio un momento, osservandola. Poi, con un sorriso leggero e un tono che voleva alleggerire la tensione senza sminuire le sue parole, disse:
- Sai… anche tu hai un nobile cavaliere che può difenderti.
Candy lo guardò, sorpresa.
- Io?
- Sì. Basta chiedere - rispose lui, mezzo sfacciato, mezzo serio, come se fosse una sfida e una promessa allo stesso tempo.
Lei arrossì, cercando di non sorridere.
- È facile dirlo.
- Lo so - ammise Terence - ma davvero… basta chiedere. Ti assicuro che non servono fruste o divise da equitazione, anche se potrei procurarmele nel caso ce ne fosse davvero bisogno.

Un vento gelido soffiò sul tetto e Candy si strinse nel cappotto, ma questa volta sentì un calore diverso: la presenza di Terence era vicina, reale, tangibile.
Lo guardò, un po' intimorita da ciò che provava, cercando una via di fuga, ma i suoi occhi incontrarono quelli di lui e qualcosa cedette. Un piccolo sorriso giocoso si formò sulle sue labbra.

- Forse… voglio solo essere sicura che il mio cavaliere sia davvero coraggioso - mormorò.
Terence rise piano e, senza dirle una parola, sfiorò il dorso della sua mano, come se fosse un invito a lasciarsi andare un passo alla volta.
- Coraggioso, eh? - disse poi, inclinando lo sguardo verso di lei, come per metterla alla prova.
- Sì… molto coraggioso - ammise Candy, il cuore che le batteva forte, ma senza ritirarsi.
Per un attimo, il tetto diventò il loro piccolo mondo: il vento, le luci della città, e quella tensione dolce e intensa che nessuno dei due voleva rompere… almeno per ora.

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Capitolo 8

🗽 New York, gennaio 2026

Candy aveva scoperto una cosa piuttosto scomoda: pensare a Terence era diventata un’abitudine.
Le capitava mentre studiava, mentre si lavava i denti, perfino mentre aspettava che l’acqua della pasta bollisse. E la cosa peggiore era che non riusciva mai a pensarlo allo stesso modo due volte.

All’inizio era stato facile archiviarlo mentalmente come lo sbruffone antipatico del pianerottolo. Uno di quelli che parlano poco, sorridono ancora meno, ma sembrano sempre un passo avanti, anche quando non dovrebbero. Uno che si prende confidenze non richieste, che ti provoca solo per vedere se reagisci.
Eppure. Pian piano, tra una battuta fuori posto e uno sguardo fin troppo attento, Candy aveva iniziato a intravedere altro. Qualcosa di più vero. Più profondo.
Quando parlava di teatro, per esempio. Lì smetteva di fare il brillante e diventava serio, quasi vulnerabile. Come se il palco fosse l’unico posto in cui non dovesse difendersi da nulla.
Ed era proprio quello il problema.
Terence non era mai solo una cosa.
Non era solo ironico. Non era solo arrogante. Non era solo gentile.
Era tutto insieme, e questo la metteva in uno stato di costante agitazione.
Perché a volte Candy non capiva se stesse scherzando o se stesse dicendo qualcosa di terribilmente serio.
Se una frase era una provocazione… o una confessione mascherata.
E lei, che aveva sempre avuto bisogno di ordine, di confini chiari, di risposte precise, si ritrovava spiazzata. A chiedersi se quella sensazione allo stomaco fosse fastidio… o attesa.

Poi c’era Susanna.
Susanna con il sorriso sicuro.
Susanna che lo chiamava per nome come se fosse una cosa naturale.
Troppo in confidenza, pensò Candy, stringendo le labbra davanti allo specchio.
E si fermò un istante, sorpresa da se stessa.
Troppo rispetto a cosa, esattamente?
Non era gelosia, si disse.
Era solo… curiosità. Fastidio. Un leggero, fastidiosissimo senso di esclusione.

Il fatto era che Terence sembrava appartenere a un mondo che Candy non conosceva del tutto. Un mondo fatto di palcoscenici, prove notturne, persone che si muovevano con una sicurezza che lei ancora non possedeva.
E lei non sapeva se stesse cercando di capirlo… o se stesse già cercando un posto accanto a lui.

Sfinita da questi pensieri si lasciò cadere sul letto, fissando il soffitto.
Forse il problema non era Terence.
Forse era lei, che stava iniziando a preoccuparsi troppo per qualcuno che non riusciva ancora a decifrare.
E mentre provava a convincersi che non importava, che era solo confusione passeggera, una verità scomoda si fece strada tra i pensieri:
Terence non era più solo una distrazione.
Era una domanda aperta. E Candy non era affatto sicura di voler conoscere la risposta.

~~~

Una sera, Terence rientrava a casa trascinando lo zaino come se dentro ci fosse il peso di un’intera tragedia shakespeariana.
Aveva la testa piena di battute, luci, cambi scena andati storti e una stanchezza che gli si era incollata addosso. Stava già infilando la chiave nella serratura quando notò Candy sul pianerottolo.
Era pallida. E decisamente troppo immobile.

— Candy? — disse subito, raddrizzandosi. — Perché sembri sul punto di chiamare la polizia… o un esorcista?
Lei si voltò di scatto, sollevata nel vederlo.
— Terence, meno male che sei tu. — abbassò la voce — Credo che qualcuno stia… rovistando nella mia cucina.
Lui la guardò per un secondo.
— Qualcuno qualcuno… o qualcosa qualcuno?
Candy deglutì.
— Ho sentito rumori. Cassetti. Fruscii. E giuro che quando sono uscita ho visto muoversi l’anta del mobile.
Terence sospirò, ma sorrise appena.
— Bene. — disse, togliendosi il cappotto — Allora andiamo a conoscere il tuo coinquilino abusivo.
— Tu… tu non hai paura?
— Scherzi! Sono un cavaliere provetto. 

Entrarono con cautela. Candy indicava ogni angolo come se fosse una scena del crimine, mentre Terence avanzava con aria teatrale, prendendo un mestolo dal cassetto.
— Questa — annunciò — è la mia arma.
Un rumore improvviso li fece sobbalzare entrambi.
— Lì! — sussurrò Candy, aggrappandosi al suo braccio.
Terence fece appena in tempo a vedere due occhietti lucidi spuntare dal mobile della spazzatura.
— Oh — disse — ma guarda un po’.
Dal mobile emerse lentamente… un procione. Grosso, spettinato, con una bustina di crackers tra le zampe.
Candy sbatté le palpebre.
— È… carino.
— È un criminale recidivo. — replicò Terence serio — E ha appena saccheggiato la tua dispensa.
Il procione li fissò, masticando con calma.
— Ce ne sono a Central Park — aggiunse Terence — Evidentemente questo ha deciso di fare carriera immobiliare.

Dopo un inseguimento goffo, qualche urletto soffocato e una scatola di cartone sacrificata alla causa, riuscirono finalmente a intrappolarlo.
Mezz’ora dopo, camminavano verso il parco, Candy che teneva la scatola e Terence che faceva la guardia come se stessero trasportando un tesoro nazionale.
Quando liberarono il procione tra gli alberi, lui si voltò verso di loro un’ultima volta, come per salutarli… poi sparì.
Terence si stirò le spalle.
— E così direi che mi sono ufficialmente guadagnato il titolo di nobile cavaliere.
— Pronto a difendere fanciulle indifese da… procioni?
— Esatto. È una specializzazione molto richiesta.
Candy rise piano.

Dopo aver parcheggiato l'auto, rientrarono verso casa camminando lentamente, come se nessuno dei due avesse davvero fretta di chiudere quella parentesi assurda e perfetta.
Candy teneva le mani infilate nelle maniche del cappotto. Terence le camminava accanto, insolitamente silenzioso.
Quando arrivarono davanti al portone, si fermarono insieme.

— Direi che per oggi hai già superato la tua dose di avventure — disse lui, cercando di tornare leggero.
— Già… — rispose Candy, ma non si mosse.

Si guardarono.
Non fu improvviso.
Fu lento.
Uno sguardo che durò mezzo secondo di troppo. Un silenzio che non aveva più niente di casuale.

Terence abbassò appena la testa, come per dirle qualcosa. O per non dirle niente. Candy sentì il cuore accelerare, la stessa sensazione di quando capisci che stai per perdere l’equilibrio… e non sai se vuoi davvero restare in piedi.
Lui era vicino. Troppo.
Candy avvertì il calore del suo respiro, il profumo leggero del freddo e di qualcosa di familiare. Per un istante pensò che fosse inevitabile. Che fosse giusto.
Poi capì.
Capì che non era solo un momento.
Che se lo avesse lasciato accadere, non sarebbe stato un gioco. E che lei… non era ancora pronta a sapere cosa avrebbe significato.
Fece un mezzo passo indietro. Solo uno.
Terence si fermò subito. La guardò, cercando di leggere il motivo, senza chiederlo.
Per un attimo, Candy temette di aver rovinato tutto.
Poi lui sospirò… e sorrise.

— Tranquilla. — disse, con tono improvvisamente leggero — Non stavo per baciarti.
Lei sbatté le palpebre.
— Ah.
— Stavo solo pensando di chiederti se avevi intenzione di adottare altri animali selvatici. Così, per prepararmi psicologicamente.

Candy lo fissò. Poi scoppiò a ridere, una risata nervosa, liberatoria.
— Sei impossibile.
— Lo so. — fece spallucce — Ma almeno sono un cavaliere onesto. Prima salvo la dama, poi… le do spazio per scappare.
Lei lo guardò di nuovo. Questa volta con un sorriso diverso.
— Grazie.
— Di cosa?
— Di aver capito.
Terence la osservò un istante più a lungo, poi aprì la porta.
— Buonanotte, Lentiggini. Cerca di non attirare altri procioni.
— Buonanotte, nobile cavaliere.

Quando Candy chiuse la porta alle sue spalle, appoggiò la schiena al legno e chiuse gli occhi.
Non si erano baciati.
Ma qualcosa, tra loro, aveva appena deciso di esistere davvero. E non avrebbe avuto fretta.

Terence rientrò nel suo appartamento senza accendere subito la luce.
Lasciò le chiavi sul mobile all’ingresso, si sfilò la giacca e rimase lì, immobile, come se stesse ancora aspettando qualcosa che non doveva accadere.
Un bacio mancato.
Che non era stato davvero mancato.
Era stato evitato.
Si passò una mano tra i capelli e sorrise appena, un sorriso che non aveva niente di ironico.

— Bravo, cavaliere… — mormorò tra sé.

Andò verso la finestra e guardò fuori. Le luci di New York pulsavano come sempre, indifferenti, rumorose. Eppure tutto gli sembrava leggermente spostato, come quando torni a casa e trovi un mobile fuori posto e continui a urtarci contro per giorni.

Il mezzo passo indietro di Candy gli tornò addosso con una precisione fastidiosa.
Non c’era stato imbarazzo. Non c’era stato rifiuto. C’era stata lucidità. Ed era questo il problema.
Lei aveva capito esattamente dove stavano andando… e aveva scelto di fermarsi prima di perdersi.

Terence si appoggiò al vetro.
Ripensò al modo in cui lo aveva guardato subito dopo.
— Non eri pronta — disse piano — e io sì.

La constatazione lo colpì più di quanto volesse ammettere.
Si era sempre raccontato di essere leggero. Di non aspettarsi nulla. Di muoversi tra le cose senza restare incastrato. Ma quella sera, tornando dal parco dopo aver salvato
un procione affamato e una ragazza con gli occhi troppo sinceri, qualcosa gli si era infilato sotto pelle.
Non il desiderio. Il rispetto. E quello… restava.
Sorrise, scuotendo la testa.
— Dannazione, Lentiggini.
Si distese sul divano senza togliersi le scarpe, fissando il soffitto.
Sapeva che non l’avrebbe forzata.
Sapeva anche che, da quel momento in poi, fingere che fosse solo un gioco sarebbe stato inutile.
Il passo indietro di Candy non li aveva allontanati. Aveva solo tracciato un confine e lui era esattamente lì che voleva restare, sperando di poterlo oltrepassare.

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Capitolo 9

🗽 New York, gennaio 2026

Candy si sedette sul letto con il diario sulle ginocchia. Fuori pioveva piano, una di quelle piogge leggere ma insistenti che fanno appannare i vetri e rallentano i pensieri.
Quello che era accaduto, o meglio, non era accaduto con Terence la sera prima non la lasciava in pace. Doveva cercare di distrarsi e quel diario aveva un certo potere.

Sfogliò le pagine con cautela, come se temesse di disturbare qualcosa di vivo.
Poi lesse.

~~~
Londra, 18 maggio 1913

La Festa di Maggio è stata… un errore. O forse no. Non lo so.

Il giardino era illuminato da lanterne di carta, la musica suonava senza sosta e, per una volta, perfino suor Gray sembrava meno severa. Ballavamo. Tutti. Ridevamo.
Sono andata nel bosco per cambiarmi e passare da Romeo a Giulietta. Lui mi ha vista ne sono sicura, anche se ha negato, dicendo piuttosto che Eliza era nei paraggi!
Siamo fuggiti sulla collina.
Quando ci ha raggiunto la melodia del valzer, lui mi ha invitata a ballare come un vero cavaliere.  
A un certo punto si è avvicinato troppo.
Troppo.
Prima che potessi capire se lo volevo o no, mi ha baciata.
Il cuore mi è esploso nel petto. Non ero pronta. Non lo ero affatto.
E così… gli ho dato uno schiaffo.
Il rumore è stato più forte della musica.
Lui mi ha guardata per un istante, con gli occhi scuri, feriti e fieri allo stesso tempo. Poi, senza dire una parola, mi ha restituito lo schiaffo.
Non con rabbia.  
Con orgoglio.

Dovrei odiarlo. Dovrei dimenticarlo.
Invece, da allora, non faccio altro che pensare a lui.
Alla musica che ancora sento nelle orecchie.  
Al suo sguardo, proprio un attimo prima di andarsene.

Stasera ho scritto le sue iniziali sul vetro appannato della finestra.

T. G.

Le ho cancellate subito.  
Ma erano già dentro di me.
~~~

Candy chiuse il diario di colpo.
Il rumore della pioggia sembrò farsi più forte.
Sentì un tuffo allo stomaco, netto, improvviso, come quando realizzi qualcosa un istante prima che il cervello riesca a razionalizzarlo.

TG. Le stesse iniziali.

Si alzò e si avvicinò alla finestra. Il vetro era appannato per il contrasto tra il caldo della stanza e il freddo di fuori. Senza pensarci, sollevò una mano.
Si fermò a un centimetro dal vetro.
Il cuore le batteva troppo forte.

— È solo una coincidenza — mormorò.

Per qualche giorno, Candy e Terence smisero di incrociarsi.
Niente scale condivise.
Niente battute lanciate di sfuggita.
Niente “Ehi Lentiggini” a sorpresa.

Candy passava le giornate con il naso sui libri, il cervello saturo di nomi latini, schemi e appunti evidenziati in colori sempre meno rassicuranti. Studiava fino a tardi, con il diario ben chiuso nello scaffale, come se anche solo guardarlo potesse distrarla troppo.
Eppure, tra una pausa e l’altra, il pensiero tornava sempre lì.
Al terrazzo.
Al quasi-bacio.
A quelle iniziali.

TG.

Terence, dal canto suo, provava e riprovava. Testo alla mano, voce, respiri, pause. Romeo non era solo un ruolo. Era il ruolo. Quello che poteva cambiare tutto. E ogni volta che pronunciava certe battute, una voce nella sua testa prendeva il volto di Candy.
Fastidioso. E pericoloso.

Il destino, che evidentemente aveva senso dell’umorismo, decise di farli incontrare proprio la mattina del grande giorno.
Candy stava uscendo di casa con lo zaino sulle spalle e l’aria tesa di chi ha ripassato tutta la notte. Terence aveva appena chiuso la porta del suo appartamento, elegante ma nervoso, la giacca già indossata.

Si bloccarono entrambi.

— Ehi… — disse lui.
— Ciao — rispose lei, troppo veloce.

Un silenzio breve, imbarazzato, pieno di tutto quello che non avevano avuto tempo di chiarire.

— Oggi esame? — chiese Terence.
— Sì. E tu… provino, vero?
— Romeo.

Si guardarono. Un secondo in più del necessario.

— In bocca al lupo — disse Candy.
— A te. Spacca.

Avrebbero potuto dire altro.
Avrebbero voluto. Ma il tempo non era dalla loro parte.

— Devo scappare — disse lei.
— Anch’io.

Si mossero insieme, poi si fermarono di nuovo.

— Stasera? — propose Terence, quasi d’istinto.
— Sì — rispose Candy senza esitare — Stasera.

Un mezzo sorriso.
Una promessa sospesa.

Poi ognuno prese la propria direzione, con il cuore che batteva troppo forte per essere solo ansia.
Perché, comunque fosse andata la giornata, sapevano una cosa sola.
La sera… si sarebbero raccontati tutto.

Candy rientrò verso l’ora di pranzo, con la testa ancora piena di domande dell’esame.
L’auto di Terence era parcheggiata (male) al solito posto.
Un sorriso le scivolò sulle labbra prima ancora di rendersene conto.
Era già a casa.

Salì le scale più lentamente del solito. Ogni gradino sembrava carico di possibilità. Quando arrivò al pianerottolo, la porta di Terence si aprì quasi subito, come se lui stesse aspettando proprio quel rumore.
Si guardarono.
Candy gli sorrise, incerta. Terence aveva gli occhi luminosi, l’aria stanca ma elettrica.

— Prima tu — disse lui, appoggiandosi allo stipite.
Candy inspirò.
— È andata.
La semplicità di quelle due parole le tremò un po’ nella gola.
Terence si immobilizzò per un istante, poi un sorriso lento, incredulo, gli attraversò il viso.
— Allora… — fece un passo avanti — da oggi chiamami Romeo.

Candy non pensò.
Lasciò cadere lo zaino a terra e gli andò incontro. Lo abbracciò forte.
Lui la strinse subito, con sorpresa e una felicità disarmata. Per un secondo, fu come se tutto il resto — scale, esami, teatro, tempo — si fosse dissolto.
Quando si staccarono, lui la guardò dall’alto in basso, ancora incredulo.
— Vieni — disse, aprendo la porta — Festeggiamo.

Candy esitò appena prima di entrare.
L’appartamento di Terence era diverso da come se l’era immaginato. Più caldo. Libri ovunque, copioni sul tavolo, una giacca buttata sulla sedia. E quella sensazione strana di stare entrando in qualcosa che non era solo una stanza.

Terence tornò dalla cucina con due calici e una bottiglia di champagne.
— Non dire niente — disse — era pronta. Non sono superstizioso.
Versò. Le bollicine salirono rapide, leggere.

— A cosa brindiamo? — chiese Candy.
Terence la guardò, serio per un istante.
— Al coraggio.

Toccò il bicchiere con il suo.
Bevvero.

Candy sentì il fresco dello champagne scenderle piano nella gola. Si appoggiò al tavolo, osservandolo.

— Romeo, eh?
— Non ci credo ancora. — sorrise — È un ruolo enorme. E spaventoso.
— Sei bravo quando hai paura — disse lei senza pensarci.
Terence la fissò.
— Anche tu, a quanto pare.

Un silenzio morbido si posò tra loro.

— Posso dirti una cosa? — chiese Candy.
— Se è una critica teatrale, sono pronto.
— No… — esitò — l'abbraccio di prima... sei stato carino a...
- A non approfittarne?
Lei annuì. 
Terence abbassò lo sguardo sul bicchiere, poi tornò su di lei.
— È facile superare i limiti quando qualcuno ti piace — disse piano — più difficile è rispettarli.
Candy sentì qualcosa stringerle il petto.
— E tu lo fai apposta?
— Sì. — ammise — Perché se li superassi, vorrei farlo davvero.

Si guardarono.
Troppo a lungo.
Abbastanza.

Mentre Terence si allontanava per riporre la bottiglia, Candy restò immobile con il bicchiere tra le dita. Le bollicine continuavano a salire lente, ipnotiche.
E con loro, un ricordo che non le apparteneva del tutto… oppure sì.
Il giardino illuminato da lanterne.
La musica lontana. Quel bacio rubato durante la festa di maggio.
Il diario.
La ragazza del 1913 che non era pronta, che aveva reagito d’istinto, che aveva alzato una mano prima ancora di capire il cuore. E il giovane nobile ribelle, ferito nell’orgoglio, nel sentimento, in qualcosa di più profondo.

Candy chiuse appena gli occhi.
Da giorni, ormai, pensava a Terence più di quanto fosse disposta ad ammettere. Nei momenti di silenzio, mentre studiava, nelle pause, quando avrebbe dovuto concentrarsi. Perfino adesso, lì davanti a lui, lo pensava come se potesse ancora sfuggirle.
Non riusciva a farne a meno.
Si rese conto che la differenza, rispetto alla ragazza del diario, era sottile ma fondamentale.
Lei non aveva saputo scegliere.
Candy stava scegliendo di non scappare.
Aprì gli occhi.

Terence era lì, appoggiato al tavolo, che la osservava senza far rumore. Non la interrompeva. Non la incalzava. Le lasciava spazio, come aveva fatto quella sera sul pianerottolo. E questo rendeva tutto più difficile.

Perché l’idea di lasciarsi andare, di smettere di trattenersi, si faceva ogni secondo più concreta. Non come un impulso cieco, ma come una decisione che bussava piano, insistente.
E se questa volta non fosse uno schiaffo a fermarmi? E se fosse un passo avanti?

Terence incrociò il suo sguardo.
— A cosa stai pensando? — chiese, con voce bassa.
Candy sorrise appena, stringendo il bicchiere.
— A una storia vecchia di più di cent’anni.
— Ed è un buon segno?
— Non lo so — ammise — Ma so che non voglio fare gli stessi errori.
Lui la guardò, serio.
— Nemmeno io - confessò come se sapesse.

Candy sentì il battito del proprio cuore farsi più deciso. E, per la prima volta, non lo interpretò come un avvertimento, ma come un invito.

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Capitolo 10

🗽 New York, gennaio 2026 

Candy si sedette sul muretto del tetto, il diario aperto sulle ginocchia. Il vento le scompigliava i capelli e le portava addosso il profumo della città umida dopo la pioggia.

— Allora? — chiese Terence, appoggiandosi alla ringhiera accanto a lei. Aveva le mani infilate nelle tasche, lo sguardo curioso, e quel modo di stare che ti faceva pensare che tutto fosse sotto controllo, anche quando non lo era affatto.

Candy sospirò, strizzando le pagine ingiallite tra le dita.

— Ho letto altre pagine… — iniziò — Sembra che durante l’estate siano andati in Scozia, in vacanza. Hanno passato settimane intere insieme, a passeggiare nei boschi, a fare pic-nic, a… parlare di tutto.

Terence alzò un sopracciglio.
— Già… già mi sembra di capire dove andrà a finire.
Candy lo guardò, divertita ma seria.
— Non è solo quello. Ho capito una cosa… La ragazza aveva un dolore enorme, aveva perso un amico carissimo, Anthony. — la voce le si fece più bassa — E per un po’ sembrava incapace di superarlo. Solo grazie a lui… il nobile ribelle… è riuscita a ricominciare.

Terence fece un passo più vicino, osservandola con quell’aria di chi sa leggere tra le righe senza troppi complimenti.
— E quindi? — disse piano, con un filo di sorriso sulle labbra.

— Quindi… — continuò Candy, mordendosi appena il labbro — alla fine capisci che non è solo amicizia. Che quello che provi… diventa più grande. Che il dolore può trasformarsi in qualcosa di… vivo. Felice. E che a volte basta qualcuno che ti stia accanto, davvero, per superare tutto.

Terence scosse leggermente la testa, divertito, ma con dolcezza.
— Candy… — disse — è ormai evidente che quella ragazza è innamorata del duca.

Candy rise piano, arrossendo.
— Lo so… — ammise — ma è incredibile quanto tutto si incastri perfettamente. Ogni piccolo gesto, ogni parola… come fossero dettati dal destino. Lei per lui, lui per lei.

Terence la guardò negli occhi, serio per un istante.
— Vedi… a volte basta poco. Basta darsi una possibilità, avere un po' di coraggio.

Candy sentì il cuore accelerare. Lo guardò, un po’ timida, un po’ incredula.
— Davvero lo pensi?
— Sempre — rispose lui, con quel sorriso che mescolava sfida e promessa. — E a volte… chi ha bisogno di coraggio è chi non vuole ammetterlo.
Candy rimase in silenzio. Il sole cominciava a calare, tingendo di rosa le nuvole sopra New York, e il tetto sembrava diventare il loro piccolo mondo sospeso.

~~~

Nei giorni che seguirono il diario continuò ad essere la sua lettura preferita, fino a quando accadde qualcosa di... tragico.

Candy correva per le scale, il cuore che le batteva all’impazzata, il diario stretto al petto. Le mani le tremavano, e quando bussò alla porta di Terence, la voce le si spezzò.
— Terence… — singhiozzò appena, cercando di trattenere le lacrime. — Devi leggere… questo.
Terence si voltò, preoccupato, cogliendo subito la gravità del suo sguardo. Aprì la porta e la fece entrare. Candy, senza dire altro, gli porse un biglietto: la grafia era minuta, ordinata, precisa. Ma le parole che conteneva erano cariche di dolore.
Terence lo prese tra le mani e lesse, con voce calma:

"Vado in America, ho qualcosa di importante da fare laggiù. Ovunque sarò pregherò sempre per la tua felicità."
Alla fine, una firma semplice: TG

Candy scoppiò a piangere silenziosamente, i singhiozzi brevi e tremanti.
- Se n'è andato, è stato costretto a farlo per evitare che lei venisse espulsa! Sono stati vittime di un tranello e ora... lei non ha potuto confessargli nemmeno che lo ama! Non ha fatto in tempo... è arrivata al porto, troppo tardi, TG era già partito... 
Terence la ascoltava in silenzio, seduto vicino a lei sul divano, poi si alzò e tornò con un bicchiere d'acqua. Lei bevve qualche sorso e si calmò un poco.

Lui allora le disse con voce dolce ma decisa - TG se n'è andato, ma io sono qui.

Le parole caddero come un sospiro caldo tra le lacrime e la tensione che ancora le serrava il cuore. Candy inspirò piano, il respiro tremante, e per la prima volta si sentì accolta, protetta, senza bisogno di trattenersi.

Si strinse a lui appena, cercando rifugio, e lui si avvicinò ancora, con movimenti misurati, attento a non spaventarla. Le loro fronti si sfiorarono, i respiri si mescolarono. Candy chiuse gli occhi, lasciandosi guidare dal calore di quella presenza.

Il primo contatto delle loro labbra fu leggero, esitante, quasi un sussurro. Candy lo assaporò piano, timidamente, come se stesse entrando in un mondo nuovo e delicato. Terence non premette, lasciando che fosse lei a stabilire il ritmo.

Poi, lentamente, il bacio si fece più deciso. Le mani di Terence scivolarono lungo le sue spalle, accarezzandole i capelli, il collo, con una delicatezza che la fece tremare. Candy si avvicinò ancora, lasciando cadere ogni esitazione, ogni barriera. I loro corpi si sfioravano ora con naturalezza, come se non potessero più restare separati.

Il bacio si intensificò, profondo, appassionato, carico di tutto ciò che non era stato detto in giorni di silenzi e pensieri. Terence la strinse a sé, sentendo ogni battito del cuore di Candy fondersi con il suo, ogni respiro diventare ritmo condiviso.

Candy rispose con la stessa passione, abbandonandosi completamente al momento, lasciando che il mondo fuori svanisse, le preoccupazioni, le paure, tutto. Restavano solo loro due, sospesi in un’intimità che era dolce e potente allo stesso tempo.

Quando finalmente si staccarono, i loro occhi si incontrarono di nuovo. Il respiro affannato, i cuori che battevano forte, e un sorriso tremolante che parlava di una complicità appena scoperta. Candy si appoggiò al suo petto, sentendo le mani di Terence nei suoi capelli, sulla schiena, sulle spalle.

— Vedi? — disse lui piano, con un sorriso leggero ma carico di significato — Non serve cercare lontano… a volte basta restare qui, insieme.
Candy chiuse gli occhi, il cuore finalmente leggero, e sentì che, per la prima volta da giorni, la felicità era qualcosa che poteva davvero afferrare.

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Capitolo 11

🗽 New York, gennaio 2026

Il bacio finì senza un vero confine.
Non ci fu un distacco netto, solo un rallentare, come quando una musica si abbassa ma continua a vibrare nell’aria.
Restarono così, con le fronti appoggiate l’una all’altra, respirando lo stesso silenzio.
Poi, senza dirlo, finirono sul divano.
Candy si accoccolò contro di lui quasi per istinto, come se quel posto fosse sempre stato lì ad aspettarla. Terence le passò un braccio intorno alle spalle, con una cautela nuova, diversa da ogni suo gesto precedente. Non c’era più lo sfrontato, il provocatore. C’era un ragazzo che stava cercando di non rompere qualcosa di fragile e prezioso allo stesso tempo.

Il tempo cominciò a scorrere in modo strano. Le luci della città fuori dalla finestra cambiarono intensità, il rumore lontano del traffico si fece più rarefatto. Candy si rese conto che stava tracciando distrattamente cerchi invisibili sul palmo della mano di Terence.

— Sai che questa cosa è pericolosa? — mormorò lui, senza muoversi.
— Il divano? — rispose lei, con un mezzo sorriso contro il suo petto.
— Noi.

Candy rimase in silenzio per un momento.
Sentiva il battito del suo cuore, regolare, sorprendentemente calmo.

— Non so cosa dovremmo fare adesso — ammise piano. — Stamattina ero solo una studentessa in crisi per un esame. Stasera… — si interruppe.
— Stasera hai baciato Romeo — concluse lui, cercando di alleggerire.

Lei rise piano, una risata che si spense quasi subito.
— Ecco, vedi? È questo il problema. Non so mai quando scherzi e quando fai sul serio.

Terence abbassò lo sguardo verso di lei.
— Nemmeno io — disse. — Ma con te… mi viene voglia di provarci sul serio.

Quelle parole le rimasero addosso più del bacio.
Candy si sistemò meglio contro di lui, senza staccarsi.

— Ho paura di scoprire che non sei come penso.
— Spoiler — disse lui con un sorriso appena accennato —: non sono come pensi. Sono peggio.

Lei gli diede una leggera gomitata.
— Idiota.
— Però sono qui.

E quello, in quel momento, bastava.
Restarono abbracciati per ore, parlando a bassa voce, poi smettendo di parlare del tutto. Ogni tanto uno dei due si muoveva appena, come per verificare che l’altro fosse ancora lì. Nessuno dei due provò a spingersi oltre. Era come se entrambi sapessero che quella lentezza era necessaria.

Quando Candy si rese conto che era ormai notte fonda, sollevò lo sguardo.
— Dovrei andare…
— Lo so — rispose Terence, senza allentare subito la presa.

Si alzarono lentamente, con una certa riluttanza. Alla porta, lui le sfiorò di nuovo la mano.

— Niente promesse — disse. — Ma domani ci rivediamo?
Candy annuì.
— Sì. Domani.

Si scambiarono un ultimo sorriso, timido e nuovo.
Quando la porta si chiuse alle sue spalle, Terence rimase qualche secondo immobile, poi si lasciò cadere sul divano, guardando il punto dove Candy era stata sdraiata fino a poco prima.
Per la prima volta dopo molto tempo, non sentiva il bisogno di fuggire.

E Candy, nel suo appartamento, appoggiata alla porta, si portò una mano alle labbra, come per assicurarsi che quel bacio fosse stato reale. Lo era.

~~~

La mattina dopo si incontrarono sulle scale, come sempre. Eppure niente era più “come sempre”.

Candy stava scendendo con lo zaino carico sulle spalle quando lo vide. Si fermarono entrambi, quasi nello stesso istante. Un sorriso accennato, esitante. Uno sguardo che diceva "ieri è successo davvero" e allo stesso tempo "e adesso?".

— Ciao — disse lei.
— Ciao — rispose lui, un filo più piano del solito.

Per un attimo rimasero immobili, troppo consapevoli della distanza tra loro. Candy si sistemò lo zaino, che sembrava pesare il doppio.
Terence lo notò subito.

— Ma quello… è uno zaino o stai traslocando?
— Molto divertente. Anatomia patologica non perdona.

Lui fece un mezzo sorriso, poi indicò il pianerottolo.
— Ascensore?

Candy esitò. L’ascensore era piccolo. Troppo piccolo. Annuì comunque.
Entrarono. Le porte si chiusero con un suono fin troppo definitivo.
All’improvviso erano lì, uno di fronte all’altra, a pochi centimetri. Candy sentiva il profumo di lui, il calore del suo corpo. Terence abbassò lo sguardo su di lei, poi di nuovo sui suoi occhi. Non disse nulla. Non ce n’era bisogno.
Fu Candy a fare il primo, minuscolo passo avanti.
Bastò quello.
Terence le sfiorò il viso con le dita, come per chiederle il permesso anche se ormai lo sapevano entrambi. Il bacio scattò naturale, breve ma intenso, come se dovesse recuperare tutto ciò che la sera prima era rimasto sospeso. Le labbra si incontrarono con una sicurezza nuova, diversa.
Troppo breve.
— Secondo piano — annunciò la voce metallica.
Le porte si aprirono.
Una signora con il cane.

Candy e Terence si staccarono di colpo, fingendo una distanza che non esisteva più. Candy guardò il display dei piani con un interesse improvviso e totalmente ingiustificato. Terence si schiarì la gola.
Uscirono al piano terra senza guardarsi.
Solo fuori, all’aria fredda del mattino, riuscirono finalmente a respirare.

— Ehm… — disse lui — Ti va un passaggio?
- Ok grazie, così evito di trascinare questo macigno fino alla metro.

In auto, l’imbarazzo si sciolse piano. Terence parlava, gesticolava con una mano sul volante.
— La nuova compagnia è… intensa. Molto diversa da quella di prima. E Romeo… — sospirò — Romeo non è una passeggiata. È tutto passione, slancio, contraddizione. Mi ci sto buttando dentro, ma mi farà a pezzi.

Candy lo ascoltava, guardandolo di profilo.
— Chi fa Giulietta? — chiese all'improvviso, con un tono casuale.
Terence esitò un istante.
— Susanna.

Il nome cadde nell’abitacolo come qualcosa di freddo.
Candy sentì lo stomaco stringersi. Cercò di mantenere l’espressione neutra.

— Ah.
— Sì — continuò lui, ignaro o forse troppo concentrato — È molto brava. Hanno pensato fosse la scelta più… naturale.

Naturale.
Candy annuì lentamente, lo sguardo fisso fuori dal finestrino.
— Immagino.

L’auto si fermò davanti all’università. Terence si voltò verso di lei, finalmente attento al cambiamento nel suo silenzio.

— Candy…

Lei aprì la portiera.
— In bocca al lupo, Romeo — disse, con un sorriso che voleva mascherare altro.

Scese, chiuse la portiera e si allontanò senza voltarsi.
Terence restò fermo, con le mani sul volante, guardandola andare via.
E capì, con un leggero ritardo, che quel bacio interrotto forse non era stato l’unico a lasciare qualcosa in sospeso.

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Capitolo 12

🗽 New York, gennaio 2026

La sera Terence la invitò nel suo appartamento. Le aveva mandato un messaggio sul telefono: ci sarebbe una bottiglia di champagne da finire, se ti va. Firmato TG.

Candy bussò all’appartamento, ancora un po’ rigida per la giornata, ma curiosa di capire come sarebbe andata la loro chiacchierata. Lui aprì subito, con un sorriso che cercava di apparire disinvolto ma tradiva un certo sollievo.
Candy entrò, chiudendo la porta alle spalle, e notò l’aria familiare eppure diversa dell’appartamento. Tutto sembrava più accogliente, più intimo.

— Sei sicuro di volerlo fare? — chiese, indicando il tavolino dove la bottiglia e due calici l’aspettavano.

— Certo — rispose lui, versando il primo bicchiere. — E poi… diciamocelo: non ho intenzione di lasciarmi scoraggiare da un piccolo dettaglio teatrale.

Candy alzò lo sguardo, sospettosa.
— Piccolo dettaglio teatrale? — ripeté, incuriosita e già un po’ preoccupata.

Terence la guardò, con un sorriso malizioso ma deciso.
— Sai di cosa parlo — disse, con tono leggero, quasi da scherzo. — Non devi preoccuparti… alcune cose sembrano importanti, ma in realtà non lo sono. Fidati: non c’è niente che possa cambiare il fatto che questa… — fece un gesto con il bicchiere verso di lei — …questa situazione qui, io la prenda molto sul serio.

Candy lo fissò, cercando di capire se stesse scherzando o parlasse davvero sul serio. Lui sollevò un sopracciglio, come a dire "vedi? sto parlando sul serio", ma senza rompere l’ironia che lo rendeva sempre così imprevedibile.

— Ah, e quindi… — disse Candy, con un mezzo sorriso — posso rilassarmi?
— Assolutamente — rispose lui, posando il bicchiere sul tavolino e avvicinandosi appena. — Nessuna piccola diva del palcoscenico potrà farmi cambiare idea.

Candy sentì un calore diffondersi nel petto. Era l’ennesima volta che Terence, con leggerezza e sicurezza insieme, riusciva a rassicurarla senza nemmeno nominarla.

— Bene — mormorò lei, finalmente lasciando andare parte della tensione. — Allora… brindiamo a questo momento.

Terence si versò un altro sorso di champagne, poi posò il bicchiere e si rivolse a Candy con quel sorriso a metà tra la sfida e il complice:

— Sai… — disse, abbassando appena la voce — penso che potremmo riprendere da dove siamo stati interrotti... stamattina.

Candy sentì il cuore saltare un battito. L’aria si fece immediatamente più elettrica, come se il piccolo appartamento fosse diventato un luogo sospeso tra realtà e desiderio. Si accorse di quanto fosse pericoloso: Terence aveva la calma di chi sa di potersi spingere oltre i limiti, eppure stava scegliendo di trattenersi. Ma sapeva che, se avesse voluto, lei non avrebbe avuto scampo.

— Tu… sei pericoloso — mormorò, cercando di scherzare ma con la voce tremante.
— Solo se mi dai il permesso — rispose lui, avvicinandosi di un passo. Lo sguardo era intenso, la mano vicina al suo viso senza sfiorarla ancora, un invito silenzioso.
Candy inspirò profondamente.
— Lo… ammetto — proseguì Terence, come se stesse confessando un peccato — tutto il giorno, in teatro, non sono riuscito a concentrarmi. Ogni volta che cercavo di recitare, ogni battuta, ogni gesto… non facevo altro che pensare a questo momento. A te.

Candy sentì un brivido lungo la schiena, il viso caldo. Le parole lo rendevano incredibilmente vicino, più reale, più irresistibile.

— Capisco… — riuscì a sussurrare, senza poter distogliere lo sguardo dai suoi occhi.

Terence si fermò a un respiro di distanza, come se misurasse quanto spingersi senza superare il limite. L’aria tra loro era densa, elettrica, quasi palpabile. Un silenzio carico, dove ogni parola non detta pesava più di mille frasi.
Candy si rese conto di quanto fosse facile per lui guidarla, come se tutto il controllo fosse nelle sue mani. Eppure, non c’era costrizione, solo quel magnetismo innegabile, quell’equilibrio perfetto tra trattenersi e desiderare.

— Dici che… sto pericolosamente vicino al limite? — chiese Terence, con un mezzo sorriso.
— Sì… e forse è per questo che mi fai impazzire — confessò Candy, abbassando lo sguardo per un attimo.

Terence annuì lentamente, come se avesse capito tutto senza bisogno di parole.
Candy inspirò di nuovo, sentendo che l’attrazione tra loro non era più solo desiderio: era tensione, curiosità e qualcosa che nessuno dei due avrebbe voluto rompere.

~~~

La sera successiva fu Terence a varcare la soglia del piccolo bilocale di Candy.

— Spero che non ti dia fastidio il mio arrivo improvviso — disse, cercando di sembrare leggero, mentre appoggiava il cappotto sulla sedia.
— Improvviso? — rise Candy — Sei solo in ritardo cronico.
- Scusa...

L’appartamento era piccolo, ma accogliente. La cucina a vista, con pochi utensili e un microfrigo, il salotto con il divano letto aperto, il pavimento appena sgombro per far posto a un po’ di spazio.

— Allora, perdonami ma non ho champagne… patatine? — propose Candy, togliendo dal sacchetto qualche snack e versandolo in una ciotola. — E un film?
- Sono un tipo dai gusti raffinati, farò un'eccezione solo se quello che manca lo aggiungi tu - mormorò Terence alle sue spalle.

Candy gli lanciò un'occhiata mista di rimprovero e curiosità, mentre sceglieva uno dei pochi titoli disponibili sul piccolo schermo. 
Si sdraiarono sul divano letto, vicini ma non troppo. Terence sembrava stanco, il suo sguardo tradiva un giorno lungo e faticoso.

— Questo film è assurdo — disse Candy dopo pochi minuti, scrollando il capo. — È chiaro che lei ha ragione!
— Ragione? — Terence la guardò incredulo — Ma dai! Lui è molto più coerente.
— Coerente? Ma se sta sbagliando tutto! — ribatté Candy, fingendo di agitarsi.
— Vedi? — Terence sospirò, mettendosi comodo — Queste discussioni sul chi ha ragione sono pericolose. Non so se voglio correre il rischio di convincerti.
— Ah, capisco — replicò lei, con un mezzo sorriso ironico — Mi stai dicendo che vuoi mantenere la tua posizione di superiorità morale?
— Esattamente — ammise lui, trattenendo un sorriso, guardando dritto verso lo schermo.

Candy si girò verso di lui, osservando il profilo illuminato dalla luce della TV. Lui avvertì il suo sguardo e fece altrettanto, regalandole un sorriso dolcissimo. 
Parlarono a bassa voce per un po’, tra scherzi e battute sul film, ognuno difendendo la propria visione. Risero, si punzecchiarono, si scambiarono occhiate complici. Il tempo sembrava rallentare.

Ad un certo punto Terence si appoggiò contro lo schienale, chiudendo gli occhi per un attimo. Candy capì che era davvero stanco.
Il silenzio calò sul piccolo bilocale, spezzato solo dai suoni del film. Lentamente, senza rendersene conto, entrambi cedettero alla stanchezza. Si addormentarono vicini, ma ancora con quella distanza sottile che entrambi rispettavano.

Candy si svegliò due ore dopo. La stanza era immersa nel buio, rotto solo dalla luce fioca della strada che filtrava dalla finestra. Terence dormiva ancora, respirando piano e regolare.
Si sdraiò accanto a lui, lo osservò con attenzione, incapace di distogliere lo sguardo. I lineamenti rilassati, il respiro calmo, i capelli scuri leggermente arruffati sulla fronte… quanto era bello!
Un sorriso le sfuggì, in quel momento c’era solo lui, così vicino, così reale, così incredibilmente… perfetto.

Terence aprì lentamente gli occhi. In quell’ombra, i suoi occhi incontrarono quelli di Candy: splendenti e fissi su di lui.

Per un secondo il desiderio reciproco sembrò poter prendere il sopravvento. Poi Terence si mosse appena, cercando di respirare più lentamente.

— Mi dispiace — mormorò, la voce bassa ma ferma — di essermi addormentato. Si è fatto tardi… credo sia meglio che io vada.

Candy sentì un piccolo nodo al petto. Avrebbe voluto trattenerlo, allungare quel momento, assaporare ancora quell’intimità silenziosa. Avrebbe voluto dirgli - Non… non voglio che tu vada. Ma quella frase le tremò nella gola senza uscire.

Terence la guardò con quegli occhi blu che sembravano leggere ogni pensiero, e un sorriso appena accennato gli sfiorò le labbra. Non disse nulla, solo un gesto lento, come a dirle "lo so".

Candy chiuse lentamente gli occhi, respirando piano, consapevole che quel piccolo equilibrio tra desiderio e controllo era parte di ciò che li rendeva irresistibilmente vicini.

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Capitolo 13

🗽 New York, gennaio 2026

In quei giorni Terence sembrava vivere in teatro. Le prove per Romeo erano intense, serrate, Candy lo sentiva stanco anche solo al telefono. Si vedevano poco, troppo poco. Così, approfittando di una pausa tra una lezione e l’altra alla Grossmann Medical School, decise di fargli una sorpresa.

Il teatro non era lontano. Un edificio antico, con corridoi stretti che odoravano di legno, polvere e storia. Quando chiese di lui, qualcuno della compagnia le indicò il corridoio dei camerini.

— In fondo a destra.

Candy sorrise, il cuore che batteva più forte del dovuto. Si fermò davanti alla porta con il suo nome. Bussò piano. Nessuna risposta.

— Terence? — sussurrò.
Silenzio.

Convinta che semplicemente non avesse sentito, abbassò la maniglia e aprì appena la porta.
E si fermò.
Terence era di spalle, davanti allo specchio. Si stava cambiando. Indossava solo l’intimo, i muscoli delle spalle tesi, i capelli scuri ancora un po’ umidi. Candy ebbe appena il tempo di rendersi conto che lo stava guardando… quando i loro sguardi si incontrarono nello specchio.
Lui la vide riflessa dietro di sé.
Lei vide se stessa diventare paonazza nel riflesso. Per un secondo eterno nessuno dei due si mosse.

— Oh — disse Terence, con una calma sorprendente, mentre un angolo della bocca si sollevava appena.

Candy invece reagì in modo molto meno teatrale.
— SCUSA! — esclamò, richiudendo la porta di colpo.
Si appoggiò al muro del corridoio, il cuore impazzito, le guance in fiamme.
Complimenti, Candy. Ottima sorpresa.

Dall’interno del camerino si sentì un rumore, poi la voce di Terence, trattenuta ma chiaramente divertita:
— Sai… di solito quando qualcuno entra così è perché vuole farmi svenire.

Candy si coprì il viso con le mani.
— Giuro che volevo solo salutarti.
— Missione compiuta — rispose lui — anche in modo… decisamente memorabile.

Lei rise piano, ancora imbarazzata, mentre dietro quella porta Terence finiva di vestirsi, con il battito decisamente accelerato. Perché, sotto la pressione del ruolo, della stanchezza e delle prove, una cosa gli era diventata improvvisamente chiarissima: anche una semplice sorpresa poteva rimettere tutto in pericoloso equilibrio.

La porta del camerino si aprì pochi minuti dopo. Candy stava ancora fissando una locandina sul muro, fingendo un interesse che non aveva, quando sentì il lieve rumore dei passi alle sue spalle.

— Puoi girarti adesso — disse la voce di Terence, divertita ma più morbida del solito.

Lei si voltò piano.
Terence era vestito: maglia scura, pantaloni comodi, i capelli ancora un po’ scompigliati. Nulla di straordinario… eppure Candy sentì lo stesso un tuffo allo stomaco.

— Io… — cominciò, poi si fermò — giuro che non era un piano perverso.
— Peccato — ribatté lui, incrociando le braccia con aria teatrale — stavo per farmi un’idea molto più interessante di te.

Candy scoppiò a ridere, finalmente sciogliendo l’imbarazzo.

— Mi avevano detto che eri qui, ho bussato… nessuno rispondeva…
— Errore da principiante — la interruppe — mai entrare senza risposta in un camerino. Rischi di vedere cose che non potrai più dimenticare.

Lei arrossì di nuovo.
— Non dire così, già mi perseguiterà negli incubi.
- Ah grazie tante! In un solo colpo hai distrutto completamente il mio ego di maschio alfa.
Candy sorrise con l'aria colpevole. Terence la osservò per un istante, poi il sorriso si fece più dolce, meno ironico.
— Sono contento che tu sia venuta — disse piano. — Anche se… decisamente nel momento meno adatto.
— Lo so — ammise Candy — so che sei sotto pressione. Volevo solo vederti. Cinque minuti.
— Cinque minuti rubati sono i migliori — rispose lui, avvicinandosi appena, ma fermandosi a una distanza rispettosa.

Tra loro tornò quel silenzio carico, quello che non metteva a disagio ma faceva battere il cuore più forte.

— Come va, Romeo? — chiese lei, cercando di riportare un tono leggero.
Terence sospirò.
— È… difficile. Bellissimo, ma difficile. E a volte mi sembra di non essere mai abbastanza.
Candy lo guardò con attenzione, poi sorrise.
— Lo sei. Anche quando non te ne accorgi.
— Tu sei pericolosa anche vestita — mormorò, mezzo serio, mezzo scherzoso.
— Ora stai esagerando.
— No — rispose lui, abbassando la voce — ora sto solo dicendo la verità.

Un rumore lontano, una voce che chiamava da fondo corridoio, li riportò alla realtà.

— Devo tornare — disse Terence, riluttante.
— Lo so.

Si scambiarono un ultimo sguardo, lungo, intenso, ma trattenuto.

— Grazie per la sorpresa — aggiunse lui.
— La prossima volta busserò due volte — promise Candy.
— Tu sei l'unica che può entrare senza bussare - le sussurrò all'orecchio prima di salutarla.
Lei sorrise e si allontanò, sentendo il cuore più leggero.
Terence rimase a guardarla andare via, poi si voltò verso il camerino. Le prove potevano continuare. Ma la sua concentrazione… quella sarebbe stata un’altra storia.
Si appoggiò allo specchio, inspirando a fondo. Il riflesso che lo fissava non era quello sicuro e ironico che mostrava agli altri durante le prove. Era stanco. Teso. E decisamente meno lucido di quanto avrebbe voluto.

Geniale, Granchester, pensò. Fatti trovare mezzo nudo dalla ragazza che stai cercando disperatamente di non spaventare.
Eppure non era l’imbarazzo a tormentarlo davvero. Era stato lo sguardo di Candy.
Quel modo silenzioso, attento, quasi reverente con cui lo aveva osservato. Non c’era malizia. Solo stupore. E qualcosa di più profondo, che gli si era infilato sotto pelle senza chiedere permesso.

Si passò una mano tra i capelli.
Da quando aveva ottenuto il ruolo di Romeo, tutto si era fatto più complicato. Le aspettative, la pressione, il bisogno costante di essere all’altezza. Il teatro era sempre stato il suo rifugio, il luogo dove poteva trasformarsi in qualcun altro. Ma ora, paradossalmente, era proprio lì che faceva più fatica a restare concentrato.
Perché in ogni pausa, in ogni silenzio, in ogni respiro tra una battuta e l’altra… tornava lei.

Il modo in cui lo guardava mentre dormiva (perché lui in realtà non dormiva!).
Il bacio interrotto in ascensore.
Quella distanza volontaria che entrambi si ostinavano a mantenere, come se fosse una regola non scritta ma necessaria.
Terence chiuse gli occhi per un istante.
Non voleva bruciare le tappe. Non con lei. Candy non era una parentesi, non era una distrazione. Era qualcosa che cresceva piano, e proprio per questo faceva paura.

Se mi lasciassi andare davvero…
Non finì il pensiero. Sapeva già la risposta.

Si raddrizzò quando sentì delle voci nel corridoio. La compagnia lo stava aspettando. Romeo lo stava aspettando. Un ruolo che parlava di slancio, di passione, di amori impossibili.
Ironico, no?

Prese il copione e prima di uscire lanciò un ultimo sguardo allo specchio.

— Concentrati — si disse sottovoce.

Ma mentre apriva la porta del camerino, capì che non era Candy a distrarlo dal teatro. Era il fatto che, per la prima volta dopo molto tempo, qualcuno lo stava vedendo davvero. E quello… era molto più difficile da interpretare di qualsiasi battuta di Shakespeare.

Candy camminava più in fretta del necessario lungo il marciapiede davanti al teatro, come se accelerare potesse mettere distanza non solo dai muri alle sue spalle, ma anche dall’immagine che continuava a riaffiorare davanti ai suoi occhi.

Terence.
Lo specchio.
Quello sguardo incrociato per un istante infinito.

Sentiva ancora il calore salirle alle guance. Viola, si era sentita davvero. Non per ciò che aveva visto, ma per ciò che aveva provato. Un misto di sorpresa, desiderio e una tenerezza improvvisa, quasi spiazzante.

Aveva chiuso quella porta troppo in fretta.

Si fermò un momento, appoggiandosi al muro, stringendo la tracolla della borsa come fosse un’ancora. Il cuore le batteva ancora troppo forte per una visita che avrebbe dovuto essere semplice, leggera. Una sorpresa innocente.

Invece aveva scoperchiato qualcosa di molto più grande.

Non era stata la nudità a sconvolgerla. Era stata la vulnerabilità. E lei… lei si era sentita ammessa a qualcosa di prezioso.

Riprese a camminare, direzione università, ma la testa era rimasta lì. Nel camerino. Nel silenzio carico che aveva preceduto la sua fuga.

Avrà pensato che sono una stupida.
O peggio, che l’ho fatto apposta.

Eppure conosceva Terence abbastanza da sapere che non l’avrebbe giudicata così. Lui era attento. Intelligente. Pericolosamente capace di leggere tra le righe.
Ed era proprio questo a farle paura.

Da giorni viveva in una sospensione continua: baci interrotti, parole non dette, distanze mantenute con uno sforzo quasi fisico. Ogni incontro sembrava sul punto di far crollare tutto, e allo stesso tempo nessuno dei due osava spingersi davvero oltre.
Alzò lo sguardo verso il cielo grigio di New York. Si rese conto che stava sorridendo, nonostante tutto. Un sorriso piccolo, segreto.
Perché sotto l’imbarazzo, sotto la confusione, c’era una certezza che ormai non poteva più ignorare: Terence non era solo una tentazione. Non era solo un attore brillante, né un ragazzo affascinante.
Era qualcuno che le faceva venire voglia di restare. Di capire. Di rischiare, magari con cautela, ma sul serio.

E mentre varcava il portone della Grossmann Medical School, Candy pensò che forse — solo forse — quell’incidente nel camerino non era stato un errore. Ma un altro passo, inevitabile, verso qualcosa che entrambi stavano cercando di rimandare.
Invano.

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Capitolo 14

🗽 New York, gennaio 2026

Le luci del palco si spensero una a una, lasciando il teatro in quella penombra stanca che arrivava sempre alla fine delle prove. Il rumore delle sedie spostate, delle voci lontane, dei passi sul legno consumato riempiva l’aria. Terence stava raccogliendo le sue cose quando sentì la voce di Susanna alle spalle.

— Possiamo parlare?

Il tono era controllato, ma teso. Lui sospirò appena prima di voltarsi.

— Se è per la scena del balcone, ne parliamo domani.
— Non è solo la scena del balcone — ribatté lei, incrociando le braccia. — Sei distratto, Terence. E non lo dico solo io. Anche il regista te l’ha fatto notare. Più di una volta.

Lui serrò la mascella.
— Sto lavorando. Come sempre.
— No — insistette Susanna, facendo un passo avanti — Stai lavorando male. Questo spettacolo è importante. Per tutti noi. Non puoi permetterti di essere altrove con la testa.
Terence rise senza allegria.
— Davvero? E dimmi, dove sarei, secondo te?
Susanna esitò un istante, poi parlò più piano, ma con un taglio preciso:
— Non ho intenzione di rimetterci io solo perché tu… perché tu te la fai con una ragazzina.
Fu come se qualcosa si spezzasse di colpo.
— Basta.
La sua voce era cambiata, più bassa, dura. Susanna lo guardò sorpresa.
— Non azzardarti più a parlare così di lei né della mia vita privata — disse Terence, avvicinandosi di un passo. — Non ti riguarda. In nessun modo.
— Io sto solo dicendo che...
— No. Tu stai oltrepassando un limite — gli occhi di lui erano freddi adesso — noi siamo colleghi. Solo colleghi. È chiaro?

Il silenzio che seguì fu pesante. Susanna non rispose. Lo fissò, ferita e orgogliosa, ma Terence aveva già preso la giacca.

— Ci vediamo domani in prova — concluse, e se ne andò senza voltarsi.

L’auto sfrecciava tra le strade di New York mentre il cielo si faceva sempre più scuro. Terence guidava con una mano sola sul volante, l’altra tesa, le dita che battevano nervose. La discussione continuava a ronzargli in testa, mescolata alla stanchezza, alla pressione, a quel pensiero fisso che cercava inutilmente di scacciare.
Candy.
Quando la vide uscire dall’università, lo zaino in spalla e il sorriso aperto, qualcosa dentro di lui si allentò… e allo stesso tempo si complicò.

— Ehi! — disse lei, salendo in macchina. — Sei in anticipo oggi.
— Le prove sono finite prima — rispose lui, forzando un mezzo sorriso.
Candy lo osservò per un secondo di troppo. Conosceva ormai quell’ombra sul suo volto.
— Tutto bene?
Terence mise in moto, lo sguardo fisso davanti a sé.
— Sì. Solo… una giornata lunga.

Lei non insistette subito. Si limitò a poggiare lo zaino ai piedi e a guardarlo di profilo. C’era qualcosa di diverso, una tensione che non dipendeva solo dalla stanchezza.

— Sai — disse piano, cercando di alleggerire — oggi ho finito prima anch’io. Pensavo quasi che non ti avrei visto.

Lui annuì, poi finalmente la guardò. E in quello sguardo Candy colse tutto: la rabbia trattenuta, il peso delle aspettative, la fatica di reggere ruoli troppo grandi.

— Sono felice di vederti — aggiunse lei, con semplicità.
Terence inspirò a fondo.
— Anch’io.

Ma Candy lo sentì chiaramente: qualcosa si stava muovendo sotto la superficie. Qualcosa che presto avrebbe chiesto di essere affrontato.

Prima di rientrare, Terence le propose di fare una passeggiata. Camminarono senza una meta precisa, lasciandosi alle spalle le luci più vive del viale. Central Park, a quell’ora, sembrava trattenere il respiro: pochi passi lontani, il fruscio secco delle foglie gelate sotto le scarpe, il freddo che pizzicava il viso.

Candy parlava per scaldarsi, come faceva sempre.
— Oggi il professor Calemann ha deciso che spiegare l’anatomia del torace con delle metafore teatrali fosse una buona idea — raccontava, gesticolando sotto il cappotto. — A un certo punto ha paragonato il diaframma a una tenda che si apre sul palcoscenico. Ti giuro, metà aula era sconvolta, l’altra metà rideva.

Terence la ascoltava in silenzio, con quell’attenzione quieta che riservava solo a lei. Sorrise appena e, quasi senza pensarci, le passò un braccio attorno alla vita. Un gesto naturale, istintivo, come se fosse sempre stato lì.
Candy si avvicinò di più, continuando a parlare, ma la voce le si fece più morbida. Il calore del suo corpo era un contrasto netto con l’aria fredda.
D’un tratto Terence si fermò.
Candy alzò lo sguardo, sorpresa. Lui la strinse, più forte. 
— Mi sei mancata — le sussurrò, la voce bassa, vicina all’orecchio.
Quelle parole le scivolarono addosso come una scossa lieve. Candy deglutì, sentendo il cuore accelerare.
— Anche tu — rispose piano, senza distaccarsi. — Sempre, quando non ci sei.

Restarono così, fermi in mezzo al viale, respirando lo stesso silenzio. Non c’era fretta, né bisogno di aggiungere altro. Solo la certezza, improvvisa e delicata, che quell'essersi mancati a vicenda era diventato qualcosa di troppo grande per essere ignorato.
Terence sentiva il bisogno quasi fisico di mettere un argine a quello che stava crescendo tra loro. Renderlo più sicuro, più definito. Eppure ogni volta che provava a trovare le parole giuste, qualcosa lo frenava. Aveva paura di dire troppo… o troppo poco. Di sapere, e allo stesso tempo di non voler sapere davvero.
Si chinò appena verso di lei e iniziò con piccoli baci leggeri, quasi esitanti, sulla tempia, lungo l’attaccatura dei capelli. Un gesto tenero, apparentemente innocuo, ma carico di tutto ciò che non stava dicendo.
Candy sentì le gambe cedere all’improvviso, come se il corpo avesse deciso prima della mente. Gli afferrò le braccia e poi gli scivolò al collo, stringendosi a lui per non perdere l’equilibrio.
Terence accolse quel gesto come una resa silenziosa. Il suo autocontrollo si spezzò.
La baciò con più decisione, un bacio profondo, intenso, vorace, che non aveva più nulla di prudente. In quell’istante seppe con una chiarezza quasi dolorosa che, se non fossero stati lì, sotto il cielo freddo di Central Park, con il mondo ancora a pochi passi, l’avrebbe presa senza esitazioni. Non per impulso soltanto, ma per bisogno.

Quando si separarono, fu solo per mancanza d’aria.
Candy lo guardò, il respiro corto, le labbra socchiuse, gli occhi caldi e lucidi. In quello sguardo c’era tutto: la comprensione, il desiderio, la consapevolezza improvvisa di quanto fossero pericolosamente vicini a un punto di non ritorno. Aveva capito.
E Terence lo capì a sua volta, nel modo più netto possibile.
Non servivano parole. Tra loro era già stato detto tutto.

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Capitolo 15

🗽 New York, 28 gennaio 2026

Il compleanno di Terence arrivò in mezzo a una settimana frenetica, come tutto nella sua vita in quel periodo. Ventitré anni. Gli sembravano insieme tantissimi e pochissimi.
La compagnia teatrale aveva organizzato una cena “obbligatoria”, come l’aveva definita il regista con quel sorriso furbo che non ammetteva repliche.
— Serve affiatamento, ragazzi. E un po’ di vino aiuta sempre — aveva sentenziato.
Terence, però, aveva una sola certezza: voleva Candy con sé.
Glielo disse quasi con noncuranza, come se non fosse una richiesta importante. Candy esitò. Non amava quel tipo di ambienti, né l’idea di sentirsi fuori posto tra attori che sembravano muoversi tutti sullo stesso palcoscenico invisibile. Alla fine, però, cedette. Per lui.

Il ristorante era uno di quelli in cui ti senti osservata anche quando nessuno ti guarda davvero. Luci calde, tovaglie candide, bicchieri che tintinnavano piano. Candy si sedette accanto a Terence, cercando di non irrigidirsi.

Susanna arrivò qualche minuto dopo, impeccabile come sempre. Abito scuro, sorriso studiato. Si fermò un istante a guardarli, poi si sedette di fronte.

— Allora… — disse, posando lo sguardo su Candy come si osserva un oggetto curioso — tu sei quella dell’università.
Candy sorrise educatamente.
— Sì. Studio medicina.
— Interessante — commentò Susanna, allungando la parola. — Deve essere… dura. Immagino che con tutti gli impegni di Terence non sia facile stargli dietro.
Prima che Candy potesse rispondere, Terence sollevò lo sguardo dal menu.
— In realtà è molto semplice — disse con tono calmo. — Ci veniamo incontro. Come fanno le persone adulte.
Susanna alzò un sopracciglio, poi sorrise.
— Certo. È solo che il teatro richiede una dedizione totale. A volte è difficile capirlo, da fuori.
— È vero — intervenne Candy, con voce gentile. — Ma per fortuna Terence è molto bravo a spiegarsi.
Terence le lanciò un rapido sguardo, divertito, poi tornò a Susanna.
— E io sono anche molto bravo a scegliere chi voglio accanto, dentro e fuori dal palco.

Il sorriso di Susanna si incrinò appena.
Più tardi, tra una portata e l’altra, lei tornò all’attacco.
— Candy, vero? — disse, roteando il bicchiere. — Devi sapere che Romeo è un ruolo totalizzante. Le prove, le repliche… la tensione. A volte Terence torna a casa distrutto. 
Fece una pausa, poi aggiunse:
— Spero che tu non lo prenda sul personale, se dovesse diventare… assente.

Terence appoggiò lentamente la forchetta.
— Susanna, ti ringrazio per la premura — disse con voce pacata, quasi gentile. — Ma non credo che la mia vita privata rientri nel programma delle prove.

— Oh, non volevo...
— Lo so — la interruppe, senza alzare il tono. — Ma preferisco che resti privata.

Candy sentì un calore improvviso al petto.

Susanna bevve un sorso di vino, poi sorrise di nuovo.
— Beh, in ogni caso… — disse, guardando Candy — deve essere affascinante uscire con un attore. Anche se, si sa, gli attori vivono un po’ di illusioni.

Terence si voltò verso Candy.
— Vedi? — disse con un mezzo sorriso — È per questo che amo stare con te. Tu vivi nel mondo reale.
Poi tornò serio e guardò Susanna.
— E io pure. Sempre di più.

Il messaggio era arrivato. Chiaro. Elegante. Definitivo.
Candy abbassò lo sguardo, cercando di nascondere il sorriso. Terence le prese la mano sotto il tavolo, stringendola appena.
In quel gesto c’era tutto: una scelta, una posizione presa, senza bisogno di alzare la voce.

Ci fu ancora qualche battutina, ma Candy aveva ormai la forza di lasciarsele scivolare addosso. Guardava Terence ridere, parlare, essere al centro dell’attenzione, e lo riconosceva e allo stesso tempo no. Era affascinante vederlo così… e un po’ faticoso condividerlo.

Quando finalmente uscirono, l’aria gelida di gennaio li colpì in pieno volto.
— Ora festeggiamo davvero — disse Terence, infilando le mani nelle tasche del cappotto. — Solo noi due.
Tornarono a casa e salirono sul "loro tetto", il freddo era pungente, ma familiare. Le luci di New York sotto di loro, una bottiglia improvvisata, due bicchieri che tintinnarono piano.
— A te — disse Candy.
— A noi — rispose lui, correggendola.
Poi lei si schiarì la voce.
— Ho qualcosa da darti… ma dobbiamo scendere. L'ho dimenticata nel mio appartamento - precisò con una smorfia.
Terence la guardò incuriosito. 
Una volta dentro, Candy gli porse una busta. Lui la aprì e rimase immobile.
— Due biglietti per i Giants? — chiese incredulo. — Ma… tu odi il football.
— È vero — ammise lei, stringendosi nelle spalle. — Ma a te piace e poi... non importa cosa facciamo. Importa con chi.
- Quindi... un biglietto sarebbe per te! - esclamò come se lo avesse capito solo in quel momento.
Candy rimase interdetta - Beh...
- Potrei andare con Alan, lui è un vero appassionato, conosce tutto dei Giants, è incredibile!
- Come vuoi... il regalo è tuo, puoi decidere... - balbettò Candy cercando di nascondere la delusione. 
- Sto scherzando - la tranquillizzò ridendo, poi la guardò come se avesse appena ricevuto qualcosa di molto più grande di due biglietti. La baciò, piano, con gratitudine e attenzione, fermandosi prima che quel bacio potesse diventare altro. Il letto di Candy era lì, a pochi passi, e quella consapevolezza rendeva tutto più intenso.
Lei fu la prima a parlare, quando le liberò le labbra.
— Posso chiederti una cosa?
— Dimmi.
— Secondo te… i due ragazzi del diario… si sono ritrovati?
Terence non esitò neanche un secondo.
— Sì.
Candy lo fissò.
— Come fai a saperlo?
Lui sorrise appena, poi si fece serio.
— Perché l’amore vero non molla mai.
Candy sentì qualcosa sciogliersi dentro. Ed ebbe la sensazione che quella storia antica e la loro non fossero poi così lontane.

Poi ripensò alla cena, a come lui aveva messo al suo posto Susanna, a come aveva parlato del loro rapporto.
- E così io sarei il tuo mondo reale? - chiese timidamente, la voce più bassa del solito.
Terence sorrise dolcemente cogliendo subito l'allusione. 
- Ho detto così? - domandò fingendo di non ricordare, circondando i suoi fianchi con le braccia.
Candy gli dette un pizzicotto per punizione.
- Lo sei - rispose lui aggiungendo un piccolo bacio sulle labbra come conferma.
- Tu invece sei il mio mondo dei sogni - confessò Candy spiazzandolo, poi lo guardò, sorpresa dalla propria stessa confessione.
Terence rimase immobile per un istante, come se quelle parole gli avessero tolto il respiro.

— Il tuo mondo dei sogni… — ripeté piano. — Non so se è un complimento o una condanna.
— È entrambe le cose — ammise lei, sorridendo appena. — Con te mi sento… fuori equilibrio. Come se stessi camminando su qualcosa di fragile e meraviglioso allo stesso tempo.
Terence le portò una mano al viso, sfiorandole la guancia con il pollice.
— È esattamente come mi sento io — disse. — E credimi, Candy… non è una sensazione che provo spesso. O che lascio entrare.
Lei deglutì.
— Perché allora lo fai con me?
Lui la guardò negli occhi, senza ironia, senza difese.
— Perché con te non devo recitare.

Quelle parole la colpirono più di qualsiasi dichiarazione plateale.
Candy sentì il cuore stringersi e poi allargarsi, come se finalmente avesse spazio.

— Terence… — mormorò — io ho paura di te.
— Lo so — rispose lui subito. — Eppure sei ancora qui.
— Sì — ammise — perché ho ancora più paura di perderti.

Terence abbassò la fronte contro la sua.

— Questo non può accadere… io ti penso sempre. Quando studio, quando sono in scena, quando torno a casa stanco morto. Sei diventata il mio punto fermo senza chiedermelo. Io credo... di amarti.
Lei chiuse gli occhi.
— Ti amo anch'io — disse piano, come se dirlo ad alta voce potesse farlo tremare. — E mi spaventa da morire.
Terence sorrise, un sorriso vero, vulnerabile.
— Allora siamo in due.

Poi la baciò. Non fu un bacio impetuoso. Fu lento, profondo, necessario.
Come se entrambi stessero confermando qualcosa che sapevano già.

Candy si avvicinò di più, cercandolo senza pensarci, e lui la accolse con naturalezza, come se l’avesse sempre aspettata. Le mani di Terence erano attente, rispettose, ma cariche di un desiderio che non aveva più bisogno di essere nascosto.

— Dimmi di fermarmi… — mormorò contro le sue labbra.
Candy scosse la testa, appena.
— No.
Fu tutto ciò che servì.

Rimasero così, stretti l’uno all’altra, mentre il tempo sembrava sospeso. Il mondo esterno si era ridotto a un battito di cuore condiviso, a respiri che si intrecciavano e a mani che si cercavano senza esitazione.
Ogni carezza, ogni sguardo, era il riflesso di un sentimento profondo che cresceva da settimane, dall’incontro casuale sulle scale, dai momenti rubati, dai sorrisi e dai piccoli gesti che avevano costruito fiducia e desiderio.

Il loro bacio si fece più intenso, più urgente, ma non era solo passione: era riconoscimento, era comprensione di quanto si fossero trovati. Ogni movimento, ogni gesto, raccontava la storia di due cuori che finalmente si concedevano senza riserve.

Candy sentiva la sicurezza di Terence avvolgerla, la forza dei suoi sentimenti, e lui percepiva ogni sua esitazione trasformarsi in abbandono fiducioso. Non c’erano parole, solo la consapevolezza che quella notte, tra le mura silenziose e protette dell’appartamento, stavano affermando il loro amore.

Quando si separarono, il fiato era corto, gli occhi pieni di emozione. Non serviva altro: avevano vissuto qualcosa di intenso e irripetibile, la prova concreta che il loro legame era molto più forte di qualsiasi paura o incertezza.

Tra le braccia di Terence Candy capì che il suo mondo dei sogni aveva finalmente trovato un posto reale dove restare.

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Capitolo 16

🗽 New York, gennaio 2026

La prima cosa che Candy vide quando si svegliò fu la schiena di Terence, nuda, calda, così vicina da sembrare ancora parte di lei. Le sue dita ricordavano perfettamente ogni punto a cui si erano aggrappate nella notte, mentre lui... come se il corpo avesse una memoria propria, più viva della mente.
Un calore improvviso le salì al volto. Un misto di pudore e felicità la costrinse a voltarsi, ad alzarsi piano, quasi temesse di spezzare quell’incanto. Chiuse le tende lasciando fuori l’alba, come se potesse fermare il tempo. Voleva che quella notte non finisse. Voleva restare lì, sospesa.

Quando tornò sotto le coperte, il movimento bastò a svegliarlo. Terence si voltò appena, gli occhi socchiusi, il respiro ancora lento. Non disse nulla. Le si avvicinò e la strinse, come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se l’avesse sempre fatto. Candy rispose allo stesso modo, annullando gli ultimi millimetri che li separavano, intrecciando le gambe alle sue, cercando un contatto che non fosse solo fisico, ma totale.

Il semplice fatto di averla così vicina sembrava costringerlo a baciarla. Baci leggeri, morbidi, sulle labbra, che risvegliarono in lei immagini confuse, frammenti di sensazioni, un vortice dolce e travolgente che le fece chiudere gli occhi. Tutto ciò che avevano condiviso nella notte tornava a galla, non come ricordo, ma come promessa.

All’improvviso Terence si fermò. Lanciò uno sguardo alla sveglia sul comodino, alle spalle di Candy, poi tornò a lei con un mezzo sorriso.

— È ancora presto — mormorò, la voce roca, soddisfatta — abbiamo ancora qualche ora.

Candy sorrise piano. Sapeva che lui aveva avuto una tregua dalle prove, che il tempo, per una volta, era dalla loro parte.

— Che cosa vuoi fare? — sussurrò lei, quasi temendo la risposta.
— L’amore — rispose senza esitazione — e tu?
Ma non le lasciò il tempo di parlare. Cercò la risposta in ogni angolo della sua bocca, nel modo in cui le sue dita tracciavano la pelle, lente, sicure, come se stessero leggendo una lingua che conoscevano da sempre. Candy trattenne il respiro, poi si arrese.

— Anch’io…

Si amarono ancora. E poi ancora. Fino a quando il mondo fuori reclamò il suo spazio e il momento di alzarsi arrivò, inesorabile.

— Devo andare… non so come, ma devo — mormorò lui, con la fatica di chi non vorrebbe farlo.

Candy aprì le braccia, richiamandolo a sé senza dire una parola. Terence si piegò su di lei con un sorriso pieno, luminoso, il sorriso di chi ha appena vissuto la notte più bella della sua vita.

— Dimmi ancora quanto mi ami — gli chiese. Non era una richiesta. Era un bisogno.
— Da impazzire. Ti amo da impazzire.
Lei annuì, soddisfatta, finalmente serena.
— Bene… adesso puoi andare.
— Ah, grazie… — sorrise lui, con ironia tenera.

Si alzò a malincuore.
— Posso usare il tuo bagno?
— Puoi fare tutto quello che vuoi.

Lui si voltò sulla soglia, lo sguardo malizioso, colmo di significati.
— Ma come siamo accondiscendenti… chissà perché.

Candy sorrise, stringendosi le coperte addosso, mentre il cuore le batteva ancora forte. Perché, per una volta, non c’erano dubbi. Solo loro.

~~~

Terence entrò in sala prove con passo leggero, quasi distratto. Aveva il viso disteso, lo sguardo limpido, un’energia nuova che non cercava nemmeno di nascondere. Salutò con un cenno, posò la giacca, si allungò le spalle come se il mondo fosse improvvisamente meno pesante.

Susanna lo notò subito.
Era seduta su una sedia, copione sulle ginocchia, le labbra serrate. Il sorriso che sfoggiò quando lui si avvicinò non aveva nulla di gentile.

— Vedo che qualcuno è di ottimo umore — disse, con una voce fin troppo zuccherata.
Terence alzò lo sguardo, tranquillo.
— Si può ancora essere felici, no?
— Certo — ribatté lei — soprattutto dopo aver festeggiato il compleanno in… ottima compagnia.
Lui sospirò appena, come se avesse previsto quell’attacco.
— Non ricominciare, Susanna.
— Ricominciare? Io direi continuare. — Lei inclinò la testa, pungente. — la tua amichetta dev’essere stata molto… premurosa.

Qualcosa nello sguardo di Terence cambiò. La leggerezza si incrinò.

— Finiscila.
— Oh, andiamo — insistette lei — non fare il misterioso. Tutti sanno che…
— Tutti non sanno proprio niente! — sbottò lui, la voce più alta del necessario. — E tu non hai alcun diritto di parlare di lei. O di me.

Nella sala calò un silenzio improvviso. Alcuni attori si voltarono, altri abbassarono lo sguardo fingendo di concentrarsi sul copione.

— Qui siamo per lavorare, non per fare scenate — replicò Susanna, fredda, ma con gli occhi che brillavano di stizza.
— Le scenate le fai tu, provocando — rispose Terence, ormai teso — e sono stanco di sopportarlo.

— Terence. Susanna.
La voce del regista tagliò l’aria come una lama. Era fermo al centro della sala, le braccia conserte, lo sguardo severo.
— Se avete problemi personali, li lasciate fuori da questo teatro. Qui dentro esistono solo i personaggi e lo spettacolo. È chiaro?
Terence abbassò lo sguardo, respirò a fondo.
— Sì.
Susanna annuì appena.
— Chiarissimo.
— Bene — concluse il regista — allora torniamo alle prove. E vi consiglio di usare tutta questa energia sul palco. Ne avete bisogno.

Terence tornò al suo posto. Il sorriso era sparito, ma sotto la tensione restava qualcosa di saldo, intatto. Qualcosa che Susanna, per quanto cercasse di colpirlo, non riusciva più a togliergli.

~~~

Il rientro in università, quel pomeriggio, fu più complicato del previsto.
Candy attraversò il corridoio del dipartimento con lo zaino in spalla e la mente completamente altrove. I passi la portarono in laboratorio quasi in automatico, mentre i pensieri tornavano indietro, a quella mattina, a un sorriso, a una voce che le risuonava ancora addosso come un’eco.

Si infilò il camice con un gesto distratto, legò i capelli in fretta e si posizionò alla sua postazione. Davanti a lei, provette, becher, reagenti etichettati con precisione millimetrica. Tutto richiedeva attenzione, rigore. Tutto ciò che, in quel momento, lei non aveva.

— Candy, tutto bene? — le chiese una compagna, notando il suo sorriso assente.
— Sì, sì… certo — rispose lei troppo in fretta.

Prese una pipetta, regolò il volume senza guardare, convinta di sapere esattamente cosa stesse facendo. Versò il contenuto nel becher sbagliato.
Il risultato fu immediato.
Un leggero sbuffo, un odore acre che si diffuse nell’aria e una reazione troppo vivace per essere ignorata.

— Candy! — qualcuno esclamò alle sue spalle.

Lei fece un passo indietro, il cuore che accelerava all’improvviso. Il liquido iniziò a traboccare, sporcando il banco.

— Ferma tutto! — ordinò l’assistente, avvicinandosi di corsa.

In pochi secondi il laboratorio fu messo in sicurezza. Niente di grave, per fortuna, solo qualche materiale da sostituire e una bella lavata al piano di lavoro. Ma il silenzio che seguì pesava più di qualsiasi rimprovero.
L’assistente la guardò severo.
— In laboratorio non si può essere distratti. Mai.
Candy annuì, mortificata.
— Mi dispiace… è colpa mia.

Quando finalmente si sedette, con le mani ancora leggermente tremanti, si rese conto che non era stata la stanchezza a tradirla.
Era la felicità. Una felicità nuova, ingombrante, che le occupava la testa e le faceva dimenticare tutto il resto.

~~~

La sera li trovò di nuovo insieme, nell’appartamento di Terence.
Mangiarono qualcosa di semplice, seduti uno di fronte all’altra, le ginocchia che ogni tanto si sfioravano sotto il tavolo. Nessuno dei due aveva molta fame. Si osservavano, studiavano ogni minimo cambiamento: gli occhi più luminosi, i sorrisi che arrivavano senza essere chiamati, quella tensione dolce che vibrava nell’aria.

— Sei strana — disse lui a un certo punto, con un mezzo sorriso. — Assente.
Candy abbassò lo sguardo, poi scoppiò a ridere piano.
— Ho quasi fatto saltare un laboratorio.
Terence alzò le sopracciglia.
— Dimmi che non è vero.
— Ho sbagliato reagente. Per fortuna niente di grave, ma… — fece una smorfia — mi hanno guardata come se fossi diventata improvvisamente irresponsabile.
Lui rise, una risata calda, sincera.
— Allora siamo pari.
— Tu?
— Ho urlato contro Susanna. In sala prove. Davanti a tutti. — Scrollò le spalle. — Il regista ci ha rimessi in riga.
Candy lo fissò, sorpresa e orgogliosa allo stesso tempo.
— Hai urlato… per me?
Terence non rispose subito. Allungò la mano sul tavolo, intrecciando le dita alle sue.
— Per quello che provo. E perché sono stanco di fingere.

Quel semplice contatto fece tacere tutto il resto. Candy si alzò, lentamente, come se temesse di rompere qualcosa di fragile, ma in realtà stava solo seguendo un impulso inevitabile. Terence fece lo stesso. Si ritrovarono uno davanti all’altra, troppo vicini per ignorarlo.

— Vieni qui — mormorò lui.

Non ci fu bisogno di altro. Candy si lasciò attirare tra le sue braccia, il viso contro il suo petto, ascoltando il battito che accelerava sotto la maglia. Terence la strinse con decisione, come se volesse proteggerla da tutto ciò che avevano combinato quel giorno, da ogni errore, da ogni conseguenza.

Si baciarono senza fretta, con una fame diversa, più profonda. Non era solo desiderio. Era riconoscersi. Ritrovarsi. Sentirsi finalmente al posto giusto.
Quando si separarono appena, rimasero così, abbracciati, senza dire nulla.
Il mondo poteva anche aspettare.
Loro, per quella sera, avevano già tutto.

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Capitolo 17

🗽 New York, gennaio 2026

Finirono nel suo letto quasi senza rendersene conto, come se fosse l’unico posto possibile dopo tutto quel trattenersi. Quando tutto si placò, rimasero distesi uno accanto all’altra, i corpi ancora caldi, il respiro che lentamente tornava regolare.
Candy aveva la testa appoggiata sul suo petto, una mano aperta sulla sua pelle, disegnando cerchi distratti. Terence le passava le dita tra i capelli, in silenzio. Sembrava sereno, eppure qualcosa dentro di lui si stava muovendo.
Si irrigidì appena.

— A cosa pensi? — gli chiese lei, sentendolo cambiare ritmo.
Terence sospirò.
— Al laboratorio.
Candy sollevò il viso per guardarlo.
— Al… mio disastro di oggi?
— Anche — ammise lui. — Ma soprattutto al fatto che io non so nulla di quel mondo. Non so chi c’era, chi ti ha aiutata, chi ti guarda ogni giorno senza che io lo sappia.
Lei si tirò leggermente su un gomito, sorpresa.
— Terence…
— Lo so, è stupido — la interruppe, passando una mano sul viso. — Ma mi dà fastidio l’idea di non farne parte. Di immaginarti lì, circondata da gente brillante, concentrata, tutti quei… — accennò un sorriso teso — dottorini perfetti.
Candy scoppiò a ridere piano.
— Sei geloso.
— Sì — rispose senza negarlo. — E non mi piace esserlo. Ma l’idea che qualcuno possa guardarti come ti guardo io… — scosse la testa — mi manda fuori di testa.
Lei tornò a sdraiarsi contro di lui, stringendolo.
— Nessuno mi guarda come fai tu. E anche se lo facesse, non cambierebbe nulla.
Terence rimase in silenzio per qualche secondo, poi aggiunse, con tono a metà tra il serio e il provocatorio:
— Forse dovrei fare un salto alla Grossmann. Così vedo con i miei occhi quanti geni in camice ti fanno il filo.
Candy gli diede un colpetto sul petto.
— Sei ridicolo.
— Lo so — sorrise lui, finalmente più rilassato. — Ma almeno non sarei del tutto all’oscuro.
Lei alzò il viso e lo baciò piano, senza fretta.
— Può esistere qualcuno che possa farti concorrenza?
- Sì- rispose deciso - TG!
Candy sentì una fitta al petto, inspiegabile ma reale.
Lui continuò - Quando sei venuta da me in lacrime perché avevi letto che lui era partito... eri disperata... sul serio.
Ci fu una pausa, come se lei stesse raccogliendo i pensieri. 
- Non ti ho detto tutto a proposito di quel diario.
Terence sciolse l’abbraccio e si mise seduto sul letto, voltandosi verso di lei per guardarla in viso. Non c’era rabbia nei suoi occhi, solo un’attenzione tesa, concentrata.
— Dimmi.
Candy inspirò profondamente.
— All’inizio pensavo fosse solo una storia. Poi ho cominciato a notare delle… somiglianze.
Abbassò lo sguardo, poi lo rialzò, decisa ad andare fino in fondo.
— La ragazza del diario non ha i genitori. Come me. Il giovane duca è appassionato di Shakespeare, le recita Romeo e Giulietta. La chiama Lentiggini. — accennò un sorriso nervoso. — E lei nel diario lo indica sempre con due iniziali. TG.
Il silenzio che seguì fu quasi assordante.
— TG — ripeté Terence lentamente. — Come Terence Granchester.
Candy annuì.
— Lo so che sembra assurdo. Ma quando leggevo… era come se alcune cose mi parlassero direttamente. Come se quella storia mi stesse aspettando.
Terence la osservò per qualche secondo, poi scoppiò a ridere piano, passandosi una mano tra i capelli.
— Ok, fermiamoci un attimo. Stai dicendo che dovrei essere geloso di un duca del 1913?
— Non sto dicendo questo — protestò lei subito. — Sto cercando di spiegarti perché mi ha colpita così tanto. Perché a volte mi sono sentita coinvolta più del dovuto.
Lui si avvicinò di nuovo, più morbido.
— Candy… è una storia. Bellissima, se vuoi. Ma resta una storia di tanti anni fa.
— Lo so — disse lei. — Razionalmente lo so. Ma non tutto quello che sentiamo è razionale.
Terence le prese il viso tra le mani, costringendola a guardarlo.
— Ascoltami. Io non posso competere con un’idea, con un personaggio, con un fantasma romantico. Ma posso starti qui davanti. In carne e ossa. Con tutti i miei difetti.
Un sorriso storto gli piegò le labbra.
— E poi, diciamolo… se questo TG fosse davvero così perfetto, non sarebbe partito lasciandoti disperata, no?
Candy rise piano, finalmente.
— Messa così…
— Messa così, vinco io — concluse lui, tirandola di nuovo a sé. — E se qualche volta ti perdi in quelle pagine, va bene. Purché tu torni sempre qui.
Lei appoggiò la fronte contro la sua.
— Torno. Sempre.
Terence la strinse, e la gelosia lasciò spazio a qualcosa di più solido: la certezza di essere reale.

Dopo un intimo silenzio, Candy riprese l'argomento. 
- Mi piacerebbe conoscere la loro storia... sapere se un giorno si sono ritrovati... puoi aiutarmi?
- È così importante?
- Sì. 
- D'accordo - si arrese lui - da dove cominciamo?
- Non saprei... dalla St. Paul School di Londra?
- TG quando lascia Londra?
- Nell'autunno del 1913, si imbarca al porto di Southampton per venire a New York.
- Perfetto... potremmo consultare l'archivio del porto di New York, gli elenchi dei passeggeri di quell'anno e trovare un TG che corrisponde a quel poco che sappiamo... quanti anni aveva?
- 16.
- Coraggioso... o incosciente!
- Innamorato! - rispose Candy, sicura.

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Capitolo 18

🗽 New York, febbraio 2026
Archivio del porto

L’aria era densa di polvere e carta, e il profumo antico dei registri scritti a mano permeava ogni angolo. Candy e Terence si aggirarono tra scaffali pieni di fascicoli e libri ingialliti, cercando di abituarsi al silenzio solenne dell’archivio. 
Il responsabile, un uomo anziano con gli occhiali pendenti sul naso, li aveva guidati fino a una sezione riservata ai registri dei passeggeri.

— Qui troverete tutto — disse con voce roca — nomi, età, provenienza, destinazione. Ma dovrete avere pazienza. Questi registri non sono esattamente organizzati per comodità.

Terence annuì, già pronto a immergersi nel lavoro, mentre Candy sistemava i capelli dietro l’orecchio e apriva il primo volume.

— Allora… — sussurrò lei, iniziando la loro “caccia al tesoro” — cerchiamo TG, ragazzo di sedici anni, Londra–New York, autunno 1913.
I registri erano scritti con calligrafie diverse: alcuni eleganti e precise, altri tremolanti e irregolari. 

Dopo qualche pagina, Terence si fermò.
— TG… Thomas Garrison, diciotto anni. Partenza da Southampton, ottobre 1913… ma guarda un po’, sta registrato come “ritornante” sullo stesso viaggio… probabilmente già vissuto a New York. Non è il nostro.

Candy sfogliò un registro più spesso, gli occhi attenti alle iniziali:

— TG… Theodore Grant, quindici anni. Partenza settembre 1913… viaggiava con i genitori. È troppo giovane, e non corrisponde al fatto che il nostro ragazzo fosse solo.

Terence sospirò, scostando un po’ la polvere dal registro seguente:

— Ecco… Thomas Gallagher, diciassette anni, partenza novembre 1913. Ma è registrato come lavoratore stagionale a bordo, destinazione Boston. Non siamo a New York.

Candy fece una smorfia, un po’ frustrata ma divertita:

— Sembra che tutti i TG dell’epoca fossero impegnati altrove.

— Pazienza… — disse Terence, con la mano appoggiata sul registro successivo. — Il nostro c’è da qualche parte. Solo che… non si nasconde male, a quanto pare.

Passarono ore a sfogliare fascicoli, annotare date, confrontare età, confrontare il nome del padre o della madre quando presente. Ogni “TG” trovato era eliminato uno dopo l’altro, come se il destino stesse scherzando con loro.

— Thomas Gibson, sedici anni — disse Candy, indicando un registro — partenza novembre 1913, destinazione New York… ma viaggiava con la sorella maggiore. Non coincide.

— E poi c’è Theodore Graham, diciassette anni — aggiunse Terence — partenza ottobre, sì, New York, ma è segnato come “studente universitario”. Troppo avanti per il nostro ragazzo di sedici anni.

Alla fine, entrambi si appoggiarono contro il tavolo, stanchi ma determinati.

— Non possiamo scoraggiarci ora — disse Terence, guardandola con un sorriso lieve. — Ci deve essere un TG vero, che corrisponda a tutto quello che sappiamo. Solo che dobbiamo continuare a scavare.

Candy annuì, sentendo il cuore battere più forte. Ogni pagina sfogliata, ogni nome scartato, era un passo più vicino a ricostruire quella storia dimenticata. E forse, tra quei registri ingialliti, c’era davvero un ragazzo che aveva attraversato l’Atlantico nel 1913, in cerca di qualcosa che anche loro stavano tentando di ritrovare: l’inizio di un amore destinato a lasciare tracce nel tempo.

Le ore passate tra registri ingialliti e scritture eleganti avevano lasciato Candy e Terence più stanchi di quanto immaginassero. Ogni fascicolo sfogliato, ogni TG scartato, aveva aggiunto una piccola delusione: nomi sbagliati, età non corrispondenti, destinazioni diverse.

Candy chiuse con un sospiro pesante l’ultimo registro aperto. Gli occhi le bruciavano leggermente per la stanchezza e la frustrazione.

— Non c’è… — mormorò, quasi a se stessa. — Non c’è nessun TG che corrisponda.

Terence le passò un braccio attorno alle spalle, cercando di trasmetterle un po’ di calore.

— Lo so… — disse con voce calma, cercando di non far trapelare la propria delusione. — Ci abbiamo provato. È tutto ciò che possiamo fare.

Candy abbassò lo sguardo, mordendosi il labbro. La delusione le stringeva il petto: si era illusa che quei registri potessero svelare finalmente qualcosa di concreto, una traccia tangibile di quella storia che tanto l’aveva affascinata.

— Pensavo… — iniziò, con un filo di voce — che forse avremmo trovato almeno qualche indizio. Qualcosa che ci dicesse: “Sì, è esistito. Sì, c’è stata davvero quella storia.”

Terence strinse le mani attorno alle sue, sollevandole leggermente per incontrare i suoi occhi.

— E c’è stata, lei — disse, con decisione. — Anche se non possiamo vederla nei registri, anche se non sappiamo tutto di lui… quella storia è reale. Ha lasciato tracce. Dentro di noi.

Lei lo guardò, le lacrime trattenute sugli occhi, commossa dal suo sostegno.

— Ma io volevo… volevo che fosse più concreta, più… tangibile — ammise.

— Lo capisco — disse Terence, accarezzandole il viso. — Ma non sempre possiamo avere risposte certe. A volte bisogna accontentarsi di sentire, di ricordare. E noi possiamo sempre imparare da ciò che resta.

Candy si appoggiò a lui, lasciandosi cullare dalla sua presenza. Il senso di vuoto non sparì del tutto, ma la sua mano intrecciata alla sua la rassicurava.

— Ti va di tornare a casa? — chiese Terence, con un sorriso leggero. — Possiamo bere qualcosa di caldo e dimenticare un po’ la frustrazione.

— Sì… — rispose lei, con un piccolo sorriso che tradiva ancora un velo di tristezza. — Sì, andiamo.

Si alzarono insieme, raccogliendo i fascicoli con delicatezza, come a non ferire quei registri che avevano consultato invano. Fuori dall’archivio, l’aria fredda di New York li colpì, ma Candy si sentì stranamente più leggera. Terence le prese la mano, stringendola appena, e in quel gesto c’era tutta la consolazione e la certezza che, pur non trovando TG, avevano trovato qualcosa di molto più prezioso: loro stessi, insieme, reali e presenti.

~~~

Candy uscì dalla doccia avvolta nel vapore e nell’odore pulito del sapone. Terence era seduto sul letto, il diario aperto tra le mani. Non stava leggendo. Fissava una pagina come se avesse paura di quello che conteneva.

Si fermò sulla soglia.
— Che succede? — chiese piano.

Lui alzò lo sguardo. Nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso, un’ombra inquieta, un’emozione trattenuta a fatica.
— Ho trovato qualcosa… — disse. — C’è una doppia copertina. Era nascosta qui dentro.

Candy si avvicinò, il cuore che già batteva più forte.
— Che cosa?

Terence infilò due dita tra le pagine consumate ed estrasse un foglio piegato, ingiallito dal tempo. Lo tenne un istante, come se quel semplice gesto pesasse più di quanto avrebbe dovuto.
— Una lettera — mormorò. — Scritta da TG… per... Candy.

Per un attimo a Candy mancò il respiro. Quel nome sulle sue labbra suonò irreale, quasi proibito. Si sedette accanto a lui senza rendersene conto. Terence le porse il foglio.

Le sue mani cominciarono a tremare prima ancora di toccarlo. Quando lo aprì, il fruscio della carta le sembrò assordante. Abbassò lo sguardo su quelle poche righe… e il mondo intorno a lei, lentamente, smise di esistere.

~~~

Cara Candy,
come stai?
È passato un anno da allora... Trascorso quest'arco di tempo, mi ero ripromesso di scriverti, ma poi, preso dai dubbi, ho lasciato che passassero altri sei mesi.
Ora, però, mi sono fatto coraggio e ho deciso di inviarti questa lettera.
Per me non è cambiato niente.

Non so se leggerai mai queste mie parole, ma volevo che tu sapessi almeno questo.

T.G.

~~~

Candy teneva la lettera tra le dita come se potesse scaldarla. Lo sguardo era fisso su quelle poche righe, ma era chiaro che non le stava più leggendo. Le stava vivendo.
Terence era appoggiato allo stipite della porta, in silenzio. Aveva capito che quel momento non andava riempito subito di parole.

Fu Candy a parlare per prima.
— È questo che mi fa più male… — disse piano. — Non quello che c’è scritto. Ma quello che non c’è.
Terence si avvicinò, senza toccarla ancora. — Cosa?
Candy sollevò appena la lettera. — Non sapremo mai se si sono ritrovati. Se lei l’ha letta. Se lui è tornato. Se si sono persi per sempre o se hanno avuto almeno un’altra possibilità. È come… — deglutì — è come se la loro storia si fosse fermata a metà frase.

Terence si sedette accanto a lei. Questa volta le sfiorò la mano, piano, lasciandole lo spazio per tirarla via se avesse voluto. Candy invece intrecciò subito le dita alle sue.
— “Per me non è cambiato niente”… — mormorò. — Dopo un anno. Dopo un anno e mezzo. Come si fa a portare dentro qualcuno così a lungo e poi… sparire?
Terence abbassò lo sguardo sulle loro mani. — Non credo che sia sparito.
Candy scosse appena la testa. — Non lo sapremo mai.
— No — ammise lui. Poi alzò gli occhi su di lei. — Ma questo non vuol dire che non sia successo.
Candy lo guardò, incerta.
— A teatro — continuò Terence — ci sono storie che finiscono prima che il sipario si chiuda. Eppure non per questo smettono di esistere. Restano addosso agli attori. Restano in chi guarda. Restano vere, anche senza l’ultima scena.
Candy strinse la lettera. — Io volevo l’ultima scena.
— Lo so.

Rimasero un attimo in silenzio. Si sentiva solo il rumore lontano della strada.

— Forse si sono ritrovati — disse Terence piano. — Forse si sono incontrati per caso, da qualche parte, quando ormai non ci speravano più. O forse no. Ma in entrambi i casi… — esitò appena — lui l’ha amata abbastanza da scriverle dopo un anno e mezzo. Da dirle che non era cambiato niente. Questa… non è una storia a metà, Candy. È una storia intera, anche se fa male.

Candy sentì gli occhi bruciare.
— Fa male perché non posso salvarli — sussurrò.
Terence sollevò una mano e le sfiorò la guancia con il pollice. — Non devi salvarli. Non è il tuo compito.
— E allora qual è?
Lui la guardò con un’intensità quieta. — Lasciare che esistano. E non avere paura di vivere la tua storia.
Candy abbassò lo sguardo. Una lacrima scivolò, lenta.
— Ho paura che certe cose finiscano senza risposta.
Terence avvicinò la fronte alla sua. — Anche io. — poi aggiunse, quasi sorridendo: — Ma ho ancora più paura di non farle cominciare, le cose.
Candy chiuse gli occhi un istante, respirando il suo profumo.
— Se davvero non si sono ritrovati… — disse — allora è terribile.
— È terribile — concordò lui. — Ma è anche la prova che quello che hanno vissuto era reale. Perché solo le cose vere fanno così male quando non hanno un finale.

Candy si strinse contro di lui, appoggiando la fronte al suo petto. Terence la circondò con le braccia senza stringerla, come se le stesse solo promettendo di esserci.
— Qualunque cosa sia successa — mormorò — lui l’ha amata. E lei è stata amata. Questo nessun tempo glielo toglie.

Candy inspirò a fondo.
— Avrei voluto saperlo.
Terence posò le labbra tra i suoi capelli. — Forse non lo sai con la mente. Ma qualcosa, qui… — le sfiorò appena il cuore — credo che lo sappia.

E rimasero così, con una lettera del passato tra le mani e un presente che, piano, continuava a respirare.

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Capitolo 19

🗽 New York, maggio 2026

Quei tre mesi erano stati pieni come un respiro trattenuto troppo a lungo. Intensissimi. Eppure, guardandosi indietro, a Candy sembravano scivolati via in un battito di ciglia, come se il tempo avesse deciso di correre solo per lasciarle addosso le conseguenze.

Terence si era gettato nelle prove con una dedizione quasi feroce. Non studiava Romeo: lo abitava. Arrivava a teatro prima di tutti, se ne andava quando ormai le luci di servizio erano le uniche accese. Provava e riprovava le stesse battute finché la voce non gli si abbassava di un tono, finché il corpo non gli restituiva ogni gesto in modo istintivo, vero. Voleva essere il miglior Romeo possibile. Non per la critica. Non per il pubblico. Ma perché, in quel personaggio disposto a morire per amore, sentiva qualcosa che gli somigliava molto.
E in mezzo a tutto questo, aveva imparato anche a tenere a bada Susanna. Il suo sorriso studiato, le domande di troppo, quella curiosità che sapeva di territorio da marcare. Terence non la evitava: semplicemente non le lasciava spazio. Professionale, impeccabile, distante. E quando lei cercava di oltrepassare quella linea invisibile, lui la riportava indietro con una gentilezza ferma che non ammetteva repliche.

Candy, dal canto suo, aveva continuato a studiare con una concentrazione nuova, quasi ostinata. Come se avesse bisogno di radicarsi in qualcosa di solido mentre tutto il resto tremava. Niente più incidenti in laboratorio, niente distrazioni pericolose. Aveva sostenuto altri due esami, uno dopo l’altro, e li aveva superati con risultati che l’avevano sorpresa per prima. Ma non era solo orgoglio quello che provava: era la sensazione di stare costruendo qualcosa, mattone dopo mattone, mentre dentro di lei altre domande continuavano a muoversi.

E ora quella sera era arrivata.
L’anteprima di Romeo e Giulietta.

Candy era pronta. Pronta fuori — l’abito, i capelli, il trucco leggero — ma dentro? Era pronta a sedersi in platea e a guardare l’uomo che amava diventare qualcun altro? Pronta a vederlo baciare un’altra donna in scena? A sentirlo promettere eternità? A vederlo morire?

Mentre chiudeva la porta di casa alle sue spalle, ebbe un lieve capogiro, come se qualcosa stesse per spezzarsi o ricomporsi.
Forse entrambe le cose.
Quella sera non stava andando solo a teatro. Stava andando incontro a una parte di Terence che ancora non conosceva del tutto.

La platea era già quasi piena quando Candy prese posto. Le luci soffuse, il brusio eccitato del pubblico, il sipario ancora chiuso: tutto contribuiva a creare quell’atmosfera sospesa che lei aveva imparato ad associare al mondo di Terence.

Stringeva tra le dita il programma dello spettacolo senza leggerlo davvero. Conosceva ogni dettaglio: le prove infinite, le battute ripetute in cucina, i momenti di stanchezza, le notti in cui lui tornava distrutto eppure ancora acceso da un’energia nervosa.
Quella sera, però, non era la ragazza che lo aspettava fuori dal teatro. Era una spettatrice. Si sentiva una tra tante.
E questo la metteva stranamente in soggezione.

Quando le luci si spensero del tutto, il cuore cominciò a batterle più forte.

Il sipario si aprì.
Terence entrò in scena pochi minuti dopo.
E fu come se l’aria cambiasse.

Candy trattenne il respiro. Nonostante lo avesse visto recitare decine di volte, quella sera era diverso. Più intenso. Più centrato. La sua voce riempiva il teatro con naturalezza, il corpo seguiva ogni parola, ogni emozione. Non c’era traccia del ragazzo che la stringeva la notte, che scherzava in cucina, che si perdeva a guardarla mentre studiava.
C’era Romeo. E Romeo era magnetico.

Quando Susanna apparve come Giulietta, un moto istintivo attraversò Candy. Era bellissima, luminosa sotto le luci di scena, perfetta nel ruolo. E vederla così vicina a lui, sentirla parlare d’amore con la sua voce, guardarlo negli occhi… le provocò una fitta sottile, scomoda.

È solo teatro, si disse. È il suo lavoro.

Eppure, quando si toccavano, quando si cercavano sul palco, qualcosa in lei si irrigidiva.
Ma bastava spostare di nuovo lo sguardo su Terence per non sentirsi tradita… e allo stesso tempo orgogliosa. Era impossibile non esserlo.
Era bravo. Terribilmente bravo.

Atto dopo atto, la tensione si sciolse in ammirazione pura. Candy si ritrovò a sorridere, a emozionarsi, a dimenticare persino la gelosia. 

Le luci si fecero più fredde nell’ultimo atto.
Candy lo sentì prima ancora di rendersene conto: qualcosa stava cambiando. L’aria in platea era diversa, più tesa, più silenziosa. Anche il modo in cui Terence si muoveva sul palco non aveva più nulla dell’ardore luminoso di prima. Romeo non era più innamorato. Era disperato.

La scena del sepolcro la colpì come un pugno allo stomaco.
Il palco era immerso in una penombra azzurrata. Giulietta giaceva immobile, pallida tra i drappi chiari. Romeo entrò lentamente, come se ogni passo pesasse più del precedente. La voce di Terence si fece più bassa, spezzata, eppure chiarissima. Parlava di amore, di destino, di morte… e ogni parola arrivava fino a Candy con una precisione crudele.
Lei si ritrovò a stringere i braccioli della poltrona.
Quando Romeo si inginocchiò accanto a Giulietta, Candy sentì gli occhi bruciarle. Non stava più guardando uno spettacolo. Stava guardando lui.
Lui che diceva addio.
Lui che piangeva.
Lui che sceglieva di morire.
Terence sollevò lentamente la fiala. Ci fu un silenzio assoluto in sala.
Candy smise di respirare.
Lo vide portarla alle labbra. Lo vide bere. Lo vide vacillare. E poi cadere accanto a Giulietta, con un movimento lento, irreale, come se il corpo avesse perso improvvisamente peso.
Restò immobile.
Morto.

Un mormorio attraversò la platea, ma Candy non lo sentì. Aveva lo sguardo fisso su quel corpo disteso, su quel volto che conosceva in ogni dettaglio, ora vuoto, abbandonato, senza vita.
Una fitta improvvisa le attraversò il petto.
Non è vero, si disse. Sta recitando.
Ma l’immagine era troppo forte. Troppo credibile.

Quando Giulietta si risvegliò e cominciò a parlare, Candy quasi non riusciva più a seguirla. Vedeva solo Romeo. Terence. Disteso, immobile, con le braccia abbandonate lungo il corpo.
E per un attimo assurdo, irrazionale, ebbe paura.
Una paura vera.
Quando Giulietta, disperata, si uccise accanto a lui, Candy si portò una mano alla bocca. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Non si accorse nemmeno di aver cominciato a piangere.

Il sipario calò lentamente su quei due corpi.
E Candy restò lì, con il cuore che batteva troppo forte, come se dovesse convincersi da sola che lui era vivo. Che tra poco si sarebbe rialzato. Che l’avrebbe rivista sorridere.
Una voce fuori campo narrò la fine di quell'amore disperato che solo con la morte aveva trovato compimento. 

Ci volle il fragore improvviso degli applausi perché Candy si scuotesse.
Il sipario si riaprì.
Terence si alzò.
Vivo.
In piedi.
Sorridente.

Un applauso lungo, pieno, caldo. Qualcuno si alzò in piedi. Poi un altro. Poi quasi tutti.
Candy si ritrovò a battere le mani più forte degli altri, con un sorriso che le tremava sul volto.
Terence tornò in scena per gli inchini. Una volta. Due. Tre.
Quando si rialzò e cercò la platea, i loro sguardi si trovarono.
Nonostante la distanza, nonostante le luci, Candy ebbe la sensazione netta che stesse guardando proprio lei.
E le sorrise.

Il corridoio dietro le quinte era un formicaio. Attori, tecnici, amici, gente della compagnia, fiori, voci sovrapposte. Candy avanzava piano, stringendo tra le mani un piccolo mazzo improvvisato, sentendosi fuori posto in mezzo a quell’energia.

Il camerino di Terence era già pieno.
Risate, pacche sulle spalle, complimenti che rimbalzavano ovunque.

— Sei stato incredibile.
— Il miglior Romeo che abbiamo avuto da anni.
— Il pubblico era tuo, Terence.
Lui ringraziava, sorrideva, rispondeva a tutti. 

Poi, alzando lo sguardo oltre una spalla, la vide.
E tutto il resto smise di esistere.
Non esitò. Non concluse la frase che stava dicendo. Non cercò di essere educato.
Semplicemente si fece largo.
Candy lo vide arrivare verso di lei, con ancora addosso l’energia della scena, gli occhi accesi, il sorriso che non riusciva a trattenere.

— Ehi… — fece appena in tempo a dire.
Terence le prese il viso tra le mani e la baciò.
Davanti a tutti.

Non un bacio teatrale. Non un gesto da attore.
Un bacio vero. Profondo. Scoperto. Inequivocabile.

Per un attimo nel camerino calò un silenzio stupito, poi qualcuno rise, qualcun altro applaudì, qualcun altro ancora si voltò con discrezione.

Candy sentì il calore salirle alle guance, ma non si ritrasse. Gli posò le mani sul petto, come per ancorarsi a qualcosa di reale in mezzo a quell’irruzione improvvisa.

Quando si separarono, Terence appoggiò la fronte alla sua.
— Sei tu — mormorò, abbastanza forte perché lei lo sentisse. — Tutto questo… è per te.

Solo allora Candy si accorse di Susanna.
Era poco distante, immobile, con un sorriso disegnato sul volto rigido. Aveva visto tutto. Ogni secondo. Ogni gesto.
Per un istante i loro sguardi si incrociarono. Poi Susanna distolse gli occhi e, senza dire una parola, uscì dal camerino.

Terence non la seguì.
Non la guardò nemmeno.
Era già tornato da Candy.
Le prese i fiori dalle mani, li posò distrattamente su un tavolo e la strinse, come se solo adesso potesse finalmente respirare.

— Sei stato… — Candy cercò le parole, ancora un po’ stordita. — Sei stato incredibile.

Lui sorrise, ma non con l’orgoglio dell’attore. Con qualcosa di più semplice. Più nudo.
— No — disse piano — sono stato vero perché anch'io farei qualsiasi cosa per la mia Giulietta.

~~~

L’aria di maggio li accolse come una carezza tiepida quando uscirono dal teatro. Non c’era più il freddo tagliente dell’inverno, ma un vento leggero che muoveva appena le foglie degli alberi lungo il viale. Le luci dell’insegna illuminavano il marciapiede ancora animato: piccoli gruppi di spettatori commentavano lo spettacolo, qualcuno rideva, altri citavano battute, altri ancora aspettavano poco più in là con i programmi in mano.

Terence scese gli ultimi gradini del teatro e si fermò solo quando sentì Candy accanto a sé. Le sorrise, un sorriso diverso da quello di scena, più semplice, più suo.
Camminarono fianco a fianco, lasciandosi alle spalle il brusio. La città era ancora viva, ma meno rumorosa. Le finestre accese, i taxi che passavano lenti, il profumo lontano di fiori notturni portato dall’aria.

Candy intrecciò le dita alle sue.
— Quando eri lì… disteso — disse piano — mi si è stretto lo stomaco. Per un attimo ho dimenticato che stavi recitando.

Terence rallentò fino a fermarsi sotto un lampione. La luce calda gli disegnava il viso in modo morbido. Le prese entrambe le mani.
— Anch’io, in quel momento, non stavo più recitando — ammise. — Sentivo solo il bisogno di alzarmi… di tornare da te.

Candy deglutì, scossa da un’emozione improvvisa. Abbozzò un sorriso, ma gli occhi le brillavano.
— Sei stato… incredibile. E spaventoso.
Lui rise piano. — Meglio spaventoso che dimenticabile.

Si baciarono senza fretta, un bacio quieto, senza applausi né sipari, solo il rumore lontano della città e il fruscio delle foglie sopra di loro. Quando si staccarono, Terence appoggiò la fronte alla sua, innumerevoli gesto ormai abituale.

— Andiamo a casa.

Dentro l’ascensore, Candy gli si avvicinò di più, appoggiando la testa al suo petto. Il suo cuore batteva ancora forte, ma in modo regolare, rassicurante.
Quando entrarono nell’appartamento, il rumore della strada rimase fuori come se qualcuno avesse chiuso una porta anche sul resto del mondo. Terence appoggiò le chiavi, si voltò e la strinse subito, senza parole. Candy gli scivolò contro, respirando il suo odore, sentendo tutta la tensione della serata sciogliersi piano.

— Sono fiera di te — disse contro il suo petto. — Non solo per stasera. Per tutto.

Terence le sollevò il viso. — Io stasera sapevo solo una cosa: che tu eri lì.

La baciò di nuovo, più dolcemente che mai. Si spostarono verso la camera quasi senza deciderlo, seguendo una direzione naturale. La luce morbida della lampada li avvolse. Terence le sfiorò il viso, le spalle, come se stesse togliendo non vestiti, ma il peso dei giorni.

Quella notte non c’era bisogno di parole grandi, né di ruoli.
C’era maggio, con il suo respiro tiepido dalle finestre socchiuse.
E c’erano loro, distesi uno accanto all’altra, le mani intrecciate, i pensieri finalmente quieti.
Terence le passò un braccio attorno. — Sono qui.
Candy chiuse gli occhi, sorridendo. — Lo so.

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Capitolo 20

🗽 New York, maggio 2026

Candy si svegliò con la strana sensazione che ci fosse qualcosa di diverso nell’aria. Non era un sogno preciso, non era un rumore. Era più una vibrazione leggera, come quando sta per succedere qualcosa e il corpo lo sa prima della mente.

Si voltò nel letto. Terence era già sveglio. La guardava.

— Buon compleanno — disse piano.

Il sorriso che gli nacque sulle labbra era lento, pieno. Di quelli che non hanno bisogno di altro.

Candy sbatté le palpebre, sorpresa, poi rise. — Te ne sei ricordato per primo.

— Avrei potuto dimenticarlo o ignorare quel cerchio rosso che hai fatto sulla mia agenda? — rispose lui.
Candy ribatté con una linguaccia.

Si baciarono ancora mezzi addormentati, senza fretta, con quella tenerezza quieta che negli ultimi tempi sembrava avvolgerli in ogni gesto. Terence le accarezzò una guancia.

— Stasera cena fuori. 
— Fuori dove? 
— Elegante. E tu ti metti qualcosa che ti faccia sentire bellissima, anche se per me lo sei sempre. Al resto penso io.

Candy lo studiò, sospettosa. — Quando fai così mi preoccupi.
Lui sorrise soltanto.

La sera New York era luminosa, tiepida, quasi estiva. Il ristorante affacciava su una strada tranquilla di SoHo, luci soffuse alle finestre, vetrate ampie, tovaglie chiare. Non era ostentato, ma tutto parlava di cura, di attenzione, di un lusso discreto che Terence, adesso, poteva concedersi senza fingere.

Candy entrò e per un attimo si sentì fuori posto. Terence le prese semplicemente la mano, sfiorandola con le labbra.
Cenarono lentamente. Parlarono di tutto e di niente: delle prove, dell’università, di un professore assurdo, di una battuta sbagliata in scena. Ma sotto ogni parola c’era qualcos’altro, un’attesa trattenuta.

Quando portarono via il dessert, Terence si schiarì appena la voce.

— C’è ancora una cosa.

Tirò fuori dalla tasca interna della giacca una busta rigida, color crema. Non la porse subito. La guardò un istante, come se stesse scegliendo le parole.

— È da un po’ che non parliamo del diario — disse. — E forse è giusto così. Ma so che quella storia… non se n’è mai andata davvero, soprattutto dopo quella lettera, dopo quel nome... Nemmeno per me.

Candy si immobilizzò appena.

— A volte ho l’impressione — continuò lui — che tu porti Londra nel cuore, anche senza esserci mai stata. E che quella ragazza del 1913… abbia iniziato ad amare lì. Prima ancora di capire cosa stesse succedendo.

Le tese la busta.

— Così ho pensato che forse ti avrebbe fatto piacere vedere quel luogo con i tuoi occhi. Non per il diario. Non per TG. Ma per te.

Candy la prese. Le dita le tremavano un po’ mentre la apriva.

Biglietti aerei. Date. New York – Londra.

E sotto, un foglio con due parole scritte a mano:

Stratford-upon-Avon.

Per un istante non riuscì a dire nulla.

— Londra…? — mormorò. — E Stratford. La città di Shakespeare. — sorrise. 
— Pensavo che se esiste un posto che può tenere insieme tutto quello che siamo… forse è quello.

Candy alzò gli occhi su di lui. Erano lucidi.
— Terence… io…

Lui si sporse un poco verso di lei. — Non è una fuga. Non è una risposta. È solo un viaggio. Nostro.

Candy si alzò senza nemmeno rendersene conto, aggirò il tavolo e gli buttò le braccia al collo. Terence la strinse subito, ridendo piano contro la sua spalla.

— Sei matto. 
— Innamorato — la corresse.

Si separarono appena. Candy lo guardava come se stesse vedendo qualcosa di nuovo, qualcosa di più profondo.

— Hai pensato anche a loro… — disse piano. — Ho pensato a te. — le sfiorò la guancia. — E al fatto che certe storie non si cancellano. Si attraversano... come quella di Romeo e Giulietta. 

Candy inspirò a fondo, cercando di trattenere l’emozione.

— È il regalo più bello che potessi farmi.
— Aspetta di vedere Londra sotto la pioggia — sorrise lui. — Poi ne riparliamo.

Si baciarono, incuranti di tutto il resto. Intorno a loro il ristorante continuava a vivere, ma in quel piccolo spazio, tra un tavolo e una luce soffusa, c’erano solo due ragazzi e un viaggio che stava già iniziando.

E da qualche parte, lontano nel tempo, una storia che forse stava per tornare a parlare.

~~~

✈️ In volo verso Londra

L’aereo era immerso in una luce pallida, sospesa. Fuori, solo nuvole, come un mare immobile. Candy aveva abbassato lo schienale, ma non riusciva a dormire. Accanto a lei, Terence teneva gli occhi chiusi, le cuffie nelle orecchie. Il suo volto, rilassato, aveva qualcosa di incredibilmente giovane in quell’abbandono.

Candy lo osservò a lungo.
La linea della bocca. Le ciglia scure. Quel modo tutto suo di respirare, come se anche il petto seguisse un ritmo teatrale, profondo.
Senza volerlo, un’immagine si sovrappose.
Un ragazzo di sedici anni.
Un altro tempo.
Un altro viaggio.
TG.

Le tornò alla mente la lettera. La calligrafia incerta. Quelle parole che non avevano mai smesso di muoversi dentro di lei.
"Per me non è cambiato niente"

Candy deglutì piano.
Terence aveva la stessa espressione quando, dopo l’amore, restava immobile a guardarla. Serena. Assoluta. Come se il mondo potesse fermarsi lì.

E se anche TG l’avesse guardata così?
Se anche lui, su una nave del 1913, avesse avuto lo stesso volto assorto, la stessa tensione silenziosa tra il desiderio di partire e quello di restare?

Candy abbassò lo sguardo sulla mano di Terence. Le dita lunghe. Calde. Vive. Le stesse che la cercavano nel sonno, come se il corpo ricordasse prima della mente.

E se non fosse cambiato niente… perché si sono separati?
Il pensiero la colpì più forte.
Perché Terence, quando era sul palco e moriva come Romeo, le aveva fatto paura davvero.
Perché vederlo immobile, senza respiro, le aveva lasciato dentro una scia fredda che non dipendeva solo dal teatro.
Era assurdo. Lo sapeva.
Eppure qualcosa, guardandolo ora, le sussurrava che anche TG aveva avuto quel modo di occupare lo spazio. Di essere presenza. Centro. Rischio.

Un uomo che si ama così… non si dimentica.
Candy chiuse gli occhi per un istante.

Immaginò TG appoggiato a un parapetto, l’Atlantico davanti, una lettera in tasca, forse mai spedita. Immaginò le stesse domande che ora abitavano lei.
"Se per me non è cambiato niente… perché non sono tornato?
Perché ti ho lasciata andare?"

Si scostò appena e appoggiò la testa sulla spalla di Terence. Lui si mosse subito, istintivamente, togliendosi una cuffia, ancora mezzo addormentato.

— Tutto bene?
Candy annuì. — Sì… ti guardavo.

Lui sorrise piano, quel sorriso che le faceva sempre dimenticare dove si trovava, e intrecciò le dita alle sue.

In quel gesto semplice, Candy sentì due tempi sovrapporsi.

Il presente caldo di Terence.
E l’eco lontana di qualcuno che, più di un secolo prima, forse aveva intrecciato le dita nello stesso modo.

Stavano andando a Londra.
Candy pensò improvvisamente che non stesse solo seguendo un regalo. 
Candy cercava una certezza, la certezza che l'amore vero esiste e non si arrende.

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Capitolo 21

🗽➡️🇬🇧 Londra, maggio 2026

Londra li accolse con un cielo alto e irregolare, nuvole che correvano veloci come se non volessero fermarsi mai. L’aria era più fredda di New York ed aveva un odore diverso: pioggia, pietra, fiume.

Per Candy e Terence era il loro primo viaggio insieme. Il primo vero.
E si muovevano per la città con quell’entusiasmo un po’ disordinato di chi non ha ancora imparato a viaggiare in due e trova meraviglioso perfino perdersi.

Camminarono a lungo senza una meta precisa, attraversando ponti, infilando strade laterali, fermandosi a ogni angolo.

Davanti al Big Ben, Candy tirò fuori il telefono per scattare una foto. Terence si piazzò esattamente davanti all’obiettivo.

— Sei serio? — protestò lei ridendo.
— Certo. Sto dando profondità artistica allo scatto.
— Mi stai coprendo il Big Ben.
— Appunto. È un onore.

Finirono per ridere entrambi, con i turisti che li guardavano divertiti.

Nei musei camminavano più lenti. Candy si fermava davanti a ogni vetrina, a leggere le targhette, a osservare dettagli minuscoli. Terence, dopo dieci minuti, cominciava a perdere la pazienza.

— Tu sei il tipo di persona che si leggerebbe anche le istruzioni dell’estintore in un museo — commentò.
— È cultura.
— No, è accanimento.

Quando lei si girava per ribattere, lo trovava a guardarla invece che osservare le opere. E quello la faceva sempre sorridere.

Mangiarono fish and chips seduti su una panchina lungo il Tamigi, con le dita unte e il vento che le spettinava i capelli.

— Molto romantico — disse Candy, guardando la carta unta.
— Scusa — rispose lui serio. — La prossima volta ti porto a cena con la Regina.

La sera rientravano stanchi, con i piedi doloranti e la testa piena. Si sdraiavano sul letto dell’albergo a raccontarsi le cose viste, ma finivano quasi sempre per parlare di tutt’altro.

Di loro.
Di come si erano trovati.
Di quanto fosse strano pensare che, fino a pochi mesi prima, non esistevano l’uno per l’altra... o forse si.

~~~

Il giorno in cui andarono a cercare la St. Paul School, il cielo era basso e grigio.

Terence aveva trovato l’indirizzo su una vecchia mappa, sul telefono. Seguirono la strada in silenzio, come se entrambi sentissero che quella tappa aveva un peso diverso.

Quando arrivarono, però, si fermarono insieme.

Al posto dell’edificio che Candy aveva immaginato, mattoni, finestre alte, un cortile, c’era un centro commerciale. Vetrine luminose. Un’insegna moderna. Gente che entrava e usciva con borse colorate.

Candy restò immobile.
Il rumore della città le sembrò improvvisamente più forte.

— Forse… — iniziò Terence — forse l’hanno spostata. O rinominata.

Controllò ancora il telefono, poi alzò lo sguardo.

— No. È questo il posto.

Candy annuì, ma non disse nulla. Guardava quelle porte scorrevoli come se si fosse aperta una crepa tra quello che aveva immaginato e quello che esisteva davvero.
Dentro sentì qualcosa spegnersi piano.

— È stupido — disse infine, forzando un mezzo sorriso. — Era ovvio che dopo più di un secolo…
— Non è stupido — rispose subito Terence. — È normale rimanerci male.
Lei scosse la testa. — No, va bene così. Davvero. Non volevo nemmeno venire qui per questo.
Era una bugia gentile. E lui la riconobbe.
Terence non insistette. Le prese solo la mano.
— Vieni — disse — andiamo a cercare qualcosa di meglio. Tipo un posto dove vendono tè indecentemente costoso.
Candy rise piano. E lo seguì.

Ma mentre si allontanavano, si voltò di nuovo. Solo un istante.
Come se stesse salutando qualcosa che non aveva mai visto davvero.

~~~

Stratford-upon-Avon fu tutta un’altra storia.
Più piccola. Più silenziosa.
Case basse, travi scure, finestre fiorite.

La casa di Shakespeare era piena di visitatori, ma aveva un’atmosfera raccolta, quasi rispettosa. Camminarono tra le stanze cercando di immaginare voci, passi, risate lontane.

— Pensa nascere qui — mormorò Candy — e finire per scrivere qualcosa che il mondo recita da quattro secoli.

Terence non rispose subito.
— Forse è questo che mi fa paura di lui — disse poi — non è mai morto davvero.
Candy lo guardò. — Nemmeno tu morirai, se continui così.
Lui le sorrise storto. — Ah, quindi è deciso. Divento immortale.

Nella chiesa della Santissima Trinità, il silenzio era più profondo.

Camminarono lentamente tra le tombe fino a fermarsi davanti a quella di Shakespeare. Il nome inciso. Le date. Quelle parole così semplici per qualcuno così enorme.
Candy si sentì improvvisamente più piccola.
Pensò a TG.
A un ragazzo che amava Shakespeare abbastanza da portarlo con sé.
Pensò a Terence, a Romeo, a quella morte finta che le aveva fatto paura davvero.

Terence intrecciò le dita alle sue.
— A cosa pensi? — le chiese sottovoce.

Candy lo guardò. Negli occhi aveva luce. Vita. Presenza.
— Penso… che certe storie non finiscono mai davvero. Cambia solo il modo in cui vengono raccontate.

Lui strinse appena la sua mano.
— Allora raccontiamo bene la nostra.

Terence si chinò leggermente verso Candy, la voce bassa, come se temesse di disturbare la quiete del luogo:
— Shakespeare nacque qui a Stratford, nel 1564… — iniziò, accennando con la mano alle date incise sulla lapide — e scrisse le sue prime opere giovanissimo. Pensa, prima dei trentanni aveva già scritto “Romeo e Giulietta”…

Candy ascoltava, attenta, con gli occhi che brillavano di curiosità e meraviglia. Si accostò ancora di più a lui, le dita intrecciate alle sue.

Dietro di loro, una voce tremante ma chiara li interruppe:
— Che bello vedere un ragazzo così giovane appassionato di Shakespeare.

Si voltarono e videro una signora molto anziana, le mani piegate sul bastone, il viso segnato dal tempo ma con occhi vivaci.

Terence sorrise educatamente, abbassando la voce ma rivolgendosi comunque a Candy.

— Anche mio padre lo era — disse la signora, con un filo di nostalgia nella voce. — Mi ha insegnato a leggere e amare le sue opere fin da bambina. Non è meraviglioso vedere qualcuno che porta avanti quella passione?

Candy la guardò incantata. L’idea che l’amore per Shakespeare potesse attraversare generazioni le sembrava straordinaria. Terence le strinse la mano un po’ più forte.

— Sì… — mormorò lui, come per se stesso — è incredibile come certe passioni non muoiano mai.

La signora li osservò per un istante, poi annuì e fece un piccolo inchino con la testa.
— Godetevi il viaggio… e continuate a leggere, sempre. Non c’è niente di più prezioso.

Si allontanò lentamente, lasciandoli lì in silenzio, con lo sguardo fisso sulla lapide e la sensazione di aver condiviso un piccolo frammento di storia che legava passato e presente, Shakespeare e i suoi giovani ammiratori.

Candy si voltò verso Terence, un sorriso leggero ma sincero sulle labbra:
— Sai… mi piace pensare che anche noi possiamo lasciare tracce così.

Terence le sorrise, chinandosi a sfiorarle la fronte con un bacio dolce:
— In qualche modo… lo stiamo già facendo.

Restarono lì ancora qualche minuto, tenendosi per mano, ascoltando il silenzio e il respiro lento di Stratford, mentre fuori il fiume scorreva piano e la città sembrava sospesa tra passato e presente.

Quando uscirono l'anziana donna era ancora lì, seduta su una panchina, sembrava aspettarli.

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Capitolo 22

⛪️ Stratford-upon-Avon, maggio 2026

Candy e Terence si avviarono lentamente verso l’uscita, ancora immersi nei pensieri e nelle emozioni del luogo. Fuori dalla chiesa, l'aria era tiepida e profumata di primavera.
Seduta su una panchina, nel piccolo giardino antistante, c’era la signora che avevano incontrato poco prima. Sembrava aspettarli. I capelli bianchi le cadevano ordinati sulle spalle, il bastone appoggiato accanto a lei, gli occhi avevano quella scintilla curiosa e vivace che ricordava subito qualcosa di familiare.
Candy provò un’immediata attrazione verso di lei, un impulso inspiegabile che la spingeva ad avvicinarsi. Si fermò davanti alla panchina e le sorrise timidamente.
— Salve… — disse, quasi in un sussurro.
La donna la osservò con attenzione, come se stesse valutando qualcosa di profondo e nascosto. Poi, con voce dolce ma ferma, disse:
— Voi due… mi ricordate tanto i miei genitori.
Candy rimase sorpresa. Un brivido le percorse la schiena, e il cuore le batté più forte.
— Chi erano i suoi genitori? — chiese con curiosità, la voce carica di emozione.

La donna rimase in silenzio per qualche istante. Guardava il giardino davanti alla chiesa, come se tra quei colori primaverili vedesse muoversi ombre molto più antiche.

Poi parlò.

— I miei genitori si conobbero quando erano poco più che ragazzi. In un tempo in cui si scrivevano lettere invece di chiamarsi, e ogni parola impiegava giorni, settimane, per arrivare.

Candy sentì il cuore accelerare.

— Lui era cupo, riservato, sfacciato, amava già il teatro e Shakespeare, come sua madre. Lei era… luce. Diversissimi. Eppure, dal primo momento, non seppero più guardare il mondo senza cercarsi.

La donna sorrise appena.

— Si innamorarono in fretta. Di quell’amore che non chiede permesso. Che non è prudente. Che sembra più grande delle persone che lo provano.

Candy abbassò lo sguardo sulle proprie mani.

— Ma il loro tempo non era gentile — continuò. — Le famiglie, i doveri, le aspettative… le invidie, tutto remava contro. Arrivò un momento in cui furono costretti a separarsi. Non per mancanza di sentimenti. Proprio perché erano troppo forti.

Terence sentì Candy irrigidirsi accanto a lui.

— Lui lasciò Londra per andare in America. Lei lo seguì, senza sapere dove trovarlo.

Candy trattenne il respiro.

— Non seppero più molto l’uno dell’altra. La vita andò avanti. O almeno… provarono a farla andare avanti. Ma ci sono amori che non diventano ricordi. Restano domande.

La donna sollevò lo sguardo verso Candy.

— Lei crebbe, studiò, si fece una strada. Sorrise. Aiutò gli altri. Ma dentro portava una stanza chiusa. Non triste. Solo… intatta.

Poi guardò Terence.

— Anche lui continuò. Viaggiò. Scelse una direzione. Shakespeare rimase sempre con lui. E con Shakespeare… lei.

Il vento mosse piano le foglie.
Candy sentì gli occhi bruciare. Possibile che quella donna stesse parlando proprio di TG e della sua Candy? 
Una domanda nella gola spingeva per uscire.

- Se lei è qui... significa che si sono ritrovati... vero?

— Sì certo... ma non subito. Ci fu una seconda separazione assai più dolorosa e crudele... a quel punto sembrò davvero tutto perduto.

- Quando?... E perché? - Candy non riuscì a trattenersi.

La donna inspirò lentamente.

- Non ne so molto. Papà non ne parlava mai, mamma mi ha sempre detto che avevano dovuto scegliere per il bene di un'altra persona.
Sono cresciuta ascoltando quella storia senza nomi, senza finali chiusi. Con lettere custodite in una scatola. Con Shakespeare letto a voce alta. Con silenzi che dicevano più di mille parole.

Si voltò verso Candy e Terence, uno sguardo improvvisamente limpido.

— Quando vi ho visti dentro, davanti a quella tomba… non ho pensato ai loro volti. Ho pensato a come si tenevano. A come si guardavano. All’aria che cambiava quando erano vicini.

Fece un piccolo sorriso.

— Alcuni amori non nascono per essere semplici. Nascono per insegnarci chi siamo.

Un silenzio pieno scese tra loro.

Candy sentiva qualcosa sciogliersi, lentamente, come un nodo tenuto per troppo tempo.

— Quindi… — mormorò — sono stati felici? Hanno potuto vivere il loro amore, nonostante tutto?

La donna le prese le mani.

— Non ho mai visto nessuno amarsi così. 

Si alzò con calma.

— Questo è tutto quello che posso dirvi. Spero sia abbastanza.
Fece qualche passo, poi si voltò un’ultima volta.
— Siate gentili con ciò che provate. Anche quando fa paura.

— Aspetti… — la voce di Candy tremò leggermente — Io credo di avere qualcosa che le appartiene.

Aprì lentamente la borsa, come se temesse che anche solo quel gesto potesse rompere l’equilibrio fragile che si era creato. Le dita sfiorarono la copertina consumata, poi ne tirarono fuori il diario.

Per un istante l’aria sembrò farsi più densa.

La donna lo fissò. Non parlò subito. Gli occhi, piccoli di un blu intenso, si spalancarono piano, come se stessero riconoscendo un volto.

— Ma questo è… — sussurrò. Si portò una mano alla bocca. — È il diario della mamma…

Le tremavano le dita mentre si avvicinava di un passo.

— Come… come fa ad averlo lei?

Candy deglutì. — L’ho trovato nell’appartamento dove sono andata ad abitare, a New York. Era nascosto. Come se qualcuno non avesse mai avuto il coraggio di buttarlo via.

La donna chiuse gli occhi un istante.

— East Village… — mormorò.

— Sì.

Un soffio le uscì dalle labbra, qualcosa che era insieme un sospiro e un singhiozzo.

— Credevo di averlo perduto per sempre. I miei figli studiavano a New York… abitavano lì. Andai a trovarli, tanti anni fa. Mia madre se n’era andata da poco. Tenevo quel diario sempre con me… — abbassò lo sguardo sul quaderno. — Era un modo per sentirla ancora vicina. Poi, un giorno, non lo trovai più.

Allungò lentamente le mani, ma si fermò a pochi centimetri dalla copertina, come se avesse paura di toccarla.

— Pensavo che fosse scomparso con lei. Che quella parte della sua vita si fosse chiusa per sempre.

Candy fece un passo avanti e glielo porse.

La donna lo prese con entrambe le mani, stringendolo al petto. Le spalle le tremarono appena.

— Grazie… — disse con voce spezzata. — Non solo per avermelo riportato. Ma per averlo ascoltato. Per aver dato di nuovo vita al loro amore.

Sollevò lo sguardo verso Candy, e nei suoi occhi brillava qualcosa di umido, ma sereno.

— A volte le storie non si perdono — mormorò. — Aspettano soltanto di tornare a casa.

Poi se ne andò, lasciandoli lì, con il vento leggero, la chiesa alle spalle, e una storia che non chiedeva più di essere risolta.
Solo compresa.

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Capitolo 23

🌿 Stratford-upon-Avon, maggio 2026

Per alcuni secondi nessuno dei due parlò.

Candy aveva ancora la sensazione fisica del diario tra le dita, anche se ora non era più nelle sue mani. Le parole della donna continuavano a girarle dentro, lente, insistenti, come cerchi sull’acqua.

"A volte le storie non si perdono... aspettano soltanto di tornare a casa"

Si voltò verso Terence.

Lo trovò immobile, negli occhi ancora la figura della donna che stringeva il quaderno al petto come qualcosa di vivo. Il suo volto non aveva l’espressione dell’attore, né quella ironica di sempre. Era scoperto. Nudo. Quasi smarrito.

— Terence… — mormorò.

Lui la guardò. E in quello sguardo Candy vide la stessa cosa che sentiva dentro di sé: incredulità. Una specie di vertigine.

— Quella storia… — disse piano — Non era solo una storia.
Candy scosse lentamente il capo — No.

Rimasero in silenzio. Attorno a loro Stratford continuava a respirare: passi lontani, il vento tra gli alberi, una campana che suonò da qualche parte. Ma era come se si fossero spostati di un passo fuori dal tempo.

— Tutto questo… — riprese Terence — il diario. Londra. La lettera. Quella donna. — Fece un mezzo sorriso incredulo — È come se qualcuno avesse tracciato un filo e noi ci fossimo camminati sopra senza saperlo.

Candy abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Le aprì, le richiuse.

— Io ho sempre avuto paura — ammise — paura che quella storia fosse solo un’illusione. Una suggestione. Un modo per riempire dei vuoti.
Alzò di nuovo gli occhi su di lui — Adesso no.

Terence inspirò lentamente. Le prese le mani, come se fosse il gesto più necessario del mondo.

— Sai cosa mi sconvolge? — disse — Non che loro siano esistiti davvero. Ma che, nonostante tutto, nonostante un secolo, nonostante gli errori, le separazioni, il dolore… qualcosa sia arrivato fino a noi.

Candy sentì la gola stringersi.

— Come se quell’amore non avesse smesso di muoversi — sussurrò — Come se stesse ancora cercando.

Terence le sfiorò i pollici sulle nocche — O come se avesse trovato.

Le parole rimasero tra loro, leggere e pesanti insieme.
Candy lo guardò, davvero. Non come lo guardava sul palco, non come lo guardava quando la faceva ridere. Lo guardò come si guarda qualcuno dopo aver visto un frammento di verità.

— Io ho passato mesi a chiedermi se quello che provo per te è solo fortuna — disse — Un incontro giusto, nel momento giusto.
Deglutì. — Adesso penso che sia anche una scelta. Una responsabilità. Un’eredità.

Terence sorrise appena, ma negli occhi aveva qualcosa di lucido.

— Allora scegliamolo — disse — Ogni giorno. Non perché “deve” continuare. Ma perché vogliamo essere quelli che non si arrendono.

Candy sentì il petto scaldarsi, come se qualcosa di lungo e teso avesse finalmente trovato un punto di quiete.
Si avvicinò di più. Appoggiò la fronte contro la sua.

— Io non so cosa succederà — mormorò — Ma so che non voglio vivere questo amore con leggerezza. Non dopo oggi.

Terence chiuse gli occhi un istante.
— Nemmeno io. — Le sfiorò le labbra senza baciarla. — Qualunque cosa siamo… siamo veri. E adesso lo so con una certezza che fa quasi paura.

Restarono così, in mezzo a un giardino inglese, con una storia appena restituita al suo tempo e un’altra che chiedeva di essere vissuta fino in fondo.
Non come una replica.
Ma come una possibilità nuova.

~~~

La sera scese piano su Stratford, senza rumore.
Il cielo si addolcì in sfumature di azzurro e rosa, e il fiume Avon cominciò a rifletterle come una lunga striscia di vetro.

Candy e Terence camminavano lungo il sentiero che costeggiava l’acqua, senza fretta. Non avevano parlato molto da quando avevano lasciato la chiesa. Certe emozioni, prima di diventare parole, avevano bisogno di aria.

I narcisi crescevano a gruppi disordinati lungo la riva, gialli e leggeri, mossi da un vento appena percettibile. Qua e là, tra le anse più calme, scivolavano dei cigni. Bianchi, silenziosi, con quel modo regale di attraversare l’acqua come se non dovessero mai chiedere permesso.

Candy si fermò a guardarli.
— Sembrano irreali — disse piano.
Terence seguì il suo sguardo. — Qui tutto sembra un po’ irreale.
Si avvicinò a lei. Non la prese subito per mano. Rimase accanto, così vicino che i loro passi finivano per cercarsi.

— Oggi — riprese Candy — ho avuto l’impressione che il tempo non fosse una linea, ma… una specie di cerchio.
Fece un piccolo gesto con le dita, come a disegnarlo nell’aria. — Come se certe cose tornassero, non per ripetersi, ma per avere un’altra possibilità.

Terence la guardò. La luce della sera le rendeva i capelli più morbidi, più chiari.
— E noi? — chiese. — Cosa siamo, in quel cerchio?

Candy non rispose subito. Inspirò l’odore dell’erba, dell’acqua, dei fiori.
— Siamo il punto in cui non si scappa più — disse infine. — Dove non ci si perde. Dove si resta.

Terence sentì qualcosa stringergli il petto, ma non era dolore. Era riconoscimento.
Le prese la mano, finalmente. Le loro dita si intrecciarono con naturalezza, come se lo avessero sempre saputo fare.
Ripresero a camminare.

Un cigno si avvicinò alla riva, muovendo lento il collo. Candy sorrise senza accorgersene.

— Da piccola pensavo che restassero con lo stesso compagno per tutta la vita — disse — e mi sembrava una leggenda.

— E adesso?

Candy lo guardò. C’era ancora stupore nei suoi occhi. Ma c’era anche qualcosa di più saldo.

— Adesso penso che non sia una leggenda — rispose. — È una scelta. Ogni giorno.

Terence si fermò. Costrinse dolcemente anche lei a fermarsi.
— Candy… — disse. Non per chiamarla. Per dirle.

Lei sollevò il viso verso di lui.

— Oggi, in quella chiesa, io ho sentito una cosa che non avevo mai sentito prima. — Fece un mezzo sorriso. — Non paura di perderti. Paura di non essere all’altezza di quello che potremmo essere.

Candy gli portò una mano al petto, sopra il cuore.
— Allora restiamo — disse. — Anche quando sarà difficile. Anche quando non ci riconosceremo. Restiamo.

Terence abbassò la fronte contro la sua.
— Io resto.

Non si baciarono subito. Rimasero così, a respirarsi addosso, mentre il fiume scorreva lento e i narcisi tremavano piano nel vento della sera.

Quando le loro labbra si incontrarono, non fu un bacio impetuoso. Fu profondo. Calmo. Come qualcosa che non aveva fretta perché, per una volta, non aveva paura di finire.

Alle loro spalle, l’Avon continuava a scorrere.
Davanti a loro, Stratford si accendeva di piccole luci.

E per Candy, per Terence, per la prima volta, il futuro non sembrò una minaccia.
Ma uno spazio.

°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•°•



Epilogo

⛪️ Stratford-upon-Avon, maggio 2026

Il cimitero era silenzioso.
Non il silenzio vuoto delle assenze, ma quello denso dei luoghi in cui il tempo sembra camminare piano, per non disturbare.
Candy e Terence si erano inoltrati tra le lapidi senza parlare, come se entrambi sentissero che quel punto del viaggio non ammetteva parole leggere.
Fu Candy a fermarsi per prima.
Davanti a loro, leggermente discoste dal vialetto, c’erano due tombe vicine. Semplici. Ricoperte in parte di muschio chiaro.

Candy si avvicinò di un passo.
Les­se: Candy…
Il respiro le si spezzò.
Sull’altra lapide, accanto: Terence…

Non c’erano fotografie. Solo nomi. Date. E poche parole consumate dal tempo.
Avevano vissuto a lungo. Lui se ne era andato per primo. Lei lo aveva seguito due settimane dopo.

Candy sentì le gambe cedere appena. Terence le mise subito una mano alla schiena.
— Non è possibile… — mormorò lei — Terence…
Lui fissava quelle incisioni come se stesse guardando uno specchio impossibile.
Due nomi.
I loro.
E una vita intera chiusa tra due righe.
Rimasero così, immobili, con il vento che muoveva piano l’erba alta.

Quando una voce parlò alle loro spalle.
— Non vi siete persi, allora.

Si voltarono insieme.
La donna anziana era lì.
Come se non avesse percorso nessun vialetto.
Come se il cimitero l’avesse semplicemente… restituita. Le mani appoggiate al bastone. Gli occhi blu intensi.

— Lei… — sussurrò Candy.

La donna sorrise piano.
— Mi chiamo Pauline — disse. — E quelli… — fece un lieve cenno verso le tombe — sono i miei genitori.

Candy sentì un brivido attraversarle tutto il corpo.

— I miei genitori si chiamavano Candy e Terence.

Il mondo sembrò flettersi su se stesso.

Terence abbassò lo sguardo sulle lapidi. Poi di nuovo su di lei.
— Ma… — iniziò, senza riuscire a finire.

Pauline si avvicinò lentamente, fermandosi accanto alle tombe.

— Si sono amati da giovani. Molto. — disse. — Poi si sono separati. A lungo. Per l'invidia della gente, per paura… e anche per colpa di un’altra donna.

Candy chiuse gli occhi.

— Hanno vissuto per un po' vite diverse. Hanno sofferto. Hanno creduto, a volte, di essersi perduti per sempre.
Pauline sorrise appena. — Ma poi un giorno arrivò una lettera.
Sollevò lo sguardo.
— Era breve. C’erano solo poche parole. “Per me non è cambiato niente.”

Terence sentì un colpo sordo nel petto.

— Si rividero — continuò Pauline. — Non erano più ragazzi. Non erano più innocenti. Ma si riconobbero.
Si avvicinò lentamente alle lapidi.
— Si scelsero di nuovo. E quella volta restarono.

Il vento passò tra gli alberi.

— Si amarono moltissimo. Non senza ferirsi. Non senza paura. Ma senza più fuggire.
Ebbero tre figli. Terence Junior, Noha... e me.
Li guardò.
— I miei fratelli non ci sono più. Io beh... ho novantadue anni.

Candy sentiva le lacrime scendere senza opporre resistenza.

— Mio padre morì per primo — disse Pauline piano. — Aveva quasi novant’anni.
Accarezzò la pietra. — Mia madre lo seguì dopo due settimane. Come se avesse solo… aspettato di salutarlo davvero.

Un silenzio pieno cadde su di loro.

— Sono cresciuta vedendo due persone che avevano rischiato di non essere. — continuò. — Per questo non si dettero mai per scontate. Mai. L’amore vero — disse guardando Candy e Terence — non è quello che non si spezza. È quello che attraversa tutto… e resta.

Candy sentì le dita di Terence intrecciarsi alle sue. Le strinse forte.

— Io sono qui — concluse Pauline — perché loro hanno avuto il coraggio di tornare.
E voi siete qui… perché adesso sapete che cosa potete diventare.

Li osservò uno a uno. Con dolcezza. Con riconoscenza.

— Nulla di ciò che è stato vero va perduto — disse. — Cambia forma. Cambia tempo. Ma non smette di chiamarci.

Un soffio di vento più forte attraversò il cimitero.
Candy abbassò lo sguardo un istante.
Quando lo rialzò…
La panchina era vuota. Il vialetto deserto.
Solo le due tombe davanti a loro.
Pauline non c’era più.

Restavano solo i nomi incisi nella pietra e due ragazzi che si tenevano per mano davanti alla prova più dolce e più terribile. 
Che l’amore può perdersi. Ma se è vero… sa ritrovarsi.

FINE

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©️ Tutti i diritti riservati.

Commenti

  1. Es maravillosa tu historia, ya quiero el siguiente capitulo, por favor no nos dejes en la incertidumbre.

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    1. Adesso la storia è completa. Grazie 😘

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    2. Este fin esta fenomenal, increible, muchas gracias por compartir este tipo de historias, te felicito. Candy y Terry siempre estuvieron destinados a estar juntos, felices y con su amor realizado.

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  2. Un amore che attraversa il tempo e lo spazio 😍😍

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  3. Escribes bellisimo, esta historia ha sido fascinante de principio a fin. He llorado imaginando a mis Rebeldes viejitos amandose hasta el final de sus díasy en la eternidad. Gracias por este final tan hermoso. Bendiciones

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